luni, 13 august 2012

La divisione industria primaria-industria secondaria fra nazioni sfruttatrici e nazioni sfruttate

L’unità dialettica dell’economia mondiale consiste nella sua divisione, cioè nell’unità dei suoi opposti. Generalmente questi opposti polarizzati vengono a conflitto, creando “novità” nella forma di rivoluzioni sociali. Il conflitto fra paesi coloniali e paesi imperialisti ha già generato la maggior parte delle rivoluzioni sociali del XX secolo 76. Il conflitto ulteriore, fra stati “socialisti” e imperialisti, che in realtà (Corea, Vietnam) si sovrappone alla lotta dei paesi (materialmente) “arretrati” contro i paesi (materialmente, ma ideologicamente) capitalistici “avanzati”, è una continuazione e un’estensione del primo conflitto, nel senso che i popoli dei paesi “socialisti” sono soprattutto popoli ex-coloniali (Cina, Cuba, Corea, Vietnam, la maggior parte dell’Europa Orientale, la Russia, la Mongolia). Nello stesso tempo comunque, questa estensione del conflitto intra-capitalistico (l’imperialismo contro i paesi coloniali) è una negazione del colonialismo e dell’”attretatezza”, cioè delle cause del conflitto intra-capitalistico. La Cina ad esempio, fece la sua rivoluzione sociale nel 1949, due anni dopo la “rivoluzione politica” dell’India (indipendenza). Ma l’India rimane coloniale, mentre la Cina sta balzando nel futuro. Soprattutto, l’India rimane un produttore primario, industrialmente dominato dalla sua antica padrona, la Gran Bretagna e da nuovi pardoni aggiuntisi (USA, Germania, ecc.), mentre la Cina ha rotto col suo passato non-industriale ed ha imboccato la via dell’industrializzazione.
    La divisione del mondo capitalistico fra colonie produttori primari e produttori secondari imperialisti è una caratteristica fondamentale della visione leninista del mondo capitalistico. L’”esportazione di capitali” di Hobson-Lenin era soprattutto verso settori coloniali con produzione primaria. In tal modo, questa divisione internazionale del lavoro diviene una caratteristica dell’aspetto distintivo dell’imperialismo: l’esportazione di capitali.
    Questa divisione è ancor oggi un aspetto sempre più importante dell’imperialismo; essa è il principale fattore “materiale”, “compositivo”, che sta dietro al sempre più profondo gap che le statistiche dell’ONU rivelano esserci fra i paesi capitalistici imperialisti (industria “secondaria”) e i paesi semi-coloniali (industria estrattiva, primaria). Il gap è infatti, in grande misura, questa stessa divisione del “lavoro” (e del “capitale”) 77.
    L’esportazione di capitali nei settori coloniali di produzione primaria è collegata all’accumulazione grazie ai sovrapprofitti coloniali (un alto S2) e grazie alle interrelazioni produttive fra Pp e Pc. Infatti Pp comprende in larga misura l’industria primaria (industria colonile) e Pc costituisce gran parte dell’industria “secondaria” (l’industria dei paesi imperialisti). L'industria primaria è formata dalla produzione mineraria e delle materie prime (M), dalla produzione agricola (R) e di sussistenze (F) e può essere indicata con

