vineri, 1 iunie 2012

La lotta al razzismo obiettivo fondante e qualificante di un moderno sindacalismo di classe

Silvio Serino (Proteo N. 2006.3-2007.1)


1. Immigrati: una difficoltà d’intervento

Non è necessaria un’approfondita inchiesta per appurare che alcuni settori dei lavoratori più “garantiti” sono maggiormente disponibili alla lotta e all’organizzazione; come pure che perfino l’attivista sindacale incontra una difficoltà enorme a mobilitare i settori più disagiati. E la difficoltà maggiore oggi la registriamo con gli immigrati. Basta guardare alcuni loro cortei per capire che noi non riusciamo a portare significative presenze da loro; come pure basta osservare le nostre manifestazioni o assemblee a difesa delle loro Resistenze e dei loro diritti per accorgersi che loro non vengono da noi. Spero di non essere troppo scortese, se mi viene da dire che spesso alcune nostre assemblee somigliano a quelle dei più sprovveduti collettivi studenteschi degli anni settanta, che, dopo aver dato il volantino davanti alle fabbriche, fissavano con ansia l’uscio della loro sede nella speranza di vederla varcata almeno da un solo operaio che, per intuibili motivi, non appariva mai. 
    In un contesto come questo è comprensibile la tentazione di rispolverare vecchie teorie sui lavoratori d’avanguardia, sui punti di appoggio, sui settori trainanti, sui vettori e quant’altro, in una dinamica in cui possono prevalere, nonostante le buone intenzioni di chi organizza la lotta articolata, interessi di fatto concorrenziali. Peggio ancora, di fronte alla minore disponibilità degli immigrati (e dei proletari più disagiati) ai nostri appelli, possono rispuntare, anche nella sinistra più radicale, discorsi classificatori molto imparentati con il razzismo. 
    Ma come reagiamo quando improvvisamente scopriamo che “i più disagiati” possono dispiegare una forza immensa? Succede che anche dopo le imponenti mobilitazioni dei Latinos negli Stati Uniti, le spettacolari rivolte delle banlieues in Francia (e non solo) e dei precari sempre in Francia, l’appoggio e “l’ammirazione” di rito vengono subito seguiti dalla precisazione: “con ciò non siamo terzomondisti”.

2. Presunte avanguardie e miopia rivoluzionaria 

    Voglio tranquillizzare subito il lettore precisandogli che non ho intenzione di teorizzare -all’opposto - un’astratta uguaglianza di tutti i lavoratori nella disponibilità alla lotta con il suggerimento che quindi - come si diceva una volta - lo sciopero o è sempre generale o non è. E neppure che lo sto teorizzando nel presupposto che non si susseguano produzioni strategiche con conseguente marginalizzazione o eliminazione di alcune di esse. È esperienza acquisita ormai che il capitalismo si “rivoluziona” e determina incessantemente differenze, che non possiamo saltare idealisticamente ma che vanno ricucite con un’accorta e paziente iniziativa politica e sindacale, acquisita con l’esperienza. In tal senso, quindi, va ancora apprezzata, come necessitata, la cosiddetta lotta articolata e va senz’altro criticato il malvezzo di guardarla dal buco della serratura. In discussione è invece il ruolo d’avanguardia dei lavoratori immediatamente disponibili o dei lavoratori - spesso formalmente molto ricettivi anche di concezioni politiche radicali - inseriti nei processi produttivi più importanti. È in discussione, cioè, l’assioma che (solo) le lotte dei predetti lavoratori possano “ricattare” il capitale nei suoi punti decisivi e quindi sarebbero loro quelli più in grado di vedere oltre il capitale; viceversa, tutti gli “emarginati”, spesso in condizioni di lavoro molto vicine alla vecchia schiavitù o addirittura senza lavoro, sarebbero quasi inoffensivi e quand’anche scendessero estesamente in lotta dura, aspirerebbero, secondo una logica di tappe necessarie, ad occupare al più la posizione del normale lavoratore sfruttato. In particolare, gli immigrati non metterebbero in contestazione il lavoro salariato, ma chiederebbero solo la cittadinanza per diventare “liberi” salariati. 
    Queste convinzioni, nonostante si facciano forti di prestigiose fonti intellettuali e abbiano avuto a sprazzi un certo fondamento, sono state confutate nelle loro pretese generalizzanti dagli esiti di ricerche storiche più accurate e da quanto è successo nell’ultimo grande ciclo di lotta inaugurato col sessantotto.

