duminică, 23 septembrie 2012

La liberazione permanente e la guerra dei mondi (Hosea Jaffe)



Jaca Book, Milano 2000.
(Saggi sul capitalismo 2).

Titolo originale: "Dialectics of Liberation. The War of the Worlds".
Traduzione di Federica Censolo.
Prima edizione italiana settembre 2000.
***
Associazione carcere e territorio il Bivacco, Melegnano (MI) 2001. Su autorizzazione di Jaca Book.



SAGGI SUL CAPITALISMO.

Alla domanda «Che cos'è il capitalismo?» le risposte si differenziano a seconda che si consideri l'evento del capitalismo un fenomeno pertinente alla macroeconomia piuttosto che alla sociologia politica, alla storia o ad altra disciplina.
Si dirà che la differenza fondamentale sta nella separazione tra difensori e oppositori del capitalismo. Ma questa seconda differenza, o se vogliamo primaria dialettica, oggi si sta sempre più sfumando nei Paesi che si autodefiniscono sviluppati. Si tratta di una progressiva accettazione del capitalismo anche da parte di molti tradizionali critici, come ci si trovasse di fronte a uno stato di fatto, carico di storia e di prospettive, che va corretto nei suoi eccessi, ma conservato nel suo essere inevitabile strada di sviluppo.
«Correzioni», «sviluppo», «globalizzazione» sono termini che ci ripropongono la problematica iniziale. Di che cosa stiamo parlando? O, meglio, in quale ambito stiamo parlando? Siamo in economia, in storia economica, in dottrina politica? Forse l'unico ambito che attualmente viene poco interpellato è l'antropologia. Il capitalismo viene affrontato a pezzi, relegato a questo o a quell'ambito disciplinare. E' così che questo grande dato di fatto del nostro tempo ci sfugge. E quanto più la sua inevitabilità e necessità sono affermate, tanto più si vela la sua realtà.
Con questa serie di pubblicazioni intendiamo non legarci ad un singolo campo di ricerca, ma usufruire di apporti diversi. Si potrà così andare dal confronto tra dottrine economiche a dei percorsi storici, confidando di non perdere l'interrogativo antropologico che alcune voci, tra le più esposte delle culture religiose, attualmente stanno ponendo sul capitalismo.
Se siano l'usura o le crociate l'inizio del capitalismo fa parte, ad esempio, di una discussione che privilegia da un lato una scelta culturale sul riprodurre il denaro con qualsiasi mezzo e dall'altro il drenare territori e le loro risorse con la spada in mano. E' certo, però, che la successiva tratta atlantica, che ha riempito le Americhe di forza lavoro a bassissimo costo, ha consentito all'Europa di usufruire di beni a condizioni tali da permettere di investire il maltolto nel più grande sviluppo industriale della storia dell'umanità.
E' più facile vedere i danni nel passato e considerare il presente munito di nuovi dispositivi per il successo e la correzione di errori. Eppure il giudizio sul passato resta di epocale utilità, sia esso operato da storici o da un papa o da eredi di culture diverse. Se ad esempio si scoprisse che la globalizzazione, al di là dei trasferimenti finanziari «in tempo reale» - come si usa dire oggi, dimenticandosi di secoli di sapere sul nesso tempo-realtà -, non fosse un fattore poi così nuovo sul piano del sistema economico e dello svuotamento antropologico? Allora il nuovo che salva potrebbe apparirci come il vecchio che non ha salvato. Ma come sempre, in editoria la parola è ai libri.


NOTA SULL'AUTORE.

Hosea Jaffe (Cape Town 1921) è autore di numerose opere sulla storia africana e sul sistema economico mondiale. Ha insegnato in Sudafrica, in Kenya, ad Addis Abeba, a Londra e in Lussemburgo; è stato "visiting professor" in università africane, indiane ed europee. Nel 1943 è stato cofondatore del Non European Unity Movement of South Africa, alle cui attività ha partecipato fino al 1960; nel 1989-90 ha tenuto un discorso alla conferenza di Cape Town del New Unity Movement. Ha tenuto in seguito numerose conversazioni e lezioni in meeting e università sudafricane.

Dello stesso Autore presso la Jaca Book:

"Dal colonialismo diretto al colonialismo indiretto: il Kenia", 1968.
"La rivoluzione contro il razzismo: il Sudafrica", 1969.
"Tribalismo e colonialismo: la Nigeria", 1969.
"Uganda: la perdita e la riconquista della perla del Nilo Bianco", 1969.
"Il colonialismo oggi: economia e ideologia", 1970.
"La fine della leggenda. l'Etiopia", 1970.
"Razzismo e capitalismo in Rhodesia, Zambia e Malawi", 1971.
"Progresso capitalista e teoria dell'accumulazione", 1973.
"Quale 1984. Relazioni e discussioni al convegno di studi Istra sulla crisi attuale del capitalismo", 1975 (insieme a S. Amin e a A. Gunder Frank).
"Il colonialismo democratico del Portogallo", in W. G. Burchett, "Una democrazia confezionata? Il caso del Portogallo", 1975.
"Marx e il colonialismo", 1977.
"La disoccupazione su scala mondiale", 1985 (a cura di).
"Rapporti economici Europa-mondo nel secondo dopoguerra", in "L'Europa nell'orizzonte del mondo. Il secondo dopoguerra e le trasformazioni della vita sociale", vol. VIII/2 della "Storia d'Italia e d'Europa", diretta da M. Guidetti, 1985.
"Stagnazione e sviluppo economico", 1986.
"Progresso e nazione. Economia ed ecologia", 1990.
"Economia dell'economista", 1994.
"La Germania. Verso il nuovo disordine mondiale?", 1994.
"Via dall'azienda mondo. Dove destra e sinistra stanno dalla stessa parte", 1995.
"La liberazione permanente e la guerra dei mondi", 2000.


LA LIBERAZIONE PERMANENTE
E LA GUERRA DEI MONDI.


«Nel processo stesso di conquista, espropriazione e asservimento, coloro che vennero conquistati si trasformarono in potenziali liberatori ... Conoscere il passato è di per sé un passo sulla strada della liberazione».
(da "300 Years. A history of South Africa", Cape Town 1952).

«Un popolo non può liberarsi fino a che non comprende come è stato reso schiavo».
(da un discorso nella Drill Hall, Cape Town, luglio 1956).

«La rivoluzione permanente si riferisce alle lotte di classe all'interno di un paese. La liberazione permanente si riferisce alle lotte tra diversi paesi, in particolare alle lotte di nazioni e popoli coloniali e semicoloniali contro le nazione imperialistiche».
(da "Think, a Review of International Struggles", Cape Town, dicembre 1998).


INDICE.


Capitolo primo.
Il colonialismo precolombiano come genesi del capitalismo.

Capitolo secondo.
La lotta tra modi di produzione da Cristoforo Colombo al diciannovesimo secolo.

Capitolo terzo.
La lotta tra modi di produzione in Asia e America.

Capitolo quarto.
Classi e paesi sviluppati e sottosviluppati.

Capitolo quinto.
Dalla rivoluzione permanente alla liberazione permanente.

Capitolo sesto.
La guerra dei mondi.

Appendice.
I due proletariati.
[Nota dei curatori: Questa ultima parte dell'edizione originale viene qui omessa perché composta soprattutto di grafici e tabelle].

Note.


Capitolo primo.
IL COLONIALISMO PRECOLOMBIANO COME GENESI DEL CAPITALISMO.


Liberazione, nella sua accezione moderna, significa libertà politica ed emancipazione economica dal colonialismo capitalista. Ogni analisi corretta del concetto di liberazione presuppone un'analisi della sua antitesi: il colonialismo capitalista. Il capitalismo è un sistema internazionale di produzione e distribuzione delle merci, in cui lo sfruttamento della forza lavoro, che ne costituisce la merce principale, mira alla massimizzazione del plusvalore. In questo sistema la forza lavoro più sfruttata è quella delle colonie (che sono proprietà politica di nazioni capitaliste ricche i cui governi ed aziende ne sfruttano la forza lavoro) e delle semicolonie (che sono politicamente indipendenti ma appartengono o sono controllate economicamente da una o più potenze ricche o compagnie monopolistiche). La forza lavoro nelle nazioni ricche produce la maggior parte del valore di scambio, espresso nel prezzo globale delle merci; tuttavia nelle colonie e nelle semicolonie la forza lavoro continua, oggi come in passato, a produrre gran parte del plusvalore mondiale. In genere i profitti delle aziende e degli stati capitalisti rappresentano, oggi come in passato, superprofitti derivanti dal "super"sfruttamento della forza lavoro nelle colonie e semicolonie.
Sin dalle sue lontane origini, che risalgono alle Crociate contro gli arabi mille anni fa, il capitalismo ha diviso le nazioni in "classi" ricche e povere e il mondo in "nazioni" ricche e povere. Il capitalismo non è solo un sistema di classi e sfruttamento di classi ma anche un sistema di nazioni e di oppressione di nazioni. Questo concetto rappresenta la giustificazione storica della teoria della liberazione nazionale.
Il capitalismo, ovviamente, non fu il primo modo di produzione né la prima formazione sociale colonialista. Anche il colonialismo precapitalista (ad esempio quello dei greci e dei romani) ricavava il super-plusvalore dalle colonie ma lo utilizzava per i propri lussi personali o per quelli dello stato. Il colonialismo capitalista faceva dei profitti lo stesso impiego ma reinvestiva gran parte del plusvalore derivante dalle colonie. In questo modo non può far altro che espandersi o estinguersi. Il suo colonialismo è sia genetico - dimostreremo che il capitalismo è nato nella culla coloniale - sia caratteristica essenziale. In altre parole, il capitalismo è costituzionalmente internazionale e autoglobalizzante.
A causa di questa natura autototalizzante, solo una metodologia olistica è in grado di comprendere il funzionamento del capitalismo. Il principio filosofico che sta alla base di questo studio è la predominanza e il determinismo del tutto sulle sue parti. In primo luogo, il mondo capitalista è più grande della somma delle sue parti perché, se fosse altrimenti, cosa potrebbe tenerlo unito ad esse in un tutto? In secondo luogo, la legge capitalista del valore delle merci, compreso il valore della sua merce più preziosa ovvero la forza lavoro, permea e controlla tutte le sue parti. Queste sono formate dalle nazioni imperialiste del Primo mondo, che comprendono circa un miliardo di persone, dal Terzo mondo, con circa tre miliardi di persone, e da ciò che resta del «mondo» socialista, con circa un miliardo e mezzo di persone. Il colonialismo e il processo di liberazione formano un binomio tesi-antitesi in tutte e tre le parti del mondo dominato dal capitalismo.
La natura olistica e globale del capitalismo, ovvero la subordinazione delle sue parti alla sua principale ragion d'essere - superprofitti derivati da supersfruttamento - getta le basi oggettive dell'internazionalismo moderno. Sebbene i movimenti di liberazione coloniale siano comunemente definiti «nazionalistici», in quanto rivendicano la libertà nazionale dall'oppressore straniero, tuttavia la lotta anticoloniale è per sua natura rivolta contro un sistema globale e quindi internazionalista. Ogni lotta anticoloniale di liberazione contro una data potenza rappresenta una sfida a una parte di un sistema globale. Come un animale che abbia ricevuto una ferita in una parte del suo corpo reagisce a questa ferita con tutto il suo organismo, analogamente ogni sfida induce una reazione non solo all'interno di quella particolare nazione contro cui la sfida è rivolta, ma nell'intero corpo coloniale.
In questa maniera la natura globale del capitalismo trasforma il nazionalismo anticoloniale in una qualche forma di internazionalismo. Per fare un esempio recente, basti ricordare ciò che accadde negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta quando gli Stati Uniti invasero il Vietnam. La guerra contro una nazione fece sì che si schierassero a favore di quella nazione non solo l'Unione Sovietica e la Cina, ma anche lavoratori e studenti nel paese aggressore stesso, seguiti da quelli di molti altri paesi. La ragione oggettiva che si cela dietro a questo fenomeno è la globalità del capitalismo.
Questo olismo sistemico del capitalismo non è affatto moderno, poiché ebbe inizio con la lunga agonia della nascita del capitalismo stesso, un'agonia che coincide con le Crociate, iniziate mille anni fa, per continuare con le «scoperte» e le conquiste da parte di Enrico il Navigatore e Cristoforo Colombo nel quindicesimo secolo.
Il «marxismo» eurocentrico sostiene, peraltro erroneamente, che Marx considerasse la nascita del capitalismo come un prodotto delle lotte di classe all'interno di diversi paesi dell'Europa occidentale. Marx non ha mai detto questo. Nel suo famoso capitolo del primo volume del "Capitale", così come in "Per la critica dell'economia politica" e nei "Lineamenti", Marx riconduce la nascita del capitalismo al fenomeno di «accumulazione originaria» non solo all'interno dell'Europa ma su scala mondiale. In questa nostra epoca così stantia, ciò che Marx scrisse più di un secolo e mezzo fa nel "Manifesto del Partito Comunista" ci appare come una ventata di aria fresca:

«La scoperta dell'America, la circumnavigazione dell'Africa crearono alla sorgente borghesia un nuovo terreno»

e

«La scoperta dell'oro e dell'argento in America, la schiavitù e la sepoltura nelle miniere della popolazione aborigena, le conquiste e i saccheggi nelle Indie orientali, la trasformazione dell'Africa in un fitto terreno di caccia per il commercio dei negri, segnarono il roseo inizio dell'era della produzione capitalista» ("Il Capitale", 1, cap. 31)

e ancora

«L'improvvisa espansione del mercato mondiale, l'intensificarsi della circolazione delle merci, lo zelo competitivo che animava le nazioni europee ad entrare in possesso dei prodotti dell'Asia e dei tesori dell'America, il sistema coloniale, tutto ciò contribuì materialmente alla distruzione delle pastoie feudali sulla produzione» ("Il Capitale", 3, cap. 20).

Appare chiaro che Marx elaborò l'immagine di un vettore socioeconomico che va dal colonialismo ai «centri» capitalisti, una sorta di forza centripeta così potente e complessa da influire, dal suo punto di vista, sulla struttura della borghesia e delle classi feudali. La storia della forza coloniale esercitata sulle strutture di classe, e quindi sulle lotte di classe, all'interno delle potenze coloniali stesse e del riflusso sulla matrice coloniale stessa è un elemento essenziale per elaborare una teoria marxista della liberazione.
Il colonialismo è il termine generale di cui l'«accumulazione originaria», in quanto genesi del capitalismo, costituiva un elemento. Sebbene Marx collochi la nascita del capitalismo vero e proprio intorno al 1500, ovvero all'epoca delle prime scoperte, tuttavia il processo di accumulazione originaria capitalista su vasta scala ebbe inizio a partire dalle Crociate, cioè poco dopo l'anno Mille. A conti fatti il capitalismo ha praticamente mille anni.
La storia del colonialismo capitalista precolombiano, dalle Crociate all'epoca delle scoperte, mostra che sin dallo stato embrionale il capitalismo possedeva connotati colonialisti. Una componente innata del colonialismo era il concetto e la pratica della «razza». La natura intrinsecamente colonialista e razzista del capitalismo ha continuato a caratterizzare il periodo delle conquiste colombiane sino all'epoca moderna dello sfruttamento globalizzato. Questa è la ragione per cui la lotta antirazzista è una componente essenziale della politica della liberazione.


- Il Mediterraneo: fons e origo colonialista del capitalismo.

