joi, 31 mai 2012

L’impronta ideologica nelle leggi e nei provvedimenti sull’immigrazione

Silvio Serino (ricercatore socio-politico indipendente) su Proteo N.2006-2


Alcune precisazioni sul razzismo

1. Razzismo e relazioni di classe

La maggior parte di noi prova una spontanea repulsione per il razzismo di sterminio, che produsse l’Olocausto nella Germania nazista (e prima ancora il meno noto genocidio degli amerindi), e per quello di persecuzione e di espulsione, messo in scena dalla Lega Nord in Italia, da Le Pen in Francia e da Hayder in Austria. Si tratta del razzismo che qualche studioso fa derivare da una “naturale” e atavica xenofobia, un sentimento misto di paura e di disprezzo per tutto ciò che è sconosciuto, per lo straniero, per l’outsider: quel razzismo che appunto degrada il “diverso” ad una tale condizione sub-umana o demoniaca da far superare, anche in condizioni di normalità, l’inibizione all’omicidio.
    Intanto, va subito precisato che la xenofobia è ovviamente una componente importante nelle pratiche e nei discorsi razzisti, ma di per sé non riesce a trasformarsi in razzismo. E quando pure vi si trasforma, non ne completa il quadro e anzi finisce per diventarne generalmente un elemento strumentale. Sarebbe troppo lungo affrontare qui il problema di come la semplice xenofobia si trasforma in razzismo vero e proprio, che non è solo un sentimento di paura e di disprezzo, ma soprattutto di superiorità con finalità di predominio assoluto e di supersfruttamento. Qui ci limitiamo invece a segnalare che, concentrando tutta la nostra attenzione sul razzismo di persecuzione/sterminio e di espulsione, ci sentiamo appagati nel nostro ego progressista1 a tal punto che ne non cogliamo i tre aspetti più perniciosi. Sono essi gli aspetti che non esitiamo a definire, alla lunga prova storica della modernità capitalistica, strutturali e permanenti, quindi operanti anche nella normale quotidianità fuori dalle situazioni di crisi.
    Il primo aspetto consiste nel fatto che la persecuzione/espulsione non è mai fine a se stessa neppure per la maggior parte dei soggetti che se ne fanno promotori. Osservando meglio i leghisti, dalla base ai vertici, ci si rende conto che dietro la scena essi sono i maggiori fruitori del disprezzato lavoro immigrato. Come si spiega il paradosso del signor Brambilla che incita all’odio contro l’islamico e nel contempo ne è il “datore” di lavoro? Si spiega con il pessimo trattamento salariale e normativo che egli riserva all’islamico e che è reso possibile, oltre che essere legittimato, dall’inferiorizzazione subita da tale soggetto. Al riguardo, non vi possono essere dubbi di sorta. Se il quadro si complica per la presenza di lavoratori nelle squallide adunate delle camicie verdi, ciò pone un ordine di problemi affatto diverso e autonomo rispetto agli interessi sopra indicati.
    Quale vantaggio ricava il lavoratore o l’emarginato italiano, che segue le organizzazioni razziste ritenendo di essere danneggiato dagli immigrati? Non si avvede alla fin fine che egli contribuisce a indebolire l’immigrato, che così è costretto ad accettare condizioni di lavoro concorrenziali con le sue pretese? Come si spiega questo autolesionismo2?
    Una prima risposta a queste domande è quella di negare il coinvolgimento di settori proletari nel razzismo o di sostenere che tale coinvolgimento non implica alcun razzismo. Da qui a far scomparire dai programmi anche del più radicale comunismo la lotta al razzismo il passo è breve e scontato. Al più, quando proprio l’evidenza raggiunge anche lo struzzo, ci si smarca con la mossa delle priorità: come una volta si rinviava la lotta per la liberazione della donna allo spuntare del sole dell’avvenire, oggi si liquida la lotta al razzismo come questione culturale che di per sé non può essere risolta senza la “solida” lotta salariale. Naturalmente occorre armarsi di molta pazienza nell’interlocuzione, ma non c’è bisogno di ripetere che si tratta di miserabili alibi, che servono a schivare opportunamente un impopolare problema tra le proprie file.