3. Schiavitù e lotte di liberazione: le ragioni di un pregiudizio 
    
    In questo breve articolo non possiamo affrontare tutta la complessa tematica dell’importanza (a fini del capitalismo) del lavoro schiavistico nel periodo che va dalla conquista delle Americhe fino a gran parte del secolo XIX. Molti fatti però problematizzano il paradigma costruito sulla successione temporale tra lavoro schiavistico e lavoro salariato libero. Non è dato infatti registrare che più il capitalismo si modernizza più esso, di sua iniziativa, ha interesse a sostituire lo schiavo con il libero proletario. È vero invece che più si sviluppava il capitalismo e più cresceva, oltre che il moderno proletariato, anche la quota dei “nuovi” schiavi fatti approdare vivi nelle Americhe e in Europa. La tabella di Philip D. Curtin1 è molto eloquente. I dieci milioni di schiavi (una cifra enorme in rapporto alla popolazione europea dell’epoca)2 sono così suddivisi:

1451-1600.....................274.000 
1601-1700..................1.341.000 
1701-1810................6.051.700! 
1811-1870..................1.898.400

    Va tenuto anche presente che la già notevole cifra di circa 2 milioni di schiavi nell’ultimo periodo di soli 59 anni non rappresentava un minore interesse (come potrebbe far credere la messa fuori legge britannica della tratta) per questo tipo di lavoro da parte del capitalismo. In realtà, il minor numero di schiavi provenienti dall’Africa in questo periodo veniva largamente compensato dal loro aumento in America, soprattutto a decorrere dalla seconda metà del Settecento e soprattutto in Nord America, dovuto al maggior numero di figli e al minor numero di morti: alcuni negrieri erano ormai specializzati nell’allevamento degli schiavi, merce doppiamente preziosa in quanto scambiabile con danaro e sfruttabile sul lavoro per il mercato mondiale. 
    La tabella di Curtin ci fornisce, poi, un altro importante suggerimento. Gli schiavi dell’epoca moderna, e in parte contemporanea, non sono tanto un residuo del passato, ma soprattutto un fenomeno introdotto dal capitalismo. Gli europei che si insediano in Nord America non sono baroni né vi trovano baroni feudali, ma costituiscono società di mercanti, di liberi agricoltori, artigiani e primi operai: ciò nonostante anche qui viene introdotta, nuova di zecca, la schiavitù e viene introdotta maggiormente, e più che altrove, proprio nel periodo in cui in Europa ci si batte per eliminare gli ultimi residui del feudalesimo. 
    Pur senza le tabelle di Curtin, Karl Marx ebbe a sottolineare l’importanza del lavoro schiavistico moderno ai fini della rivoluzione industriale (oltre che ai fini dell’accumulazione originaria), dichiarando per sovraccarico e senza mezzi termini, che senza il lavoro schiavistico non ci sarebbe stata la rivoluzione industriale3. E fin qui possiamo avere ormai larghi consensi (anche se poi rimangiati con mille sotterfugi e sofismi). 
    Più interessante è invece il ruolo e la portata che ebbero le lotte degli schiavi. La storia convenzionale ci ha sempre riferito che sarebbero state sporadiche, come lo furono quelle del periodo della Grecia classica e dell’Impero romano. Né avrebbe potuto essere diversamente, secondo il pur attento studioso Moses Finley4, in ragione della condizione (come anche suggerita da Aristotele) sradicata e atomizzata degli schiavi. 