Il processo coloniale del capitalismo ebbe inizio nel Mediterraneo. La storia del Mediterraneo precolombiano rivela la natura essenzialmente colonialista del capitalismo, che non fu il risultato delle lotte di classe in Francia, nei Paesi Bassi, in Germania o in altri paesi dell'Europa centrale e settentrionale. All'epoca della grande «rivoluzione borghese» in Francia nel 1789, la borghesia francese aveva conquistato il potere economico già da lungo tempo, dapprima, su scala ridotta, trasformando i servi e i contadini nei villaggi e nelle città in lavoratori salariati e, su vasta scala e per un periodo protrattosi per oltre tre secoli, impadronendosi del potere economico dell'aristocrazia feudale tramite l'organizzazione di colossali spedizioni transoceaniche in America, Africa e Asia. Questa fu la vera "lotta di classe", portata avanti su grande scala, tra l'emergente borghesia e il feudalesimo francese in declino: si trattava di una lotta di classe basata sul "colonialismo".
Come cercheremo di dimostrare, l'epicentro di questa come di altre lotte di classe che videro opporsi borghesia e feudalesimo, fu il Mediterraneo. Dopo la sua chiusura, a seguito della conquista di Bisanzio/Istanbul da parte degli Ottomani, questo epicentro si spostò per collocarsi in tre luoghi distinti: in Africa, in Asia e quindi in America. Questi epicentri, pur essendo molto lontani dall'Europa, ebbero tuttavia degli effetti all'interno di essa, modificando la struttura di classe di nazioni preminenti come la Francia, l'Olanda, il Portogallo, la Spagna e, soprattutto, la Germania. Ciò che ci preme sottolineare è in sostanza questo: i rapporti tra queste nazioni e i cambiamenti a livello di potere delle classi all'interno di esse erano prodotti a «distanza» delle conquiste coloniali da parte degli stati e delle compagnie monopolistiche (le prime imprese «transnazionali») appartenenti ai paesi interessati, ad esempio l'olandese Compagnia delle Indie Orientali - che governava Giava e il Sudafrica e conduceva un colossale traffico di schiavi -, la Slaving English Royal Africa Company.
A partire dalle Crociate e fino all'epoca delle «scoperte» le classi e le lotte di classe a nord del Mediterraneo furono in gran parte prodotti dall'espansione delle economie colonialiste di città mediterranee come Genova e Venezia, dei loro conflitti e della loro riproduzione ad Anversa, Amsterdam e lungo il Reno. Il modo di produzione del capitalismo fu poi pienamente messo in moto dal nuovo sviluppo dato da Colombo al processo coloniale che rese fruttiferi i processi precolombiani in città capitaliste come Venezia, Pisa e Genova e i rapporti che queste ebbero con altre città e stati che praticavano ciò che Marx chiamava il «dispotismo orientale».
I capitalisti e i lavoratori salariati esistevano anche nel «comunismo primitivo», il cosiddetto «tribalismo», e in società dispotiche come quelle dell'antico Egitto pretolemaico, in Babilonia, India, Cina e persino nelle civiltà azteca e inca, per non parlare del Mediterraneo arabo dall'ottavo al sedicesimo secolo e dell'impero turco.
Singoli capitalisti ma anche e addirittura città capitaliste esistevano ancor prima che il capitalismo raggiungesse la sua piena maturità. Benché Marx faccia coincidere la nascita del capitalismo con le spedizioni di Colombo, occorre notare che quando Colombo salpò Siviglia possedeva già una laboriosa classe di capitalisti e lavoratori salariati. Tuttavia, i capitalisti e i lavoratori salariati diventano una componente fondamentale del capitalismo solo quando esiste un processo chimico in grado di classificare i capitalisti individuali e i lavoratori e di amalgamare queste classi in un sistema. Questo sistema è ciò che Adam Smith, Ricardo, Marx e altri hanno definito capitalismo.
Il processo chimico che ha combinato questi elementi in un sistema non fu semplicemente il colonialismo, bensì un tipo di colonialismo intrinsecamente legato alla produzione di merci con l'unico scopo di creare plusvalore dallo sfruttamento di forza lavoro a basso costo. In Europa questa forza lavoro era rappresentata da ex contadini e da ex artigiani delle corporazioni divenuti lavoratori salariati.
In Africa, nelle Americhe e in Asia la principale fonte di forza lavoro e plusvalore era costituita dagli schiavi e dai contadini espropriati della terra. Il processo di espropriazione a seguito delle conquiste e di supersfruttamento, oppressione e assoluta povertà culturale esercitati da parte di coloni e compagnie capitalisti è ciò che noi chiamiamo capitalismo.
Secoli prima di Cristoforo Colombo la prima grande guerra coloniale è rappresentata dalle Crociate, di cui la "reconquista" in Spagna e Portogallo fu uno degli aspetti più importanti. Il capitalismo legato alle Crociate fu in sostanza una guerra colonialista contro gli Arabi nel Mediterraneo. Essa ebbe inizio con la crociata dell'undicesimo secolo e si concluse con la sconfitta del regno di Granada nel 1492. La seconda lunga guerra del capitalismo emergente, parallela alle numerose guerre condotte in suo nome contro le società indigene in America, Africa e Asia, fu quella contro l'impero ottomano, iniziata con l'inaspettata sconfitta dei mercanti occidentali a Costantinopoli nel 1453, continuata oltre la vittoria sull'impero ottomano a Lepanto nel 1571.
Queste guerre coloniali rivoluzionarono le tecnologie, la composizione e la cultura vera e propria dei capitalisti e dei loro rivali feudali, che spesso finirono col diventare loro alleati nelle spedizioni e guerre coloniali. Senza queste due vittorie il sistema capitalista probabilmente non sarebbe mai nato o non avrebbe acquistato la forza necessaria per poter sopravvivere oltre la fanciullezza. Le guerre epocali delle Crociate e della "reconquista" in Portogallo e in Spagna si conclusero definitivamente a Granada alla vigilia della prima spedizione di Cristoforo Colombo. La guerra contro i turchi si protrasse anch'essa per lunghissimi anni (quattro secoli), dopo che il 1453 vide la chiusura della porta orientale sul Mediterraneo. Essa non si concluse affatto con Lepanto, dato che gli austriaci e i russi dovettero combattere molte battaglie per cacciare i turchi dai Balcani dopo la guerra di Crimea verso la metà del diciannovesimo secolo.
Queste guerre modificarono non solo i rapporti di classe in Europa ma anche le relazioni tra il nord del Mediterraneo e il Nordafrica e l'Asia occidentale. Questi cambiamenti rappresentano solo due delle molteplici conseguenze prodotte dalla divisione colonialista del Mediterraneo in ciò che viene comunemente detto il «Nord» e il «Sud». Questa divisione ebbe inizio in Spagna e Portogallo con la "reconquista" e la cacciata degli arabi e contemporaneamente, con connotati del tutto simili, nel Mediterraneo orientale dove, quarant'anni prima della spedizione di Colombo, gli ottomani cacciarono i bizantini da Costantinopoli chiudendo così la porta orientale del Mediterraneo. I turchi continuarono ad occupare i Balcani per altri quattro secoli, ma la chiusura del Mediterraneo dopo Lepanto ne impedì l'espansione verso occidente e fece sì che si arrestassero in quella che più tardi sarebbe divenuta la Jugoslavia.
Questa chiusura modificò le strutture e i rapporti di classe a Siviglia, Genova e Pisa e, soprattutto, trasformò il commercio coloniale e le città d'arte di Firenze e Venezia. La conquista di Costantinopoli nel 1453 costrinse le città del Mediterraneo a guardare al mondo attraverso lo stretto di Gibilterra piuttosto che attraverso il Bosforo e Alessandria.
Le città del Mediterraneo cercarono allora di raggiungere l'India doppiando l'Africa e trovando così la via per l'America. La polarizzazione del Mediterraneo aprì la porta attraverso la quale avvenne la polarizzazione del mondo.
Oggi il Mediterraneo, da Gibilterra al Bosforo, è circondato da società ed economie privatizzate derivate dalle conquiste condotte in nome dello schiavismo dalla Grecia di Alessandro Magno e dei Tolomei e dalla Roma di Scipione, Cesare, Antonio e Augusto. La politica schiavista esercitata dai greci e dai romani era direttamente collegata alle loro prodezze coloniali precapitaliste, che finirono col portare a Roma una quantità tale di ricchezze e fastidi da provocare una implosione del sistema della schiavitù. Questa sistematica privatizzazione schiavista della terra e del lavoro assunse connotati feudali dopo che «barbari» provenienti dal Nord e dall'Est dell'Europa diedero il colpo di grazia a una Roma che stava crollando sotto il peso del proprio colonialismo.
Le Crociate, che rappresentarono «il primo colossale saccheggio del capitalismo» (1), finirono col mandare in rovina i signori feudali che le avevano condotte e arricchirono la nascente borghesia, che approvvigionava e riforniva gli eserciti sia dei Crociati che dei Saraceni. Il colonialismo, in questo caso feudale e allo stesso tempo protocapitalista, modificò ancora una volta i rapporti di proprietà all'interno di quei paesi che sarebbero poi divenuti l'Europa. Infine, il colonialismo colombiano avviò il modo di produzione capitalistico che in sostanza riaffermava il principio fondamentale dello schiavismo, proprio sia dei capitalisti che dei signori feudali, ovvero la privatizzazione della terra e delle persone.
La prima potenza coloniale affermatasi nell'epoca successiva alle Crociate, fu il Portogallo. A Sagres, nell'Algarve, Enrico il Navigatore (1394-1460) progettò le prime «scoperte» moderne. A Portomao, città dell'Algarve, si trova un monumento che ricorda l'invasione di Ceuta, in Marocco, guidata da Enrico il Navigatore all'inizio del quindicesimo secolo. Da Ceuta e da Arguin, conquistata nel 1441, proveniva l'oro. Oggi Ceuta, che gli Spagnoli hanno sottratto ai Portoghesi, è il confine più meridionale della multinazionale colonialista che va sotto il nome di Unione Europea. Il "Tableau géographique de l'Ouest africain au Moyen Age" (Dakar, 1961) di R. Mauney, spiega che fino al 1600 furono portate via dalle coste del Sudan e della Nigeria più di 13500 tonnellate di oro, destinate ai porti europei. Questa era una ricchezza coloniale equivalente a tutto l'oro estratto dai giacimenti del Witwatersrand fino al 1950.
Nel 1441, dopo i «viaggi di esplorazione» nel Nordovest dell'Africa, guidate dal Principe Enrico, Gil Eannes e Goncalves (o de Silva), venne aperto a Lagos, nell'Algarve, il primo mercato adibito alla vendita di schiavi (oggi una galleria d'arte). Il Papa ricevette in dono degli schiavi e nell'Europa occidentale sorse una classe di capitalisti proprietari di schiavi. Il colonialismo stava modificando la struttura vera e propria dell'emergente borghesia, attorno alla quale si andava formando una catena di piccolo borghesi e proletari. Nonostante fosse ancora in una fase solo iniziale, l'importazione di prodotti dalle colonie modificò i rapporti tra città e campagne e, insieme ad essi, i rapporti feudali di proprietà e lavoro in Portogallo.
Nel Mare Adriatico, colonizzatori veneziani saccheggiarono la Turchia e l'Egitto durante e dopo le Crociate. Il trafugamento del corpo di san Marco da Alessandria d'Egitto a Venezia nel 829 da parte di Malmocco e Trocallo fu solo uno degli episodi di intrusione dell'emergente mercantilismo nell'area del Mediterraneo a spese delle economie dispotiche basate sul commercio a lunga distanza praticate per lungo tempo da arabi, turchi e persiani. Liberatasi dal giogo di Bisanzio nell'887, Venezia andava trasformandosi da villaggio circondato dal mare in «Repubblica Serenissima», rivaleggiando con Genova e Pisa. Nel 1204, nel corso della Quarta Crociata, Enrico Dandolo conquistò Costantinopoli e le galere veneziane fecero ritorno dalla Dalmazia, dalla Grecia e dall'Albania cariche di tesori.
Il commercio coloniale ineguale di Venezia con il Levante arricchì non solo questa città ma anche, grazie ai traffici oltre il Brennero e la Valcamonica, i banchieri e i commercianti che nel quattordicesimo secolo formavano la Lega Anseatica lungo il Reno e il Mare del Nord. Le città tedesche che capitalizzavano le merci scaricate a Venezia, ripeterono il processo quando si trattò di capitalizzare i preziosi metalli aztechi e inca che arrivavano dalla Spagna, passando via Milano attraverso le Alpi.
I comuni e gli stati regionali di Venezia, Verona, Padova, Genova e Pisa non erano i soli a partecipare a questo processo colonialista che andava costruendo un nuovo modo di produzione sulle rovine di quello vecchio. I mercanti capitalisti nelle città-stato italiane e i loro co-finanziatori tedeschi, ottennero dal re Giovanni Secondo di Portogallo delle «Concessioni Reali» destinate a finanziare la spedizione che doveva scoprire la via per l'India. Il colonialismo stava cambiando il sistema finanziario stesso in Portogallo, Italia e Germania.
Martin Behaim, un manifatturiero di Norimberga, fornì dettagli sulla rotta africana verso l'India dalla Germania a Lisbona tra il e i 1495. I banchieri tedeschi seguirono attentamente le spedizioni di Cao, Diaz e de Gama lungo la costa occidentale dell'Africa. La Lega Anseatica delle città lungo il Reno diede ai viaggi di da Gama, Cabral e da Almeida, partiti da Lisbona, ai confini del Mediterraneo, un carattere «europeo».
Questo colonialismo consolidò un processo iniziato già in epoca precolombiana. I capitalisti sono esistiti in tutte le società precapitaliste. Già all'epoca delle Crociate, mercanti provenienti dalla terraferma mediterranea si erano stabiliti a Palermo e nel tredicesimo secolo mercanti genovesi risiedevano a Castelsardo in Sardegna. I loro discendenti andarono a Siviglia e finanziarono le spedizioni di Cristoforo Colombo. Venezia possedeva colonie lungo l'Adriatico fino a Dubrovnik e i suoi mercanti, come la famiglia Polo, intrattenevano commerci con la Persia, l'Arabia e la Cina. Nel 1341 mercanti italiani avevano raggiunto le Canarie, le Isole di Capo Verde nel 1466, Timbuktu, nel Sahara del Nord, nel 1470 e nel 1464 importavano oro dal Sudan occidentale. All'inizio del quattordicesimo secolo, Zarco colonizzò una Madeira allora disabitata e importava schiavi dall'Africa nordoccidentale. In quegli stessi anni Bettencourt conquistò Tenerife, strappandola agli africani guancho, e da Bordeaux, come da altri porti francesi, entravano e uscivano navi cariche di schiavi. Ancora prima delle prime spedizioni di Colombo nel 1492, questa forma di colonialismo stava trasformando radicalmente la struttura e i rapporti di classe nelle città e nei paesi dove esso era arrivato.
Ma il colonialismo fondato sul commercio e sugli schiavi mise in atto anche una riorganizzazione dei rapporti tra paesi e nazioni. Il terreno di coltura del capitalismo furono le città marinare dell'Europa, che comprendevano, oltre a Brema, Amburgo, Amsterdam, Bordeaux e Lisbona sulle coste atlantiche, le città mercantili emergenti di Granada, Cadice, Siviglia e Barcellona in Spagna, Montpellier e Marsiglia in Francia, Venezia e le vicine Padova e Verona, Genova, Pisa, Palermo e, in misura minore, Atene. Tutte queste città si trovano sulla riva europea, sul versante nord del Mediterraneo.
Le città arabe e turche del Mediterraneo meridionale e orientale rappresentavano il terreno di caccia e di distruzione per le città europee del nord. Senza la cacciata degli arabi dalla Spagna, dalla Francia e dalla Sicilia, e la vittoria di Venezia sui turchi, le città del nord non avrebbero potuto portare a termine il loro sviluppo protocapitalista. Senza questo rapporto predatorio e le sue ramificazioni nel resto dell'Africa e dell'Asia, per non parlare dell'America, il capitalismo non avrebbe potuto trionfare sulla riva nord del Mediterraneo e quindi nell'Europa occidentale.
Seguendo le orme di Venezia nel sedicesimo secolo, Genova divenne una potenza mondiale nel diciassettesimo secolo, entrando a far parte di questo processo globale. Nel diciottesimo secolo era in grado di investire metà dei propri capitali all'estero. Nel sedicesimo secolo la popolazione della città e dei suoi sobborghi contava mezzo milione di abitanti, la maggior parte occupata nella manifattura e commercio legati al pepe, le spezie, le sete, l'oro e l'argento. Già nel 1261 i mercanti genovesi si erano spinti sino a Costantinopoli e sul Mar Nero. Genova scambiava il grano con l'oro proveniente da Tunisi e da Tripoli. Coloni genovesi si stabilirono a Siviglia, Lisbona, Bruges, Anversa e persino nel Nordafrica. Capitali genovesi a Siviglia finanziarono le spedizioni navali in America e, nel 1557, fu grazie ai prestiti ricevuti dai genovesi, che Filippo Secondo di Spagna poté finanziare le sue spedizioni coloniali. Le miniere spagnole in America riversavano oro e argento, attraverso la Spagna, in città come Genova, la cui ascesa e declino rispecchiavano l'andamento dei suoi interessi coloniali, tant'è che la sua decadenza ebbe inizio quando i preziosi metalli furono dirottati ad Anversa ed Augusta (la città dei banchieri Imhoff e Fugger).
Genova faceva parte di un mondo fondato sulla proprietà privata. La privatizzazione dello sfruttamento di classe esisteva da tempo in città come questa, molto meno nelle città degli ottomani come Belgrado, oppure Tripoli o Beirut, che possedevano sì dei mercati fiorenti ma erano assoggettate a governi dispotici e caratterizzate da vaste zone di terre comunali e lavorate collettivamente. Nelle città del Mediterraneo del Nord, i patrimoni potevano essere ereditati, permettendo in questo modo la formazione di dinastie commerciali, finanziarie, terriere o manifatturiere. Nel Mediterraneo del Sud la proprietà privata e la prassi dell'eredità erano ostacolate e contrastate dai sultanati, come peraltro in Cina dalla burocrazia stabilita dai Mandarini e in India dai dispotici maharaja e mogol. Su questo diverso modo di trasmissione dei beni si reggeva lo sviluppo del capitalismo in porti come Genova e Venezia e il suo fallimento nell'impero ottomano.
Un aspetto di questa differenza era costituito dalla quantità di offerta di moneta e dalla forza della borghesia mercantile. A Napoli lo stock di moneta passò dai 700 mila ducati nel 1570 (quando la città contava già 300 mila abitanti) ai 18 milioni nel 1751, mentre lo stock di moneta a Genova alla fine del diciassettesimo secolo era così imponente da permettere prestiti a stranieri ad un tasso del 2-3%. La Roma medievale aveva degli "argentarii" che si occupavano di complessi registri contabili correnti. Già nel tredicesimo secolo le città italiane trattavano cambiali internazionali. Nel 1167 Venezia emetteva prestiti pubblici e alla fine del dodicesimo secolo Genova coniò il genovino d'oro. Compagnie commerciali sorsero nelle città mercantili del Mediterraneo del Nord e questo mercantilismo precoce fu causa di guerre tra Firenze e Pisa nel 1406 e tra Genova e Savona nel 1525.
Queste città mediterranee possedevano tutte un sistema di classi strutturato dalle attività coloniali e in funzione di esse. Roma stessa era al centro di un commercio di pepe e spezie così antico che quando Alarico conquistò la città nel 410, si impadronì di due tonnellate di pepe. Le spezie che Venezia portava dal Levante erano poi vendute fino ad Anversa e Amsterdam. Dal nono al tredicesimo secolo, i mercanti veneziani sfruttarono il colonialismo bizantino da veri e propri parassiti. Quando i turchi conquistarono Costantinopoli, Venezia era la potenza dominante nel Mediterraneo. Per costringere i mercanti tedeschi a venire a Venezia, il Doge proibì ai veneziani di esercitare i loro commerci in Germania, tanto che i tedeschi furono virtualmente ghettizzati nel Fondaco dei Tedeschi vicino a Rialto.
Sebbene la conquista di Caffa, in Crimea, da parte dei turchi nel 1475, avesse chiuso il Mar Nero al colonialismo veneziano (e anche genovese), Venezia continuò ad essere una grande potenza per un altro secolo. Nel sedicesimo secolo Venezia divenne uno dei principali distributori della seta proveniente dalla Sicilia e dall'Andalusia e controllava l'85 % del pepe venduto a Lione. Importava bestiame a basso prezzo e spesso ricorrendo alle armi. In seguito alle spedizioni commerciali della famiglia Polo, divenne uno dei più grandi fabbricanti e venditori di polvere da sparo, che la Repubblica Serenissima usava in battaglia nelle sue colonie lungo la costa dei Balcani. La battaglia di Pavia del 1525 fu combattuta con la polvere da sparo. Cannoni di ghisa si fabbricavano a Venezia e a Brescia, e alcuni di questi andarono ad armare l'esercito spagnolo nel sedicesimo secolo.
Il commercio del grano era una delle attività principali dei mercanti di Palermo e Firenze già nel quattordicesimo secolo. Milano, che molto più tardi, assieme a Genova, guidò la rivoluzione industriale italiana del diciannovesimo secolo, ebbe vantaggi e svantaggi dall'essere il crocevia del commercio tra Spagna e Germania e tra Venezia, Genova e Siviglia. Nel vitale quindicesimo secolo, quando il capitalismo «decollò» su vasta scala, Milano era padrona della Lombardia e quindi di una rotta importante per le città-mercato marittime e fluviali del nord dell'Europa.
Questo processo protocapitalista non era limitato al Mediterraneo italiano, Roma compresa. «Il mercato urbano avrebbe potuto essere un'invenzione dei fenici», scriveva Fernand Braudel (2). Atene «importò» il principio e la prassi del mercato all'epoca classica, quando dominava il modo di produzione basato sulla schiavitù. Dopo la romanizzazione di Costantinopoli nel quinto secolo, il mercato ateniese cominciò ad assumere un'importanza via via crescente più per i mercanti che per gli artigiani e i contadini.
Marsiglia possedeva dei mercati specializzati per le merci provenienti dal Levante, vendeva grossi quantitativi di grano e il suo porto era il centro di una catena di città-mercato della Provenza. Alla fine del diciassettesimo secolo Marsiglia vantava un luogo di scambio, che sarebbe in seguito divenuto la Borsa, dove si incontravano i grandi mercanti per le loro contrattazioni. A Valencia e a Barcellona la Borsa esisteva già nel quattordicesimo secolo. La Borsa e le «fiere» interagivano per espandere il mercato commerciale e finanziario in Spagna, Francia e Italia ed erano in stretto contatto con altre Borse e le Grandi Fiere.
Nel ventesimo secolo la Borsa divenne un importante istituto al servizio della globalizzazione capitalista. Nel quindicesimo e sedicesimo secolo luoghi di riunione per mercanti, come la Loggia di Palermo, furono edificati anche a Genova, Piacenza, Firenze, Venezia e Milano, e la fiera divenne un «evento» anche in piccole città come Lanciano nello stato pontificio.
Imperi commerciali si formarono e svilupparono attorno alle Borse; mercanti e finanzieri non solo di Lucca, Firenze, Genova e Venezia, ma anche di altre città, «colonizzarono» le città del Mediterraneo. I mercanti genovesi commerciarono nel Mar Nero per un quarto di secolo dopo aver perso Costantinopoli nel 1453, ed alcuni continuarono i loro traffici in quelle zone per un altro secolo. Tuttavia, la chiusura della porta orientale del Mediterraneo spostò le loro attività in Marocco, Egitto e nelle Indie occidentali e orientali.
Il commercio coloniale promosse la creazione di «istituti» finanziari amministrati, tra gli altri, dai patrizi veneziani e dai facoltosi «nobili vecchi» genovesi. I mercanti e i finanzieri di Lucca, Livorno, Genova, Firenze e Messina erano tra loro in concorrenza, spesso spietata, per ottenere il controllo di questa combinazione di finanza e commercio, soprattutto quando si trattava di merci preziose come la seta, ad esempio imponendo tariffe ai mercanti di seta francesi. Questi processi portarono alla creazione di monopoli, destinati ad avere una parte determinante nel processo più ampio della globalizzazione coloniale del capitalismo.
Già nel dodicesimo secolo Firenze possedeva un sistema creditizio che accelerò ed estese le sue imprese marittime. Nel tredicesimo secolo mercanti genovesi si erano spinti fino al Mar Caspio e al Mar Nero, i veneziani avevano raggiunto l'India e la Cina e navigatori liguri commerciavano l'oro proveniente dal Sudan occidentale nei porti del Marocco.
A metà del sedicesimo secolo navi di mercanti di Siviglia andavano e venivano dalle Canarie, dalle Isole Azzorre e dalle Bahamas, mentre mercanti dell'Europa centrale e settentrionale si affollavano a Cadice e Siviglia attratti dai metalli e dalle merci provenienti da questo commercio atlantico di mercanti mediterranei.
Investitori genovesi e del Nordeuropa possedevano magazzini e uffici a Siviglia, manifatturieri dal Mare del Nord si erano insediati nel Mediterraneo e la concorrenza determinò un livellamento dei prezzi delle spezie, dei metalli e anche delle manifatture. Si costruivano navi più grandi, più solide e attrezzate per poter trasportare sugli oceani merci, grano, legno, riso, metalli, tinture, caffè, zucchero e, spesso, anche schiavi. Mentre l'affidabilità delle traversate dipendeva dalle condizioni climatiche, in particolare dai monsoni, per rendere i trasporti marittimi e terrestri più accurati, veloci e sicuri si diede impulso agli studi di astronomia, navigazione e meteorologia nonché all'industria e alla scienza delle assicurazioni.
Il capitale varcava i confini delle città e degli stati nazionali. Questo tipo di internazionalismo, endogamo alla globalizzazione originaria, rimase accettato come parte di essa quando si sviluppò e maturò. I concorrenti più forti cercarono di creare monopoli nell'ambito delle spedizioni navali e nel trasporto dei beni primari e dei metalli preziosi. Il processo di globalizzazione stava prendendo il via e il suo principale centro di irradiazione era l'area del Mediterraneo.
Oltre le coste del Mediterraneo, mercanti, manifatturieri e finanzieri di Lisbona, Genova, Venezia, Firenze, Roma, Lione e Siviglia, intrattenevano rapporti con mercanti, corporazioni e banchieri olandesi e tedeschi. Nel 1503 mercanti finanziari di Bruges e le potenti casate di banchieri tedeschi dei Welser, Voblin e Fugger, Höchstätter, Imhof e Hirschvogel, controllavano le industrie e il trasporto navale di Lisbona (3), tanto che Jacob Fugger era il banchiere di Carlo Quinto. Nel 1515 i Fugger e Welser detenevano il monopolio del commercio da Anversa e Lisbona diretto a Calcutta e le spedizioni in India guidate da Vasco da Gama e da Almeida all'inizio del sedicesimo secolo erano finanziate con i capitali dei banchieri di Augusta, Norimberga e altre città tedesche.
Nel Mediterraneo meridionale e orientale, i mercanti ebrei e musulmani si servivano di carovane per far giungere le merci dal Mediterraneo del Nord oltre Damasco, Tangeri, Ceuta o Il Cairo. Quando Istanbul reagì alle pressioni economiche esercitate da Venezia e Ragusa, ne beneficiarono non solo i mercanti cristiani greci ma anche i loro colleghi armeni ed ebrei. Nel periodo che va dalle Crociate alla caduta di Costantinopoli, questo «commercio esterno» passò via via dalle mani arabe e turche in quelle europee. Una delle debolezze intrinseche degli ottomani, rispetto al Mediterraneo del Nord, era il fatto che il denaro non era considerato un aspetto essenziale dei loro «modi di produzione orientale». Il denaro che passava attraverso gli stati turchi andava poi all'estero o serviva alle casse del sultanato per finanziare il commercio con l'estero controllato dallo stato.


- L'economia del primo mondo.

Nel quindicesimo secolo prese avvio il processo di europeizzazione del Mediterraneo, fenomeno che coincise anche con l'inizio di una economia mondiale nel senso non-braudeliano del termine. Partendo dalle opere di Johann Hesinrsich von Thunen (1780-1851), Braudel usa il termine «economia mondo» per rappresentare «un frammento del mondo, una sezione economicamente autosufficiente del pianeta», differente dall'«economia mondiale», ovvero «un'espressione afferente il mondo intero» che corrisponde, per usare le parole di Sismondi, 'al mercato dell'universo', 'alla razza umana'. Come esempi di «economie mondo» egli cita quelle «centrate» su Venezia, Genova, Anversa, Londra eccetera nonché sulle Americhe, l'«Africa Nera», la Russia, l'impero turco e l'«Estremo Oriente» (4).
Immanuel Wallerstein definisce i paesi appartenenti al primo gruppo «imperi mondo» (5). Appare tuttavia scorretto e astorico parlare di economie mondiali a meno che queste non siano veramente globali. All'epoca precolombiana il mondo era diviso da una parte in economie diverse e disarticolate e dall'altra in paesi cosiddetti «civili», così come citati da Braudel, il quale considera il Mediterraneo «un'economia mondo».
Molto tempo prima che il capitalismo imperialista si rafforzasse nel Mediterraneo alla fine del diciannovesimo secolo, città come Milano, Torino, Genova e Venezia dominavano l'economia di quest'area addirittura prima di Carlo Quinto di Spagna (1509-1555). Queste città dominanti erano tutte città colonialiste e possedevano marcati requisiti capitalisti.
Nel quindicesimo secolo le città dominanti del Mediterraneo erano Siviglia e Venezia e nel diciassettesimo secolo Genova, che aveva ceduto il primato a Venezia. Dal 1294 Venezia possedeva un impero coloniale che si estendeva all'Adriatico e oltre e, dopo una serie di lotte con Genova per la supremazia, culminate con la guerra di Chioggia nel 13781381, divenne una potenza non solo nel Mediterraneo ma praticamente a livello mondiale.
Molti dipinti di Carpaccio, Canaletto, Tintoretto e Veronese raffigurano l'impero coloniale di Venezia nel quindicesimo e sedicesimo secolo. La vittoria della Santa Lega contro i turchi a Lepanto nel 1571, virtualmente guidata da Venezia, celebra il colonialismo dei capitalisti veneziani al tempo dei Dogi. L'influenza di queste città mediterranee funzionò da catalizzatore per l'ascesa a potenze mondiali prima di Anversa e poi di Amsterdam. Dopo che gli interessi coloniali si erano spostati dal Mediterraneo all'Atlantico, per due secoli, ovvero dal diciassettesimo al ventesimo secolo, il centro del capitalismo divenne Londra. Questo spostamento di «centri» portò alla creazione di un centro mondiale polarizzato.
La divisione del mondo diede impulso alla suddivisione delle metropoli in proletariato, borghesia e ciò che restava dell'aristocrazia feudale terriera, che invece, in Inghilterra, venne cooptata nelle compagnie coloniali finanziarie. La borghesia di Anversa si era talmente arricchita grazie ai suoi traffici coloniali da poter pagare a Carlo Quinto trecento tonnellate d'oro, in gran parte proveniente dal Sudan e dalle Americhe.
Anche quando il mondo, dopo l'era glaciale, era stato caratterizzato da un unico modo di produzione, ovvero quello delle società comunali, non esisteva comunque un unico «centro» né il mondo era economicamente o culturalmente unito. In seguito, le società caratterizzate dalla redistribuzione del surplus, le cosiddette società «tributarie» o di tipo «dispotico orientale», non si diffusero in tutto il mondo e spesso rimasero prive di contatto tra loro (ad esempio quelle americane con quelle asiatiche). Nemmeno le conquiste più imponenti, come quelle guidate da Ramsete, Gengis Khan, i mongoli o Tamerlano, riuscirono mai a varcare i propri confini geografici, economici e culturali, né ad inaugurare un'economia globale o mondiale. Il primo e solo modo di produzione che unificò il mondo intero fu il modo coloniale e capitalista inaugurato da Cristoforo Colombo.
Questo modo di produzione mondiale viene distinto da Frank, Amin, Wallerstein e altri in «centro» e «periferia». Tuttavia l'Africa, l'America Centrale, il Sudamerica e l'Asia, ad eccezione del Giappone, non occupano un posto periferico ma centrale rispetto all'«occidente» o al «Primo mondo», rappresentando la principale fonte di plusvalore. Poiché il plusvalore è la forza motrice «materiale» e «spirituale» del capitalismo, il termine «periferia» offusca la natura colonialistica della polarizzazione globale.
L'immagine realistica è quella di un unico mondo suddiviso nei submondi imperialista e coloniale in contrapposizione tra loro. Il polo imperialista comprende gli Stati Uniti, la Germania e il Giappone ovvero Stati Uniti con Unione Europea e Giappone, nonché altre potenti transnazionali e monopoli che, di fatto, controllano il 70% del commercio mondiale e quasi l'intero mercato finanziario. Negli anni Novanta al processo di polarizzazione si è contrapposto quello della incorporazione multinazionale di società transnazionali un tempo nazionali. Alla fine del Millennio tutto l'«occidente» sarà e agirà come un unico polo. La NATO è l'espressione militare di questo processo, come hanno dimostrato i suoi interventi nella guerra del Golfo e, di recente, in Jugoslavia. Il «Sud» o «Terzo Mondo» non è polarizzato, e l'antagonismo tra «Primo Mondo» e «Terzo Mondo» sarà il punto cruciale della moderna liberazione.


Capitolo secondo.
LA LOTTA TRA MODI DI PRODUZIONE
DA CRISTOFORO COLOMBO AL DICIANNOVESIMO SECOLO.


La lotta di classe decide della storia nelle nazioni nella misura in cui questa storia è subordinata al sistema mondiale; le lotte tra nazioni decidono la storia delle nazioni e, più criticamente, la storia del mondo quando si infrangono i vincoli che esso impone.
Le lotte tra nazioni e tra classi sono esse stesse inter-dipendenti. Anche il colonialismo può essere visto come una lotta inter-nazionale. La storia del colonialismo precolombiano dimostra che questa lotta influì radicalmente sulle classi intranazionali nelle metropoli e nazioni europee. Questi cambiamenti, a loro volta, agirono sulle lotte di classe in queste città e nazioni. Ma il colonialismo modificò anche la struttura delle classi dei popoli colonizzati.


- Il colonialismo e la formazione delle classi.

Il colonialismo precolombiano produsse due importanti cambiamenti di classe:
1) In Portogallo, Spagna e Francia, nelle città-stato italiane e nelle città tedesche lungo il Reno, il colonialismo creò una potente "borghesia finanziaria e mercantile". Questi banchieri e mercanti divennero i veri leader della nuova classe capitalista nell'emergente Europa.
2) Nel Nordafrica e nel Medio Oriente, il colonialismo precolombiano produsse i primordi di una classe "compradora", che le potenze coloniali impiegarono da un lato contro il dispotismo di stato e, dall'altro, contro le comunità e i contadini depredati o ridotti in schiavitù. Contemporaneamente, una parte della maggioranza comunitaria venne trasformata in una classe di schiavi.
Marx riassume molto bene i cambiamenti della struttura di classe strutturali prodotti dal colonialismo:

«Nel sedicesimo e diciassettesimo secolo le grandi rivoluzioni nel commercio a seguito delle scoperte geografiche, che hanno accelerato lo sviluppo del capitale mercantile, costituiscono uno degli elementi primari che ha favorito il passaggio da un modo di produzione feudale ad uno capitalista» (K. Marx, "Il Capitale", 3, cap. 20).

Questi cambiamenti bilaterali, dentro e fuori l'Europa, si intensificarono, estesero e divennero più radicali a partire dal 1492, con lo sbarco di Cristoforo Colombo nei Caraibi. Le «scoperte» di Colombo, Pizarro (Perù), Cortez (Messico), Caboto (Nordamerica), Cabral (Brasile), da Gama (Mozambico, Goa), Magellano (Filippine eccetera) e altri conquistatori e sterminatori rivelarono l'America, l'Africa e l'Asia alle potenze coloniali europee. Potremmo definire le conquiste, i genocidi, le piantagioni e lo schiavismo che esse praticarono una sorta di colonialismo schiavista.
Questo colonialismo colombiano si protrasse dal quindicesimo alla fine del diciannovesimo secolo, quando terminò il processo di conquista dei tre continenti non europei (con guerre condotte dagli inglesi e dai tedeschi in tutto il continente africano e dai francesi in Indocina). Il colonialismo colombiano gettò le basi per il trionfo della cosiddetta «rivoluzione industriale», operata dal "capitale industriale" in gran parte dell'Europa occidentale. Dopo di esso il colonialismo assunse i connotati di ciò che Hobson, Rosa Luxembourg, Bucharin, Lenin e altri chiamarono "imperialismo", che decollò alla fine del diciannovesimo secolo, incarnato da Cecil John Rhodes, magnate dei diamanti e dell'oro e politico britannico-sudafricano. L'imperialismo rappresenta la massima espressione dell'esistenza del capitalismo e, in quanto tale, il nemico e l'antitesi della liberazione. Quest'ultima forma di colonialismo postcolombiano, ancora in essere, venne così definita dal suo massimo oppositore:

«Il capitalismo si è trasformato in sistema mondiale di oppressione coloniale e di iugulamento finanziario della schiacciante maggioranza della popolazione terrestre per opera di un pugno di 'paesi progrediti'» (V. I. Lenin, "Imperialismo", Editori Riuniti, Roma 1969, p. 36).