    Una seconda risposta ammette che settori di lavoratori aderiscono ad un certo razzismo, ma fa risalire questo comportamento alla loro condizione di aristocrazia operaia. C’è del vero in questa tesi, ma essa non rende minimamente conto del fatto che in generale anche i settori più emarginati - e forse più vistosamente - sono portatori o, se si preferisce, replicanti di razzismo. Peraltro, da alcuni anni a questa parte, ampie fasce della cosiddetta aristocrazia operaia hanno perso cospicui “privilegi”, eppure continuano ad echeggiare le posizioni leghiste. Ma, al di là delle predette parzialità argomentative, preoccupa maggiormente che anche chi risponde in tal modo si rende latitante nella lotta al razzismo. Non sempre tale latitanza è dovuta al solito oggettivismo che rinvia tutto alla crisi catastrofica: talvolta, ad essa fa da contrappunto un intenso attivismo su altri obiettivi, che pure dovrebbero essere impraticabili in una fase difficile, soprattutto se si presuppone pessimisticamente una condizione di aristocrazia operaia generalizzata. Volendo poi essere più cattivi, non si capisce per qual motivo ci si affanna a chiedere consistenti aumenti salariali per quella che è classificata sprezzantemente aristocrazia operaia e si mena il can per l’aia sugli obiettivi degli immigrati.
    Sarebbe invece il caso di considerare che - al di là di alcuni dati oggettivi che strutturano in modo gerarchico i lavoratori e che sono insuperabili anche con la migliore delle volontà - il razzismo tanto più penetra verso il basso quanto più manca una battaglia politica che ne mostri l’illusorietà o la precarietà come strumento di difesa e nel contempo la praticabilità di altri obiettivi. In fondo, perché un nostro proletario non privilegiato, vedendo arrivare l’immigrato, vuol credere alle evanescenti promesse della lega? Se riteniamo che anch’egli ha un senso pratico, non possiamo allontanarci da spiegazioni di senso pratico. Certo, pesano retaggi culturali, mistificazioni e alienazioni anche su di lui, ma non possiamo fingere di ignorare che egli non ha a sua disposizione alternative credibili, non diciamo di breve periodo, ma neppure di medio3. Per opporsi all’indebolimento degli immigrati - che a sua volta finisce per indebolire la posizione dei “nostri” lavoratori - bisogna essere in molti e piuttosto organizzati. Viceversa, i lavoratori “italiani” non solo non incontrano, per praticare questa opposizione, le grandi organizzazioni riformiste, ma neppure i piccoli gruppi rivoluzionari: su una vera lotta antirazzista c’è intorno a loro il deserto4. Al momento, arriva loro solo l’eco lontano di qualche impotente intellettuale e di pochi volenterosi. In tale quadro, non desta meraviglia che l’inferiorizzazione dell’immigrato viene accolta dai “nostri” lavoratori come condizione per continuare a fare comunque parte di quella ristretta comunità civile insediata all’apice del mondo, per godere di una minima soddisfazione o di un piccolo privilegio, quello di non essere l’ultimo, ma il penultimo o il terzultimo della classe. E così non desta meraviglia che il “nostro” lavoratore non voglia vedere, in capo all’immigrato, il nesso tra lo status di non-cittadino - sempre bisognoso del permesso di soggiorno - e l’accettazione di un lavoro qualsiasi anche di mera sopravvivenza.
    Ad aggravare il quadro, e rendere più real-pessimista il nostro lavoratore, c’è una sinistra che complessivamente - e anche con le sue componenti più radicali - contribuisce addirittura a diffondere una convinzione, costruita da oltre due secoli, che opacizza l’immagine dell’africano o dell’asiatico coartato anche nei suoi bisogni dal “nostro” predominio. Il lavoratore italiano, così, viene indotto a pensare che l’immigrato (per supposte esigenze fisiologiche e culturali inferiori, determinate da climi poco favorevoli e alimentate in società reazionarie e stagnanti da millenni) sia “spontaneamente” disposto ad accettare pessimi salari, orari massacranti, lavori precari...e perfino ad orinare sui muri. Egli non avrebbe l’esigenza di leggere, di vestirsi bene, di ascoltare musica, di andare a teatro, di avere un’abitazione decorosa, ma solo quella di sopravvivere come una sorta di bestia. Da qui il suo disprezzo per questo fattore di degrado, per questo concorrente sleale, considerato quasi alla stregua di un crumiro5.