    Intanto, un’analisi più attenta degli schiavi in America ci mostra che le esigenze del nascente capitalismo moderno imponevano una loro condizione meno sradicata e atomizzata di quella registrata nell’antichità classica. Con buona pace di chi fino a ieri si è ostinato a non voler cogliere la differenza tra la schiavitù moderna in regime capitalistico e la schiavitù patriarcale antica, gli schiavi moderni vengono sempre più ammassati in grandi aziende (piantagioni e miniere). Quindi -non ci sarebbe bisogno neppure di dirlo - vengono generalmente adibiti alla produzione di massa. E alla produzione di massa vengono adibiti altri lavoratori che, per quanto non scambiabili come schiavi, vengono comunque forzati al lavoro. A proposito di questi ultimi si è parlato di nuova servitù. Nella sola miniera d’argento di Potosì, venivano impiegati nel Seicento oltre 40.000 mitayos (turnisti) suddivisi in 4 turni: una massa concentrata di lavoratori coatti assolutamente inconcepibile nell’Europa dell’epoca. Cortès nella prima metà del Cinquecento mise su un’azienda agricola con 50.000 peones. In tale contesto, si venivano a creare nuove culture, nuove identità e nuovi linguaggi comuni, sia pure meticciati, che oggi possono essere messi a valore per un più avanzato internazionalismo. 
    Rilevante è poi che di fatto le rivolte degli schiavi non furono sporadiche, ma diffuse e costanti, come viene documentato nel bel libro “I ribelli dell’Atlantico”5. E ciò che più conta, esse in alcuni casi non si limitavano a chiedere un libero sfruttamento, ma arrivavano - sia pure partendo dall’obiettivo di liberarsi della sola schiavitù - a costituire comunità dirette dai lavoratori stessi. Al riguardo, non vale la stucchevole obiezione che si affretta a mettere in evidenza solo le rozze concezioni comunistiche di queste comunità e il fatto che comunque furono facilmente sconfitte. Nello stesso periodo, infatti, non ci pare di poter citare lotte di liberi proletari con concezioni comunistiche moderne e/o che comunque ebbero maggior successo di quelle ingaggiate dagli schiavi. 
    Peraltro, non bisogna dimenticare che i salariati liberi in America, pur non avendo nulla da invidiare alla combattività degli operai europei, non sempre erano protagonisti di lotte antagonistiche al capitalismo, ma venivano coinvolti nella conquista delle terre “vergini” a danno delle popolazioni autoctone. Per essere più precisi, l’alternativa rappresentata da detta conquista da una parte consentiva ai lavoratori di mantenere alte le loro pretese salariali, dall’altra funzionava come strumento di nuova integrazione. In altri termini, il libero salariato con maggiore forza o che può ricattare il capitale per il suo inserimento nei gangli decisivi del processo produttivo può rivelarsi, ove la sua lotta è scollegata (o concorrenziale col) dal resto degli sfruttati, un settore meno disponibile alla lotta anticapitalistica. Dopo due secoli di esperienza appaiono a dir poco ingenue le concezioni meccanicistiche (sulle avanguardie sociali) basate su una esclusiva considerazione dell’importanza strategica del loro lavoro. Di tanto fu costretto poi a rendersi conto lo stesso Engels, quando incominciò ad assistere al processo di imborghesimento della “più potente” classe operaia inglese.