Per oltre cinque secoli, e fino ai nostri giorni, il capitalismo precolombiano, colombiano e postcolombiano ha rappresentato un'epoca di conquiste, genocidi e supersfruttamento. Il colonialismo colombiano si differenzia da quello precolombiano per il fatto che quest'ultimo conseguì i propri superprofitti in seguito a guerre e imprese piratesche (ad esempio le conquiste realizzate da Venezia nell'Adriatico fino a Dubrovnik e oltre), che erano finanziate, e a loro volta finanziavano, il "capitale mercantile", mentre il colonialismo postcolombiano, accanto alla pirateria a scopo commerciale, elaborò un sistema sempre più complesso di "colonizzazione" e "supersfruttamento", utilizzando non solo il capitale commerciale ma anche quello "industriale e finanziario".
Il colonialismo precolombiano si arricchì principalmente attraverso il "commercio ineguale" con gli stati non europei che si affacciavano sul Mediterraneo. Il commercio ineguale è una forma di imbroglio, che peraltro continua nei giorni nostri, in cui paesi del Primo mondo importano merci dal Terzo mondo pagando loro un prezzo insufficiente, per via del basso costo della forza lavoro in quei paesi, e rivendendo poi, ad un prezzo adeguato al Primo mondo, le merci così come sono o come materie prime per i propri prodotti industriali.
Il commercio ineguale precolombiano e colombiano venne autorizzato con la forza delle armi e, sempre più, ricorrendo a imbrogli nelle relazioni con le comunità tribali e i governanti di sistemi politici dispotico collettivi. Il trucco consisteva, in sostanza, nel convincere capi e re africani, asiatici e americani ad autenticare documenti, di solito redatti dai missionari cristiani, che per gli europei significavano acquisto di proprietà e per i non europei solo usufrutto. Questo semplice «malinteso» nasceva da una profonda differenza riguardo "la natura e il concetto di proprietà", radicata in una fondamentale differenza tra i "modi di produzione" dei popoli colonizzatori e dei popoli colonizzati.


- In Europa: il modo di produzione basato sulla proprietà privata.

Il concetto di "modo di produzione" è fondamentale per realizzare un programma scientifico di liberazione, cioè un programma volto a colpire l'oppressione coloniale alle sue radici. Ciò che qui è veramente in gioco è la natura dell'economia politica di quel dualismo coloniale che oggi chiamiamo «Nord e Sud» o «Primo mondo e Terzo mondo». Il termine più generale per definire questa economia politica è "modo di produzione capitalista-coloniale".
Quando parliamo di capitalismo, ci riferiamo ad un particolare modo di produzione (per brevità M.D.P.). Il significato di M.D.P. e, più in particolare, di ciò che Marx intendeva con questa formula, è da tempo oggetto di un lungo, ricorrente e non sempre spassionato dibattito. A questa confusione ha contribuito il fatto che lo stesso Marx usasse il termine M.D.P. in tre accezioni differenti: (a) come cotermine di «formazione sociale», (b) come fondamento economico di una società e (c) come una forma specifica di lavoro sociale (ad esempio il lavoro degli schiavi, la caccia, la pastorizia, l'artigianato eccetera).
Il primo significato appare nella «Prefazione» del 1859 a "Per la critica dell'economia politica":

«A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società».

Questi M.D.P. sono chiaramente legati alle «formazioni sociali», così come le chiamava Marx, ad esempio i proprietari di schiavi e gli schiavi («antico»), le classi feudali e le classi del capitalismo. Marx riteneva inoltre che le società, prima che si costituissero in classi, avessero i loro rispettivi M.D.P. a seconda dei diversi "rapporti di proprietà":

«Forme differenti di proprietà comune primitiva diedero origine a diverse forme di proprietà. Ad esempio, i vari prototipi della proprietà privata romana e germanica possono essere ricondotti a certe forme di proprietà comune indiana». ("Per la critica dell'economia politica", Roma 1966).

Seguendo il pensiero di Marx, noi usiamo il termine M.D.P. anche in una seconda accezione, e cioè nel senso di «base» sulla quale poggia una «sovrastruttura»:

«L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita». (K. Marx in E. Hobsbawn, a cura di, "Precapitalist Economic Formations", London 1964, p.p. 70-71).

Sebbene Samir Amin consideri i M.D.P. entità «astratte» e la «formazione sociale» un'entità «concreta» e concettualmente differente dai M.D.P. ("Nations, Classes, States", Mss. 1978, London 1980; "Sulla transizione", Milano 1973, p.p. 15-17), Marx usa M.D.P. e «formazione sociale» come sinonimi, nel primo significato del termine («feudale, borghese» eccetera) e ancora:

«I rapporti di produzione borghesi sono l'ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale ... ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana». (K. Marx «Prefazione» a "Per la critica dell'economia politica").

Noi usiamo il concetto M.D.P. in questa prima accezione, a significare la "totalità" dell'economia politica e della società. L'importanza di questo concetto per la teoria della liberazione è da ricercare nel fatto storico che il capitalismo "come sistema mondiale" rappresenta il prodotto di "un conflitto tra modi di produzione inconciliabili", uno dei quali fu il capitalismo coloniale, e nel fatto che il sistema mondiale capitalista può essere sostituito solo attraverso una lotta per un "nuovo" modo di produzione.
Per spiegare questo nuovo M.D.P., almeno in termini generali, possiamo contrapporre questa definizione a ciò che potremmo chiamare il "modo di produzione europeo" (per brevità M.D.P.E.). Il M.D.P.E. si differenzia dalla maggior parte delle società non europee (dove la proprietà privata su terra e uomini era scarsa) per il fatto che la proprietà privata è considerata un principio dominante. Uno studioso russo diede a questa particolarità la seguente spiegazione. L'Europa meridionale, scrisse, disponeva di

«isole e coste estremamente segmentate e differenziate (dal punto di vista delle forze produttive naturali), mari interni, un agevole sistema di rotte navali e terrestri e la stretta vicinanza di società civili da un lato e popolazioni arretrate dall'altro. E' possibile trovare queste condizioni nella giusta misura solo nell'area del Mediterraneo». (S. I. Kovalev, in S. P. Dunne, "The Fall and Rise of the Asiatic Mode of Production", London 1982, p.p. 53, 138).

A prescindere dalle sue origini naturali o storiche, la proprietà privata, e insieme ad essa lo schiavismo, la prima forma diffusa di sfruttamento di classe, proliferò nel Mediterraneo dopo il crollo delle società collettive, dove non esistevano né schiavi, né servi o lavoratori salariati e nemmeno proprietà terriera privata. Probabilmente si diffuse dal Mediterraneo al resto dell'Europa occidentale creando la struttura giuridica dello schiavismo greco e romano e dei feudalesimo in Francia e in Germania per diventare infine l'elemento distintivo dell'Europa borghese e capitalista.
Fu questo modo di produzione privatistico europeo che durante tutto il periodo del colonialismo colombiano si scontrò frontalmente con le società collettive in America, Asia e Africa, dove la proprietà privata non esisteva o era poco sviluppata. E' quindi lecito parlare di un conflitto tra modi di produzione europeo e non europeo.


- Fuori d'Europa: il modo di produzione collettivo.

Nel conflitto il versante degli invasori europei era il solo a presentare una struttura di classe ogni qualvolta si trattava di conquistare società tribali-collettive in Africa, nel Nordamerica, nei Caraibi e in talune zone dell'Asia. In questo caso sull'altro versante vi erano società collettive non strutturate in classi. Nel caso invece di conflitti tra "conquistadores" europei e formazioni sociali azteche, inca, del Nordamerica, del Sahara e dell'Africa orientale, o di lotte con l'India, l'Indonesia e, più tardi, l'Indocina e la stessa Cina, vi erano società strutturate in classi su entrambi i versanti. Per quanto riguarda l'America, l'Africa e l'Asia, la struttura delle classi era ciò che diversi studiosi, tra cui Marx, Lenin e Trotzkij, definirono «modo di produzione asiatico» (per brevità M.D.P.A.) che, tuttavia, esisteva anche nell'America precolombiana, in Asia e in Africa e che noi preferiamo chiamare "dispotismo collettivo". In queste società, lo stato era costituito da una classe dominante, che raccoglieva e ridistribuiva il surplus prodotto dai membri della collettività, che era proprietario della terra, amministrata però dallo stato (ad esempio l'Egitto pretolemaico, la Turchia ottomana, l'Iran, l'India, la Cina, l'America degli olmechi, toltechi, aztechi e inca, lo Zanj, l'Arabia, il Marocco, il Mali eccetera) dove

«Esiste unicamente la proprietà "comune" e il "possesso" privato... l'individuo non ha proprietà diversa da quella comune, ne è piuttosto il suo possessore» (K. Marx, "Lineamenti", London 1973).

Il barone di Montesquieu, filosofo politico francese (1689-1755 ), utilizzò il concetto di «dispotismo orientale» per designare una società dispotica collettiva e, molto tempo prima di Marx, Hegel (1770-1831) osservava:

«... non esiste un'aristocrazia ereditaria in Cina, né un sistema feudale.... In Cina abbiamo la realtà dell'assoluta eguaglianza e le possibili differenze sono unicamente quelle legate all'amministrazione.... Poiché in Cina prevale l'eguaglianza, ma non la libertà, ne consegue che la forma di governo non può che essere il dispotismo». (Hegel in "Filosofia della storia").

Questi modi di produzione esistevano al di fuori dell'Europa e le conquiste coloniali implicavano necessariamente la sconfitta, da parte dei M.D.P. europei privatistici capitalisti, delle società collettive e collettive-dispotiche non europee sparse in tutto il mondo.
Questo conflitto rappresentò la composizione di una «contraddizione inconciliabile» (per usare un concetto di Mao Tze-tung) tra due modi di produzione antagonisti. E' opinione comune che una situazione contraddittoria, che vede due poli diametralmente opposti, può essere composta solo a patto che il conflitto dialettico non si concluda con la distruzione di uno dei due poli. Questa era la situazione delle lotte di classe tra patrizi e plebei nell'antica Roma, che ritroviamo nei conflitti riformisti e non fatali tra «proletariato borghese» e capitalisti nei paesi imperialisti. In quei casi, tuttavia, in cui almeno uno dei contendenti sociali viene distrutto dall'altro, la conflittualità e l'antagonismo divengono inconciliabili. Ciò accadde quando il modo di produzione europeo fondato sulla proprietà riuscì a sopraffare i modi di produzione collettivi americani, africani e asiatici. In questi casi, i M.D.P. non europei furono distrutti in quanto sistemi, mentre alcuni dei loro componenti riconducibili al colonialismo furono assimilati (ad esempio capi tribù collaborazionisti, emirati eccetera e forza lavoro collettiva impiegata nelle piantagioni). Questo è anche, in linea di principio, il tipo di conflittualità che oggi esiste tra Primo mondo e Terzo mondo, in cui il punto focale non è la contrapposizione di due differenti M.D.P. ma il rapporto tra nazioni che opprimono e nazioni oppresse.
La soluzione di questa contraddizione inconciliabile consiste nella liquidazione dell'economia politica che sta alla base del dualismo tra Primo mondo e Terzo mondo (come di quello tra Primo mondo e paesi socialisti). All'interno di questo conflitto, la sconfitta del Primo mondo e la vittoria del Terzo mondo e dei paesi socialisti comporta il crollo dell'intero M.D.P. capitalista. La risoluzione della contraddizione tra nazioni richiede e implica un cambiamento modale, ovvero un cambiamento legato ai modi di produzione. Il carattere peculiare di questo cambiamento consiste nel sostituire un M.D.P. globale fondato sulla proprietà privata con un M.D.P. globale collettivo. E' per questa ragione che il concetto di M.D.P. è fondamentale per una teoria della liberazione permanente.


- Le lotte tra modi di produzione in Africa.

Queste lotte furono combattute da M.D.P. che disponevano di classi dominanti, almeno sul versante europeo e, nei casi che abbiamo citato, anche su quello non europeo. In questa maniera, nella lotta tra modi di produzione venne inglobata la lotta di classe. Fu questa "lotta intercontinentale" che diede il via al colonialismo europeo (che, in sostanza, comprendeva il colonialismo nelle Americhe, compresi gli Stati Uniti).
Le lotte al tempo delle «scoperte» e durante tutto il periodo colombiano unirono le coste e le terre separate dagli oceani, gettando dei ponti colonialisti attraverso le grandi distese d'acqua. Dall'altra parte dell'Atlantico si trovavano le società prive di classi o non ancora strutturate in classi degli amerindi, degli amazzonici e di quelle popolazioni che pagavano il tributo ai dispotismi collettivi delle civiltà azteche e inca, mentre in Europa una società divisa in classi stava vivendo il periodo di transizione dal feudalesimo al capitalismo, una transizione accelerata dall'antagonismo trans-atlantico tra modi di produzione opposti.
Lo stesso antagonismo sussisteva tra l'Europa e l'Africa, dove la maggior parte delle popolazione viveva sotto il cosiddetto «comunismo primitivo», una definizione, questa, che dobbiamo ad una élite di sinistra, incapace di riconoscere gli elementi profondamente umanisti delle società delle popolazioni Ituri che abitavano le foreste dello Zaire, o degli Hazda e dei Masai, che vivevano nelle regioni montuose del Kenia, o dei San (che gli olandesi stupidamente chiamarono «boscimani») o dei Khoi-Khoi (che, sempre gli olandesi, altrettanto stupidamente, chiamarono «ottentotti»).
Sia nelle Americhe che in Africa, gli invasori coloniali composero il loro conflitto inconciliabile tra M.D.P.E. fondati sulla proprietà e M.D.P. collettivi americani e africani ricorrendo ai massacri, che superarono gli eccessi commessi in passato dai romani e dai mongoli e furono, in termini di cifre assolute e rapportati alla popolazione, di gran lunga superiori all'olocausto nazista. Questa soluzione irreversibile della contraddizione colombiana portò allo sterminio di cento milioni di persone nelle Americhe e altrettante in Africa, dove le popolazioni furono decimate a seguito del traffico di schiavi oltreoceano praticato da inglesi, spagnoli, portoghesi e altri mercanti europei, compresi, occorre dirlo, gli ebrei, che si dedicarono allo schiavismo dopo la loro cacciata dal Portogallo e dalla Spagna a partire dal 1492 e anche prima, durante la "reconquista" in questi due paesi (1).
La distruzione dei modi di produzione e lo sterminio delle società collettive africane per mano degli europei ebbe inizio sul principio del quindicesimo secolo con l'invasione di Ceuta (ora una colonia virtuale in Marocco, militarizzata e governata dalla Spagna) da parte di Enrico il Navigatore e con il traffico di schiavi condotto da francesi e portoghesi al largo della costa occidentale del Nordafrica verso le Canarie e l'Algarve (nel cui porto, Lagos, venne aperto nel 1440 il primo mercato di schiavi dell'Europa capitalista, ora trasformato in galleria d'arte). La società africana precolombiana è stata definita dallo storico africano Ki-Zerbo nei seguenti termini:

«nelle società primitive, contrariamente all'esperienza europea (antica e germanica) dove la proprietà privata della terra si sviluppò dalla proprietà collettiva, in Africa non esiste traccia di proprietà privata». «In termini generali, non esisteva la proprietà privata o la distribuzione della terra e, di conseguenza, non esisteva nemmeno il feudo. La terra rappresentava un patrimonio inalienabile appartenente alla collettività». «E la produzione basata sullo schiavismo esisteva in Africa? Ancora una volta, la risposta non può che essere negativa» (2).

Questo sistema collettivo andò indebolendosi con l'avvento dei traffici commerciali a lunga distanza praticato dal dispotismo collettivo arabo e finì per essere poi devastato dal colonialismo europeo:

«Da nessuna parte in Africa i villaggi riuscirono a sopravvivere conservando il loro carattere originario» ... (furono) stravolti e disgregati. Questa decadenza ebbe inizio molto tempo prima della colonizzazione, già alla fine del decimo secolo, con la comparsa degli stati dell'Africa occidentale. L'islam, il traffico di schiavi e la colonizzazione accentuarono questo processo di decomposizione e decadimento». (S. Amin, "The Class Struggle in Africa", Francia e Italia 1976).

Il modo di produzione dispotico arabo, basato sul commercio a lunga distanza, finì con l'assimilare la terra e il lavoro collettivo delle comunità del Nordafrica, del Sahara occidentale e dell'Africa orientale, salvaguardando entrambi, e incorporandoli come propria base sociale. Come osserva Amin, l'Islam ebbe un effetto corrosivo su queste società, nonostante la legge musulmana riconoscesse la proprietà comunitaria. Uno studioso delle problematiche relative alla liberazione, il sudafricano Benjamin Kies, citando McCabe scrive:

«fu in Siria, non nelle città sacre conquistate dai greci cristiani o quelle dei seguaci di Zarathustra, che gli arabi impararono per la prima volta gli ideali della vera civiltà; e fu da Damasco che questi furono trapiantati in Spagna ... non fu l'Avesta né il Corano e nemmeno la Bibbia ad ispirare l'opera, poiché i grandi califfi di Damasco erano quasi tutti scettici» (3).

Fu questa cultura araba, e non l'Islam, che sei milioni di cristiani in Egitto salutarono quando vi giunse il califfo Umar nel 639 e questo il motivo per cui le società comunali libiche, berbere, tunisine, numide e mauritane, per la maggior parte animiste e cristiane, imbracciarono le armi contro gli eserciti delle Crociate. Quando i colonizzatori europei giunsero nell'Africa occidentale, questa regione

«che si estendeva a sud del deserto del Sahara, era in piena fioritura, in tutto lo splendore di civiltà armoniose e ben sviluppate, che i conquistatori europei annientarono a mano a mano che avanzavano» (Frobenius).

A partire dal quindicesimo secolo, i colonizzatori portoghesi, francesi e italiani saccheggiarono le città commerciali di Fez, Marrakech, Tangeri e, nel diciannovesimo secolo, i grandi archivi di Timbuctù furono trafugati dall'«esploratore» tedesco Barth. Quando Diego Cao risalì lo Zaire nel 1485, il conflitto portato dall'Europa penetrò nell'interno del continente africano. Il re del Benin, Manicongo, re del regno del Congo, Behemoi, il capo degli Uoulof e capi degli Ashanti, della Guinea e del Senegal, furono utilizzati o uccisi dagli schiavisti europei. Leo Africanus, anch'egli uno schiavo al servizio di Leone Decimo de' Medici, fornì dettagliati resoconti sul traffico di schiavi nella città di Gao nell'Africa occidentale (4).
L'autorevole R. Mauney calcolava che «nel 1600 il Niger sudanese aveva esportato più di 13500 tonnellate d'oro in Europa» (5).
A partire dalla metà del quindicesimo secolo, il Portogallo diede inizio alla colonizzazione e schiavizzazione dapprima del Congo e successivamente dell'Angola, che divenne una delle basi da cui partivano gli schiavi per il Brasile, «scoperto» da Cabral, quando i venti lo sospinsero verso occidente mentre faceva rotta per l'India, dove la costa di Goa era stata violentemente conquistata da Vasco da Gama nel 1498. Dopo le «scoperte» di Bartholomeu Diaz nel 1488, il Portogallo mandò Vasco da Gama a doppiare il Capo di Buona Speranza nel 1497. Con le sue navi armate a cannoni, da Gama devastò gran parte delle fiorenti città del Mozambico, del Tanganica e del Kenya, appartenenti alla civiltà dispotica collettiva arabo-africana conosciuta come Zanj. I portoghesi cercarono di rovesciare il regno di Mwanametepa, situato nello Zimbabwe, le cui risorse erano la pastorizia e l'estrazione dell'oro, ma subirono una sconfitta totale.
Il regno Zanj resistette alla conquista portoghese di Mombasa nel sedicesimo e diciassettesimo secolo ma, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, con l'aiuto degli «esploratori» inglesi Livingstone, Burton e Speke, gran parte dello Zanj stesso e dell'Uganda, finirono nelle mani degli inglesi e prima che spuntasse il ventesimo secolo Cecil Rhodes aveva conquistato quei territori che oggi vanno sotto il nome di Zimbabwe e Zambia. In quello stesso periodo, dopo una lunga resistenza, la Francia aveva colonizzato gran parte dell'Africa settentrionale e occidentale, ad esclusione del Ghana e della Nigeria, conquistate dalla Gran Bretagna alla fine del diciannovesimo secolo (6). La Germania, all'inizio del secolo, usando metodi «nazisti» molto tempo prima di Hitler, si era impadronita del Camerun e della Namibia sulla costa occidentale africana e del Tanganica su quella orientale.
Nel sedicesimo secolo, guidati dal figlio di da Gama, i portoghesi conquistarono, anche se per breve tempo, il regno copto anch'esso a base dispotico-collettiva che gravitava su Massaua in Etiopia, non lontano dall'antico porto di Adulis. L'Etiopia doveva essere l'unico regno dell'Africa a scampare alla colonizzazione e alle conquiste degli europei negli anni fatali che vanno dal quindicesimo al diciannovesimo secolo, almeno fino a quando, il giorno di capodanno del 1890, l'Italia non ne conquistò il cuore storico ribattezzandolo «Eritrea». L'assalto colonialista contro l'Etiopia continuò nel ventesimo secolo, con l'invasione dei fascisti italiani nel 1935. I Ras, le autorità dispotiche etiopi, guidati dall'imperatore salomonico Haile Selassie, organizzarono una resistenza armata di massa che, approfittando della guerra imperialista del 1940-1943 tra l'Inghilterra e l'Italia, alla fine ristabilì l'indipendenza politica dell'Etiopia. Non si deve negare, comunque, che l'imperialismo italiano si prese la propria rivincita armando e finanziando, insieme al suo protettore americano, un «Fronte di Liberazione dell'Eritrea» dal 1962 fino a metà degli anni Novanta, quando l'«Eritrea» ottenne l'«indipendenza». Questo episodio va considerato il risultato del fallimento della macchina da guerra etiope in seguito al ritiro da parte dell'Unione Sovietica, durante il «crollo dell'URSS», delle proprie forze aeree, inviate a sostegno dell'Etiopia.
Primo fra tutte le colonie del mondo fu il Sudafrica. Dopo essere stati sconfitti in una battaglia presso il Capo di Buona Speranza nel 1509, quando gli oppositori Khoi-Khoi trucidarono il viceré dell'India Francisco de Almeida, i portoghesi girarono ben al largo dal Sudafrica mentre facevano rotta verso le loro colonie del Mozambico, di Goa, Macao e dell'Indonesia. La Compagnia delle Grandi Indie, una delle prime società transnazionali capitaliste, nel 1652 si impadronì del Capo di Buona Speranza, assoggettando le popolazioni San e Khoi-Khoi, e ne mantenne il possesso fino al 1806, se si esclude un breve interregno britannico tra il 1795 e il 1802 durante le guerre napoleoniche, quando l'Olanda era alleata della Francia. Gli inglesi si impadronirono in seguito della colonia, sterminarono i San e per tutto il diciannovesimo secolo organizzarono massicce spedizioni armate, spogliando le società collettive Xhosa, Zulu, Tswana, Khoi-Khoi e Sotho del presupposto essenziale della loro società: la terra collettiva. Le società «tribali» vennero disgregate e assimilate come forza lavoro a buon mercato al servizio dei più razzisti colonizzatori del mondo. Dopo tre guerre, combattute tra il 1879 e il 1901 contro i Boeri feudali, per la maggior parte olandesi (ma vi erano tra loro anche Ugonotti francesi, giunti in seguito alla revoca dell'editto di Nantes nel 1688, e molti tedeschi), l'intero territorio del Sudafrica nel 1902 divenne una colonia britannica. I boeri sconfitti e altri coloni ottennero l'indipendenza politica nel 1910, sulla base di una Costituzione razzista pensata dal Parlamento britannico. Investitori stranieri e coloni locali, guidati da Cecil Rhodes, si impadronirono e capitalizzarono le miniere d'oro e di diamanti, un predominio che continua ancor oggi malgrado l'abolizione dell'apartheid nel 1994, quando il potere politico fu esteso alla maggioranza «nera» in cambio di una Costituzione che manteneva l'economia (la più importante dell'Africa) nelle mani dei «bianchi» (7).


- Lo schiavismo e la tratta degli schiavi.

Nessun processo coloniale fu più sanguinario e socialmente distruttivo della tratta degli schiavi dall'Africa tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo. La tratta degli schiavi e lo schiavismo, la prima forma di lavoro capitalista-colonialista, aveva finalità ben diverse dallo schiavismo classico dei greci e dei romani. Lo schiavismo capitalista era finalizzato a creare plusvalore, non solo lusso. Cairnes, ignaro dell'opera di Marx, scriveva nel 1862 che in America «i profitti annuali spesso sono pari all'intero capitale delle piantagioni» (8). Il calcolo del prezzo di uno schiavo era capitalista: la capitalizzazione scontata del plusvalore in rapporto all'aspettativa di vita dello schiavo stesso, essendo lo sconto al tasso corrente del profitto. Lo schiavo forniva forza lavoro e creava plusvalore.
I primi processi coloniali portarono a lotte di classe in Europa, come le rivolte dei contadini rovinati dalle importazioni dalle colonie. Lo schiavismo coloniale trasformò le classi di nativi in America e in Africa in fonti o fornitori di schiavi, argento, oro, spezie, zucchero, cotone e caffè. All'Europa lo schiavismo coloniale richiedeva industrie d'esportazione che favorirono la creazione dei porti dell'Atlantico e del Mare del Nord e rivitalizzarono i porti del Mediterraneo e le città dell'interno lungo i maggiori fiumi europei. In Inghilterra sorse una classe di lavoratori del vetro, del rame e della carta, che fabbricavano barili, fucili e liquori in bottiglia con cui pagare i capi africani che fungevano da mediatori nella tratta degli schiavi dalla Guinea. Lo schiavismo capitalista produsse la rivoluzione industriale in Inghilterra, in particolare, ma non solo, nel settore dell'industria tessile, che dipendeva completamente dalle piantagioni di cotone in America e nei Caraibi dove venivano impiegati gli schiavi (9).
Nel primo secolo post-elisabettiano, il commercio britannico di schiavi strappò alle loro terre due milioni di africani. Nel 1977, M. Ndiaye, allora conservatore del Museo di Gorée a Dakar, ci mostrò delle tabelle relative alla tratta di 500 mila schiavi dalla sola Gorée, dopo l'abolizione del commercio di schiavi nel 1808, affermando che circa venti milioni di africani andarono come schiavi nelle Americhe, passando per la porta dell'alloggio per schiavi di Gorée, tristemente famosa. Fernand Braudel stesso segnala la tratta di

«900 mila schiavi nel Cinquecento, 3 milioni e 750 mila nel Seicento, tra i sette e gli otto milioni nel Settecento e, malgrado l'abolizione del commercio di schiavi nel 1815» (1808 per l'Impero britannico) «quattro milioni nell'Ottocento» (10).