    Il secondo aspetto è rappresentato dal razzismo di inclusione praticato da quei settori “padronali” che, a differenza di Bossi, chiedono forza lavoro immigrata. La convinzione secondo cui l’antisemitismo di espulsione/sterminio sia l’alfa e l’omega del razzismo fa sì che anche a sinistra, per contrastare il razzismo leghista, si arrivi a sostenere acriticamente gli “industriali” progressisti che hanno bisogno di nuove energie lavorative provenienti dalle immense periferie del pianeta. È probabile che questi “progressisti” ripudino anche sinceramente il leghismo xenofobo, ma ad un’analisi più attenta risulta che il loro obiettivo è solo quello di limitare alcuni eccessi razzisti. In fin dei conti anche agli industriali, oggi sostenitori dell’Unione di centro-sinistra6, torna utile la presenza del razzismo di espulsione, perché esso serve a dare ingresso agli immigrati a certe condizioni. Questi ultimi non devono poter raggiungere la piena equiparazione con il lavoratore italiano, soprattutto nella fase molto delicata della trattativa: a tal fine, devono essere sempre classificati al di sotto di una linea di demarcazione. Non dobbiamo ancora una volta chiarire che, al di là della retorica sull’uguaglianza formale tra i soggetti contraenti, il capitalista è sempre avvantaggiato nel trattare le condizioni salariali e normative: egli tratta infatti con soggetti che hanno bisogno del lavoro per sopravvivere. Questa disparità è stata attenuata in Occidente nel corso degli ultimi duecento anni dalla capacità dei lavoratori di associarsi (bene o male) in sindacati, ma non è stata mai del tutto eliminata. Anzi in alcune fasi tende anche ad aggravarsi. Per il lavoratore immigrato - anche se si iscrive al sindacato - la disparità è ancora maggiore, perché egli non rischia solo di non avere il lavoro se le sue pretese sono “eccessive”, rischia anche di essere espulso. Senza lavoro, egli non può risiedere nel “nostro” paese, è clandestino e, in quanto tale, un criminale. Con questa spada di Damocle sulla testa, che noi contribuiamo a reggere, l’immigrato cede alla condizioni peggiori e a volte più infami. Cede quindi non per una sua presunta arrendevolezza!!!
    Se a qualcuno non è ben chiara la gravità di questa condizione7, dovuta ad un razzismo più discreto che siamo disposti a non vedere o a tollerare, è bene rammentare che neppure nella deprecata antichità gli stranieri venivano trattati in tal modo. Il meteco ad Atene non solo aveva libertà di lavoro, ma anche senza lavoro poteva continuare a risiedere nella città di Socrate. Oggi, nell’Europa moderna che si vanta democratica ed erede di tanti progressi, l’immigrato può aspirare al massimo ad un permesso temporaneo di lavoro, senza il quale entra nella clandestinità come possibile preda dei peggiori appetiti. Orbene, oltre questo orizzonte, e pour cause, non vanno né gli industriali progressisti né una certa sinistra con questi compiacenti. Evidentemente, non sfugge loro minimamente che un immigrato, senza il ricatto del permesso di soggiorno, parteciperebbe alle trattative con la stessa forza dei lavoratori italiani.
    A tal punto, ci viene obiettato spesso che l’apertura delle frontiere e la libertà di soggiorno ci esporrebbe al grave rischio del sovraffollamento e quindi del degrado8. L’argomento è suggestivo e fa presa anche sui nostri lavoratori e su settori sinceramente antirazzisti, essendo naturale che le migrazioni si indirizzino verso le aree più ricche.
    In realtà, con questo discorso verosimile si nasconde il vero e cioè che la gente non tende a lasciare le proprie pur modeste case e ad ammassarsi nei luoghi di cosiddetto maggior benessere. Se si verificano o si verificheranno spostamenti biblici - quelli temuti da un certo immaginario collettivo -, le ragioni non sono e non saranno le invitanti libere frontiere: vanno e andranno, invece, indagate nelle responsabilità del capitalismo dominante e nella collaborazione, anche passiva, che noi gli diamo e gli daremo. Di che responsabilità si tratta?