4. Colonialismo e cultura operaia: distanze e diffidenze 

    Nel XX secolo molti radicali di sinistra, sottolineando che ad ogni modo il capitalismo aveva abolito la schiavitù e poi via via procedeva con l’industrializzazione del cosiddetto Terzo Mondo, hanno riproposto un approccio, ispirato ad un ‘paradigma’ evolutivo a stadi, fiducioso quindi di una successione temporale fra lavoro schiavizzato e lavoro ‘libero’. Nel contempo, veniva da loro prospettata una più generale evoluzione dalla sussunzione formale alla sussunzione reale del lavoro, dall’estrazione del plusvalore assoluto all’estrazione di plusvalore relativo. Il ragionamento è sempre lo stesso: per il capitale è più produttivo il salariato libero rispetto a quello schiavizzato, è più produttiva l’alta tecnologia rispetto a quella che richiede intenso impiego di manodopera. Da qui a mettersi ossessivamente al passo con la “tendenza” e a scartare i lavori giudicati “residuali”, il passo è breve e scontato. Oggi la “tendenza” sarebbe il lavoro cognitivo, tutti diventeranno cognitivi, quindi noi ci concentriamo sui lavoratori cognitivi. Peggio ancora: del resto... tutti i lavoratori sarebbero un po’ cognitivi. Per questi radicali è vero solo che, in un’economia sempre più globalizzata, la relazione tra i diversi tipi di lavoro diventa ancora più stringente solo verso l’alto; mentre sarebbe poco rilevante che, per dirlo con un esempio, le enormi masse di plusvalore assoluto prodotte in una Cina (con durissimo lavoro poco cognitivo) sono la conditio sine qua non di produzioni ipertecnologiche e dell’espansione dei modernissimi servizi nelle nostre metropoli. 
    I quattro quinti del mondo smentiscono la filosofia evolutiva della storia applicata allo sviluppo del capitalismo. Ma anche nel nostro piccolo Occidente delle meraviglie tecnologiche è già accaduto qualcosa di singolare, proprio quando - nel sessantotto - si è creduto che la contraddizione lavoro/capitale fosse di nuovo esplosa nei poli più sviluppati. Val la pena di rammentare alcuni avvenimenti salienti dell’epoca. 
    Intanto, non va dimenticato che in Occidente nel secondo dopoguerra la classe operaia si mantenne generalmente sulla difensiva. Non mancarono certamente anche lotte aspre; sicuramente la talpa stava scavando; nei primi anni sessanta ci furono anche qua e là i primi significativi movimenti di superficie. In generale però la classe operaia non faceva paura al capitale in quella fase. 
    Ad essere invece infiammato (letteralmente!) dalle lotte fu tutto il cosiddetto Terzo Mondo. E rispetto a questo mondo in rivolta - che qualcuno ancora insiste a definire residuale - il capitalismo dominante non disse sia pure obtorto collo: “beh, si tratta di qualcosa di residuale, quindi lo mollo a se stesso”. Successe invece che proprio laddove la periferia veniva descritta come la più residuale dai soliti teorici dell’inutilità dell’imperialismo, si ebbe la più accanita reazione colonialista. Si ebbe in Algeria da parte della Francia, in Congo (dove peraltro si segnalava una forte presenza operaia nelle miniere, nei centri siderurgici e nei docks fluviali) da parte del Belgio, sul canale di Suez da parte della Francia e della Gran Bretagna, tanto per fare degli esempi. Ma si ebbe anche da parte degli Stati Uniti - che pure andavano predicando l’autodeterminazione dei popoli - in Vietnam: e ciò è molto più significativo del nuovo corso imperialistico. 
    Non va ignorato che la lotta anticolonialista fu segnata anche da prospettive sbagliate. In parte, dovute alla forte interferenza del vecchio movimento operaio, in parte per limiti oggettivi che caratterizzano ogni lotta separata (anche quella che sembra più avanzata!). Questi errori e questi limiti costituirono certamente il terreno fertile per l’illusione terzomondista, cioè per quel misto di nazionalismo e di populismo il cui approdo negli anni settanta non è stato certamente esaltante o peggio ha dato il semaforo verde a quelle nuove dipendenze economiche su cui poi si è esercitato il massacro del Fondo Monetario Internazionale. Tuttavia, ancora più grave fu l’indifferenza di molti gruppi rivoluzionari occidentali. “L’indifferenza di fronte ai movimenti anticolonialisti più che un errore politico è un crimine. L’argomento secondo cui essi sono destinati ad evolversi nell’ambito capitalistico è perfido. È certo che le condizioni economiche ve li condannano ma le lotte politiche sono precisamente un primo sforzo indispensabile per superarle” - così veniva scritto non su un giornale portavoce del terzomondismo, ma espressione di quella “sinistra comunista” che pure non perdeva occasione di sottolineare la centralità della classe operaia6.