Braudel tuttavia sottovaluta enormemente i genocidi commessi dagli schiavisti europei (11) all'epoca delle conquiste, che videro lo sterminio di circa cento milioni di persone in Africa e altrettante nelle Americhe (12).
Nel 1800 le navi negriere costituivano un terzo della flotta mercantile britannica, mentre l'ottanta per cento delle importazioni proveniva dalle sole piantagioni dei Caraibi. Winston Churchill attribuiva la supremazia dell'impero britannico alle piantagioni di zucchero nelle Indie Occidentali (13). Dopo che l'unità nazionale raggiunta nel 1576 liberò le Province Unite olandesi dal dominio spagnolo, il traffico di schiavi si estese al Capo di Buona Speranza nel 1652, quindi a Ceylon, alla Malacca e la Malesia, favorendo lo sviluppo di Amsterdam e dell'Aja a grandi città. I porti sulla costa francese dell'Atlantico prosperavano con la tratta degli schiavi in Senegal, Haiti e nella Louisiana. In Germania i Fugger e i Welser costruirono degli imperi bancari grazie alle spedizioni condotte dagli schiavisti portoghesi e olandesi da loro finanziate. La Svezia e la Danimarca, Pietro il Grande e Caterina Prima di Russia, organizzarono un traffico di schiavi su larga scala.


- Il colonialismo e l'Europa.

Le razzie coloniali e lo schiavismo ebbero conseguenze non solo a livello materiale e sociale, ma anche sulla cultura degli insediamenti coloniali in America, nel Capo, in Asia e, soprattutto, in Europa. Il concetto stesso di Europa e di europei è un prodotto diretto del colonialismo, nel senso che l'Europa non esisteva prima del capitalismo e il capitalismo non esisteva prima dell'Europa. Secondo lo storico ionico Anassimandro di Mileto (611-547 a.C.), l'«Europa» era un vasto territorio a nord del Mediterraneo, a sud del quale si estendeva l'«Asia», mentre per Erodoto (485-425 a.C.) l'«Europa» si trovava a nord della «Libia», che l'Egitto separava dall'«Asia» a est e dall'«Etiopia» a sud.

«Per quanto riguarda l'Europa, nessuno sa se è circondata dal mare o da dove venga il suo nome e da chi le fu dato, a meno che non decidiamo che si tratti di 'Europa', la donna di Tiro» (14).

Dal momento che Tiro era in Fenicia, questa storia attribuisce il nome di Europa ad una signora asiatica che, passando per Cartagine, era anche africana!
La verità è che l'Europa fu il prodotto di un processo dialettico: l'affiorare del nuovo da un conflitto di opposti. Da un lato le emergenti nazioni e classi feudal-capitaliste dei conquistatori coloniali in Europa e, dall'altro, le società collettive e dispotiche in Africa, nelle Americhe, nei Caraibi e in Asia, che gli europei conquistarono, espropriarono, ridussero in schiavitù e sterminarono. Il conflitto tra una «civiltà» fondata sulla proprietà privata della terra e popolazioni e civiltà africane, azteche, inca, indiane, giavanesi e di altre società fondate sulla proprietà collettiva della terra e su forme collettive di lavoro, avviluppava il mondo e dai suoi vortici si sviluppò la realtà economica, politica e culturale dell'«Europa» e, con essa, il concetto di Europa.
Insieme all'Europa vennero gli europei, due concetti sconosciuti agli antichi greci e romani. A partire dalle Crociate e dalle conquiste colombiane fino all'imperialismo e anche oltre, vi furono sempre conquistatori, espropriatori e schiavisti da una parte e coloro che venivano conquistati, privati del possesso e della libertà dall'altra. I primi si diedero il nome di «europei». Il termine «europeo» fa il suo ingresso nella letteratura inglese nel 1603, subito dopo le spedizioni coloniali di Francis Drake e Raleigh e i traffici di schiavi condotti da Hawkins.


- Colonialismo e razzismo.

Insieme all'Europa e agli europei venne il razzismo, il cui principio fondamentale era che l'umanità è, per natura, divisibile in «razze», accompagnato dal corollario, ineluttabile, che esiste un gruppo di gente, nella fattispecie gli europei, biologicamente superiore a tutti gli altri. Prima di inventare gli «europei» alla fine del regno della regina Elisabetta, il colonialismo inventò i «negri» nel 1550 e i «coolies» nel 1598.
A mano a mano che il colonialismo progrediva, il razzismo sconfinò nella scienza. L'idea di Aristotele, secondo cui le mestruazioni cessavano durante la gravidanza perché il sangue affluiva nel feto, fu alla base di una teoria razziale, così come i tipi metallici puri di Platone divennero categorie razziali. Linneo (1707-1778) utilizzò i quattro temperamenti di Ippocrate (460-377 a.C.) per formulare le tipologie psico-razziali: i gialli flemmatici, i rossi collerici, i neri malinconici e, naturalmente, i bianchi sanguigni. Buffon (1707-1788), Haeckel (1834-1919), T. Huxley (1825-1995), Agazziz (1807-1873), lo svizzero Sommering, studioso di Harvard e padre della biometrica razziale (15), che scriveva che gli africani sono «per natura tristi, di cattivo carattere, ubbidienti e pertanto nati solo per fare gli schiavi», contribuirono a diffondere le teorie razziali nella biologia. Cesare Lombroso (1836-1909), ebreo, introdusse la teoria razziale nella criminologia, attraverso il concetto che i «neri» e i «gialli» erano criminali nati, una teoria condivisa dalla pedagogista Maria Montessori (1870-1952), ancora oggi in auge (16). Sebbene i due classici di Charles Darwin, "Sull'origine della specie" (1859) e "L'origine dell'uomo" fossero essenzialmente non razzisti, il naturalista ed esploratore Francis Galton (1822-1911), suo parente, sosteneva che Darwin aveva accettato la sua tesi, enunciata in "Hereditary Genius", scritta nel 1869, in una lettera del 1908:

«Siete riuscito a convertire un oppositore in un certo senso, poiché ho sempre sostenuto che, ad eccezione degli stupidi gli uomini non si differenziano molto per intelligenza» (17).

Galton «esplorò» la Namibia nel 1850-52 e diede il suo contributo alle spedizioni coloniali guidate da Burton, Speke e Grant per conto della Royal Geographic Society, condusse degli «studi antropometrici» sulle donne Khoisan e nel 1883 scriveva delle «grandi differenze nelle diverse razze e famiglie» (18). L'allievo di Galton, Karl Pearson (1857-1936), applicò per scopi razziali le statistiche sulla regressione nel suo "Biometrika", scritto nel 1901. Lo psicologo francese Gustave Le Bon (1841-1931), dopo aver viaggiato nei paesi dell'Africa e dell'Asia, elaborò una teoria secondo cui

«i tratti generali del carattere sono determinati da forze a noi sconosciute e possedute dalla maggior parte degli individui normali appartenenti ad una certa razza» (19).

Stephen Gould mise in evidenza la componente razzista delle teorie di questi psicologi, compreso R. M. Yerkes, il quale sosteneva:

«L'istruzione da sola non sarà in grado di portare la razza negra allo stesso livello dei suoi concorrenti caucasici» (20).

Il colonialismo, ovviamente, continuò ad influenzare la biologia e la psicologia fino al ventesimo secolo. In Inghilterra, Cyril Burt introdusse un sistema fraudolento di test razzisti e classisti negli esami «11-plus» (21) da lui presieduti. Nel 1969 e 1973, negli Stati Uniti, Arthur Jensen sosteneva una differenza di 15 punti tra «bianchi» e «neri» nella valutazione del quoziente d'intelligenza e nel 1971 H. J. Eysenck fece lo stesso in Inghilterra (22).
Il profondo influsso razzista del colonialismo sulla cultura europea abbracciava non solo la scienza ma anche la letteratura e, inevitabilmente, la politica. Auguste Comte (1798-1857), fondatore del «positivismo», Thomas Carlyle (1795-1881), Kingley (1819-1875) e Nietzsche (1844-1900) adottarono tutti la teoria razziale eurocentrica espressa dal conte Joseph Arthur de Gobineau (1816-1887) nel suo "Saggio sull'ineguaglianza delle razze umane", che non mancò di influenzare anche Emile Durkheim (1858-1917), il padre della moderna sociologia. Un anno dopo la morte di Gobineau, Max Muller (1823-1900) presentò una teoria sull'esistenza di una lingua ariana, che il nazismo utilizzò come principio al servizio dell'olocausto.
Il colonialismo penetrò persino nel pensiero e negli scritti marxisti. Engels mostrò di accettare il concetto di «razza» nel suoi saggi del 1857-1858 sull'Algeria e l'Afghanistan (23) e sostenne la colonizzazione dell'Eritrea da parte dell'Italia nel suo carteggio con Antonio Labriola, a sua volta sostenitore della colonizzazione italiana dell'Etiopia a della Libia (24). La nota affermazione di Engels, in una lettera a Kautski del 12 settembre 1882, dove egli scrive che

«il proletariato» (europeo) «deve imporsi su quei paesi abitati da una popolazione di nativi, sostanzialmente sottomessi, come l'India, l'Algeria, i possedimenti olandesi, portoghesi e spagnoli, e guidarli il più rapidamente possibile verso l'indipendenza»

è implicitamente razzista. Trent'anni prima, Engels e Marx avevano condannato questo proletariato, accusandolo di essere un «proletariato borghese». Nella stessa lettera, Engels considera «semicivilizzati» paesi come l'India.
In una lettera del 1934 al Lenin Club del Sudafrica, Trotzkij ammoniva che alcuni «compagni» «bianchi» avevano contestato lo slogan della «Repubblica Nera», coniato dal Partito Comunista, in quanto razzista, mentre lui lo aveva accettato anche se era stato coniato dagli stalinisti. Tuttavia, quando scriveva della «razza bianca e nera», impegnate a costruire insieme una nuova società, di fatto accettava implicitamente il principio fondamentale del razzismo, ovvero l'esistenza di razze umane differenti.
Nel campo della letteratura, il "Paradiso perduto" (1667) aveva sfumature razziste e non si dimentichi che Milton fu segretario di stato di Cromwell e costretto a sostenere il primo «Commonwealth» dell'emergente colonialismo britannico. Il razzismo è un tema dominante dell'"Otello" e del "Mercante di Venezia" di Shakespeare, dove l'eroina è una «bianca» razzista.
I padri della democrazia americana Jefferson, Franklin, Adams e Payne, erano tutti razzisti e Abraham Lincoln proclamò «Esistono differenze fisiche tra la razza bianca e i negri» per giustificare la sua politica di segregazione razziale, sociale, politica e giudiziaria (25).
Per quanto riguarda gli esploratori coloniali, Burton sosteneva che dopo la pubertà cessa negli africani lo sviluppo intellettivo, e Dapper, Barth, Peters, Livingstone, De Brazza, Thys, Clapperton, Marchand e Kolbe erano tutti razzisti.


- Il colonialismo e il Rinascimento.

Il colonialismo contaminò non solo la scienza, la letteratura e il pensiero politico, ma anche l'arte, persino le belle arti. Il Rinascimento era finanziato dai saccheggi compiuti dai colonizzatori ai danni delle civiltà precolombiane arabe, africane e americane. Dopo Dante, Boccaccio, Petrarca e Bacone - i primi lampi che annunciavano la tempesta borghese - Dürer, Leonardo, Holbein e Michelangelo realizzavano i loro capolavori mentre Cristoforo Colombo, Caboto, da Gama, Cabral, Cortez e Pizarro portavano a termine il primo olocausto nei recessi coloniali europei. Quando l'America, l'Asia e la costa africana caddero prostrate ai suoi piedi, l'Europa schierò non solo i suoi Galileo e Newton ma anche i suoi Rembrandt, Tiziano e Ruben e tantissimi altri. Tiziano dipinse un ritratto di Cortez, responsabile di stermini nei territori coloniali, e Rembrandt celebrò come "Señores" gli schiavisti ebrei nelle Indie occidentali olandesi e dedicò loro le sue illustrazioni dei loro testi più pregevoli (26). Holbein dipinse gli ambasciatori di Enrico Settimo mentre Van Dyck ritrasse la piccola nobiltà colonialistica di Carlo Secondo.


- Colonialismo e tecnologia.

Prima delle Crociate e dell'epoca delle scoperte i modi di produzione collettivi e dispotici non europei favorirono le trasformazioni tecnologiche più agevolmente di quanto non avesse fatto la povera, piccola Europa, condizionata dal mare e fondata sulla proprietà privata. Nel periodo antecedente le Crociate, l'Europa era arretrata, povera, scarsamente popolata, con città che, ad eccezione di alcuni centri mercantili lungo i fiumi e le coste, erano di gran lunga più piccole di molte città in Cina, India, America e Africa dell'epoca. Nel millennio successivo, il millennio del capitalismo, questa differenza andò gradualmente capovolgendosi. Le società più evolute sprofondarono rapidamente alla base, quelle meno sviluppate si innalzarono all'apice di una nuova piramide di nazioni.
I meccanismi di questa inversione inter-continentale di civiltà erano da ricercare nello schiavismo, nelle conquiste e nei traffici coloniali nonché nell'adozione e adattamento di trasferimenti di scienza, tecnologia e invenzioni. Joseph Needham fece un elenco di ventisei importanti trasferimenti tecnologici (compresi la carta, la polvere da sparo, la bussola, il telaio, le perforazioni in profondità, la fusione del ferro e le chiuse) dalla Cina all'Europa, avvenuti in gran parte durante l'epoca colombiana, in cui solo quattro tecniche (l'albero a gomiti, la vite, la pompa a pressione e il meccanismo ad orologeria) giunsero in Cina dall'Europa (27). Il capitalismo coloniale accompagnò questi trasferimenti con massicci trasferimenti di ricchezza materiale.
Queste forze di produzione coloniali non entrarono in conflitto con i rapporti di produzione capitalisti, anzi li rafforzarono su entrambi i versanti dello spartiacque che divideva le nazioni del mondo. La famosa contraddizione marxista tra forze e rapporti di produzione fu negata dal colonialismo capitalista, anzi, questo sistema si fonda proprio su questa negazione. La negazione di questa negazione continua, evidentemente, ad essere il problema fondamentale della teoria della liberazione.


- Colonialismo e rivoluzioni borghesi.

Il colonialismo influenzò le strutture, i meccanismi e i rapporti capitalisti nell'Europa feudale e favorì l'ascesa al potere della borghesia. La relazione che lega il colonialismo alle cosiddette «rivoluzioni borghesi» non è mai stata tenuta nella dovuta considerazione nemmeno dai marxisti. Occorre osservare, anche se si tratta di un fatto abbastanza ovvio, che la prima «rivoluzione borghese» fu il processo di «accumulazione originaria», iniziato gradualmente con le Crociate, per poi estendersi rapidamente durante l'epoca delle scoperte fino a dilagare, divenendo un fenomeno globale, al tempo del traffico degli schiavi. Queste vere rivoluzioni sociali si verificarono in paesi lontani dall'Europa, sotto forma di una lotta colonialista inter-continentale tra due modi di produzione contrapposti. Il risultato di questa lotta inter-modale fu che ciascuna classe capitalista finì con l'acquisire sufficiente potere economico per impadronirsi del potere politico detenuto dalle classi feudali.
Molto prima che la borghesia portoghese e spagnola tenesse le redini del potere politico, essa era padrona di vaste colonie in America, Africa e Asia. Fu il potere derivato dai possedimenti coloniali, che permise alla Spagna di controllare politicamente l'Olanda e gran parte dell'Italia nel quindicesimo e sedicesimo secolo. Tuttavia, la borghesia spagnola era troppo legata ai propri feudatari per poter industrializzare il surplus proveniente dal Messico, dal Perù, dalle Filippine e dal traffico di schiavi. Il surplus veniva in gran parte trasferito in Germania, ai «colonialisti occulti» sul Reno e sul Mare del Nord. Questa emorragia, oltre alle sconfitte subite nelle battaglie navali contro i pirati inglesi e la flotta di Francis Drake, costarono la supremazia come potenza coloniale alla Spagna, che trascinò con sé il Portogallo. Quando, soltanto alla fine del ventesimo secolo, il Portogallo ebbe finalmente la propria «rivoluzione democratica», essa fu un derivato della lotta per l'indipendenza della Guinea-Bissau, del Mozambico e dell'Angola.
Il declino della Spagna consentì l'ascesa dell'Olanda a prima potenza navale del mondo. La Compagnia delle Indie Orientali olandese, amministrata dai tedeschi, nel 1652 costrinse i San e i Khoi-Khoi a cedere il Capo di Buona Speranza, quindi nel 1641 acquistò la Malacca e nel 1656 Ceylon, avviando commerci con la Cina e il Giappone. Con il trattato di Westfalia del 1648 la sovranità dell'Olanda venne riconosciuta dalla Spagna. La rivoluzione borghese olandese e fiamminga ebbe come epicentro le città colonialiste di Amsterdam, Rotterdam, Anversa, Bruges e Gand.
Alimentata dal colonialismo elisabettiano, la borghesia inglese si alleò con l'aristocrazia terriera per conquistare il potere politico in un Commonwealth cromwelliano, fondato sullo schiavismo; la «gloriosa rivoluzione» di Guglielmo d'Orange del 1688 fece sventolare l'«Union Jack», sulle colonie delle Indie occidentali, del Nordamerica e dell'India.
La Rivoluzione francese del 1789-1793 fu guidata da una borghesia che era già divenuta una potenza mondiale in Louisiana, nel Canada, nelle Antille, nell'India orientale, nel Senegal e in un quadrilatero atlantico del commercio di schiavi in cui Bordeaux, Calais e Dieppe rivestivano un'importanza cruciale (28). La Rivoluzione francese mantenne le colonie e lo schiavismo, come del resto la rivoluzione del 1848. Nemmeno la Comune di Parigi del 1871 osò sfidare l'imperialismo francese in Indocina e in Africa. L'impatto culturale della rivoluzione francese colonialista aveva connotati profondamente colonialisti, al punto che i comunardi, che più tardi furono massacrati dalle truppe tedesche a Parigi, non alzarono un dito per fermare le atrocità dell'armata coloniale di Napoleone Terzo, e si guardarono bene dal proclamare la libertà per i popoli sotto il giogo francese in Algeria, in Indocina e nell'Africa occidentale.
La rivoluzione borghese tedesca, che attraversò il periodo della Riforma iniziato da Lutero, la rivoluzione del 1848 e il processo di unificazione nazionale di Bismarck, furono tutte alimentate da un vecchio, occulto colonialismo. All'interno del Sacro Romano Impero, battezzato nel 962 da Ottone di Sassonia, detto il Grande, ghilde, mercanti, usurai e banchieri della costa settentrionale, fondarono la Lega Anseatica, costituendo dei monopoli mercantili che intrattenevano traffici marittimi, nonché il commercio di schiavi, dapprima con i veneziani, quindi con i portoghesi, gli spagnoli e persino gli olandesi. Tra questi capitalisti si annoverano i Ravensburg, le casate di Augusta e Norimberga, le ghilde di Francoforte, la famiglia Meuling di Anversa dal 1479, gli Höchstätter dal 1486 e i potenti Fugger e Welser che finanziarono e armarono l'invasione del Venezuela nel 1527 e attirarono l'attenzione di Marx.
Nel 1660 la Lega Anseatica, di cui ormai facevano parte solo Amburgo, Lubecca e Brema, si stava avviando al declino, tuttavia con essa non crollò il principio dei monopoli capitalisti. Nel diciannovesimo secolo sorsero nuovi monopoli, tutti occupati in attività coloniali, tra cui i Krupp, i Siemens, i Thyssen e i Benz. La stessa Deutsche Bank costituita nel diciannovesimo secolo, finanziò la conquista tedesca della Namibia, dell'Urundi, del Ruanda, del Tanganika e del Camerun. Capitalisti tedeschi, come gli Oppenheimer, i veri capi del «Nuovo Sudafrica», si impadronirono delle miniere d'oro e diamanti del Witwatersrand e Rhodes usò i mitragliatori fabbricati dai Krupp per conquistare Pondoland e Matabeleland. Un secolo dopo la caduta del primo Impero durante la Rivoluzione francese, la federazione tedesca fu riformata e Guglielmo, sostenuto dai socialisti di Lassalle, riassunse il titolo di imperatore in quanto capo del secondo Impero tedesco. In seguito, la democrazia tedesca fu insanguinata dai massacri in Namibia, Camerun e Tanganica.
La trionfante borghesia tedesca ospitò il Congresso di Berlino del 1884-85, dove le potenze europee si spartirono i territori dell'Africa. La Germania perdette le proprie colonie nella prima guerra mondiale, ma la sua politica coloniale le si ritorse contro nel 1933, quando il Reichstag democratico, eletto dalla maggior parte dei tedeschi provenienti da qualsiasi ceto sociale, votò a favore del partito nazista, decretandone l'ascesa al potere. Dopo un'altra sconfitta nel 1945, la borghesia tedesca, grazie agli aiuti del Piano Marshall, alle riserve occulte di metalli preziosi, alla Comunità europea a alla riunificazione tedesca del 1989, ha potuto ristabilire il ruolo della Germania a terza potenza economica mondiale dopo gli Stati Uniti e il Giappone.
La rivoluzione borghese in Italia giunse all'apice a seguito di un lungo processo coloniale. Città stato e stati regionali italiani trassero vantaggi dal crollo del feudalesimo a seguito delle Crociate, nel senso che mercanti genovesi, pisani e napoletani rifornivano sia i cristiani che i saraceni. Venezia fu uno dei primi esempi di città capitaliste, con il suo impero coloniale che si estendeva fino a Dubrovnik e i suoi mercanti, come la famiglia Polo, che intrattenevano commerci con la Persia, l'Arabia e la Cina. I mercanti italiani avevano raggiunto le Canarie nel 1341, le Isole di Capo Verde nel 1456, Timbuctù nel 1470 e dal 1464 iniziarono ad importare oro dai regni del Sudan occidentale.
Dopo che le scoperte e la conquista ottomana del 1454 avevano chiuso il Mediterraneo, i capitalisti italiani di Firenze e Venezia dipendevano dai metalli e dai generi di consumo provenienti dalle colonie spagnole e portoghesi in America, Asia e Africa. Il Risorgimento di Mazzini e il processo di unificazione dell'Italia, guidato da Garibaldi e Cavour, furono finanziati dalla classe capitalista italiana, da tempo legata alla politica coloniale. I soldati algerini caduti per l'unità d'Italia vengono ricordati nel monumento alla vittoria di Napoleone Terzo sugli austriaci (la Francia aveva conquistato l'Algeria nel 1830), collocato nel Parco Sempione a Milano. Mazzini incoraggiò la colonizzazione italiana della Tunisia e Garibaldi rivendicò Trieste all'Austria. Il cardinale Massaia (1809-1889), missionario cappuccino e diplomatico, manovrò le ambizioni coloniali di Cavour in Etiopia, come aveva fatto Livingstone per la Gran Bretagna nell'Africa centrale e occidentale (29). Garibaldi era in stretti rapporti con la compagnia coloniale che operava sulle coste etiopi e somale del Mar Rosso.
Quanto al Belgio, basti solo ricordare il grido del giovane duca di Brabante, il futuro Leopoldo Secondo, nel 1867, non molto prima che egli, in combutta con Stanley e l'industria tessile di Manchester, si macchiasse delle infami atrocità commesse durante la conquista e lo sfruttamento del Congo in nome dell'imperialismo belga:

«Ciò di cui il Belgio ha bisogno è una colonia» (30).

La rivoluzione borghese del Belgio fu guidata dalla dinastia colonialista fondata da Leopoldo, una dinastia che penetrò in molte famiglie aristocratiche e reali dei Borboni e degli Asburgo nell'Europa del diciannovesimo e ventesimo secolo.
La rivoluzione borghese del Giappone, avvenuta nel diciannovesimo secolo, consistette nella trasformazione della casta dei «despoti orientali» "shogun" in famiglie monopolistiche capitaliste, guidate dallo stesso imperatore. Questa trasformazione ebbe inizio durante una lotta per il potere coloniale, combattuta nel Mare del Giappone a metà del diciannovesimo secolo, tra il Giappone e i suoi rivali europei e americani e che si concluse con la conquista da parte dei giapponesi della Corea e la vittoria sulla Russia zarista imperialista nel 1905. Tra le due guerre mondiali, il Giappone condusse una guerra tipicamente coloniale contro la Cina, in cui vennero sterminate circa venti milioni di persone. Durante la seconda guerra mondiale, il Giappone portò a termine la conquista coloniale di Singapore, dell'Indonesia, di Hong-Kong, Burma e dell'Indocina francese. Nel dopoguerra, l'ascesa del Giappone a potenza imperialista del mondo (seconda solo agli Stati Uniti), era dovuta essenzialmente a precisi investimenti neocoloniali in lavoro a basso costo nelle proprie ex colonie, da parte di dinastie monopolistiche dispotiche giapponesi.
Il risultato finale del colonialismo europeo e, più tardi, nordamericano e giapponese, fu la globalizzazione del capitalismo in un sistema mondiale, che vede contrapposti da un lato un blocco di nazioni imperialiste (a loro volta in competizione, spesso violenta, una sorta di guerra mondiale, per assicurarsi il potere e l'influenza globale) che va sotto il nome di «Primo mondo», e dall'altro un complesso di ex colonie semicoloniali e colonie, il cosiddetto «Terzo mondo», che a sua volta sovrasta la terra desolata di un «Quarto mondo», totalmente povero e vittima di genocidi. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, fanno parte del «Terzo mondo» l'Europa dell'Est, i Balcani e l'ex Unione sovietica, un blocco che comprende circa quattrocento milioni di persone.