Pmrf = Pm + Pr + Pf ..... (56);
inoltre parte dell’industria primaria è data dalla produzione di mezzi di produzuione (elementi di capitale costante), cioè:
Pmr appartiene a Pp..... (57),
mentre:
Pf appartiene a Pc.... (57 a).
    Il resto di Pp è costituito dall’”industria pesante”, l’attuale produzione di macchinari per la produzione, l’industria delle costruzioni per l’agricoltura, degli impianti per la produzione di energia, ecc.; possiamo indicare questa parte con Ph (industria pesante, “heavy”); quindi:
Pp = Pmr + Ph..... (58).
    La componente Pmr di Pp è concentrata soprattutto nel mondo coloniale (l’erroneamente chiamato “Terzo Mondo”) e la componente Ph soprattutto nei paesi imperialisti. Una semi-industrializzazione, come quella avvenuta in Brasile 78, ha relativamente soffocato il settore Ph dell’industria.
    Indichiamo l’industria “secondaria” con Ps. Parte di Ps (industria pesante e altre produzioni di mezzi di produzione in Ps) appartiene a Pp e un’altra parte di Ps (industria “leggera”, indicata con Pl), appartiene a Pc (produzione di beni di consumo):
Ps = Ph + Pl (industria pesante piu industria leggera)..... (59)
e:
Ph appartiene a Pp; Pl appartiene a Pc..... (60)
    L’industria primaria più l’industria secondaria e uguale a Pp + Pc:
Prmf + Ps = Pp + Pc..... (61).
    Ma mentre Pmr appartiene a Pp e Pf appartiene a Pc, Ps è costituito da una parte (Ph) che appartiene a Pp e da un’altra parte (Pl) in Pc, così che parti dell’industria primaria e secondaria appartengono sia a Pp che a Pc. In simboli diventa:
Pmr (parte di Pmrf) + Ph (parte di PS) = Pp..... (58)
e:
Pf (parte dell’industria primaria)
+ Pl (parte dell’industria secondaria) = Pc..... (62).
    Le (61), (58) e (62) mostrano come le categorie “primaria” e “secondaria” si sovrappongono alle categorie Pp e Pc e come i fattori che le costituiscono siano distribuiti fra Pp e Pc.
    Nel 1960, il 92% di Ps del mondo capitalistico (industria secondaria o manifattura) era negli USA, Europa Occ., Giappone ed Australia. Nel 1970 la distribuzione era la stessa 79. Solo l’8% dell’industria capitalistica è nelle regioni coloniali, che posseggono l’80% della popolazione del mondo capitalistico. Non c’è stata relativamente nessuna industrializzazione dei paesi “sottosviluppati” 80. Essi sono rimasti “sottosviluppati” dall’imperialismo. Quindi, Ps negli stati imperialisti è circa 10 volte Ps per le colonie.
    Per gli stati imperialisti stessi Ps, nel 1970 (Bollettino Mensile 4kX, Maggio 1970) era il 95% (manifattura più produzione di elettricità e gas) e Pm era solo il 5% della “produzione industriale”. Per quanto riguarda la produzione totale, Ps era circa l’85% e Pmrf circa il 15% nei paesi imperialisti. Per i paesi coloniali la produzione era quasi l’inverso; circa il 10% per Ps (includendo la piccola industria) e il 90% per l’industria mineraria e l’agricoltura. Poiché Pf (produzione di sussistenze) è sia relativamente che assolutamente minore nelle colonie che negli stati imperialistici e (secondo la FAO) sta costantemente declinando, Pc, uguale a Pf + Pl, è quasi interamente (90%) nei paesi imperialisti.
    La quasi totalità di Ph (industria pesante, facente parte di Ps e Pp) è nei paesi imperialisti. Nel 1969 il 70% delle industrie estrattive era negli stati imperialisti, ma la partecipazione delle “colonie” a Pmr è rapidamente cresciuta.
    Si può vedere l’importanza delle semi-colonie in Pmr e quindi nel settore Pp dai seguenti dati sul ruolo di questi paesi nella produzione delle principali materie prime utilizzate sia in Pp (industria pesante, ad esempio) sia in Pc (industria leggera, ad esempio) nei paesi imperialsitici 81:


Materie prime
Quantità prodotta
dalle semi-colonie
(% del totale del
mondo capitalistico)
Quantità consumata
dalle semi-colonie
(% del consumo del
mondo capitalistico)
Riso
Caffè
Cacao
Arachidi
Noce di cocco
Pesce
Cotone
Caucciù
Olio


Ferro

Bauxite
Stagno
Rame
Manganese
Cromo
Antimonio
Diamanti
Fosfati
Isotopi atomici
86%
100%
91%
100%
90%
100%
52%
70%
100%
66%


40% (in aumento in India, Brasile, Liberia)
70%
95%
55%
90%
95%
90%
100%
40%
90%
Eccettuati Riso e Pesce, il 10% circa delle materie prime viene consumato; il 90% esportato.