5. Aristocratici e plebei: l’operaio qualificato e l’operaio-massa negli anni ‘60 e ‘70

    Peraltro, il sessantotto esplode proprio a ridosso della lotta anticoloniale. Esplode negli Stati Uniti sempre più messi in difficoltà dalla lotta del Vietmam; assume la massima intensità nella Francia umiliata dalla resistenza algerina. Senza dimenticare che già nel 1960 il Belgio fu investito da possenti scioperi operai che lo paralizzarono per un mese intero in perfetta sincronia con il terremoto sociale che stava scuotendo il Congo. 
    Quando si dichiara allora che con il sessantotto il pallino è tornato al centro, non va anche ricordata la stretta connessione tra lotte periferiche e lotte metropolitane. Essa si mostra in modo talmente stretto ed impressionante da non poter essere liquidata come mera coincidenza temporale. 
    C’è però da fare un’altra e più importante considerazione. Nell’attesa di allora, da parte di alcuni ambienti radicali, che si ri-accendesse di nuovo la contraddizione capitale/lavoro nelle grandi fabbriche dell’Occidente, in effetti si puntava l’attenzione su quei settori operai già sindacalizzati, supposti a torto o a ragione garantiti, con alle spalle una grande tradizione politica e culturale, permeabili “geneticamente” al marxismo. Non sto parlando solo delle sinistre interne ai grandi partiti riformisti. Perfino Raniero Panzieri, che era fortemente polemico con quelle sinistre già totalmente compatibilizzate, non accolse molto benevolmente la rivolta a Piazza Statuto dei giovani proletari che presero d’assalto la sede torinese dell’UIL dopo la stipula di un contratto/bidone. Non perché, naturalmente, si sentì mosso da un sentimento di solidarietà verso un sindacato sostanzialmente giallo, ma perché credette di scorgere in quei giovani meridionali un’espressione di disordine comunque estranea alla tendenza alla compattezza della classe operaia. Ma lasciamo stare Panzieri che poi, nel tempo, rivide criticamente questa sua posizione. Più significativo era l’umore generale dei lavoratori settentrionali, dai quali ci si aspettava la grande ripresa della lotta anticapitalistica in uno dei cosiddetti anelli forti. Era un umore - che sebbene non si esprimesse ancora negli odierni termini leghisti - a dir poco sprezzante verso i traboccanti afflussi di operai meridionali (del profondo Sud) adibiti alla catena di montaggio o ai lavori più duri e più avvilenti. Erano “marocchini” che non meritavano neanche di abitare le case popolari; di loro si diceva che non avessero inteso neppure le funzioni del bidét e della vasca da bagno; erano crumiri che toglievano lavoro o facevano abbassare le paghe; erano camorristi; erano incivili che degradavano i loro quartieri; in ogni caso, erano in eccesso rispetto alle possibilità di accoglienza. 
    Non c’è bisogno di descrivere come venivano giudicati i Marocchini veri in Francia o i Turchi e i Balcani in Germania. Va invece ripetuto: questo umore non era registrabile solo tra i ceti medi, ma era palpabile anche tra gli operai stessi del cosiddetto Nord. Naturalmente, si trattava (e si tratta) di razzismo indotto. Ed è anche vero che la sinistra politica e sindacale arrivava a stigmatizzare ufficialmente questa sorta di razzismo, ma è innegabile che in cima ai suoi pensieri c’erano gli operai nati e cresciuti nel triangolo industriale e l’idea che i “marocchini” dovessero essere educati alla loro stessa responsabilità, al loro stesso senso di disciplina, alla loro stessa pazienza, a iscriversi quindi al sindacato e a rispettare le commissioni interne. 
    È accaduto invece che proprio gli “incivili” meridionali in Italia, i Nordafricani in Francia, i Turchi e i Balcani in Germania sono stati i principali protagonisti degli anni sessantotto, per di più capaci di saper parlare agli studenti e ai giovani disoccupati, nonché di essere unificanti rispetto ai lavoratori degli indotti dove la lotta è più difficile. L’operaio-massa, l’operaio che “voleva tutto” era un immigrato ed è stato protagonista di quella grande stagione di lotte non perché aveva assimilato la cultura del Nord, ma perché aveva portato con sé la sua carica di “inciviltà”. 
    E il lavoratore forte della sua professionalità, della sua maggiore stabilità, della maggiore protezione sindacale, proprio quel lavoratore più versatile all’organizzazione e alla politica e che non perdeva occasione di recitare le pagine dell’Unità sui treni o sui tram, che non mancava un primo maggio e garantiva sempre l’applauso agli eroi della resistenza? Prese parte anche lui alla lotta, ma responsabilmente, “pagando sempre il biglietto del tram”7 per recarsi al corteo, con obiettivi “realistici” e restando fino all’ultimo fedele alle commissioni interne e alle differenze professionali. In molte occasioni, soprattutto se occupava mansioni impiegatizie, ebbe tendenza al crumiraggio, a chiudersi con i capi nella “palazzina” che i cortei interni prendevano spesso di mira con insulti e lanci di monetine. Sì, i sospetti crumiri erano diventati le masse d’avanguardia e le mitiche schiere del sol dell’avvenire si rivelarono reparti di retroguardia se non i veri crumiri! 
    Non c’è stata certamente la rivoluzione, ma dobbiamo ricordare ancora una volta a qualche saccente che senza quei “barbari” non avremmo avuto neppure la riforma pensionistica, un certo egualitarismo salariale, la stabilità del posto di lavoro, l’inquadramento unico, l’eliminazione delle gabbie salariali, il punto unico di contingenza un po’ più puntualmente agganciato all’inflazione reale, la parificazione uomo-donna e giovani-anziani. Insomma, tutto ciò che oggi viene violentemente attaccato dal cosiddetto liberismo.