Questa divisione del mondo rappresenta e, a sua volta, è rappresentata da una partizione colonialistica del valore della produzione globale. Solo la forza lavoro umana è in grado di creare valore. Marx ha spiegato che il lavoro effettivo dell'operaio può essere astratto in lavoro «universale», che, in sostanza, è lavoro generalizzato socialmente necessario. Potremmo prendere il lavoro specializzato medio del «Primo mondo» come norma internazionale. Ne segue che nel «Primo mondo» (ovvero nei paesi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, o OCSE, ad eccezione della Turchia) vi sono circa trecento milioni di lavoratori, i quali rappresentano il 30% della popolazione totale dei paesi imperialisti, che ammonta a un miliardo di persone. Nel «Terzo mondo», su una popolazione di tre miliardi, si ha un tasso di disoccupazione pari al 50% e solo circa cinquecento milioni di lavoratori assunti. Di questi, circa cento milioni (compresi quelli nelle città della Cina economicamente dipendenti dal capitale estero) lavorano nelle miniere ad alto rendimento, nelle industrie, nelle comunicazioni e nelle piantagioni i cui prodotti sono destinati al mercato estero; i restanti quattrocento milioni corrispondono, in pratica, appena a cento milioni di lavoratori «universali», poiché il rapporto di produttività è di quattro a uno a favore del «Primo mondo» rispetto al «Terzo mondo».
Riassumendo, abbiamo quindi trecento milioni di «lavoratori universali» nel Primo mondo e duecento milioni nel Terzo mondo, che corrisponde al 60% nel Primo e al 40% nel Terzo mondo. Dal momento che solo la forza lavoro umana crea valore, si può affermare che il 60% del valore globale viene «prodotto» nel Primo mondo e il 40% nel Terzo mondo. Tuttavia, l'ONU, l'Europa e tutte le altri autorevoli fonti statistiche mostrano che il Primo mondo «riceve», ovvero «consuma» personalmente o economicamente, più dell'80% del reddito globale, mentre il Terzo mondo, compresa l'intera Cina, riceve meno del 20%. Ne segue che si è assistito ad un trasferimento di valore, dalle semicolonie al «mondo» imperialistico, pari al 20% del valore globale, che ammonta oggi a quattro trilioni di dollari/euro e rappresenta il trasferimento globale di plusvalore dal Terzo al Primo «mondo», ovvero il supersfruttamento colonialista moderno. Il tasso internazionale di plusvalore, ovvero il plusvalore esportato diviso il reddito nazionale, rappresenta il 20% (trasferimento) diviso il 40% (quota del Terzo mondo di reddito globale) cioè il 50% (31) Alla fine del millennio il trasferimento globale dal Terzo al Primo mondo è superiore al PIL degli Stati Uniti. Questo trasferimento rappresenta un metro del sistema colonialista moderno di «apartheid su scala mondiale» (32) che fronteggia qualunque teoria di liberazione coloniale.


Capitolo terzo.
LA LOTTA TRA MODI DI PRODUZIONE IN ASIA E AMERICA.


- Le grandi rivoluzioni in Asia.

Sebbene il Portogallo avesse avviato un traffico di schiavi provenienti dall'Asia, lo schiavismo portoghese era per la maggior parte limitato ad Angola, Congo, Mozambico e Brasile. Gli olandesi praticarono una forma di schiavismo su grande scala, da e verso la Malesia, l'Indonesia, Ceylon, le Indie occidentali, il Capo di Buona Speranza e, fino a quando non arrivarono i francesi, il Senegal (circa in 16 milioni passarono per la casa degli schiavi dell'isola di Gorée per essere imbarcati sulle navi negriere sull'Atlantico). Gli inglesi operavano nel Golfo di Guinea, a Sant'Elena, nella regione del Capo, nelle Indie occidentali e negli Stati Uniti, mentre i francesi erano attivi nel Senegal, a Casamance, nelle Mauritius, nel Madagascar, in Louisiana e nei Caraibi. Tutti condussero traffici di schiavi, impiegati poi nelle piantagioni, nelle loro colonie in Asia, spesso illegalmente e in violazione delle proprie leggi, tuttavia l'assalto del colonialismo europeo in Asia avvenne principalmente attraverso le conquiste e il supersfruttamento di popoli che vivevano in società basate su modi di produzione collettivi, che per secoli avevano prevalso a Ceylon, in India, Indonesia, Indocina e Cina.

IRAN. Nel 1622 il Portogallo era in guerra con l'Iran, che il colonialismo europeo non riuscì mai a conquistare veramente, per il possesso dell'isola di Hormuz. Ma il rivale britannico del Portogallo, inviò l'inglese Robert Sherley dallo Scià di Persia per raccomandargli l'artiglieria «made in Britain». La Turchia fu oggetto di lotte di potere tra veneziani e russi dopo Pietro il Grande. Nader, Scià di Persia dal 1736 al 1747, invase l'India nel 1738, con l'aiuto degli inglesi che, attraverso la missione britannica del Golfo, cominciarono a drenare gran parte dell'oro e dei preziosi, conquistati dall'Iran. Dal 1797 al 1834 Al Shahwas divenne uno dei primi "compradores" grazie ad una sovvenzione degli inglesi e nel 1813 la Gran Bretagna rivendicò il Caucaso in virtù di un trattato con l'Iran. Nel 1907 l'indipendenza dell'Iran fu tale che la Russia e la Gran Bretagna mantennero «sfere di influenza» in Iran e Afganistan.
Lo scià Mohammad (1834-1848) cercò di arginare l'ondata russo-britannica, chiedendo aiuto alla Spagna e all'Olanda. Lo scià Naser ed-din (1848-1896) vendette concessioni di tabacco agli europei per pagare il debito pubblico. Le «rivolte del tabacco» che ne derivarono furono il primo esempio di lotte di classe antimperialiste in Iran e portarono nel 1906 alla creazione di una monarchia costituzionale in cui, tuttavia, la nobiltà e l'Assemblea consultiva nazionale caddero sotto il dominio finanziario di banchieri inglesi e tedeschi. Questa dominazione indiretta si protrasse fino al governo del cosacco persiano Riza Khan, iniziato nel 1921, per proseguire fino alla dinastia Pahlevi (1925-1979), durante la quale predominò l'influenza finanziaria tedesca che, peraltro, continua anche nei nostri giorni. Questo lento colonialismo economico indebolì le formazioni sociali dispotico-collettive, che avevano raggiunto un alto grado di sviluppo in Iran e che risalivano ai tempi antichi, quando Dario e Serse avevano cercato invano di fermare l'esercito macedone guidato da Alessandro, duemila anni prima che il colonialismo moderno penetrasse in Iran nel diciassettesimo secolo.

INDIA. L'India aveva un passato di oltre tremila anni di civiltà collettiva e dispotico collettiva prima delle conquiste portoghesi e inglesi. Le colonne di ferro e le statue, i dipinti e i palazzi induisti, i prodigi astronomici dello scià Jehan, la sobria magnificenza della tomba del mogol conosciuta come Taj Mahal, i forti del Rajastan e di Dehli, le Grotte degli elefanti (dove i soldati inglesi usarono come bersagli nelle loro esercitazioni grandi opere induiste), tutto questo e molto altro ancora sta a testimoniare l'eredità precolombiana dell'India.
Le lotte tra i modi di produzione colonialista capitalista e dispotico collettivo furono più violente nel resto dell'Asia che in Iran. In India gli inglesi usarono la regola del «divide et impera» fino all'estremo, quando sfruttarono l'antagonismo tra Mogol e Maratha nel diciottesimo secolo. Quando i despoti maratha induisti caddero sotto i colpi dei fucili di Lord Wellesley nel 1794, era in atto un lungo conflitto tra tre differenti modi: collettivismo tribale, dispotismo e capitalismo. Nel 1648 il colonialismo di Cromwell (l'«altra faccia» della rivoluzione borghese inglese) aveva costruito una «fabbrica» nel Rajapur. Gli inglesi usarono i "jagiridar maratha" (proprietari terrieri militari maratha) e "nizam" (governanti) dopo la guerra del 1688 del rajah Ram contro il despota mogol Aurangzeb e nella guerra maratha del 1700. La guerra ebbe come risultato lo stravolgimento delle terre dei jagiridar, che vennero trasformate in proprietà privata, e l'istituzione di un nuovo sistema, lo zemindarismo, creato per estorcere tasse ai contadini.
Nel 1739 lo scià di Persia Nader portò via da Delhi il trono del pavone, oro, argento e trecento milioni di rupie, mentre a Bassein, Pesha Baji Rao sgominò i portoghesi di base a Goa. Guerre intra-dispotiche e inter-modali si combattevano parallelamente e la loro sovrapposizione produsse la «raj» inglese in India. Nel 1758 i maratha, in quel periodo all'apice, sconfissero i mogol, che per rappresaglia nel 1761 sgominarono un esercito maratha. Gli inglesi «proteggevano» i nizam nel Bengala, nel Bihar e nell'Orissa, sconfissero l'imperatore nordindiano nel 1864 e, impiegando a propri fini gli eserciti conquistati, dominarono da Calcutta a Doab. Nel 1772 il loro esercito vassallo sconfisse i maratha e la Gran Bretagna conquistò Bombay. Era l'epoca «gloriosa» del colonialismo piratesco, guidato da Clive, Hastings, Walpole, Cornwalles, Wellesley, tutti dipendenti della colonialista Compagnia delle Indie orientali, della Compagnia delle Indie occidentali e della Royal Company (schiavista), le cui banchine divennero la culla della «City» di Londra.
Malgrado la resistenza guidata dai nababbi di Ouda e del Bengala e dal nazim di Hyderabad e l'eroica resistenza di Hyder Ali, Tipoo Tib e altri signori dispotici anticolonialisti, la doppia politica inglese del «divide et impera» e del «governo indiretto», grazie alla sconfitta dei despoti, vinse la battaglia. Un nuovo dispotismo, assoluto e illimitato, e dunque sconosciuto all'India, era ora al potere. Il legame tra stato dispotico e collettività era infranto e al suo posto si ergeva una dominazione nazionale totalitaria. Ancora oggi l'India continua ad essere lacerata dal colonialismo: la sanguinosa divisione attuata nel 1948 dal partito laburista inglese di Attlee e Stafford Cripps e dal viceré conservatore Mountbatten. Uno degli obiettivi prioritari della liberazione permanente continua ad essere la riunificazione nazionale del Pakistan, del Bangladesh e dell'India in ciò che storicamente era un'unica nazione, l'India.

CEYLON / SRI-LANKA. Lo Sri-Lanka precoloniale (Ceylon durante l'occupazione portoghese, olandese e inglese) aveva un sistema sociale di villaggio strutturato in caste, raggruppamenti che funzionavano come tribù endogamiche. Il lavoro rurale era collettivo, lo stato controllava l'irrigazione su grande scala e ricavava le sue entrate dal sovrappiù di grano e dalle tasse sull'acqua. La spesa comune comprendeva la costruzione di grandi templi. Nel 1344, quando il grande storico Ibn Battuta visitò lo Sri-Lanka, i porti erano gestiti da un certo sultano Alkonar. La cannella e il pepe, provenienti dalle locali foreste, erano monopoli dello stato reale. Quando il conquistatore portoghese Lourenço de Almeida prese d'assalto la capitale Colombo nel 1505, egli pretese dal re Kotte la disponibilità al commercio e tributi in terra. Nel 1518 i portoghesi eressero il loro primo forte a Colombo. Quando l'Olanda, e poi l'Inghilterra, si impadronirono con la forza della colonia, un sistema basato sullo schiavismo prese il posto dell'antica cultura collettiva del villaggio. Nel diciassettesimo secolo l'Olanda esportava schiavi e i capi delle rivolte di schiavi verso il Capo di Buona Speranza. L'Inghilterra portò a termine il processo colombiano e attraverso la politica del «governo indiretto», implicita nella moderna «indipendenza», continua a dominare economicamente lo Sri-Lanka ancora oggi. I partiti al governo continuano a praticare la politica britannica del «divide et impera» tra forza lavoro immigrata tamil a basso costo e «nativi» dello Sri-Lanka. La lotta militare per l'«autodeterminazione» dei tamil e la sua repressione dividono il paese.

BIRMANIA. L'antica Birmania era uno stato egualitario, il cui centro era rappresentato dalla corte tribale, con ministeri del tesoro, della giustizia e dell'esecutivo che gestivano le opere pubbliche. Il re veniva eletto da un consiglio di anziani, non poteva emanare leggi ma editti, che decadevano con la sua morte. Il diritto si fondava sulla consuetudine, la nobiltà ereditaria non esisteva e la legge stabiliva che uomini e donne fossero liberi e uguali:

«esiste, nella vita birmana, non solo una bellezza che delizia gli occhi, ma anche una dignità che rende orgogliosi della razza umana» (G. R. Harvey, "British Rule in India").

Il poeta imperialista Rudyard Kipling definì la Birmania «una terra assai armoniosa e verde» (R. Kipling, "Mandalay", 1900 circa).
Marco Polo descrisse la città di Mien alla fine del tredicesimo secolo:

«E la gente è d'idoli...» La tomba reale aveva «due torri a modo di piramidi, una da un capo l'altra dall'altro, tutte di marmo... e di sopra v'era una palla rotonda. [...] la torre si è di pietre, tutta coperta d'oro di fuori ed èvvi grosso bene un dito, sì che vedendola pare pure d'oro. E di sopra è tonda, e quel tondo è tutto pieno di campanelle, e sono dorate, che suonano tutte le volte che'l vento vi percuote. L'altra è d'ariento, ed è fatta né più né meno che quella d'oro. [...] e dicovi ch'egli è la più bella cosa del mondo a vedere e di maggiore valuta» (M. Polo, "Il Milione", CVI).

L'esercito del Kublai Khan, che invase la Birmania nel 1272, rispettò le tombe dei re birmani. L'esercito della regina Vittoria non fece altrettanto.
Il commercio con il Portogallo portò alla conquista di Malacca da parte dei portoghesi nel 1511. I francesi, rivendicando l'«autodeterminazione» per le tribù Mons, attaccarono la Birmania nel 1758 ma furono sconfitti dal governante birmano Alaungpaya. La Birmania sconfisse le forze inglesi ad Assam e resistette all'invasione coloniale in tre guerre (1824-26, 1852 e 1875-78). Vi furono rivolte contadine contro i coloni inglesi nel 1906, 1923 e 1931. La resistenza all'occupazione giapponese durante la seconda guerra mondiale guidò una rivolta contadina e nel 1947 conquistò l'indipendenza dagli inglesi altrettanto fascisti. Il paese rimane una neocolonia del Terzo mondo, governato da una dittatura sottomessa alla borsa valori di Londra.

INDONESIA. L'Indonesia precolombiana si fondava su un antico sistema collettivo, almeno fino agli sconvolgimenti che scossero la Cina dal decimo al tredicesimo secolo. Secondo i buddisti e gli induisti l'intera nazione e il suo suolo erano sacri, il re era tenuto ad avere compassione per la gente e rendere Giava il luogo adatto agli dei. La bellezza veniva considerata un fine politico. I villaggi erano ricompensati con templi reali costruiti sulle risaie. Al tempo di Marco Polo, l'Europa era a conoscenza che

«Quivi hae pepe e noce moscade e spigo e galanga e cubebe e garofani e di tutte care spezie... Quivi hae tanto tesoro che non si potrebbe contare» (Marco Polo, "Il Milione", CXL).

Gli indonesiani rifornirono di approvvigionamenti i duemila uomini di Marco Polo, che nel 1291 soggiornarono nel loro paese per cinque mesi, ma nel 1522 rifiutarono di fare altrettanto per una guarnigione portoghese di stanza a Pase. Le ricchezze dell'Indonesia furono la sua rovina. Fino a quando non fu devastata dai portoghesi nel 1511, Malacca era un porto che rivestiva un'importanza a livello mondiale. Gli olandesi attizzarono le ostilità tra buddisti e musulmani quando, subentrati ai portoghesi nel 1641, si servirono di ufficiali musulmani per impadronirsi dei granai dei buddisti e di eserciti buddisti contro i musulmani sulle coste. Prima dell'ascesa vera e propria del dispotismo collettivo, che avrebbe preso il posto delle società collettive popolari, i portoghesi e gli olandesi avevano distrutto gran parte della civiltà indonesiana e assorbito ciò che ne restava.
Gli sbarchi dell'inglese Lancaster nel 1591 e 1601, dell'olandese Van Houtman nel 1595 e 1598, di Van Neck nel 1599 e della società reale dedita al traffico di schiavi della Compagnia olandese delle Indie orientali nel 1602, furono cattivi presagi per l'Indonesia, che resistette invano ai governatorati di Coen, Van Diemen (1636-45) e Maetsuyker (1653-78) e vide molti suoi principi esiliati nelle colonie olandesi del Capo. Dopo un'eroica resistenza opposta dal re induista mataram, il sultano Agung, a Batavia nel 1620, il suo erede, Amanggurat Primo, cedette Preanger, nella Giava occidentale, alla Compagnia olandese delle Indie orientali e nel 1704 il re Pakubwone Primo divenne cliente della Compagnia. Palembang riprese la resistenza e le rivolte guidate dal principe Dip Negoro, che gli olandesi avevano esiliato dall'Imam Bondiol, da Padri di Sumatra e altri despoti anticolonialisti, diedero uno scossone al governo olandese nel 1825-1830.
Nel 1850 il governatore Van den Bosch diede avvio al «sistema della civiltà» ("Kultuurstelsel") per cui gli abitanti dei villaggi dovevano cedere un quinto dei loro raccolti per le esportazioni che, nel 1880, costituivano un terzo del bilancio dell'Olanda. I capi ebbero una parte fondamentale nel "Kultuurstelsel". In questa maniera, l'antico principio comunista era al servizio del colonialismo olandese. Quando Napoleone assunse il governo dell'Indonesia tra il 1806 e il 1811, la Francia modificò di poco la politica olandese. Gli inglesi, sotto il governatore Raffles (1811-15), fecero altrettanto (1). Gli olandesi tornarono al potere ed estesero il loro dominio economico dopo l'indipendenza alla metà del ventesimo secolo. Oggi, le piantagioni e le vaste transnazionali petrolifere olandesi sono subordinate alla politica e all'apparente potere di dittatori indonesiani come Sukarno, che annientò il movimento comunista indonesiano, il suo successore Suharto, rovesciato in seguito ad una rivolta popolare nel 1998, e i successivi regimi "compradores", corrotti dagli interessi petroliferi del Primo mondo, dai banchieri, dalla Banca Mondiale, dal Fondo monetario internazionale e dall'industria degli armamenti.
La lotta tra il collettivismo indonesiano e il colonialismo portoghese, olandese, francese, inglese e ancora olandese, rappresenta una vittoria fondamentale del modo di produzione capitalista. Questo conflitto non va letto semplicemente in termini di «lotta di classe», né di lotta tra «nazioni», bensì in termini di "lotta modale" tra il «modo di produzione» capitalista basato sulla proprietà privata e il «modo di produzione asiatico».

FILIPPINE. Le Filippine passarono direttamente dal modo di produzione tribale-collettivo al modo di produzione capitalista coloniale senza l'intermediazione del dispotismo. Prima dell'arrivo degli spagnoli non esistevano né città né un potere centrale. Gli insediamenti malesi e indonesiani disponevano di villaggi composti da "barangays" e governati dai "datus" (capi), che gli spagnoli adattarono alla propria amministrazione coloniale. Magellano, dopo aver partecipato alle guerre del Portogallo contro lo Zanj, l'India, il Cochin e Malacca tra il 1505 e il 1511, venne ucciso a Cebu nell'aprile del 1521 nel tentativo di «cristianizzare» un capo. Nel 1565 de Legazpi, agli ordini di Filippo Secondo, colonizzò Cebu, fondò Manila nel 1571 e conquistò Luzon e le altre isole fino a Mindanao, combattendo la massiccia resistenza opposta dagli indigeni. Il viceré spagnolo, un tiranno assoluto e non soggetto ad obblighi nei confronti della collettività, attuò la privatizzazione del commercio dell'argento con il Messico ed era inoltre a capo dell'esercito e della Chiesa. Quest'ultima, divenuta nel frattempo l'istituzione più potente, possedeva la maggior parte delle terre e governava attraverso le missioni, mettendo al proprio servizio i "datus", trasformati in «principalia» terrieri controllati dai frati. Le restanti terre divennero proprietà della Corona.
A partire dal diciannovesimo secolo, le esportazioni di zucchero, canapa caffè e noci di cocco, avvenivano con la mediazione dei "compradores" cinesi, alle dipendenze dapprima della Spagna e successivamente degli Stati Uniti, dopo le guerre tra America e Spagna. Dai "compradores" venne il Movimento di Propaganda, guidato dal poeta Jose Rizal, esiliato e giustiziato nel 1896. I frati si infiltrarono nel Katipunan (2), un movimento che seguì quello di Propaganda, guidato da un mercante, Andres Bonifacio, in una rivolta di massa nel 1896-97. La guerriglia di Bonifacio aiutò gli Stati Uniti a mettere fine alla dominazione spagnola nella baia di Manila nel maggio del 1898. Gli Stati Uniti combatterono una guerra genocida contro tribù e anticolonialisti contadini, che avevano confiscato le terre ai frati durante la breve Repubblica di Malolos.
Alla fine dell'occupazione giapponese del 1941-45, gli Stati Uniti furono costretti a concedere l'indipendenza il 4 luglio 1946. Tuttavia posero alla presidenza Manuel Roxas, che aveva lavorato per i servizi segreti sia giapponesi che americani. I regimi neocoloniali "compradores" che si susseguirono, compreso quello di Marcos in tempi recenti, permisero agli Stati Uniti di attuare un sistema di "governo indiretto", messo a punto dagli inglesi nell'Africa occidentale alla fine del diciannovesimo secolo e che continua a tenere le Filippine in schiavitù alla svolta del millennio.

CAMBOGIA. Coloni khmer, indiani, malesi, giavanesi e tailandesi gestivano un modo di produzione collettivo che divenne dispotico dopo l'arrivo dei mercanti cinesi a partire dal 1600. L'ambasciatore cinese di Funan scriveva, nel 245 circa, di città circondate da mura, di sovrani profumati e ornati di gioielli e di gente nuda per le strade. L'alfabeto in uso era quello indiano, vi erano biblioteche e dal quarto al quinto secolo re bramini governavano da una capitale, «la città dei cacciatori» Vyadapura. Tra i re di Funan vi erano khmer tribali. Un regno interamente cambogiano fu fondato da Jayavarman n (802850), con a capo un "devaraja", di una tribù khmer, un «re divino» che fondò la dinastia Angkor. Le opere pubbliche realizzate da questo governo dispotico collettivo furono distrutte dai francesi mille anni più tardi.
Gli spagnoli usarono il re khmer Satha (1576-94) in una guerra e nel 1596, dopo la caduta di Lovek nel 1594, le truppe e i missionari spagnoli saccheggiarono la capitale Pnom Penh, uccisero il re e suo figlio e fecero salire al trono un altro suo figlio, con il nome di «Barom Reaches Secondo». Il dominio spagnolo decadde in seguito ad una rivolta popolare che sgominò le guarnigioni spagnole nel 1599.
Tre secoli più tardi, nel 1864, la Francia corruppe il re Norodom. Una rivolta di massa nel 1885-87 fu la risposta ad un trattato reale con la Francia nel 1884. I francesi sedarono l'insurrezione e adattarono ciò che restava del dispotismo tribale a una politica di «governo indiretto» che raggiunse la sua forma definitiva con l'«indipendenza» sotto il principe Sihanouk nel 1944, dopo che il generale francese Decaux lo aveva posto sul trono nel 1941. Dopo l'occupazione giapponese la CIA istituì un regime fantoccio guidato da Lon Nol. I khmer liberarono il paese nel 1975 e collocarono al potere Pol Pot.
Questo partito «comunista» tribale e stalinizzato, distrusse ciò che l'antica società Angkor, collettiva e collettiva-dispotica, aveva edificato: tra il 1975 e il 1979 le città vennero svuotate e i lavoratori massacrati. In questa maniera, assolutamente brutale, i modi di produzione tribali e dispotici della Cambogia precoloniale lasciarono il posto ai modi di produzione postcoloniali. Questa regressione ebbe fine quando un esercito vietnamita liberò la Cambogia nel 1979.

LAOS. Una struttura sociale collettiva multitribale si sviluppò nelle Pianure dei Vasi del Laos, che prendono il nome da un antico vaso di terraglia. Gruppi di Lao-Lu, Lao-Thai, Lao-Theng e Lao-Sung convivevano in maniera più o meno pacifica sino a quando non venne fondato da Fa Ngun (1353-72) il regno tribale dispotico di Lan Xang, unificato spiritualmente dal buddismo Theravada.
Questo "regno di un milione di elefanti" (3) era periodicamente in guerra con il Vietnam, nel 1478, e con la Tailandia e la Birmania per due secoli. Come in molti altri regimi «dispotici orientali» nel Laos le capitali variavano, come Luang Prabeng e Vientiane. Souligna-Vongsa (1637-94) guidò un processo di unificazione nazionale durante un'«età dell'oro» dello stato di Lan Xang. Quando questo crollò, i suoi conflitti furono sfruttati dalla Francia che, con le sue navi da guerra, nel 1893 trasformò il Laos in un «protettorato»
La Francia mantenne la struttura tribale nei villaggi, trasformando i capitribù e i condottieri in dipendenti statali pagati dal Ministero delle Colonie a Parigi e conservò la struttura del dispotismo nelle città grazie ad una forma di governo indiretto resa possibile dall'ex monarchia di Lan Xang. I francesi coltivarono anche una classe "compradora" di «nobili», la quale, guidata dal principe Souphanouvong nel 1950 diede vita al Pathet Lao, che grazie alla vittoria dell'esercito vietnamita di Ho Chi Minh sui francesi a Dien Bien Phu, ottenne l'indipendenza alla Conferenza di pace di Ginevra nel 1954. Il dispotismo collettivo e il collettivismo, assieme al colonialismo francese avevano indebolito la classe capitalista nazionale al punto che una rivolta popolare nel 1975 confermò l'indipendenza del Laos.