45% (65% esportato)
10% (90% esportato)
10% (80% esportato; solo il 25% è raffinato localmente; di questo il 65% è esportato)
6,5% (della produzione di acciaio)
6% (90% esportato)
11% (90% esportato)
Trascurabile
Trascurabile
Trascurabile
Trascurabile
Trascurabile
Trascurabile
Trascurabile


   La colossale dipendenza degli stati imperialisti dalle colonie a riguardo delle materie prime emerge lampante da queste cifre.
   La dipendenza (ad esempio nel caso degli USA) è qualitativamente più significativa di quanto già non sia l’enorme significato82.
   Se il Ps dei paesi imperialisti stabilisce il loro pressoché totale dominio di Pc, il settore Pmr dell’Africa, del Medio Oriente, dell’America Latina, dell’Asia, stabilisce la preponderanza di queste aree coloniali nel settore Pp. Questo rapporto Ps/Pmr è ulteriormente chiarito dai dati sull’esportazione dell’ONU (1970):

Regioni
Pmrf (prodotti primari)
esportati
Ps (manifatture)
esportate
Regioni coloniali
Stati imperialisti
80%
20%
20%
80%

   Per le esportazioni cioè, il rapporto Ps/Pmrf è di 4 : 1 per gli stati imperialisti ed è esattamente l’opposto, 1 : 4, per gli stati coloniali.
   Il peso di Pf (distinto dalla produzione di materie prime agricole usate industrialmente; ad esempio cotone, yuta, caffè, tè, tabacco, sisal) non emerge nelle statistiche della FAO e nelle altre statistiche dell’ONU, perché quella che viene erroneamente chiamata “economia di sussistenza” non figura affatto in queste statistiche. In realtà questa “economia di sussistenza” da molto tempo ha ben pochi o nessun nesso con le economie tribali tradizionali e protofeudali 83. Essa fa ora semplicemente parte del sistema di bassi salari salvaguardato dall’imperialismo e dai suoi regimi “bianchi”, come pure da certi stati “indipendenti”, all’interno delle cosiddette “Riserve”, rette dalle “Autorità tribali” con l’una o con l’altra forma di Governo Indiretto. Ma questo non emerge dalle statistiche ufficiali che rivelano solo o principalmente l’economia monetaria. Ma una qualche idea sull’ammontare di Pf nei paesi imperialistici e nelle colonie può essere ottenuta dai seguenti dati 84:
   Per gli USA la popolazione agricola è il 5% del totale.
   Per l’Europa Occidentale la popolazione agricola è il 15% del totale.
   Per gli stati imperialisti la popolazione rurale è circa il 10% del totale.
   Per l’America Latina la popolazione rurale è il 50%; per l’Asia il 65%; per l’Africa il 75%; e per il “mondo coloniale” è il 66% (2/3) della popolazione totale di queste regioni.
   Il mondo coloniale, tuttavia, è meno adatto all’agricoltura delle aree imperialiste 85 e la produzione di sussistenze, già ristretta per “natura”, è ulteriormente limitata perché viene sostituita dai prodotti di esportazione imposti dall’imperialismo. La sostituzione “naturale” è mostrata dallo schema seguente 86:

Regioni
% di terra arabile
e coltivabile
terre a pascolo in %
USA
Europa
Asia
Medio Oriente
America Latina
Africa
19%
30%
25%
6%
6%
9%
28%
19%
10%
16%
24%
28%