6. Nuovi “barbari” e vecchi pregiudizi

    E tuttavia, nonostante la lezione del sessantotto, molta sinistra radicale, politica e sindacale, sembra ricalcare gli stessi pregiudizi di una volta o, nel migliore dei casi, fingere di non vederli nella cosiddetta gente comune. Con ciò non invito a sottovalutare le difficoltà di prendere parte - per non dire di dare organizzazione - alla lotta delle banlieues, degli immigrati, dei giovani precari, dei disoccupati del tipo napoletano. Come pure di dialogare soltanto con i resistenti iracheni, afghani, libanesi, somali, ivoriani o con le masse rurali cinesi o con i milioni di lavoratori coatti che affollano pur sempre - e sia pure in forme nuove - questo pianeta. Come prima del sessantotto e forse ancor di più oggi, la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad un mondo a parte, con il quale si può solidarizzare da lontano e del quale si può tracciare una brillante analisi sociologica, ma con il quale è impossibile entrare in sintonia. Per rendersene conto, basti rileggersi tutti gli interventi sul “Manifesto” e su “Liberazione” in occasione della rivolta dei banlieuesards. Alcuni erano anche molto belli; ricordo in particolare quello di Rina Gagliardi che si spingeva, sorprendentemente, a stimare quella rivolta come più avanzata di quella sessantottina e settantasettina, perché i suoi protagonisti non volevano appropriarsi, con il furto proletario, della merce, ma si proponevano di distruggere finalmente la merce. Nessuno però degli scrittori (e non lo dico con aria di superiorità) si era azzardato a partecipare a quella lotta o a proporsi di parteciparvi in futuro. 
    Eppure è altamente probabile che di nuovo sotto la spinta dei “barbari” il mondo cambierà. E che ci spetta già oggi cercare di incontrarli. Tanto più che essi rappresentano la stragrande maggioranza del pianeta e sono sempre più presenti anche nelle nostre metropoli. 
    Mi rendo conto che una previsione del genere urta contro tradizioni radicate della sinistra, che cercano di farsi forti dei fallimenti socialisteggianti, verificatisi nel cosiddetto Terzo Mondo. A parte che al centro non possiamo vantare successi, è il caso anche di far presente che si tratta di tradizioni di dubbia provenienza. Sempre Karl Marx già il 20 maggio 1853 (quando effettivamente sembrava che tutto dovesse o potesse succedere solo a Londra e Parigi) scriveva nella “New York Daily Tribune”: “La prossima sollevazione dei popoli d’Europa dipenderà forse più da ciò che sta accadendo nel Celeste Impero che da ogni altra causa politica esistente”. 
    Mi sento di rafforzare quella previsione proprio oggi che la maggior parte dei politologi guarda alla Cina che influenzerà il mondo per la sua straordinaria ascesa capitalistica fino a diventarne di nuovo il centro. C’è chi teme questa prospettiva e c’è chi invece la auspica, ma come tentativo estremo di rilanciare il capitalismo mondiale. 