    Intanto, anche noi - se non ci facciamo affascinare dal mito delle origini - siamo il risultato di numerose e complesse migrazioni, oltre che di incroci vari. C’è poi da precisare che gli esseri umani si decidono a spostamenti definitivi non perché attratti dal meglio assoluto, ma in situazioni di grave peggioramento delle loro condizioni di vita9. Potremmo fare migliaia di esempi che hanno caratterizzato la storia dell’umanità, ma ci limitiamo a quelli degli ultimi anni.

2. Flusssi migratori e razzismo di inclusione

    Ciò premesso e vincendo il fastidio di dire una cosa ovvia, i flussi migratori dal Sud del mondo in paesi come l’Italia sono diventati un problema a partire dagli anni ottanta del XX secolo. Anche negli anni sessanta e settanta in paesi come l’Algeria o l’Iraq si viveva peggio che in Italia, eppure da questi paesi non c’erano significativi flussi migratori attratti dal “bel paese”. Tutto sommato, la gente preferiva continuare a vivere a Baghdad e ad Algeri.
    Una pessima sociologia spiega la ripresa dei flussi migratori negli anni ottanta con la globalizzazione ovvero con la caduta delle barriere nazionali, con la fluidificazione dei mercati, con il potenziamento dei mezzi di trasporto ed una maggiore possibilità di accedervi. È vero solo che a partire da quegli anni ci sono stati maggiori facilitazioni ai viaggi di merci e capitali, mentre sono state poste sempre maggiori barriere alle migrazioni. Si può dire anzi che le migrazioni sono aumentate, da un certo momento in poi almeno, nonostante il rafforzamento delle barriere doganali. Come si è determinato questo paradosso? E fino a che punto possiamo parlare di paradosso?
    A partire dagli anni ottanta è iniziata una nuova politica di aggressione verso certe aree del mondo, prima con strumenti finanziari (le famose manomissioni del Fondo Monetario Internazionale), poi con mezzi militari. Ci si ricorderà che verso la fine degli anni ottanta, all’esito di questa nuova politica, milioni di persone scesero in piazza in tutto il Nord Africa per assaltare perfino i forni del pane: il liberismo (quello da noi imposto) aveva trasformato la loro miseria in fame nera e cruda. Come pure sono presenti ancora negli occhi di molti di noi le immagini di città come Giakarta, i cui centri commerciali venivano devastati da improvvise e imponenti rivolte. E la dimostrazione che eravamo “noi” ad imporre la politica di affamamento è venuta proprio dalle successive aggressioni militari come risposta alla ribellione contro tale politica finanziaria. Se il grave impoverimento soprattutto dell’area islamica fosse dipesa dall’incapacità degli islamici ad auto-amministrarsi, non si capirebbe tutto il corso successivo degli anni novanta - e tuttora in corso - caratterizzato da una forte iniziativa bellica capeggiata dagli Stati Uniti.
    In questo nuovo contesto di strozzinaggio finanziario e di immani distruzioni belliche sono venuti a determinarsi i nuovi flussi migratori. Per rendersene meglio conto, facciamo l’esempio di quelli che hanno origine nell’ex Jugoslavia. Anche qui nel periodo titino la gente godeva di condizioni di vita inferiori a quelle italiane. Tuttavia, pur abitando a due passi dall’Italia, non avvertiva una irresistibile spinta a trasferirsi nel paese del Bengodi. Gli ex-jugoslavi, peraltro non impediti come gli ucraini dalla cosiddetta cortina di ferro, preferivano ancora restare nelle loro terre pur facendo a meno di qualche elettrodomestico, ma potendo ancora usufruire di condizioni di vita accettabili10. Condizioni che sono venute meno con lo smembramento della Jugoslavia, cui noi abbiamo contribuito anche a suon di “sinistre” bombe.
    Per queste nuove migrazioni, in parte per la loro portata incontenibile e in parte per la loro utilità a fornire manodopera a basso costo, si è adottata non una politica di sterminio o di espulsione, ma di inclusione. Un’inclusione sottoposta a varie condizioni, ricattata, precarizzata, segregata, razzizzata. Contro di loro viene solo apparentemente innalzata una porta di ferro. In realtà, il loro passaggio è regolato da filtri, forche caudine, ingressi secondari e setacci.