VIETNAM. Le prime tribù giunsero in Vietnam dalla Cina, la Malesia, le isole della Polinesia e la Mongolia in epoca prima di Cristo. La Cina invase il Vietnam nel 111 a.C. e barattava elefanti in cambio di ferro. Il «periodo cinese» si protrasse sino al 939 quando, opponendosi alla resistenza popolare, la Cina sostituì i capi con ufficiali cinesi nei porti da cui si svolgevano i commerci con l'India. Vi furono tre insurrezioni popolari nel 39-42, nel 248 e nel 542-603 contro il dispotismo cinese, a cui seguirono altre rivolte che accompagnarono la caduta del Thang e aprirono la strada a quasi cinquecento anni di indipendenza per il Vietnam (939-1407). In questo periodo si sviluppò un modo collettivo dispotico che pagava un tributo alla tirannia cinese in cambio della pace. Dopo una nuova guerra contro i Ming, fiorì la dinastia Le, che regnò fino al 1600. Questa dinastia ridistribuì la terra tra il popolo e allargò i confini dello stato a sud verso Saigon nel delta del Mekong, conquistato poi dai khmer intorno al 1700.
Durante questa espansione, la ricca famiglia del sud Nguyen insorse e il paese venne diviso in due zone, il nord e il sud, fino alla riunificazione avvenuta in seguito alle lotte di classe dei "Tay Son" nel 1772-1802. I Tay Son erano tre fratelli, chiamati con il nome del paese in cui vivevano, che nel 1777 insorsero contro questa famiglia dominante, uccidendone tutti i componenti ad eccezione di Nguyen Anh, che era riuscito a mettersi in salvo fuggendo. La Francia napoleonica appoggiò la salita al potere di Nguyen Anh nel 1802 a Saigon e quindi ad Hanoi. Il «consigliere» di Nguyen Anh era Pigneau de Behaine, un missionario gesuita al servizio degli interessi della Compagnia francese delle Indie orientali. I mandarini guidati da Ming Mang (1820-41) condannarono a morte per tradimento e giustiziarono i missionari e i loro convertiti. La Chiesa chiese allora aiuto alla Francia e, alla vigilia della rivoluzione di Parigi del 1848, Da Nang venne bombardata e nel 1857 l'esercito di Napoleone Terzo invase il paese. La flotta francese, con l'intervento di una flotta spagnola giunta dalle Filippine e degli ammiragli Page e Charner, conquistò Saigon e Hue con una «azione della NATO». Una nuova rivolta di massa fu soffocata impiegando truppe dall'Algeria, colonizzata dai francesi nel 1830.
Il dominio francese si protrasse per un secolo, sino a quando l'esercito comunista anticolonialista dei Viet-Cong non vi pose fine nel 1954. Gli Stati Uniti cercarono di imporre il loro dominio, al posto di quello francese, ma furono storicamente sconfitti dai vietnamiti nella guerra coloniale del 1962-73. Le vecchie lotte tra modi di produzione stavano cedendo il passo ad una nuova lotta, quella tra una nazione postcoloniale e il colonialismo capitalista.

TAILANDIA. La storia della Tailandia come paese indipendente, risale appena a mille anni fa ed è collegata all'Assam indiano ad ovest, al Vietnam ad est e alla Cina a nord. Fino al tredicesimo secolo la Tailandia aveva una popolazione dedita alla costruzione di dighe, all'agricoltura e alla pastorizia. La popolazione pagava tributi ai khan mongoli, alla Birmania e alla Cina. I regni di Dukhotha (1220), Chiangmai (1296) e Ayuthaya (1350-1767) erano basati sul commercio, su un sistema di uguaglianza buddista per tutte le tribù e su una monarchia patriarcale retta da una burocrazia bramina. Il diritto di uso della terra variava a seconda della condizione sociale e vi furono lotte di classe tra «nobili» e il popolo che appoggiava il re (4).
I tailandesi spedivano dalla Cina navi cariche di sete e ceramiche, dirette in India, a Ceylon, in Malesia, a Giava, in Vietnam e, fatalmente, in Olanda, la quale nel 1664 con le sue cannoniere costrinse la Tailandia ad accettare un trattato che consegnava alla Compagnia delle Indie orientali olandesi una parte del monopolio del commercio estero. Ayuthaya chiese aiuto a Luigi Quattordicesimo, ma dopo l'invio da parte della Francia di una missione armata presso la corte tailandese, tutti gli occidentali non autorizzati vennero banditi per 150 anni (5). Nel 1782 la capitale venne trasferita a Bangkok, che nel 1850 contava una popolazione di 400 mila abitanti, metà dei quali erano commercianti cinesi, e che svolse funzioni di intermediario tra i modi di produzione tailandesi ed europei e trasse vantaggi dai trattati con l'Inghilterra nel 1826 e 1855 e con gli Stati Uniti nel 1833 e 1856. Questi trattati riconoscevano agli occidentali poteri extraterritoriali e il dispotismo collettivo di Ayuthaya, vecchio di cinquecento anni, si avviò verso una lenta estinzione all'interno del nuovo modo di produzione europeo.

COREA. Nella Corea all'epoca prima di Cristo esisteva un modo di produzione tribale collettivo, che impiegava utensili di bronzo e di ferro negli aratri, nelle armi e nei carri. I coloni "han", a partire dal 108 a.C., aggiunsero alla scrittura alfabetica coreana quella cinese. Nel sud del paese prevaleva il nomadismo, mentre al nord i nobili tenevano la terra collettiva in usufrutto e costruivano templi più sontuosi di quelli del popolo. Nel 936 sorse lo stato burocratico unificato di "Koreo". Nel dodicesimo secolo, lotte di classe contro uno shogunato militarizzato e una monarchia nominale, portarono la Corea alla rovina; tuttavia la nazione si unì per contrastare l'invasione dal mare dei giapponesi nel 1592-98 e dei mancesi, che conquistarono Seul nel 1637. Le truppe coreane cacciarono le navi da guerra francesi nel 1864 e una flottiglia statunitense nel 1871. Ma nel 1876 una monarchia debole aprì i porti di Wonsan e Pusan al Giappone, che nel 1894 soffocò una lotta di classe di massa, la rivolta di "Tonghak". Gli agenti giapponesi assassinarono la regina e i coreani diedero vita a uno dei primi movimenti nazionalisti moderni, tuttavia non riuscirono ad impedire che nel 1905 venisse proclamato un «protettorato» giapponese. Questo fu un colpo fatale per l'antico modo di produzione collettivo dispotico coreano.

CINA. Quella "Shang" (1776-1122 a.C.) era una società collettiva sviluppata, che rappresentava il prodotto di millenni di società non ancora strutturate in classi. Essa permise la nascita dei "Chou" (1030-222 a.C.), che inaugurarono una lunga serie di dinastie basate sulla proprietà e la gestione collettiva delle terre.

«In questo sistema, infatti, l'acutizzarsi dello sfruttamento di classe rafforzò anziché distruggere le società fondate sulla proprietà collettiva della terra: esse costituivano la struttura entro cui si ricavava il surplus, il vero e proprio prerequisito dello sfruttamento» (J. Suret Canale, "Le concept de mode de production asiatique", 1964).

Questo sistema, da noi definito «dispotismo collettivo», si diffuse sotto le dinastie "Chin" (222-206 a.C.), "Han" (207 a.C.-220), "San Kuo" (221-280), "Hun" (304-589), "Thang" (618-906) - durante la quale ebbe luogo una grande lotta di classe che terminò quando il leader An Lu Shan, non cinese, venne ucciso nel 763 - e sotto le dinastie "Wu Tai" (906-960), "Sung" (960-1279) - con le sue città che contavano più di un milione di abitanti e le sue chiuse, i suoi ponti, i cantieri navali, le catapulte e la bussola magnetica - "Yuan" (1272-1368), all'epoca in cui le tribù mongole di Ghenkis conquistarono Pechino e Marco Polo divenne un funzionario del Khan e vide

«... molte belle città e castella ricche e nobile di grande mercatanzie e artefici» e «la sopra nobile città di Quisai» che «dura in giro di cento miglia... E le strade e canali sono larghi e grandi...» I ponti «sono fatti sopra i canali maestri... sono stati voltati tanto alti e con tanto magisterio, che una nave vimpuò passare di sotto senz'albero... Ivi sono dieci piazze principali» (M. Polo, "Il Milione", CXXXI).

Questo antico «dispotismo asiatico» continuò sotto la dinastia dei "Ming" (1368-1683) ma si sgretolò a seguito delle invasioni delle potenze occidentali sotto la dinastia dei "mancesi" (1659-1911). Nel 1779 la Compagnia inglese delle Indie orientali, già padrona dell'India, avviò un traffico d'oppio inizialmente insignificante, portando in Cina l'oppio che proveniva dai papaveri del Bengala. A mano a mano che la droga andava rovinando città e villaggi, Pechino proibì il commercio dell'oppio. Nel 1834 l'Inghilterra inviò Napier a Pechino a sovrintendere il traffico d'oppio e nel 1839 i mancesi ne buttarono in mare ventimila casse. La marina inglese strinse d'assedio Canton, costrinse la dinastia a pagare sei milioni di dollari per riscattare la città, conquistò Nanchino e Shangai nel 1841 e si impadronì di Hong Kong togliendola ai cinesi (6). Trattati iniqui vennero firmati con gli Stati Uniti nel 1844 e con la Francia nel 1845.
Sulle orme della rivolta popolare antidispotica del "loto bianco" guidata dalla piccola nobiltà «shih» nel 1796-1804, le guerre dell'oppio e le invasioni coloniali diedero il via alla più grande lotta di classe anticolonialista del diciannovesimo secolo: la rivoluzione di "Taiping" del 1851-1864 contro il collaborazionismo mancese con i corrotti invasori imperialisti. Proclamando lo stato di "Taiping Tien Kuo" (il «Regno celeste della grande pace») nella regione del Kwangsi, il popolo occupò Nanchino nel 1853, istituì degli eserciti contadini preposti alla ridistribuzione della terra e condannò i «barbari» occidentali. Questi ultimi, guidati dal generale inglese Charles G. Gordon (il «China Gordon» ucciso, peraltro meritatamente, dai mahdisti e dai sudanesi a Khartum), sconfissero i Taiping a Nanchino nel 1864. La controrivoluzione imperialista continuò con il fallimento della rivolta dei Boxers nel 1900 contro l'occupazione delle potenze guidate dalla Germania, che ora fanno parte della NATO, dell'Unione Europea e del G7. Questo episodio segnò la fine del modo di produzione cinese, che esisteva da ben cinquemila anni (7).


- Le lotte tra modi di produzione in America e nelle isole oceaniche.

Dopo aver conquistato l'Africa e l'Asia, le potenze coloniali si gettarono a capofitto sui modi di esistenza collettivi precoloniali, propri delle popolazioni delle Americhe, dei Caraibi, delle Canarie, delle isole dell'Oceano Indiano, dell'Australia (dove gli inglesi sterminarono gli aborigeni australiani giunti dal continente asiatico e dalle isole al largo della costa circa trentamila anni prima), della Nuova Zelanda (dove gli inglesi privarono i maori delle loro antiche terre) e della Polinesia. Ovunque posero piede, queste potenze commisero i primi genocidi della storia, sterminando cento milioni di persone nelle Americhe e nei Caraibi.
Il conflitto tra modi di produzione americani ed europei rappresenta, in sostanza, una lotta inter-nazionale con società dell'età della pietra non strutturate in classi e società di classi dell'età del ferro, là dove riguardava «nazioni» tribali collettive. Parallelamente a questa vi era la lotta tra società classiste dell'età della pietra (aztechi e incas) e gli invasori europei, strutturati in classi. Dal punto di vista storico, le culture dell'«età della pietra» comprendono le civiltà altamente sviluppate che edificarono città e piramidi nell'antico Egitto, nelle foreste del Messico degli olmechi, degli aztechi e dei maya e sulle Ande degli Incas.


- Le società collettive non dispotiche dell'America.

Gli studi condotti da L. H. Morgan sugli «indiani» d'America sui quali Engels si basò per il suo "Origini della famiglia", descrivono una società collettiva, che Morgan stesso ed Engels paragonavano alla società gentilizia greca non strutturata in classi. Tuttavia l'opera di Morgan fu inficiata dal fatto di condividere il concetto colonialista di «razza» e le varie «fasi» del processo «primitività-barbarie-civiltà» che gli facevano giudicare incivili le società collettive non europee (8). Di fatto, le società collettive precolombiane d'America, pur conoscendo un solo animale produttivo domestico, il lama, e un solo cereale coltivabile, il mais, pur non conoscendo la ruota né il ferro, avevano tuttavia elaborato un sistema di irrigazione, costruivano città in pietra e lavoravano l'oro, l'argento e l'ossidiana in modo assai sofisticato.
Gli «indigeni d'America», giunti dall'Asia attraverso lo stretto di Bering trentamila anni fa e, più tardi, dal Pacifico e forse dall'Atlantico, si stabilirono su gran parte dei territori delle Americhe, dove avevano raggiunto una popolazione di decine di milioni di abitanti prima di essere sterminati dai "conquistadores" spagnoli, portoghesi, inglesi e francesi tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, quindi dai coloni giunti da ogni parte d'Europa e infine dall'espansione dello stesso colonialismo americano sulla scia del «go West». I conquistatori e coloni europei sterminarono decine di milioni di bufali, che rappresentavano la principale fonte di sostentamento di molte «nazioni» collettive del Nordamerica. Questo olocausto, che proseguì per secoli dai tempi di Cortés in Messico, Pizarro in Perù, Cabral in Brasile e Raleigh e Caboto nel Nordamerica nel sedicesimo secolo, non fu altro che una forma di distruzione razzista dei modi di produzione collettivi da parte dell'Europa colonial-capitalista.
Il colonialismo europeo, armato di polvere da sparo, bussola e carta, tutte cose portate dalla Cina a seguito dei viaggi di Marco Polo, distrusse non solo le civiltà collettive ma anche le società collettive dispotiche m America, dove erano esistite da tempo immemore.

OLMECHI. Molto tempo prima dell'arrivo degli europei, in America esisteva una splendente e urbanizzata civiltà "olmeca" dedita, tremila anni prima di Cristo, agli studi di astronomia e matematica e alla coltivazione della zucca, del chili, del cotone e del mais e che nelle foreste di San Lorenzo e Oaxaca, in Messico, costruì teste di pietra alte fino a tre metri.

TOLTECHI. Tra le società precoloniali strutturate in classi, collettive e dispotiche del Messico, si conta la civiltà "tolteca, successiva ai maya", che edificò la città di "Teotihuacan", situata nel luogo dell'attuale Città del Messico. Questa città aveva nel 500 una popolazione di 150 mila abitanti e una superficie di 25 chilometri quadrati. Vantava inoltre due piramidi alte 60 metri, la piramide del sole e della luna, uno stadio per il gioco della palla e palazzi per i propri sacerdoti e burocrati. "Izapan" e "Cholula" erano tra le città preazteche dotate di corporazioni mercantili, dagli aztechi dette "pochteca". La città di Teotihuacan riuscì a sfuggire alla furia delle devastazioni coloniali per essere rimasta coperta di terra quando, a seguito di un conflitto tra produttori contadini e la classe-stato dei burocrati che la governava, venne abbandonata prima dell'arrivo degli europei.

MAYA. Le città dei maya, con le loro strade diritte che attraversavano le foreste tropicali, sorgevano nella penisola dello Yucatan e nel Guatemala. A partire dal 600 a.C. (a Tikal), i maya rappresentarono con tutta probabilità il più alto esempio di civiltà dell'America precolombiana. I maya utilizzavano la pietra ossidiana per i loro utensili di uso comune. Le loro città di Chichen-itza, Copan, Coba, Calakmul, Palenque e altrove avevano una grande popolazione di costruttori, agricoltori, mercanti, sacerdoti-burocrati e scienziati. A "Tepeu" (600-900) inventarono lo zero indipendentemente dagli indiani e dagli arabi; misero a punto dei calcoli sull'anno solare, la rivoluzione del pianeta Venere, le effemeridi della luna e i pronostici delle eclissi. L'inizio del loro calendario corrisponde al 10 agosto 3114 a.C. Nel solo anno 790 furono erette stele in non meno di diciannove città. Una stele di Tikal raffigura un ricco maya, ritto tra due guerrieri armati di scudi, sui quali è inciso il volto del dio della pioggia di Teotihuacan, Tlaloc.
I maya continuarono a vivere nel paese e nei villaggi dopo la caduta delle loro grandi città, probabilmente in seguito alle lotte di classe tra i produttori che rifornivano di viveri e vesti le città e i consumatori urbani. I maya si opposero alla conquista degli spagnoli dallo Yucatan e Veracruz, ma finirono per essere massacrati e i loro capi messi al rogo da quegli stessi cattolici che ammiravano le rovine delle loro città.
Nel 1518 Juan Diaz scriveva:

«vedemmo in lontananza un paese o un villaggio» (forse Tulum) «così grande che al confronto Siviglia non avrebbe potuto essere più bella o più imponente» (G. Stuart, "The Mysterious Maya", National Geographic Society, Washington 1977, p. 52).

Le conquiste razziste di Hernán Cortés in Messico sono raffigurate nelle grandi pitture murali e nei dipinti di Diego Rivera. Cortés, de Alvarado, de Cordoba e de Montejo iniziarono la conquista genocida dell'impero maya nel 1521, sottomesso solo nel 1546. I maya dello Yucatan «erano inorriditi di fronte alla spietatezza degli spagnoli», scriveva il già citato Juan Diaz.
Gli spagnoli arruolavano tra le file delle loro truppe i capi di queste collettività, convertiti e corrotti, per essere impiegati nelle guerre contro le società dispotico-collettive, come quelle degli aztechi in Messico o degli incas in Perù. In questa maniera, il capitalismo sfruttava le differenze tra modi di produzione collettivi e dispotico-collettivi. I maya massacrarono i loro persecutori spagnoli e quei maya che si erano convertiti, in una notte di luna piena l'8 novembre 1546. Scriba "quiche" scrissero che «il sole nel cielo era diventato rosso per il sangue», quando nel 1524 l'armata spagnola di de Alvarado e le truppe messicane arruolate distrussero la città di Utatlan in Guatemala. I maya furono ridotti in schiavitù e costretti a lavorare nelle miniere d'oro e d'argento o imbarcati come schiavi verso i Caraibi o morirono uccisi dal vaiolo, dal morbillo, dalla tubercolosi e dalle malattie portate dagli spagnoli.

«In un secolo di dominazione spagnola in quello che è l'attuale Messico, sparì praticamente il novanta per cento della popolazione indiana, circa cinquanta milioni di persone». (Ibid. p. 122)

AZTECHI (circa 1168-1521). Un antica «nazione» tribale millenaria, gli aztechi, migrarono da Aztlan nella parte sudoccidentale degli attuali Stati Uniti intorno all'anno 1168. Parlavano il nahuatl, la stessa lingua parlata dai toltechi, di cui occuparono le città. Nel quattordicesimo secolo avevano edificato all'incirca ventotto città, tra cui Azcopotzalco, Tlaxcala, Texcoco e, successivamente, Tenochtitlan, sulle cui rovine si erge oggi Città del Messico. Adoravano il dio del fuoco Otontecuhtli e il dio del sole e della guerra Huitzilopochtli. Il loro culto del sole e della terra, visti come Padre e Madre, fu poi ricondotto al dualismo cattolico nel processo di cristianizzazione degli aztechi dopo l'epoca delle conquiste. «Signora di Guadalupa» è ancora oggi il nome di un'antica divinità della luna tribale. I messicani credevano che il mondo fosse pieno di catastrofi ineluttabili. Il cerchio esterno della pietra di Calebdar, conservata nel Museo Antropologico di Città del Messico, rappresenta la distruzione. La rovina tuttavia, non venne dal cielo ma dalla Spagna.
Gran parte dei testi sacri e storici degli aztechi, dipinti su carta di fibra di agave, furono distrutti dagli spagnoli, tuttavia il "Codex Borgia" e il "Codex Borbonicus" dei conquistatori ricordano in qualche modo il passato precolombiano (9). Le arti magiche e la stregoneria erano crimini puniti con la morte. Per affermare la propria supremazia su "Itzcoatl", il re azteco Nezahualcoyotl (1431-72), nella competizione tra città rivali, fece costruire un tempio a Texcoco. Cortés informò Carlo Quinto dell'utilità di queste discordie tra città ai fini delle conquiste (10) mentre Diaz de Castillo ne raccontava nelle sue lettere del 1519-21 (11). Lo stato centrale azteco era costituito dalla metropoli Tenochtitlan, sulle sponde del lago Texcoco. La città possedeva un sistema di dighe e cataste di legno per la bonifica del terreno (chinampa). Quando fu conquistata contava una popolazione di mezzo milione di abitanti, un palazzo con tre corti e con appartamenti reali, biblioteche, officine, palazzi di giustizia e templi, di cui uno lungo cento metri, monasteri, scuole, un salone per i balli, un frutteto sacro e piscine.
Il complesso fu distrutto da Cortés (1545-1547), che sbarcò sulla costa con 11 navi, 100 marinai e altri 509 uomini, tra cui degli africani, 16 cavalli, alcuni cannoni e La Malinche e un interprete amerindo che parlava sia il nahuatal che la lingua dei maya. Senza l'aiuto dei villaggi collettivi che pagavano tributo alla capitale azteca, Cortés non avrebbe mai potuto sconfiggere gli aztechi. Cortés sapeva che se fosse riuscito a mettere le mani sull'imperatore Moctezuma Xocoyotzin, avrebbe potuto tenere in ostaggio l'intera società azteca. Moctezuma fu eletto imperatore nel 1502 all'età di 34 anni, alla morte del fondatore dell'impero Ahuitzol. All'epoca della caduta di Tenochtitlan, il 13 agosto 1521, Cortés aveva un imponente esercito ai suoi ordini: 1500 cavalleggeri spagnoli oltre a 200 totonachi, migliaia di tlaxcalani e una ventina di capi di villaggi collettivi. I messicani (aztechi) non capitolarono (12) ma resistettero per sei mesi, assistendo al massacro di migliaia di persone solo nel cortile del tempio di Cholula. Il genocidio di Cholula seminò il terrore a Tenochtitlan, che cercò di amicarsi gli spagnoli, che ormai incombevano, offrendo loro doni d'oro. Quando guidò i suoi soldati sulla strada maestra per Tenochtitlan, l'8 novembre 1519, Cortés fu ricevuto dai re della triplice alleanza azteca, tra cui l'imperatore Moctezuma. Cortés mirò a colpire non la base ma direttamente i vertici del dispotismo collettivo azteco, sfruttando il fatto di essere suo ospite per ingannare Moctezuma e farlo prigioniero proprio nel palazzo di suo padre. Durante una cerimonia religiosa in onore del dio Huitzilopochtil, gli spagnoli sbarrarono tutte le uscite e massacrarono l'assemblea riunita.
Gli spagnoli fecero razzia dell'oro per mandarlo poi a Carlo Quinto, fecero fondere una gran quantità di oggetti trasformandoli in lingotti, la «merce universale» destinata presto a trasformare la finanza e il commercio europeo. A Moctezuma fu negato di collaborare e al suo posto fu elevato al trono il fratello Cuitlahuac il quale, secondo una leggenda, ferì a morte Moctezuma. Altri storici ritengono tuttavia che Moctezuma sia stato assassinato da Cortés il 30 giugno 1520. A quel punto gli spagnoli, spaventati dalle possibili ritorsioni da parte degli aztechi, lasciarono furtivamente la città per finire poi massacrati a centinaia nelle lagune di Tlacopan. Mentre un esercito azteco malmenava i sopravvissuti a Otumba, Cortés si rifugiò a Tlaxcala e costrinse 20 mila lavoratori a costruire una flotta di brigantini a Texcoco, da dove nel gennaio 1521 guidò 20 mila soldati, arruolati tra le fila spagnole e le tribù che pagavano tributi agli aztechi, contro le città messicane. In aprile prese nuovamente d'assalto Tenochtitlan e impiegò i cannoni per distruggere la flotta e le mura della città. Gli aztechi combatterono una guerra strada per strada e casa per casa mettendo a morte i prigionieri spagnoli, zempoalani e tlaxcalani offerti in sacrificio al dio del sole. Cuahutemoc guidò la resistenza dopo la caduta di Cuilahuac nel settembre 1520. Dopo la battaglia finale di Tlatelolco e quattro mesi di resistenza, Cuahutemoc fu catturato e impiccato. Egli è considerato un eroe nazionale in Messico, a Cortés vengono ancora tributati onori in Spagna. Tuttavia il modo di produzione introdotto da Cortés prevale ancora in Messico.
Dopo la conquista, gli spagnoli schiavizzarono gli aztechi e le tribù collettive, costringendoli a lavorare nelle miniere d'oro e d'argento e nelle piantagioni. I coloni spagnoli svilupparono un sistema sociale e politico dispotico, colonialista, razzista e improntato all'apartheid, un sistema che è resistito fino alla metà del diciannovesimo secolo. Non poterono tuttavia distruggere completamente la struttura del modo dispotico precoloniale e questo salvò i messicani dallo sterminio pressoché totale che si abbatté sulle «nazioni» collettive non dispotiche. Nel diciannovesimo secolo i messicani, guidati da Juarez, rappresentante di un'aspirante classe media al servizio dei signori spagnoli, rovesciarono il dispotismo spagnolo. Napoleone Terzo cercò di sostituire il governo francese a quello spagnolo, favorendo l'elezione di Massimiliano al trono del Messico. Massimiliano si stabilì in un palazzo che si trova ancora in un parco azteco nei pressi di Città del Messico. L'esercito di Juarez sconfisse l'armata di Massimiliano, che venne poi giustiziato. Il pittore pro-comunardo Manet dipinse l'esecuzione ad opera dei discendenti degli aztechi. L'indipendenza ottenuta da Juarez fu compromessa e sovvertita dalle dittature alle dipendenze del colonialismo americano. Questa orgogliosa nazione insorse ai primi del ventesimo secolo sotto la guida di Zapata, la cui condanna a morte segnò l'inizio del neocolonialismo, caratteristico di un Messico dominato dal capitale americano. L'indipendenza economica del Messico continua ad essere uno degli obiettivi prioritari dei movimenti di liberazione. Tra i «paesi arretrati» del nostro tempo, il Messico in America e l'India in Asia sono considerati quelli in cui la probabilità di una rivoluzione permanente è assai alta.