   La produzione è relativamente bassa nelle regioni coloniali. La produzione legata all’allevamento è così bassa nelle “colonie”, in relazione ai paesi imperialistici, che esse contano solo il 22% della produzione mondiale di carne e il 21% della produzione mondiale di latte (con più di metà della popolazione mondiale) e buona parte di tali prodotti è esportata per essere consumata nei paesi capitalistici.
   Il rapporto Pf (coloniale)/Pf (imperialisti) è minore del saggio reciproco delle rispettive popolazioni (4/1). La monocultura dedita alla coltivazione di materie prime riduce ulteriormente Pf (coloniale) 87. Infine e soprattutto, Pf (coloniale) è reso minimo dai sovrapprofitti e quindi dai “sottosalari” che costituiscono il vero fondamento dell’economia dell’imperialismo. Il sistema del lavoro coloniale a buon mercato è mantenuto attraverso l’esercito, la polizia, l’apartheid, il monopartitismo, ecc., attraverso la dittatura operante nell’interesse dell’imperialismo, attraverso la dittatura diretta delle compagnie sui lavoratori, attraverso i sistemi delle Riserve e delle Recinzioni, con l’apartheid, con l’emigrazione, col reclutamento e il controllo del lavoro; e non innanzitutto attraverso la “disoccupazione di massa”, o “l’esercito di riserva dei disoccupati”, come gridano i liberal-socialisti europei col loro ordinato “economicismo” che costituisce, nelle circostanze appena menzionate, un’apologia per i monopoli statunitensi ed europei occidentali e delle altre agenzie imperialiste in Africa, in America Latina e in Asia 88.
   I lavoratori coloniali producono Pf sia per se stessi che per parte del consumo dei paesi imperialisti. Ma la partecipazione coloniale a Pf è bassa a causa del sistema coloniale di bassi salari, della sostituzione delle sussistenze con materie prime industriali, dello sbilancio agricolo dovuto alla monocultura, a causa dell’inedia industriale e la relativa “naturale” non convenienza all’agricoltura dei supposti continenti “agricoli” per vocazione, l’Asia, l’America Latina e l’Africa. Pf, in contraccambio, è solo una parte di Pc, da cui segue che Pc (coloniale) è una relativamente piccola parte di Pc dell’intero mondo capitalistico (una stima potrebbe indicarlo in circa 1/10 del Pc totale).
   L’organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economico (OCDE) ha pubblicato delle statistiche che indicano che il 75% del capitale imperialista privato nel Terzo mondo si dirige verso i settori del petrolio, minerario e agricolo e il 25% verso Ps (e le cosiddette “infrastrutture”). Questo capitale si è accresciuto in ragione di 3 milioni di dollari l’anno (con i reinvestimenti) e frutta otto milioni di dollari annui di profitti rimpatriati (oltre ai profitti reinvestiti). Gli “aiuti” pubblici (che costantemente rovinano l’Africa, l’America Latina e l’Asia) aggiungono altri 10 milioni di dollari agli investimenti imperialisti ogni anno, portando il totale a circa 15 milioni di dollari all’anno 89. Normalmente essi garantiscono il mantenersi di Pmrf; cioè della natura di industria primaria delle semicolonie. L’investimento totale in Pmrf è relativamente persino maggiore della distribuzione annuale, dati i vasti investimenti iniziali nell’attività mineraria alla fine del XIX secolo e nella prima metà del XX secolo, degli investimenti nel Canale e di altre spese di impianto iniziali che attualmente non richiedono massicci incrementi. Ma nuovi grandi investimenti avvengono ancora nei campi petroliferi della Nigeria e della Libia, in nuove miniere di ferro, nelle miniere di rame dello Zambia, nei giacimenti di materiali fissili (Congo, Sudafrica), ecc.
   Del 75% degli investimenti imperialisti nel settore Pmrf coloniale, circa il 66% va al solo Pmr (miniere e produzione di materie prime agricole); i 2/3 degli investimenti imperialisti si dirigono cioè verso Pmr che, a sua volta, fornisce le materie prime con cui il settore Pp fabbrica mezzi di produzione e con cui Pc produce beni di consumo (ferro, rame, per costruire generatori e macchinari in Pp; cotone per l’industria tessile in Pc). Pmr è quindi un’industria di alimentazione, da cui dipendono Pp e Pc per il loro capitale costante circolante.
   L’industria primaria coloniale è quindi primaria anche in questa specifica relazione, tramite il capitale costante circolante, con i principali settori della riproduzione, Pp e Pc. Per il sistema riproduttivo capitalistico, il “lavoro vivente” dei lavoratori coloniali supersfruttati garantisce il “lavoro morto” di gran parte del capitale costante circolante. Pmr fornisce materie prime e materie energetiche (petrolio, gas, isotopi atomici, ecc.) non solo per Pp e Pc, ma anche per gli elementi di Pp che alimentano Ph (industria pesante) e gli elementi di Pc che alimentano Pl (industria leggera), cioè anche per Ps (industria secondaria), dato che Ps = Pl + Ph. L’industria primaria coloniale è quindi alla base dell’industria secondaria, che costituisce l’80% della produzione “interna” dei paesi imperialisti. Dal punto di vista del capitale costante, le semicolonie svolgono nel capitalismo un ruolo basico, fondamentale.
   Questo ruolo essenziale fa parte della struttura piramidale generale e della dinamica del mondo capitalistico. Il nucleo delle “fondamenta” coloniali del mondo capitalistico è il “sistema” (nel senso dinamico) dei superprofitti. I superprofitti semi-coloniali e i “sottosalari” costituiscono i due poli dell’antitesi fra il capitale e il lavoro – possiamo chiamarlo il nucleo polarizzato – che si trovano al centro di gravità del sistema capitalistico mondiale. Gli stati imperialisti sono il vertice che si appoggia dinamicamente su questa base coloniale. Il modello “piramide” sembra riflettere meglio la realtà 90.
   La “divisione del lavoro” internazionale fra industria primaria e industria secondaria è opera del colonialismo e particolarmente della sua ultima fase, l’imperialismo. Questa divisione è artificiale e non scientifica, ma è una divisione “borghese-liberale”, dal punto di vista della riproduzione aggregata. Infatti la produzione primaria fa parte sia di Pp (Pmr) sia di Pc (Pf) e la produzione secondaria, Ps, fa anch’essa parte sia di Pp (Ph) sia di Pc (Pl). È una divisione destinata ad essere negata costruttivamente dal socialismo per la cui pianificazione è significativa non Pmrf e Ps e neppure l’equazione:
  