    Una cosa però rimane sotto traccia. La Cina capitalistica, prima di diventare di nuovo il centro del mondo (all’esito di uno scontro terribile) o un paese a capitalismo dominante8, comincia a mettere di nuovo (ci riferiamo a tutto il suo turbolento passato millenario) in scena smisurate lotte di massa. Scrupolosi analisti riferiscono che nel 1996 ci furono 10.000 rivolte con scontri sanguinosi con la polizia, nel 2004 ce ne furono 74.000, nel 2005 siamo saliti a 85.000. Una cosa di tali dimensioni che forse neppure è immaginabile nel nostro piccolo continente. Ma ciò che è più significativo è il fatto che il cosiddetto mondo democratico non cerca di strumentalizzare questa gravissima crisi sociale, neppure per fini meramente diffamatori del presunto socialismo. Qualche notizia viene data, ma senza alcuna enfasi. A ragion veduta, possiamo dire! L’esplosione sociale della Cina nella polveriera asiatica (si pensi alle gigantesche mobilitazioni dei lavoratori in India viste pochi mesi fa) è un pericolo ben più allarmante dell’ascesa di una grande potenza capitalistica. 
    Per porsi all’altezza dei compiti in questo nuovo quadro di maggiore interdipendenza globale non basta però elaborare i giusti obiettivi per ciascuna categoria, magari compilando delle belle e lunghe liste della spesa che comprendono anche gli interessi dei mulattieri delle Ande. Queste liste servono spesso a salvarsi la coscienza, mentre si continua nella pratica di sempre che è quella di occuparsi dei lavoratori a noi più congeniali o più familiari nella speranza che la lotta di per sé risolva ogni problema. Occorre invece costantemente criticare tra gli attivisti quel senso di supponente autosufficienza, molto prossima a pretese di superiorità, che ci impedisce di entrare nelle altre culture, di capire le difficoltà della comunicazione, di collegare punti di partenza diversi. Ancor di più, non possiamo tralasciare di contrastare, con un costante dialogo, il razzismo tra i lavoratori che rifiuta addirittura la presenza degli immigrati o che disprezza i settori sociali più disagiati. Una negligenza del genere, in alcuni casi, si è spinta a tal punto da scambiare il razzismo, che influenza i lavoratori, come un modo trasversale per far valere i loro giusti interessi di classe. Pur di non essere impopolari, abbiamo perfino voluto leggere il voto operaio alla Lega come una protesta contro lo stato burocratico e succhione. 
    Certo, va trovato il modo “giusto” per contrastare il razzismo “popolare” e per spiegarne il suo carattere auto-lesionistico. Nondimeno, questo contrasto è parte intrinseca della lotta “economica”. 
    In un mondo così strettamente interrelato, la critica al razzismo non è un lusso culturale, ma il supporto imprescindibile per unificare le lotte o, quando l’unificazione non è ancora possibile, per conferire alla vertenza articolata una valenza universale. 
    Certo, ci sono anche culture e ideologie non occidentali che si frappongono come ostacoli al dispiegamento della lotta e più in generale alla liberazione dell’umanità. Sono culture e ideologie che vanno criticate, ma non è possibile farlo a sproposito e soprattutto dando l’impressione che l’alternativa sarebbe la presunta più avanzata cultura occidentale. Trovo francamente patetico deridere un musulmano che non beve alcolici per timore di Allah nel mentre si ritiene piuttosto normale, meritevole al più di un’analisi sociologica, l’accorrere delle folle a piazza San Pietro ad ascoltare un papa vestito in modo da far divertire anche uno sciamano dell’Africa interna.