    Il razzismo di inclusione (sottovalutato dall’appagamento che provoca la repulsione del razzismo antisemita), già praticato dai colonizzatori e tuttora operante nei paesi periferici, è così diventato, negli ultimi 30 anni, prevalente anche nei paesi del capitalismo dominante per regolare il “terzo mondo a domicilio”. E soprattutto è il razzismo che maggiormente necessita di essere organizzato dall’alto, oltre che con sofisticati discorsi culturali, anche con dispositivi normativi11.
    Veniamo così al terzo aspetto, rappresentato dal razzismo istituzionale, ancor più sottovalutato in quanto esso si camuffa dietro artifici retorici e strumentazioni normative non immediatamente decifrabili o prassi neppure facilmente individuabili.
    Per dirla tutta, senza il razzismo istituzionale non funzionerebbe e non esisterebbe il razzismo popolare. Generalmente, si è portati a pensare il contrario, perché soprattutto negli ambienti colti il razzismo viene apparentemente stigmatizzato e la legge lo punisce addirittura. Quando poi si constata l’evidenza e cioè che alcune norme sanciscono una certa gerarchia e la difesa di alcune differenze, arrivano puntualmente dotte giustificazioni secondo cui tutto ciò sarebbe il risultato di una pressione dal basso. Si è arrivato perfino a dire che senza queste blande norme razziste si scatenerebbe più radicalmente il razzismo dei nostri poveri.
    Questa tesi implica pure che il capitalismo non sarebbe responsabile del razzismo e parte dall’assioma che tutti gli esseri umani sarebbero naturalmente razzisti e lo sarebbero sempre stati: il sottinteso è l’invito a restare passivi, poiché sarebbe invano lottare contro il razzismo. Ma è una tesi smentita dalla storia. Quella che precede il capitalismo è stata anch’essa una storia di ingiustizie e di ineguaglianze, per cui - almeno per noi - non rappresenta l’alternativa alla società presente. Tuttavia, l’umanità precapitalistica non è stata sistematicamente e diffusamente razzista né nei paesi extraeuropei né nell’Europa stessa.
    Selezioniamo i due casi più emblematici: quella della Cina e dell’Impero romano.
    Come è noto, in Cina hanno regnato dinastie mongole, turche, mancesi, ma non ci si è mai soffermati abbastanza ad esaminare che queste dinastie non assumevano la forma di una dominazione esterna. Si aggiunge talvolta, e frettolosamente, che la superiore civiltà cinese assimilava le dinastie straniere (o più esattamente le etnie straniere), ma non ci si chiede mai fino in fondo il perché. In effetti, è emerso che il popolo cinese non si auto-percepiva come una etnia con confini ben delimitati, ma come l’umanità nel suo complesso12. Di conseguenza, se distinzione c’era essa riguardava i cinesi interni (abitanti nei confini dell’Impero di volta in volta politicamente determinato) e i cinesi esterni. In base a questa più labile autopercezione, non stupisce che perfino europei (come i Polo o Matteo Ricci) assurgevano alle alte cariche dello Stato. Il caso più clamoroso è quello dell’ammiraglio Cheng Ho che, pur essendo musulmano, si vide affidare il comando della flotta più grande di tutti i tempi. A ciò bisogna aggiungere che in Cina non esisteva, almeno a far data dalla costituzione dell’Impero nel 221 a.C., la schiavitù come fondamento del modo di produzione. Per essere più precisi, non esisteva in modo significativo neppure la servitù della gleba. La schiavitù in Cina veniva utilizzata solo nel lavoro domestico, ma non rappresentava (e non veniva giustificata da) in alcun modo una differenza razziale. Gli schiavi domestici (a protezione dei quali c’erano anche leggi molto severe) non venivano acquisiti come bottino di guerra a danno di popoli considerati inferiori, ma dalle famiglie più povere dietro compenso13.