Pp = Pc = Pmrf + Ps (= Ph + Pl),
ma piuttosto:
Pp = Pmr + Ph e Pc = Pf + Pl

   La ricostruzione socialista della divisione internazionale del lavoro fatta dall’imperialismo è comunque inevitabilmente dipendente dalla dicotomia primario-secondario che è ad essa inerente a causa del capitalismo-imperialismo. Tale ricostruzione richiede una pianificazione per una “società di transizione” che, nella natura della storia passata e presente, non può essere fatta nazionalmente o regionalmente, ma deve essere ridefinita nella situazione reale globle. Una ipotetica Europa socialista ad esempio, si troverà in difficoltà nei confronti dei una divisione del lavoro mondiale fra industria primaria e secondaria. Il socialismo al vertice della piramide mondiale non può basarsi sulla vecchia base coloniale della piramide; almeno se vuole restare socialista.
   Questo è l’esempio più rilevante delle relazioni di equivalenza fra problema e realtà. La realtà di oggi crea i problemi di domani; ed i problemi di oggi creano la realtà di domani; la realtà è problema e il problema è realtà. In “economia” come nelle scienza e nella vita intera, ogni “cosa” (cioè tutto ciò che si muove) è la sua stessa storia. Senza una giusta tradizione di preparazione nel pensiero, nella lotta e nell’esperienza, il socialismo “non sarà se stesso non sarà cioè l’antitesi storica e il negatore del capitalismo, ma “qualcosa d’altro”. A proposito della divisione del lavoro internazionale Pmrf/Ps, è già chiaro dai lavori “neo-marxisti” sulla transizione che la loro “Europa socialista”, in particolare, differirà dal MEC soprattutto per il nome, l’inno nazionale e la bandiera, nei confronti dei quasi due miliardi di abitanti dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia non socialista.
    Il problema di Pp e Pc in relazione a Pmrf e Ps è comunque tale che, derivato dal capitalismo-imperialismo, si confronterà col socialismo stesso. Ed è esso stesso una parte del più vasto confronto fra passato e futuro.