note

1 Philip D. Curtin, The Atlantic Slave Trade: A Census, Madison, Wisconsin, 1969. Le stime di Curtin non sono accettate pacificamente. Molti studiosi hanno stimato fino a 25 milioni gli schiavi sbarcati in America. Il sottoscritto le accetta solo con riserva, ritenendole comunque utili ai fini del ragionamento qui proposto.
2 La cifra di 10 milioni di schiavi sbarcati in America è aumentata di circa di 10% da Roger T. Anstey in The Slave Trade of Continentale Powers, 1760-1810, in “Economic Hisotory Review”, 1977, che pure adotta gli stessi criteri restrittivi di Curtin. Va comunque avvertito che gli schiavi messi all’opera nel continente erano di gran lunga superiori per via della loro riproduzione. Agli schiavi di provenienza africana vanno poi aggiunti i lavoratori amerindi costretti al peonaggio e al durissimo lavoro salariato obbligatorio soprattutto nelle miniere d’argento.
3 “La schiavitù diretta è il cardine del nostro industrialismo attuale proprio come le macchine, il credito, ecc. Senza schiavitù niente cotone. Senza cotone niente industria moderna. Solo la schiavitù ha conferita alle colonie il loro valore, solo le colonie hanno creato il commercio mondiale e il commercio mondiale è la condizione necessaria della grande industria meccanizzata”. Lettera di Marx a Pavel Annenkov del 28.12.1846. Questo concetto sarà ripetuto pressoché negli stessi termini anche nella Miseria della filosofia. Alcuni studiosi, come Eugene Genovese e Martin Glaberman, hanno però cercato di svalutarlo, in quanto farebbe parte degli scritti giovanili di un Marx che ancora non parlava “scientificamente” di forza-lavoro, di plusvalore e così via. In particolare Glaberman si è soffermato sul termine “cardine” (pivot) usato da Marx, per inferire con piglio avvocatesco che esso non lascia pensare allo schiavo come parte del capitalismo. Cardine potrebbe invece volersi riferire ad una cosa anomala, perché anche ciò che è anomalo in un sistema può essere importante; ma in quanto anomalo non è parte del sistema. Sta però di fatto che non solo Marx ritorna sull’importanza cardine della schiavitù delle piantagioni americane nel Capitale, ma anche che - come ha fatto osservare Ken Lawrence - ripubblicando la Miseria della filosofia in età matura e pur annotandola con i termini scientifici, non ritenne di doverla correggere nella parte che ha fatto impazzire i Genovese e i Glaberman.
4 In Schavitù antica e moderna, Guida Editori, Napoli 1979.
5 Di Peter Linebaugh e Marcus Rediker, Feltrinelli, Milano 2004.
6 Riportato in Prospettive rivoluzionarie della crisi, edizioni sul filo del tempo, 1976 p. 188, dove si aggiunge subito dopo, anticipando le tesi dello sviluppo del sottosviluppo, che “Il processo di accumulazione allargata comporta la concentrazione e la centralizzazione e spiega non soltanto lo sviluppo disuguale del capitalismo, ma anche lo sviluppo specifico che frena e rovina tutte le altre economie per soppiantarle, condannando così la maggior parte della umanità alla fame e al ristagno”.
7 È una battuta di Lenin sull’operaio tedesco.
8 Oggi è ancora classificata al 104° posto in ragione del suo reddito pro capite e per la qualità della vita.

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