    Anche in Europa, che è considerata la culla del razzismo fin dalle sue origini, la diffusa schiavitù come fondamento del modo di produzione non era basata e non dava luogo al razzismo. Basti pensare a schiavi che diventavano più liberi e più ricchi di molti cittadini liberi romani (gli schiavi che gestivano il peculium e le alte cariche dello Stato); ma non si dimentichi pure che Sant’Agostino era un africano e Sant’Ambrogio vescovo di Milano era per di più nero. Si è spesso detto che il razzismo affiora già nelle teorie di Aristotele (di cui i romani avrebbero mutuato lo spirito). Indubbiamente, nel controverso filosofo greco c’è un tentativo di classificare gerarchicamente, sotto un profilo naturale, uomini, donne, bambini e schiavi. Tuttavia, è stato opportunamente fatto notare14 che il suo tentativo si ferma a mezza strada, anche perché a diventare schiavi, da una certa data in poi, erano soprattutto cittadini greci (per debiti). Più verosimilmente, si può sostenere che per Aristotele non era l’inferiorità razziale che giustificava la schiavitù, ma la schiavitù (provvisoria) che comportava l’inferiorità.
    Neppure si può plausibilmente sostenere che il razzismo fa il suo ingresso trionfale con il Medio Evo delle Crociate. In questo periodo, si assiste certamente al tentativo di costruire un’identità europea fortemente contrapposta a quella islamica. Ma è soprattutto un’identità cristiana, religiosa, non fondata sulla distinzione razziale e neppure contro i barbari. Peraltro in quel periodo, per quanto si registrò una certa ripresa economica dell’Europa occidentale, sarebbe stato alquanto arduo parlare di superiorità “nostra” razziale. Purtroppo allora noi eravamo la periferia del mondo conosciuto, afflitto da situazioni e momenti di fame tali da determinare perfino episodi frequenti di cannibalismo. Anche sotto il profilo culturale eravamo fortemente tributari degli islamici. Il nostro massimo poeta, Dante Alighieri, preceduto dal suo maestro Brunetto Latini, attinge a piene mani dalla poesia araba15.
    Il razzismo appare sulla scena sul finire del Quattrocento e soprattutto con la conquista genocida delle Americhe. Attribuito in un primo tempo alla ferocia degli arretrati conquistadores iberici, si è invece radicalizzato con il progredire della modernità e soprattutto negli ambienti anglosassoni più avanzati.
    Non era un fenomeno che veniva prevalentemente dal basso, dai ceti popolari. Esiste anzi una buona documentazione secondo cui spesso i diseredati europei che approdavano in America del Nord tendevano a sottrarsi al duro lavoro salariato per rifugiarsi nelle comunità dei nativi. Per quanto essi venivano atterriti da racconti che dipingevano gli “indiani” come feroci cannibali, mostri orribili, semibestie, il più delle volte non solo superavano la paura, ma raggiunte le comunità amerinde finivano per mescolarsi con le loro usanze. È vero invece che essi, quando venivano raggiunti dalle autorità bianche, subivano la punizione di una morte terribile16 per essersi sottratti alla civiltà del lavoro ed essersi infettati con esseri sub-umani.
    È importante capire quanto il razzismo sia istituzionale, per separare la veemente denuncia che ne facciamo dalla deriva pessimistica cui è spesso esposta ogni veemente denuncia. Il razzismo è una manifestazione dell’aberrazione orribile in cui può sprofondare l’umanità. Quindi, non va sottovalutato - come si è cercato di dimostrare - e va denunciato in tutte le sue espressioni. Ma, esso è anche la risposta estrema che viene data dalle classi dominanti ad un’umanità che sempre più tende a diventare ugualitaria e dentro la quale le differenze sempre più si mostrano commensurabili o traducibili sulla base di un fondo comune. Ne fa prova il suo aspetto così contraddittorio, che non solo deve ricorrere a rappresentazioni universalistiche, ma perfino all’uso di temi antirazzistici17. È la sempre maggiore difficoltà - nel quadro di un’intensa socializzazione raggiunta con la modernità - di rappresentarsi e di rappresentare gli altri come comunità autogene e separate, che richiede un costante e articolato intervento istituzionale per costruire e alimentare il razzismo, utile a strutturare gerarchicamente il lavoro salariato e comunque sfruttato.

Note

1 Le conseguenze di questo strabismo si sono manifestate con particolare evidenza negli ultimi mesi in quella Francia dove la legge da una parte persegue il negazionismo dell’Olocausto come reato e dall’altra ha sancito il ruolo positivo del colonialismo. Infatti, qui da una parte l’uccisione di un giovane ebreo per opera di una banda di rapinatori ha portato in corteo 200 mila persone, dall’altra la persecuzione sistematica di milioni di giovani delle banlieues, razzizzati come immigrati di seconda o terza generazione, ha lasciato assolutamente indifferenti i progressisti. Anzi, se vogliamo dirla tutta, alcune significative organizzazioni dell’estrema sinistra hanno invocato le ronde proletarie per fermare i “teppisti” insorti contro la polizia.