76  Ciò conferma pienamente le tesi di L. Trotsky nella Rivoluzione permanente, preparata in prima stesura alla vigilia della Rivoluzione Russa del 1905 durante la quale egli venne eletto leader del primo Soviet della storia. Alla fine degli anni Venti il lavoro venne esteso e ripubblicato. Secondo Joffe, leader e diplomatico bolscevico, che si suicidò quando Stalin rifiutò il suo aiuto di medico, Lenin, intimo collaboratore di Trotsky, ne accettava pienamente la teoria della rivoluzione permanente che, in effetti, riunì i due uomini dopo le tesi dell’Aprile 1917 di Lenin. Queste tesi erano una precisa enunciazione politica del concetto generale della Rivoluzione permanente, quello di “uscire dall’arretratezza”.
77   E. Mandel, op cit, si distacca da Lenin non solo a proposito del problema dell’industrializzazione delle colonie, ma anche sul problema fondamentale dell’esportazione di capitale. Nel suo libro sul MEC, egli respinge le tesi del Trattato a proposito dell’esportazione di capitale. Nel Trattato sottolineava le esportazioni postbelliche di capitali verso le colonie; nel libro sul MEC cambia il proprio punto di vista, accentuando l’esportazione di capitali fra paesi imperialisti e dice chiaramente che l’esportazione di capitali nelle zone coloniali ha perso d’importanza (confrontare il capitolo 13 del Trattato con le pp. 19 e seguenti del libro Il MEC e la concorrenza americana). Ma nel 1960-64, mentre scriveva il Trattato, Mandel stava già mutando la sua precedente impostazione filoleninista, perché accettava già, nel suo lavoro, la prospettiva liberale della industrializzazione delle ex-colonie “indipendenti”. Non solo Lenin, ma anche i fatti reali sono contro tale prospettiva. È oggettivamente, quella di Mandel, una apologia del MEC.
78  T. Dos Santos, La Nuova dipendenza, Jaca Book, Milano 1971, parte I, capitolo III e parte II, capitolo I. Questo lavoro di Dos Santos tratta ampiamente del Brasile senza fare nessun significativo riferimento e senza analizzare i due più importanti problemi sociali del Brasile, problemi fra loro collegati, vale a dire quello delle decine di milioni di “negri” e “indiani” e della discriminazione bianca contro di loro, discriminazione che di fatto esiste;  “negri” e “indiani”, che formano la base più oppressa dell’economia, sono principalmente manovali agricoli privi di terra propria.
79  U.S. Almanac, 1960, p. 496 e anni seguenti, fino al 1970. Statistical Abstract of the U. S., 1060 e anni seguenti.
80  E. Mandel, Trattato, op cit, vol. II, p. 145, dice tuttavia che l’imperialismo ha industrializzato in modo crescente le ex-colonie. E in Trattato, vol. 1, p. 536, scrive che le caratteristiche più importanti del capitalismo mondiale furono: “ciclo 1937-1948: industrializzazione dei paesi sottosviluppati (cioè anche prima dell’indipendenza)... ciclo 1948-1953: l’industrializzazione dei paesi sottosviluppati”.
   Sull’inedia industriale degli stati africani, causata dall’imperialismo, vedi H. Jaffe, Dal colonialismo diretto al colonialismo indiretto: il Kenia, Jaca Book, Milano 1968; e dello stesso autore, presso la stessa editrice: Uganda: la perdita e la riconquista della perla del Nilo Bianco, 1969; La rivoluzione contro il razzismo: il Sudafrica, 1969; Razzismo e capitalismo in Rhodesia, 1970; Tribalismo e colonialismo: la Nigeria, 1969; Dal colonialismo al socialismo africano, la Tanzania, 1971; Il colonialismo oggi: economia e ideologia, 1971; vedi anche: P. Jalee, Il terzo mondo in cifre, Jaca Book, Milano 1971; S. Amin, L’accumulazione... (cit) e gli articoli di Baran e Sweezy in Monthly Review, sulla dipendenza dell’imperalismo USA dall’industria primaria semicoloniale.
81  Statistiche annuali dell’ONU. L’ultima colonna mostra quanto poco i produttori consumino industrialmente i loro stessi prodotti primari. La colonna finale è una chiara misura dell’inedia industriale e del fatto che, sotto l’imperialismo, sia questa inedia la caratteristica, e non l’industrializzazione. La situazione postbellica è relativamente cambiata, ma solo in peggio. Mandel e altri ammettono il “divario crescente”, ma non ammettono il fatto imperialista che è causa del divario, come è causa della caratteristica divisione industria primaria-industria secondaria fra nazioni sfruttratrici e nazioni sfruttate (le nazioni che “opprimono” e le nazioni “oppresse” di Lenin).
82  Ad esempio, J. S. C. Satterthwaite, Sottosegretario di Stato per gli affari africani degli USA, dice: “Le materie prime che l’Africa fornisce agli Stati Uniti hanno, per la nostra economia, un valore non misurabile in dollari” (Cape Times, Cape Town, 19 gennaio 1959).
   Cfr. E. Mandel, op cit, dove l’autore sottolinea il declino del commercio del “Terzo Mondo” (cfr. la sua opera sul MEC). Questo commercio è pari al 20% del commercio del mondo capitalistico a prezzi descrescenti per le materie prime e a prezzi crescenti per i manufatti. Inoltre la percentuale esportata dalle colonie verso i paesi imperialisti cresce dal 68% al 75% fra il 1950 e il 1970. La crescente dipendenza dell’imperialismo dalla produzione primaria coloniale fa parte della reale spiegazione dei miracoli economici postbellici “tedesco”, “italiano”, “giapponese”, che Mandel, Bettelheim e altri ascrivono all’”americanizzazione”, all’automazione, ecc., oscurando così la spiegazione marxista-leninista: gli aumentati superprofitti coloniali e l’aumento delle materie importate, come risultato dell’inganno dell’”indipendenza” dopo la seconda guerra mondiale. Questa spiegazione è assente dai lavori dell’intera scuola “Euromarxista”, se così possiamo chiamarla (cfr. la scuola marxista “austriaca” criticata da Bucharin, Criticismo economico, Roma 1970).
83  H. Jaffe, Africa. Dal tribalismo al socialismo, Jaca Book, Milano 1970.
84  Food and Agricultural Organisation (FAO), 1970.
85  H. Jaffe, Il colonialismo oggi… (cit), il libro sulla Nigeria, ecc.; S. Amin, L’accumulazione... (cit) esprime lo stesso punto di vista particolarmente nei confronti dell’Africa, che egli dice più adatta all’”industria su larga scala” che all’agricoltura.
86  FAO, 1970.
87  FAO, 1970 e le statistiche sul commercio dell’ONU: ad esempio:

Paese
Materia prima
come %ale della esportazioni
Cambogia
Camerun
Ceylon
Colombia
Brasile
Birmania
Egitto
Ghana
Sudan
riso, caucciù
caffè
the
caffè
caffè
riso
cotone
cacao, caffè
cotone
75%
60%
60%
66%
47%
60%
46%
87%
60%

e la tabella potrebbe comprendere la quasi totalità delle semicolonie “indipendenti”, sia relativamente a prodotti agricoli che a materie prime industriali. L’altra faccia dell’inedia industriale è la monoproduzione, la monocultura.
88  La teoria dell’”esercito di riserva” è nondimeno sostenuta dai “neo-marxisti” europei, ad esempio da Mandel (un trotskista che non conserva nessuna somiglianza con gli insegnamenti di Trotsky), nel Trattato... (cit): “La causa economica fondamentale del basso livello dei salari coloniali – e quindi dei sovrapprofitti coloniali (altrove Mandel spiega i superprofitti per mezzo della differenza di “produttività”) – consiste nell’esistenza di un enorme esercito industriale di riserva nei paesi coloniali e semicoloniali” (vol. II, p. 110). Mandel, Bettelheim e altri economisti della “Scuola europea” sostituiscono spiegazioni “economiciste” (nel senso usato da Lenin nel Che fare? e in altri scritti di critica all’economicismo) alle spiegazioni storiche. Non c’è, ad esempio, una spiegazione “economica” dei bassi salari in Africa, Asia, America Latina. C’è un’unica, dialettica, globale, spiegazione: l’insieme dei metodi colonialisti, che non possono essere “spezzati” in cause “economiche”, “sociali” e “politiche”. Il colonialismo è un sistema unitario di super-oppressione e super-sfruttamento, e proporre solo spiegazioni “economiche” (che in ogni caso sarebbero errate per il problema dei bassi salari) significa trascurare la natura superoppressiva del colonialismo (esempi: l’apartheid, il governo indiretto, i Bantustans, gli abusi del tradizionalismo tribale, il divide et impera, il “socialismo africano” e altri espedienti dell’imperialismo che questo ha conficcato nel sistema “economico”).
89  OCDE, 1970; F.M.I., Annuario delle Bilance dei pagamenti, 1970 e 1971.
90  La relazione colonie-imperialismo è fra “base” e “veritce” piuttosto che fra “centro” e “periferia” (che inverte il rapporto reale, nel quale le colonie sono economicamente “centrali”), nonostante l’utilità del modello centro-periferia usato da S. Amin, T. Dos Santos, G. Frank, A. Emmanuel, P. Jalée, Baran, Sweezy e altri.


Hosea Jaffe – “Processo capitalista e teoria dell'accumulazione” (Jaca Book, 1973)



Niciun comentariu:

Trimiteți un comentariu