GLI INCA. Circa 10 mila anni prima di Cristo, società collettive dedite alla pastorizia e all'agricoltura popolavano il deserto cileno di Atacama e le regioni della Bolivia, della Colombia, dell'Ecuador e del Perù ad una quota di 2500-3000 metri. In Perù allevavano il cane e il lama e coltivavano mais, cotone e patate; avevano inoltre sviluppato tecniche di refrigerazione e conservazione dei cibi per far fronte alle carestie. All'epoca della conquista di Pizarro nel 1532, circa cento tribù, con oltre sette milioni di produttori, coltivavano una striscia di terra che si snodava per quattromila chilometri lungo il versante orientale delle Ande. Gli insediamenti prima della conquista di Pizarro comprendevano El Paraiso, Rio Seco, Kotosh, Chivan e Paracas. Vi erano edifici a più piani a Ica, Pisco, Acari (che era fortificata), Nazca, Pucara, Huàri, Tihuanacu e città con magazzini a Piquillacta e nella valle di Cuzco. Chan Chan era una grande città costiera, dedita all'industria tessile e degli arazzi e Cajamarca e Kuelape erano città fortificate circondate da mura.
Intorno all'anno zero, bronzo dalla Bolivia e stagno dall'Argentina venivano portati in Perù via fiume e attraverso le Ande. Nel 1370 l'impero "Chimu", che comprendeva molte città come Frafan e Apurle, controllava gran parte del Perù settentrionale. La sua capitale, "Chan Chan", si estendeva su una superficie di trenta chilometri quadrati e al suo interno vi erano dieci cittadelle circondate da mura di adobe alte dieci metri e larghe tre. Le famiglie dominanti e la loro servitù vivevano in queste cittadelle che erano tante quante i re Chimu.
Gli Inca avevano l'usanza di costruire un nuovo palazzo per ciascun re sin dai tempi del Thupa 'Inca Yupanki (1471-93) Dopo la sconfitta dei Chimu nel 1460, gli Inca (inka) portarono il re Chimu Minchancaman e i suoi artigiani nella loro capitale "Cuzco". L'impero degli Inca ereditò le principali strade, costruite dai Chimu, che collegavano le «strisce verticali» coltivate sui pendii andini tra il Perù e il Cile. Intorno al 1540 Pedro de Cieza del Leon scriveva:

«...non esistono strade come queste...ovunque ben tenute e prive di rifiuti, con alloggi lungo di esse, e magazzini e templi... Oh, uno splendore degno di Alessandro... Le strade romane che attraversano la Spagna e le altre di cui si legge, non sono niente in confronto a queste» (P. de Cieza del Leon, "La Chronica del Peru", 1533, trad. di V. W. von Hagen, 1959).

Un secolo prima della conquista, gli Inca governarono una tribù che viveva sulle alture nei pressi del fiume Urubamba nella valle di Cuzco. Nel 1532 avevano costruito un impero, "Tahuantinsuyu" che si estendeva dall'Ecuador settentrionale al Perù meridionale, con una popolazione superiore ai sei milioni che parlava oltre venti lingue e comprendeva oltre cento tribù. (Gli scrivani spagnoli nei loro resoconti parlavano di sei milioni di persone, per nascondere l'entità dei loro massacri). «Memorialisti» conservavano a memoria gli archivi, che morirono con loro, dato che nell'impero, come del resto in Europa, non si conosceva l'alfabeto ma, a differenza di gran parte degli europei, si conoscevano i numeri.
La prima Panaca (casa reale o «corporazione») fu quella di Chima, governata dall'Inca Manqo Qhapag e l'ultima fu quella di Washkar Inca (1525-32). La proprietà di ciascun panaca passava alla sua famiglia e nessun re poteva ereditare i possedimenti di un re morto. La distruzione del dominio dei panaca significò al contempo la distruzione totale dell'intera economia politica, cosa che gli spagnoli sapevano e che sfruttarono con fatali conseguenze.
Ogni panaca doveva essere edificata da zero, uno stimolo ad espandere la società tributaria inca. Il panaca di Cuzco aveva ai suoi ordini i kurakas (capi tribali sottomessi), ciascuno dei quali amministrava fino a diecimila famiglie. I figli dei kurakas erano educati a Cuzco, in modo da garantire l'ereditarietà di questo sistema di «governo indiretto». Lo storico inca de La Vega, figlio di una nobile e di un cavaliere spagnolo, vissuto alla fine del sedicesimo secolo, criticò severamente gli storici spagnoli per aver applicato la concezione spagnola in materia di imposte alla realtà dell'impero, assai diversa (13).
Nella società degli Inca la terra era di proprietà delle tribù tributarie, mentre in Spagna i servi lavoravano terre che rimanevano di proprietà dei loro signori feudali. In questo sta la differenza sostanziale tra feudalesimo e dispotismo collettivo inca. Durante le cattive annate gli Inca provvedevano ai bisogni dei produttori tribali, concedendo loro tributi provenienti dai "tampos" (magazzini) e prodotti dei «poderi di stato» (14). Questo apparato di produzione pianificata era regolato da un complesso sistema di censimenti che utilizzavano il "quipu", dove un nodo mancante rappresentava il numero magico dello zero. Gli addetti al "quipu" erano ufficialmente conosciuti come Khipo-kamayoq e usavano, tra l'altro, anche abachi di pietra. Le merci venivano pesate su bilance a piatti e l'unità di peso era la «phoqca». Un normale passo, un palmo di mano o un braccio rappresentavano le unità di lunghezza. Un osservatorio a Cuzco misurava il tempo e il calendario divideva l'anno solare in dodici mesi oltre a cinque o sei giorni dedicati alle solennità.
Marx vedeva nel Perù delle analogie con le antiche forme di collettivismo indiano:

«La produzione comunale e la proprietà comune, quali esistono per esempio, in Perù, sono evidentemente una forma secondaria introdotta o ereditata da tribù conquistatrici che, nel loro luogo di origine avevano praticato la forma più antica e più semplice di proprietà e produzione comuni, come quella che si trova in India e tra gli slavi» (K. Marx "Grundrisse", Pelican Edition, p. 490).

Alla morte del re Thupa Inca Yupanqui nel 1493, uno dei suoi sessantadue figli, Wayna Qhapaq (1493-1525) conquistò l'Ecuador settentrionale, sconfiggendo i Chacapoyas, che sarebbero poi divenuti le sue guardie del corpo reali. Al suo ritorno, Cuzco era invasa da un'epidemia di vaiolo e morbillo: erano arrivati gli spagnoli, che avevano appena conquistato La Plata, e Pizarro, che nel 1513 era a Panama, nel 1524 veleggiava lungo le coste della Colombia e dell'Ecuador con le sue truppe spagnole ed «indiane» e le sue navi cariche di cannoni e cavalli. L'Inca e altre quattromila persone morirono, non avendo alcun tipo di difesa immunitaria contro queste nuove malattie. Una guerra di secessione tra fratelli costò la vita, secondo fonti spagnole, a 150 mila persone, mentre a seguito delle conquiste spagnole persero la vita un milione e mezzo di persone. Le tribù canari che avevano perduto le terre durante la «guerra dei fratelli», si allearono con Pizarro, il quale ritornò dalla Spagna nel 1531 per invadere il regno di Ataw Wallpa, che governava come Inca dalla città di Quito.
Nel 1532 Pizarro sbarcò a Tumbea nel Perù settentrionale. Il generale analfabeta Francisco Pizarro, fece giustiziare indifferentemente canari e capi fedeli, collocò spie dietro le panaca dei fratelli Ataw Wallpa e Washkar e attaccò Cajamarca, a nord di Chan Chan dove Ataw Wallpa era accampato con seimila uomini, tra nobili e soldati, diretto a Cuzco per la sua incoronazione a quinto Inca di Tahuantinsuyu. Gli spagnoli, dietro consiglio di Vicente de Valverde, loro sacerdote, nel novembre del 1532 catturarono Ataw Wallpa, trucidarono le sue truppe presso le terme di Cajamarca e chiesero un riscatto in oro, proveniente dai templi e dai panaca di Tahuantmsuyu, così ingente da riempire una stanza di 5 per 7 per 2 metri, oltre ad un quantitativo di argento tale da riempirne altre due, per un totale di ventiquattro tonnellate d'oro ed argento (15). Mentre Pizarro era impegnato a portare al re di Spagna ciò che restava del riscatto, dopo che ciascun soldato spagnolo aveva ricevuto venti chili di oro e quaranta di argento, il sacerdote Valverde sovrintendeva alla esecuzione di Ataw Wallpa, l'ultimo Inca. Ataw Wallpa accettò il «battesimo» per risparmiarsi di venir arso vivo, rendendo in tal modo impossibile la mummificazione e l'immortalità. Gli venne invece inflitta la garrotta e il suo corpo distrutto per evitare che la sua mummia potesse riunificare l'impero.
Nell'agosto del 1532 il «governatore» Almagro, nominato dagli spagnoli, attaccò Cuzco portando con sé Thupa Wallpa, «elevato al trono» come Inca dagli spagnoli quando Cuzco, nel novembre del 1533 si arrese in un bagno di sangue. Dopo l'uccisione di Thupa Wallpa, gli spagnoli nominarono Manqo Inca Yupanqui a Inca per legittimare l'avvenuta conquista. Nel 1535, tuttavia, questi si pose a capo di una rivolta popolare e fu costretto a rifugiarsi sulle montagne di Victos, dove Thupa Amaru dominava le ombre di un impero spezzato (16).

LE COLONIE E NEOCOLONIE AMERICANE. Le società collettive furono trasformate, ricorrendo ai massacri, in riserve di forza lavoro a basso costo al servizio dei coloni europei giunti in massa. Nel diciannovesimo secolo i coloni lottarono e ottennero l'indipendenza politica. Avevano schiavi provenienti dall'Africa e servi virtuali «indiani» e «metizo», che non ottennero la libertà quando le colonie passarono nelle mani dei coloni. Due di queste colonie, gli Stati Uniti e il Canada, divennero potenze imperialiste mentre le altre, l'Argentina, il Cile e, in particolare, il Brasile divennero semicolonie privilegiate. In entrambi i casi le popolazioni di amerindi furono praticamente cancellate (confronta l'Australia dove i coloni inglesi sterminarono la quasi totalità degli aborigeni per riprodurre il sistema di classi e la natura imperialista della «madrepatria»).
Le società dispotiche collettive delle Ande e del Messico lasciarono dei resti che impedirono un'analoga, massiccia colonizzazione europea e una borghesia nazionale si formò solamente in Messico, dove coesisteva e contrastava la borghesia razzista dei coloni creoli. Di contro, in Brasile non esiste una vera borghesia nazionale dl «nativi» ma una classe dominante che è ancora oggi una borghesia colonialistica (basti ricordare, ad esempio, la guerra economica razzista contro le comunità dell'Amazzonia). Sebbene il Brasile avesse fondato la propria struttura coloniale sullo schiavismo, tuttavia, a differenza degli Stati Uniti, una volta ottenuta l'indipendenza non passò dal colonialismo all'imperialismo per due ragioni: da un lato era legato ad una debole potenza coloniale in declino, il Portogallo mentre gli Stati Uniti erano legati ad una potenza coloniale mondiale, l'Inghilterra e, dall'altro, il Brasile, a differenza degli Stati Uniti, non era inserito in modo produttivo nel quadrilatero atlantico dello schiavismo (Inghilterra-Africa occidentale-Caraibi-New England) ma continuava ad essere soltanto un paese importatore di schiavi ed esportatore di materie grezze di consumo (legno, zucchero, caffè) e a differenza degli Stati Uniti, non produceva materie prime come il cotone. Lo schiavismo in Brasile e le guerre genocide per la terra fecero del razzismo l'ideologia politica del Sudamerica come del Nordamerica.
Dalle «fondamenta» alla «sovrastruttura», a dispetto delle contrarie apparenze e pretese, il concetto di «razza», sconosciuto ai modi di produzione collettivi e collettivo-dispotici americani, era inerente alla costituzione del nuovo modo di produzione capitalista europeo in tutte le Americhe, compresi i suoi paesi del «Terzo mondo». Questo razzismo, intrinseco al colonialismo europeo, è ancora oggi un problema fondamentale per i movimenti di liberazione nel Sudamerica e nell'America Centrale, come lo è, più ovviamente, in quei paesi dell'America imperialista come gli Stati Uniti e il Canada.


Capitolo quarto.
CLASSI E PAESI SVILUPPATI E SOTTOSVILUPPATI.


Fino alla rivoluzione russa del 1917 la maggior parte dei marxisti della Prima e Seconda Internazionale erano convinti che il «proletariato avanzato europeo» avrebbe portato ad una «rivoluzione mondiale». Sebbene Marx appoggiasse la rivolta coloniale in India del 1857 e la grande insurrezione di Taiping in Cina nel 1851-64 e sebbene sia lui che Engels capissero l'importanza delle lotte in Irlanda e non si aspettassero nessuna azione rivoluzionaria a breve termine da parte del «proletariato borghese» (1) inglese, tuttavia l'idea di un «proletariato avanzato europeo» continuò a predominare sia la Terza Internazionale durante e dopo Stalin che la Quarta Internazionale, in particolare dopo l'assassinio di Trotzkij nel 1940.
Se si ammette l'esistenza di un proletariato avanzato, allora è logico sostenere anche l'esistenza di un proletariato arretrato. Nella natura del pensiero colonial-capitalista, questo proletariato arretrato esisteva non nei paesi colonialisti ma in quelli coloniali ed era pertanto inevitabile che questo concetto avrebbe finito coll'affliggere non solo le lotte della classe operaia in Europa e negli Stati Uniti ma anche i movimenti di liberazione coloniale in America, Africa e Asia. Il concetto di «proletariato avanzato» inevitabilmente portò al fallimento le teorie di liberazione coloniale.
Parallelo al concetto di proletariato avanzato e al suo corollario, il proletariato arretrato, vi era il concetto di nazioni o paesi avanzati e arretrati. L'enfasi in questo pensiero si pone sul dualismo avanzato-arretrato, che altro non è se non la modernizzazione del vecchio dualismo nazioni civilizzate-nazioni non civilizzate. Nella realtà storica entrambi questi binomi oscurano e mistificano un altro binomio, ovvero quello della natura distruttiva e decivilizzante del colonialismo capitalista. Il rapporto distruttivo e ineguale tra paesi «avanzati» e paesi «arretrati» venne messo in evidenza già nel 1846, quando il «giovane Marx» scrisse in un capitolo della sua "Ideologia germanica", pubblicato solo nel 1933 (in russo) che

«man mano che l'originario isolamento delle singole nazioni viene distrutto dallo svilupparsi del modo di produzione e dal commercio, e con essi dalla naturale divisione del lavoro fra le diverse nazioni, la storia diventa sempre più storia universale, cosicché, per esempio, se in Inghilterra viene inventata una macchina che mette alla fame innumerevoli lavoratori in India e in Cina e rovescia l'intera forma d'esistenza di quei regni; questa invenzione diventa un dato di fatto d'importanza storica universale» (2).

La seconda irruzione di Marx nel dibattito sull'ideologia eurocentrica fu con un articolo apparso sul «New York Daily Tribune» nel 1853, dove si legge:

«possiamo augurarci senza timore che la rivoluzione cinese» (la rivolta di Taiping) «sarà la scintilla che farà scoppiare la mina sovraccarica dell'attuale sistema mondiale, provocando l'esplosione di una crisi generale da tempo preparata che, dilagando all'estero, sarà seguita dappresso da rivoluzioni politiche sul continente» (3).

Questa posizione è ben lontana dalle tesi «marxiste» eurocentriche post-marxiste. Queste tesi avevano tre componenti.
1. Le «nazioni avanzate» avrebbero spianato la strada alle «nazioni arretrate», concetto che Marx rovesciò, come dimostra il passaggio sopra citato.
2. Era necessaria una transizione capitalista dal feudalesimo al socialismo. Questo concetto, nei giorni nostri, ha assunto il nome di «teoria dei due stadi» («prima il capitalismo, poi il socialismo») che stava alla base dell'appoggio dato dal Partito Comunista del Sudafrica al «New South Africa» e alla teoria «terzo mondista» di «transizione» in Asia e in Africa. Il concetto «bifasico» fu confutato da Marx nel suo carteggio con i giovani marxisti russi. Marx scrisse una lettera a Vera Ivanovna Zasulic (1849-1919) in cui spiegava le ragioni di una possibile transizione dal feudalesimo al socialismo, senza passare per il capitalismo, grazie alle diffuse forme collettive del «doshcina» e del «mir»,

«se la rivoluzione russa servirà da segnale a una rivoluzione operaia in occidente, in modo che entrambe si completino, allora l'odierna proprietà comune russa potrà servire da punto di partenza per una evoluzione comunista» (4).

3. Il proletariato europeo era l'avanguardia del proletariato mondiale. Questo concetto si sviluppò accanto alla crescita di ciò che Marx ed Engels nel loro carteggio del 1858 (5) chiamavano «proletariato borghese». Questo concetto marxista apparentemente contraddittorio, ripreso da Lenin nel suo classico "L'imperialismo, fase estrema del capitalismo", negava la concezione eurocentrica di un «proletariato avanzato». Questo concetto di una classe formata da due classi aveva un senso unicamente nel contesto del colonialismo, che attuò un imborghesimento degli strati più alti del proletariato.
Queste tre proposizioni erano le derivazioni intellettuali di un'unica vera problematica: la sequenza feudalesimo - capitalismo - socialismo è una sequenza immutabile di modi di produzione? Marx diede una risposta in termini più generali nel suo "Per la critica all'economia politica" e nei "Lineamenti": questa sequenza non esisteva in Asia e le ultime opere di Braudel, Wallerstein, Amin e Jaffe (6) hanno dimostrato che questa successione non era affatto un fenomeno universale bensì proprio di una parte dell'Europa. La risposta politica di Marx all'inevitabilità o meno della triplice sequenza di modi di produzione feudalesimo - capitalismo - socialismo fu il concetto di «rivoluzione permanente».
Marx usò per la prima volta il termine «rivoluzione permanente» nel 1850, per definire il processo grazie al quale un proletariato politicamente indipendente avrebbe realizzato gli obiettivi sociali generali che la borghesia non poteva o non voleva realizzare (7). In una introduzione al suo "Lavoro salariato e capitale" del 1847 Marx scriveva:

«Ogni sollevamento rivoluzionario, anche se i suoi scopi appaiono ancora molto lontani dalla lotta di classe, è destinato a fallire fino a che la classe operaia rivoluzionaria non abbia vinto, e ogni riforma sociale resta un'utopia fino a che la rivoluzione proletaria e la controrivoluzione feudale non si sono misurate con le armi in una "guerra mondiale"» (8).

Questa versione del concetto di rivoluzione permanente acquista un significato attinente alle problematiche della liberazione per i lavoratori e i contadini che faticano nelle colonie e nelle semicolonie allorché si sostituisce il termine «feudale» con «coloniale». Nei 1904-6 due socialdemocratici, il marxista Lev Bronstein (che più tardi adottò lo pseudonimo di Trotzkij) e il «socialista cosmopolita» Alexander Helphand (che assunse il nome di «Parvus») furono i primi ad applicare la teoria marxista della rivoluzione permanente a un importante caso pratico, la Russia zarista, dove due realtà, quella feudale e quella coloniale, coesistevano all'interno di un unico paese che, oltretutto, coincideva con il proprio impero (9).
Sebbene Samir Amin e i seguaci fedeli della sua proposta di «sconnessione» non abbiano tenuto nella dovuta considerazione la concezione di Trotzkij e Parvus, comprenderne i contenuti è tuttavia essenziale per la teoria della liberazione. Trotzkij riscrisse la propria teoria, concepita nel 1905, dopo la morte di Lenin e dopo che Stalin aveva assunto il potere praticamente assoluto. Iniziò la sua famosa opera "La rivoluzione tradita" nel 1936, tracciando un abbozzo della sua teoria della rivoluzione permanente:

«La scarsa consistenza della borghesia russa fece sì che gli obiettivi democratici della Russia ritardataria, come la liquidazione della monarchia e di una servitù dei contadini che era a metà servitù della gleba, poterono essere raggiunti solo con la dittatura del proletariato. Ma, conquistato il potere alla testa delle masse contadine, il proletariato non poté limitarsi a realizzazioni democratiche. La rivoluzione borghese si confuse immediatamente con la prima fase della rivoluzione socialista. Ciò non avvenne per ragioni fortuite. La storia degli ultimi decenni testimonia con forza particolare che, nelle condizioni di decadenza del capitalismo, i paesi arretrati non possono raggiungere il livello delle vecchie metropoli del capitale. I civilizzatori, costretti in una impasse, sbarrano la strada a coloro che si civilizzano. La Russia si pose sulla via della rivoluzione proletaria non perché la sua economia fosse la più matura per la trasformazione socialista, ma perché questa economia non poteva più svilupparsi su basi capitalistiche. La socializzazione dei mezzi di produzione era divenuta la condizione necessaria anzitutto per emancipare il paese dalla barbarie...
L'abbattimento delle vecchie classi dominanti, lungi dal risolvere il problema, non fece che rivelarlo: elevarsi dalla barbarie alla cultura... L'estremo rallentamento della rivoluzione internazionale, sulla quale contavano a breve scadenza i capi del partito bolscevico, pur creando all'URSS enormi difficoltà, fece risaltare le sue risorse interne e le sue eccezionali possibilità...Se anche l'URSS dovesse soccombere sotto i colpi sferrati dall'esterno e per gli errori dei suoi dirigenti - il che, lo speriamo fermamente, ci sarà risparmiato - resterebbe, come garanzia dell'avvenire, questo fatto indistruttibile, che solo la rivoluzione proletaria ha permesso a un paese arretrato di ottenere in meno di vent'anni risultati senza precedenti nella storia» (10).

Trotzkij non confinò alla sola Russia la sua teoria secondo cui in certi «paesi arretrati» solo una rivoluzione proletaria avrebbe realizzato gli obiettivi «democratici borghesi». Negli anni Venti e Trenta, egli applicò la sua teoria anche alla Cina, dove riteneva che il Partito Comunista degli operai e dei contadini si sarebbe impegnato nella lotta per le riforme agrarie e la liberazione nazionale. Si oppose all'idea stalinista, secondo cui il Kuomintang nazional-borghese, guidato da Chang Kai-scek, avrebbe potuto realizzare questa duplice rivoluzione. Nella sua forma originaria, la «rivoluzione democratica borghese» comprendeva una lotta antifeudale guidata dal proletariato. Questa era esattamente la formula impiegata da Marx nella sua straordinaria e, per il suo tempo, inconsueta concezione di una lotta tra «rivoluzione proletaria e controrivoluzione feudale». Nella sua forma evoluta, che corrispondeva alla totale sostituzione di forme feudali di sfruttamento con forme imperialiste di supersfruttamento, gli «obiettivi democratici» andarono via via identificandosi con il rovesciamento della dominazione straniera ovvero dell'imperialismo. In altre parole, per i «paesi arretrati» la sua rivoluzione permanente antifeudale finì con l'assumere i connotati di una rivoluzione permanente antimperialista. Questo resta il contributo più importante della prima parte della teoria di Trotzkij della rivoluzione permanente alla teoria e alla prassi della liberazione coloniale.
L'accenno di Trotzkij alla «straordinaria lentezza del processo della rivoluzione internazionale», si riferisce alla seconda parte della sua teoria della rivoluzione permanente, cioè «alla rivoluzione internazionale», una catena globale di rivoluzioni proletarie destinate passo dopo passo, a coinvolgere il mondo intero. Fu proprio questo persistente connotato internazionalista della rivoluzione permanente che superò e arricchì il primitivo carattere nazionale limitato ai «paesi arretrati», e in questo risiede lo straordinario vigore di questa teoria. Tuttavia, Trotzkij rivela forse una debolezza, quantomeno nell'ultima parte della sua teoria, quando si sofferma sul fallimento delle aspettative del partito bolscevico: «...la rivoluzione internazionale, sul cui pronto aiuto i leader del partito bolscevico avevano fatto affidamento»?
O 1) la teoria della «rivoluzione internazionale» presentava delle lacune, o 2) vi era una lacuna nell'idea che la «rivoluzione internazionale» avrebbe fornito il «pronto aiuto» (sul quale) «i leader del partito bolscevico avevano fatto affidamento» oppure 3) vi era una lacuna nella concezione bolscevica in merito al contenuto sociale della «rivoluzione permanente». Supponiamo, almeno per il momento e sempre che non si debba riesaminarle entrambe, che le due prime condizioni siano giuste. In questo caso è necessario esaminare più da vicino la condizione 3), in particolare le aspettative del partito bolscevico. Questo problema si fa assai più complesso se si considera che il partito bolscevico era il partito più rivoluzionario dell'intera storia delle lotte di classe.
Se il «partito bolscevico aveva fatto affidamento», a torto, su un aiuto rivoluzionario esterno, è lecito ritenere che ci fosse qualche lacuna nella loro teoria della natura della rivoluzione proletaria? Non vi è ragione di mettere in discussione il concetto di «rivoluzione proletaria» di gran parte dei leader bolscevichi. Essi seguivano la concezione marxista di rivoluzione proletaria, che mirava ad instaurare una società priva di classi, espropriando le classi capitaliste e feudali e a «smantellare lo stato» di queste classi, come si legge nelle opere politiche classiche di Marx sulle rivoluzioni del 1848 e sulla Comune di Parigi o nell'opera di Lenin "Stato e rivoluzione". Essi fecero comunque il possibile per realizzare entrambi gli obiettivi marxisti, sociali e politici, che una rivoluzione proletaria si prefigge.
Pertanto, se si esclude questo fallimento, probabilmente non ci resta che ritenere che esista un possibile errore - e, per loro, un errore pressoché fatale - nella loro convinzione che il proletariato potesse fornire un «pronto aiuto». A questo punto sorgono due interrogativi: (a) cosa si intende per «paese arretrato» e per «paese avanzato» e (b) si può parlare di classi avanzate e classi arretrate? Per trovare una risposta a questi quesiti non occorre cercare lontano, è sufficiente leggere gli scritti di Marx e Engels relativi a ciò che essi definirono «proletariato borghese» e agli approfondimenti di Lenin durante la prima guerra mondiale.


- «Paesi avanzati» ovvero nazioni imperialiste.