2 Qualcuno indica anche il vantaggio da parte di pensionati e settori non agiati a sfruttare a basso costo il lavoro delle badanti “filippine”. Non si capisce però fin a qual punto possa rappresentare un vantaggio il cedere - dopo il dimagrimento subito dal welfare state - gran parte di una misera pensione per le spese di cura e di assistenza. Con ciò non intendiamo negare che la costrizione a servirsi di un lavoro sottopagato possa costituire un contributo “popolare” al razzismo, ma solo dire che si tratta di un interesse non autonomo.
3 Rappresenta molto bene questa consapevolezza inconseguente il recente film di Costa Gravas “Il cacciatore” di teste”. Il suo protagonista, licenziato a causa della solita ristrutturazione, nella ricerca di un nuovo posto di lavoro diventa un serial killer che si sbarazza dei suoi concorrenti. Eppure concorda lucidamente con una delle sue vittime che il suo problema potrebbe risolversi definitivamente solo unendosi a tutti i suoi simili e sbarazzandosi di quelli che siedono sereni e soddisfatti su poltrone di pelle “umana”. Ma, supponendo evidentemente impraticabile questa unità, continua ad ammazzare altri aspiranti al suo posto di lavoro.
4 Per rendersene conto, basti considerare che la FIOM, pur polemica da sinistra con la CGIL, non ha neppure tentato di contrattare l’equiparazione dei lavoratori (e ancor meno delle lavoratrici) migranti con quelli italiani.
5 Il vero crumiro - occorre rammentare purtroppo anche questo - è un soggetto che, pur facendo parte della stessa comunità di lavoratori, con pari possibilità di contrattazione, decide di staccarsene per spezzare l’unità della lotta soprattutto in occasioni di scioperi. Certo, anche egli adduce urgenze economiche, che lo costringono a non scioperare o ad assumersi il lavoro sospeso dai suoi compagni, ma si tratta in genere delle stesse urgenze economiche dei lavoratori in sciopero. L’immigrato cerca di aggiungersi alla predetta comunità ed è invece ricattato già prima di essere assunto al lavoro; peraltro quando riesce a scendere in lotta, è lui ad essere abbandonato dagli altri lavoratori, come è successo spesso in Francia. Anche a Torino, gli immigrati del Sud, quando diedero luogo a poderose lotte negli anni del sessantotto, in un primo momento dovettero superare il “crumiraggio” degli impiegati e degli operai locali, sicuramente non afflitti da maggiori urgenze economiche rispetto ai cosiddetti “terroni”.
6 Come ha chiarito con soddisfazione anche Bertinotti in varie apparizioni televisive il patto tra sinistra e industriali è stato stretto per battere la rendita finanziaria, eccessiva e parassitaria. A parte la risata sulla pretesa novità di questo obiettivo, è facilmente intuibile che, se pure esso venisse perseguito seriamente, finirebbe per colpire un po’ di ceto medio. La difficoltà di travalicare questo limite non è solo e non è tanto costituita dalla forza della rendita finanziaria, ma dalla sua forte compenetrazione con il capitale industriale (che la dovrebbe combattere in alleanza con Bertinotti). Una compenetrazione questa sicuramente più intensa che ai tempi dei “progressisti” Fronti Popolari.
7 Contro la quale per fortuna incominciano a lottare gli immigrati stessi, anche con mobilitazioni autorganizzate.
8 Questo argomento si aggiunge al più classico allarme razzista sul pericolo della promiscuità biologica e culturale contro cui occorrerebbe un’incessante profilassi.
9 Alcune tendenze neo-operaiste obiettano che questa tesi porta a considerare i migranti come vittime passive di un’irresistibile manovra a monte e a valle del loro spostamento. Viceversa i soggetti che scelgono di migrare sono proprio quelli che avrebbero più possibilità di scelta nel loro paese di origine e si attivizzano nei paesi di destinazione in contrasto con l’esigenze che li vorrebbe solo come massa di manovra. Pur non concordando con l’enfasi posta dal neo-operaismo sulla cosiddetta soggettività, possiamo tranquillamente assumere come chiave interpretativa e operativa l’eccedenza del comportamento migrante rispetto ai limiti che la manovra capitalistica vorrebbe imporre. È un’eccedenza che, per fortuna, caratterizza peraltro la forza lavoro che il capitale vorrebbe imprigionare nelle maglie dei fattori oggettivi della produzione; ed è un’eccedenza che caratterizza, più in generale, tutti gli esseri umani anche sotto il peso del più pervasivo di tutti i poteri. Nondimeno, non vediamo come tale eccedenza possa essere vista al di fuori di situazioni di grave peggioramento delle condizioni di vita. Pur con tutta la nostra adesione alla giusta esigenza di contrastare l’oggettivismo e il pessimismo orwelliano, ci sembra che le predette tendenze trasfigurino una sofferenza non voluta in una scelta più simile a quella del libero viaggiatore o del romantico esploratore. Per dirla con una battuta, non ci è mai capitato di conoscere lavoratori o disoccupati italiani emigrati in Africa.
10 Per lo stesso motivo, molte migrazioni si dirigono verso i paesi periferici che, per quanto “poveri”, ancora non sono stati aggrediti e devastati. Anche a smentita delle allarmanti previsioni, secondo cui tutti vorrebbero risiedere a Capri o nel centro storico di Roma o ai Campi Elisi di Parigi, il 90% delle migrazioni mondiali si svolge sulla direttiva Sud-Sud, nel presupposto evidentemente che non è solo il massimo benessere (come peraltro noi lo concepiamo) ad allettare gli indigenti ma anche - e soprattutto - una condizione di vita (sopportabile) non troppo contraddittoria con i loro costumi, la loro cultura, i loro valori.
11 Questi dispositivi sono prevalentemente di tipo amministrativo. Il che non deve però indurci a sottovalutarne la forza, nella presunzione che una norma amministrativa abbia minore forza della legge e della Costituzione. In effetti, con l’involuzione autoritaria dello Stato, è venuta a formarsi una Costituzione materiale che consente alle norme e perfino alle prassi amministrative di aggirare i vincoli della legge e nel contempo di sottrarre la loro discrezionalità a qualsiasi controllo giudiziario. Di tanto ci si accorge solo nei casi più clamorosi di immigrati assolti dai magistrati per le più assurde imputazioni e poi espulsi con insindacabile giudizio dell’amministrazione poliziesca.
12 Si veda al riguardo la “Storia della Cina” di Helwig Schmidt-Glintzer, secondo cui anche la Grande Muraglia non serviva a delimitare i cinesi dai non cinesi, per impedirne il passaggio, ma solo la popolazione dedita all’allevamento da quella dedita all’agricoltura, peraltro già “libera” di essere multietnica, multilingue e multireligiosa;
13 In sintesi, si può assumere cum grano salis che la Cina antica non tendeva a conquistare e ad inferiorizzare le popolazioni esterne, sebbene vada precisato che la ragione non risiedeva in una “trascendente” cultura egualitaria o in una misteriosa deviazione della storia. La Cina godeva di un’agricoltura molto autosufficiente (nel senso di molto redditiva) in un’epoca in cui la produzione non era spinta dalla legge del pluslvalore ma del consumo;
14 Da Moses I. Finley (“Tra schiavitù e libertà”) e Victor Goldschmidt (“La teoria aristotelica della schiavitù e il suo metodo”) in “Schiavitù antica e moderna”, Guida Editori, Napoli 1997;
15 Prove molto convincenti sull’influenza della poesia araba su Dante sono state fornite e argomentate da Ignacio Palacio, secondo il quale perfino la “Divina Commedia” è per molti aspetti una versione “italiana” de “Il libro della Scala di Muhàmmad”;
16 In tal senso, si veda il bel libro “I ribelli dell’Atlantico”di Peter Linebaugh e Marcus Rediker, Feltrinelli, Milano, novembre 2004.
17 Sulla sussunzione da parte dell’attuale “razzismo differenzialista” della difesa delle culture contro il tentativo assimilazionista di marca imperialista ci sembra molto convincente Etienne Balibar in “Razza, Nazione, Classe”, Edizioni Associate Editrice Internazionale, Roma 1997.

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