Un «paese avanzato» all'interno dell'ordine mondiale capitalista non è solo un paese dotato di tecnologie avanzate, di un alto standard di vita materiale, di una alto livello di alfabetizzazione e una lunga aspettativa di vita. Gran parte di questi parametri si applicano anche a paesi non capitalisti come Cuba, l'ex Unione Sovietica, la Corea del Nord eccetera In pratica, un «paese avanzato» è un paese imperialista, come possono essere gli Stati Uniti, i paesi dell'Unione Europea, Israele, i domini «bianchi» e, con qualche riserva, anche il Sudafrica. Marx caratterizzava i «paesi avanzati» non solo in base alle loro tecnologie ma anche sulla base delle loro politiche coloniali e delle amorali guerre che ne derivavano e che significavano la distruzione delle società collettive e il supersfruttamento dei lavoratori e dei contadini nelle colonie (a questo proposito si ricordino, ad esempio, gli articoli di Marx scritti intorno al 1850 sulla guerra dell'oppio in Cina e sul dominio inglese in India) (11).
Appare evidente che, per Marx, «avanzato» non era sinonimo di «progressista» e il divario tra i due termini da allora si è fatto più profondo. Storicamente, durante l'imperialismo, i «paesi avanzati» hanno assunto connotati reazionari, come testimoniano le guerre coloniali e inter-imperialiste da essi condotte. La teoria della rivoluzione permanente teneva conto di questo aspetto, poiché non si aspettava che le rivoluzioni socialiste sarebbero scaturite da questi paesi ma, al contrario, dal gruppo dei «paesi arretrati».
Un «paese arretrato» è un paese in cui il modo di produzione predominante è feudale (l'Europa preborghese), dispotico o collettivo (America precolombiana, Asia, zone dell'Africa) - denominate da Amin, per la maggior parte, «società tributarie» - oppure coloniale o semicoloniale. Nella storia postcolombiana i parametri di riferimento non sono più solo le tecnologie, lo standard di vita e la «cultura» ma anche, e soprattutto, l'oppressione esercitata sulla nazione da parte di un «paese avanzato». In altre parole, il concetto di «paese arretrato» non si definisce «in sé e per sé» ma in relazione al concetto di «paese avanzato».
Ciò che chiamiamo «imperialismo» è questa conciliazione di opposti, è un concetto dialettico. Da questa affermazione, se vera, segue che la dissoluzione dell'imperialismo deve necessariamente essere un processo dialettico. Se la teoria e la pratica della liberazione sono antimperialiste, allora devono anch'esse essere dialettiche e non possono essere sottomesse all'empirismo inglese, né al pragmatismo americano e neppure alla «ragione» francese, che trattano le problematiche di cui si occupano, ad esempio il colonialismo e il suo opposto, la liberazione coloniale, sradicandole dal contesto in cui si sono formate, ovvero il colonialismo capitalista globale.
La necessità di un approccio dialettico diviene ancora più evidente alla luce del seguente interrogativo: esiste una relazione tra il dualismo «paesi arretrati e paesi avanzati» e il dualismo «classi arretrate e classi avanzate»?


- Classi avanzate e classi arretrate.

Engels riporta il pensiero di Marx su questo argomento nella sua «Prefazione» all'edizione polacca del 1892 del "Manifesto del Partito Comunista":

«La nobiltà non ha saputo né conservare né riconquistare l'indipendenza polacca; alla borghesia essa è oggi, a dir poco, indifferente. [...] Essa potrà essere conquistata solo dal giovane proletariato polacco...» (12).

Qui Engels implicitamente mette in relazione il concetto di classe con quello di nazione. Nella Polonia arretrata, non solo la nobiltà feudale era arretrata, ma anche la classe capitalista. La nazione stessa era arretrata e con essa la sua classe dirigente. Due anni prima della sua morte, all'alba dell'imperialismo, Engels constatava che la sola classe avanzata nel paese era il «giovane proletariato». La Polonia era allora una colonia della Russia. Questa analisi può quindi essere valida anche per altri paesi coloniali e semicoloniali, come l'India e la Cina presocialista.
In queste colonie o semicolonie, la borghesia nazionale è strettamente legata e subordinata alla classe imperialista capitalista straniera (nonché ai coloni «bianchi» e alle loro multinazionali, come nel caso del Sudafrica), come accade in ogni sottospecie di burocrazia sottoborghese o regime militare in Africa, in Asia, nell'America Centrale o del Sud. Questa natura "compradora" della borghesia nazionale semicoloniale (o della sua sottospecie) sta alla base dell'arretratezza di questa classe in rapporto alla teoria e alla pratica antimperialista. Questa classe è geneticamente incapace di difendere la nazione semicoloniale dagli attacchi imperialisti e di liberarla dalle pastoie dell'imperialismo e, a questo proposito, basti ricordare il caso del Kuomintang di Chang Kai-scek quando la Cina fu invasa dal Giappone.
L'esempio della Polonia dimostra quanto poco rilevanti siano i parametri della «cultura» e dello «standard di vita» quando si tratta di stabilire se una classe è avanzata o meno. E' chiaro che la nobiltà e la borghesia polacca avevano una «cultura» e uno standard di vita di gran lunga superiori a quello dei contadini e degli operai polacchi, poveri e analfabeti. Tuttavia, entrambe queste classi socialmente «avanzate» erano storicamente arretrate e reazionarie mentre il proletariato socialmente «arretrato» era storicamente avanzato e progressista. Lo stesso, mutatis mutandis, è vero per i paesi coloniali e semicoloniali. Questa obsolescenza storica della borghesia nazionale, delle burocrazie e delle dittature militari pone dei limiti dolorosi alle alleanze, strategicamente necessarie, contro il comune nemico imperialista (ad esempio la lotta della Cina contro il Giappone prima e durante la seconda guerra mondiale, o la difesa messa in atto da Saddam Hussein in Iraq contro le bombe della NATO e dell'ONU durante la guerra del Golfo negli anni Novanta, o la lotta per l'indipendenza dal "Raj" inglese guidata da Gandhi e Nehru, o l'alleanza tra i sostenitori di Fanon e Ben Bella in Algeria durante la guerra con la Francia nel 1952-62, eccetera).
Di che natura è il rapporto tra paese e classe all'interno dei «paesi avanzati»? Partendo dalla tesi di Lenin dell'insostenibilità storica del modo di produzione capitalista una volta raggiunta la sua fase imperialista con la «febbre coloniale» in Asia e in Africa alla fine del diciannovesimo secolo, una insostenibilità dimostrata "de facto" dalle rivoluzioni sociali russa del 1917 e cinese del 1949, appare ovvio che non solo i resti della nobiltà ma anche la stessa classe borghese nei paesi «avanzati» (cioè imperialisti) rappresentano una classe arretrata. Nella realtà di oggi, la classe capitalista nelle «nazioni avanzate» dell'Unione Europea, negli Stati Uniti e in Giappone, in particolare, è una classe arretrata e reazionaria, è l'antitesi della teoria e della pratica della liberazione.
E che dire dell'altra, grande classe nei «paesi avanzati», il proletariato? E' questa una classe avanzata? Secondo Marx ed Engels, durante e addirittura prima del decollo dell'imperialismo vero e proprio - ovvero un colonialismo caratterizzato dall'esportazione di capitale produttivo - un settore sempre crescente della classe operaia nei «paesi avanzati» si era trasformata in «proletariato borghese». Marx, e più tardi Lenin, avevano spiegato che il trasferimento dei superprofitti provenienti dalle colonie era la causa primaria di questo fenomeno sociale. Nella sua opera classica, "L'imperialismo", Lenin scriveva:

«Da questo gigantesco "sopraprofitto" c'è da trarre quanto "basta per corrompere" i capi operai per creare una sorta di alleanza... una unione di lavoratori di una data nazione con i propri capitalisti contro gli altri paesi» (13).

Marx riteneva che questa classe operaia fosse imbevuta di pregiudizi colonialisti razzisti. In una lettera in cui scriveva dell'Irlanda, colonia inglese, due anni prima della sua morte, egli spiega:

«L'operaio comune inglese odia l'operaio irlandese come un concorrente che comprime lo standard of life. Egli si sente di fronte a quest'ultimo come parte della "nazione dominante" e proprio per questo si trasforma in strumento dei suoi aristocratici e capitalisti...L'operaio inglese nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali verso quello irlandese. Egli si comporta all'incirca come i "poor whites" verso i negri negli stati un tempo schiavisti dell'Unione americana... "Questo antagonismo è il segreto dell'impotenza della classe operaia inglese", a dispetto della sua organizzazione. Esso è il seguito della conservazione del potere da parte della classe capitalistica» (14) (enfasi di Marx).

Lenin faceva notare che nella prima decade del ventesimo secolo, la quantità di plusvalore che giungeva in Gran Bretagna dall'India era maggiore del plusvalore prodotto dalla classe operaia inglese. Anche negli anni Ottanta del diciannovesimo secolo, il tributo dall'India era così consistente da indurre Marx a scrivere a N. F. Danielson:

«Ciò che gli inglesi ogni anno prendono da essi» (gli indiani) «sotto forma di rendita, dividendi provenienti da ferrovie inutili per gli indù, pensioni per impiegati civili e militari, per l'Afghanistan e le altre guerre eccetera, senza offrire alcun corrispettivo, per non parlare di ciò di cui si appropriano in India, tenuto conto solo del valore delle merci che gli indiani ogni anno devono mandare gratuitamente in Inghilterra, ammonta a più della somma totale del reddito di 60 milioni di lavoratori rurali e industriali dell'India» (15.).

Le cifre di Marx indicano che il plusvalore esportato in Gran Bretagna superava i salari del proletariato indiano. In altre parole, il tasso imperialista di plusvalore (plusvalore fratto salari) era maggiore dell'unità. Questo calcolo marxista dello sfruttamento nazionale non diminuì ma, al contrario, aumentò dopo Marx con l'inizio della globalizzazione capitalista. Il tasso di plusvalore Inghilterra/India era già più alto del tasso di plusvalore all'interno dell'Inghilterra nel ventesimo secolo, quando il rapporto tra plusvalore e salari era sempre una frazione di unità. Questa differenza tra il tasso di plusvalore Inghilterra/India e il tasso all'interno dell'Inghilterra spiega la storia e la natura politicamente arretrata e non rivoluzionaria del proletariato inglese ed europeo e del proletariato mondiale, ivi compreso quello americano e giapponese.
Molto tempo fa, il 12 settembre 1882, Engels scriveva a Kautsky da Londra:

«Mi chiedi cosa pensino gli operai inglesi della politica coloniale. Esattamente ciò che pensano della politica in generale: ciò che pensa la borghesia...gli operai partecipano gaiamente al banchetto del monopolio inglese sul mercato mondiale e sulle colonie» (16).

Alla luce di queste citazioni appare chiaro che il «pronto aiuto» che i bolscevichi si aspettavano dal proletariato occidentale aveva ben poca sostanza marxista-leninista. Per quanto solida e corretta fosse la loro teoria della rivoluzione permanente applicata all'interno di un paese arretrato come poteva essere la Russia zarista, tuttavia l'appendice internazionalista di questa tesi era senza dubbio più ottimistica che realistica. Questo internazionalismo era utopistico piuttosto che marxista o leninista. La teoria della rivoluzione permanente per i «paesi arretrati» era in linea con la filosofia marxista di Marx e Trotzkij. Il suo corollario internazionalista presentava dei punti deboli sia a livello teorico che pratico (la sola risposta fu la rivolta spartachista in Germania che, comunque, coinvolse solamente una piccola parte dei lavoratori tedeschi). In teoria, questo corollario utopistico andava contro le sopra citate tesi di Marx e Lenin sulla arretratezza del «proletariato borghese».
L'approccio classico con cui si affronta il concetto di classe, è quello di inserirla nel suo contesto nazionale. La concezione marxista e leninista dei lavoratori nei paesi imperialisti non era una concezione nazionale ma globale, nel senso che questa classe veniva vista in un contesto coloniale inter-nazionale. Analogamente, per comprendere appieno il ruolo che ebbero altre due classi, i capitalisti imperialisti e la borghesia nazionale semicoloniale, non si può prescindere dal contesto globale in cui sono inserite. La borghesia coloniale/semicoloniale viene liquidata come «borghesia nazionalista» dalla «sinistra» eurocentrica (compresa quella americana). Di contro, questa «sinistra» considera la propria classe operaia «internazionalista» per natura.
Il vero ruolo di queste due classi può essere compreso appieno solo in rapporto con l'imperialismo. Ne segue 1) che la borghesia coloniale (o burocrazia oppure dittatura militare o di polizia in quei paesi in cui questa borghesia è assente, come accade in gran parte delle semicolonie in Africa) non è propriamente nazionalista, quantomeno nel significato progressista di salvaguardare e promuovere gli interessi della nazione. Al contrario, a causa della collaborazione "compradora" e della subordinazione alla borghesia imperialista, la borghesia coloniale non si pone al servizio degli interessi nazionali ma dà la priorità agli interessi della classe e della nazione imperialista; e 2) che la classe operaia nei paesi imperialisti, ben lungi dall'essere internazionalista, è nazionalistica, nel senso reazionario di difesa degli interessi imperialisti del «loro paese» (si ricordi, ad esempio, il caso degli operai inglesi durante la guerra delle Falkland del 1982 o l'atteggiamento largamente diffuso nei confronti dei bombardamenti della NATO in Yugoslavia nel 1999, per non parlare della prima e seconda guerra mondiale, che altro non furono se non guerre imperialiste, o dei quotidiani episodi di razzismo contro africani ed asiatici). La Sinistra perde il diritto di criticare la «borghesia nazionalista» nei «paesi arretrati» fintanto che sostiene la farsa di un «proletariato internazionalista» nei «paesi avanzati». Questa retorica dell'Eurosinistra viene spesso usata contro antimperialisti genuini, cioè coloro che auspicano non solo la liberazione politica ma anche l'emancipazione economica dei lavoratori e contadini nelle colonie e semicolonie. Questi sono gli obiettivi compatibili con i programmi della teoria della liberazione permanente.
Secondo questa forma di antimperialismo, la classe nemica per eccellenza non è la borghesia coloniale e semicoloniale ma la borghesia imperialista, al cui servizio essa si pone. Quando il Giappone invase la Cina, gli antimperialisti (come Trotzkij e trotzkisti cinesi) vedevano nel Giappone e non in Chang Kai-scek il nemico principale e non diedero al Kuomintang nessun aiuto politico ma solo militare, combattendo sia nelle fila dell'esercito di Mao Tze-tung che di Chang contro gli invasori giapponesi.
Quando l'Italia fascista invase l'Etiopia nel 1935 Trotzkij, ad esempio, sostenne il regime dispotico di Haile Selassie contro il moderno regime capitalista di Mussolini. L'Eurosinistra non sceglie tra Saddam Hussein e Margaret Thatcher o tra Milosevic e Tony Blair ma, nella migliore delle ipotesi, si schiera dalla parte dell'«Etiopia» o dell'«Iraq». Infatti, diversi gruppi trotzkisti assunsero una posizione «neutrale» di fronte all'Egitto e a Israele durante la guerra del 1948, mentre gli antimperialisti appoggiarono un Egitto guidato da un monarca neofeudale, Faruk contro Israele, guidato da un «socialista», Ben Gurion. I «trotzkisti» moderni negano che nel 1935 Trotzkij "abbia scelto" tra Mussolini e Haile Selassie. Vale la pena citare la sua scelta, poiché è inerente alle teorie antimperialiste della liberazione, secondo cui, quando necessario, è lecito sconfinare nel «personale». Trotzkij scriveva:

«Maxton e gli altri» (l'Eurosinistra dell'epoca) «ritengono che la guerra italo-etiopica sia un 'conflitto tra due dittatori'. Per questi politici sembra che questo fatto esoneri il proletariato dall'operare una scelta tra i due dittatori. Essi definiscono pertanto il carattere della guerra in base alla "forma" politica dello stato... senza prendere in considerazione le basi sociali delle due «dittature». Un dittatore può anche assumere un ruolo assai progressista nella storia, basti ricordare, ad esempio, Oliver Cromwell, Robespierre eccetera. Di contro, proprio nel cuore della democrazia inglese, Lloyd George praticò, durante la guerra, una forma di dittatura assolutamente reazionaria. E' giusto che un dittatore si ponga a capo della prossima insurrezione popolare in India per spezzare il giogo inglese? e Maxton in tal caso, negherebbe il proprio sostegno a questo dittatore? Sì o no? Se no, perché allora rifiuta di appoggiare il «dittatore» che sta tentando di liberarsi dal giogo italiano? Se Mussolini dovesse trionfare, ciò significherebbe il rinsaldamento del fascismo, il rafforzamento dell'imperialismo e la mortificazione dei popoli coloniali in Africa e altrove. La vittoria del negus, tuttavia, rappresenterebbe un duro colpo non solo per l'imperialismo italiano ma per l'imperialismo in generale, e darebbe un energico impulso alle forze ribelli dei popoli oppressi. Uno deve essere completamente cieco per non rendersi conto di ciò» (L. Trotzkij, "On Dictators and the Heights of Oslo", Oslo aprile 1936).

All'epoca in cui tutta l'Asia, ad eccezione della Cina, della Mongolia e delle repubbliche orientali dell'Unione Sovietica, era sotto il dominio diretto di Inghilterra, Francia, Portogallo o Olanda, gli antimperialisti marxisti e leninisti, "inter alia", si batterono con determinazione per l'indipendenza politica dell'India, dell'Indonesia eccetera. Dopotutto, Lenin aveva dato il suo appoggio alla lotta per l'indipendenza della Turchia governata da Kemal Ataturk (che imprigionò e condannò a morte i leninisti in Turchia). Queste lotte furono guidate da una borghesia coloniale personificata da Gandhi, Nehru e Sukarno (che più tardi massacrò i comunisti indonesiani).
L'Eurosinistra diede a queste lotte un appoggio puramente formale, sottolineandone al tempo stesso il carattere «nazionalista borghese» e pretendendo di parlare in nome del marxismo. La posizione da loro assunta fu, tuttavia, "revisionista" (assecondando le distorsioni "borghesi" dei principi di Marx operate dai suoi «discepoli» Kautsky e Plechanov). Rivendicando di lottare per il «socialismo» e non «semplicemente» per la «democrazia borghese» (che l'imperialismo aveva concesso a loro ma negato al popolo coloniale), alla fine il loro «contributo critico» non fu altro che un prendere le distanze dai movimenti per l'indipendenza.
Gli antimperialisti autentici diedero il loro pieno appoggio alla lotta per l'indipendenza (ma denunciarono gli accordi neocoloniali, compresa la sanguinosa divisione dell'India nel 1948 ad opera dei «socialisti» del partito laburista inglese). Durante la lotta per l'indipendenza, anche quella in Africa contro il Portogallo negli anni Settanta, essi mostrarono che l'indipendenza politica non avrebbe messo fine all'imperialismo e che la lotta antimperialista era destinata a continuare fino al raggiungimento dell'emancipazione economica dei lavoratori coloniali, da un lato attraverso l'espropriazione e la nazionalizzazione delle miniere, delle piantagioni, delle banche e delle industrie di proprietà degli imperialisti nelle neocolonie e, dall'altro, distaccandosi dalla Banca mondiale, dal F.M.I., dalle borse valori eccetera.
Nonostante ciò, l'Eurosinistra continua ad accusare questa posizione assolutamente marxista e leninista di costituire un sostegno per l'ideologia «nazionalista borghese». Allo stesso tempo continuano a sostenere che il socialismo è realizzabile solo a condizione che il ruolo principale spetti alla «classe operaia internazionalista» dei paesi dell'Unione Europea, della NATO e del G7. Se la nostra analisi è corretta, questo «ruolo principale» è un resto ideologico e politico della collaborazione del proletariato imperialista con la borghesia imperialista nei «paesi avanzati» durante tutto il ventesimo secolo.
La classe operaia nel Primo mondo deve ancora trovare quel senno internazionalista che le si attribuisce. Da sola non può farcela, visto il suo coinvolgimento con l'imperialismo nell'attuale sistema globale di trasferimenti finanziari e industriali globalizzati. Non può divenire internazionalista in mancanza di «impulsi» esterni dati da azioni antimperialiste e qualche importante vittoria riportata dalle classi operaie del Terzo mondo in lotta contro gli imperialisti dei «paesi avanzati». Queste vittorie e azioni antimperialiste sono rivoluzionarie non solo per i popoli che le intraprendono e da esse traggono vantaggio, ma lo sono anche nel senso che esse rivoluzionano le ideologie e la politica dei «lavoratori avanzati» ancora arretrati.
La natura «avanzata» e interconnessa dei lavoratori e dei contadini coloniali e semicoloniali era emersa dalle rivoluzioni nordcoreana, cubana, vietnamita e, soprattutto, dalla rivoluzione cinese. Queste realtà interclassiste erano doppiamente internazionali, poiché oltre a collocare il proprio epicentro nel contesto coloniale capitalista, erano sostenute da un sistema sociale allora non ancora coloniale, ovvero quello dell'Unione Sovietica, imprigionata dalla propria lotta per la sopravvivenza dopo l'invasione imperialista tedesca del 1941-44 prima e dalla «guerra fredda» dell'imperialismo americano poi.
Il problema si pone nei seguenti termini: è possibile, alla luce dei rapporti internazionali tra nazioni e classi, estendere e ampliare la teoria della rivoluzione permanente, applicata all'interno dei «paesi arretrati», trasformandola in una teoria valida per tutti i paesi, «arretrati» e «avanzati»?


Capitolo quinto.
DALLA RIVOLUZIONE PERMANENTE ALLA LIBERAZIONE PERMANENTE.


La teoria della rivoluzione permanente si applica a tutte le colonie e semicolonie dei paesi imperialisti, a prescindere dal loro grado di arretratezza tecnologica o dal livello di sviluppo delle loro strutture sociali. Infatti, secondo la versione di Trotzkij di questa teoria, quanto più è arretrata la borghesia all'interno di un paese, tanto più idoneo sarà «il proletariato a capo della classe contadina» all'interno di quello stesso paese a portare avanti una rivoluzione sociale volta a realizzare gli obiettivi «democratici» che la borghesia non è stata in grado di realizzare. Questo processo, almeno in teoria, è valido anche per i paesi dell'Africa governati da burocrazie tribali o elitarie e da dittature militari o di polizia per conto delle nazioni o compagnie inglesi, francesi o belghe. La rivoluzione permanente non esclude paesi del «Quarto mondo», come quelli citati, o come l'Etiopia o il Mozambico, che hanno una storia di lotte antimperialiste e persino di successi (l'Etiopia a Dogali e a Adua nel 1896 o il Mozambico nel 1974). Il presupposto essenziale per una rivoluzione sociale in questi paesi è ancora oggi una borghesia nazionale debole o assente e l'esistenza di un proletariato forte (industriale o agricolo).
Il proletariato semicoloniale non è formato unicamente da lavoratori delle industrie e delle miniere, ma anche da lavoratori occupati nelle moderne aziende agricole e piantagioni capitaliste. Tra questi, vi sono lavoratori che solo formalmente possiedono o lavorano piccoli terreni sui quali coltivano caffè, cacao e altri raccolti. In realtà, il lavoro di queste persone non viene retribuito a ore ma a cottimo. Il fatto che i loro prodotti vengano acquistati, li fa apparire dei contadini che lavorano in proprio e che producono per un mercato esterno ma questa non è altro che una mistificazione. La realtà è che essi vengono pagati non per i loro prodotti ma per la loro forza lavoro. I salari a cottimo che essi ricevono sono notoriamente bassi, spesso una piccolissima percentuale del valore aggiunto delle merci che producono. Questi lavoratori costituiscono un ampio settore della classe operaia semicoloniale e hanno un passato di attività politica nell'Africa occidentale, in Kenya e in Tanzania. Questo settore del proletariato semicoloniale produce per il mercato dei coloni e per il mercato destinato alle esportazioni e funge da punto di collegamento tra i lavoratori impiegati nelle città, nei trasporti e nelle miniere e la classe contadina che rifornisce il mercato domestico.
Il proletariato coloniale e semicoloniale e gran parte dei contadini che lavorano la terra collettiva hanno già portato a termine, con successo, importanti rivoluzioni sociali in Cina, Vietnam, Corea del Nord e Cuba. In altri paesi arretrati hanno condotto lotte politiche in molti casi semiarmate, che negli ultimi anni hanno fatto cadere potenti dittature come quella di Marcos nelle Filippine, di Suharto in Indonesia, di Samosa in Nicaragua, di Pinochet in Cile, di Mobuto nel Congo-Zaire, per non parlare di Diaz all'inizio del secolo o dello scià di Persia alla metà del secolo. Questi eventi rappresentano un successo, di cui essere orgogliosi, se si considerano i «paesi avanzati», che in Europa non furono in grado di rovesciare le dittature di Hitler, Mussolini e Franco. L'alleanza tra operai e contadini semicoloniali ha già dato ampia mostra di possedere sia un potenziale utile al processo di liberazione che una forza rivoluzionaria.
Questa alleanza di classe rappresenta il motore sociale sia per la parte nazionale che internazionale della liberazione permanente. La prima parte della teoria della rivoluzione permanente, come abbiamo visto, rappresentava un momento preliminare o di transizione verso la seconda parte, che affrontava le problematiche della «rivoluzione internazionale». In questo senso, la prima parte si riferisce alla politica interna mentre la seconda si occupa della politica estera di un determinato paese. Abbiamo visto che, ai loro tempi, Lenin, Trotzkij e altri bolscevichi facevano affidamento su un «pronto aiuto» internazionale da parte degli operai dei paesi imperialisti dell'Europa occidentale. Questo costituiva un limite, teorico ma anche pratico, della teoria della rivoluzione permanente, così come la concepivano i bolscevichi nel periodo prestalinista dopo la rivoluzione del 1917.
In realtà, l'unica rivoluzione possibile in quel periodo, nonostante Stalin avesse da poco preso il potere, fu la rivoluzione cinese che, a dire il vero, ebbe un esordio avvilente con l'insurrezione di Canton nel 1927. Se la seconda parte della teoria della rivoluzione permanente si fosse concentrata sui lavoratori - e contadini - coloniali e semicoloniali e non sugli operai imperialisti, le aspettative dei bolscevichi, e forse anche la realizzazione a breve termine di queste aspettative, sarebbero state differenti. In tal caso, gli eventi reali sarebbero stati accelerati in direzione di queste aspettative.
Questo interesse incentrato sui lavoratori semicoloniali o coloniali - proletariato e contadini - anziché sui lavoratori imperialisti, è ciò che trasforma la rivoluzione permanente in quello che noi chiamiamo liberazione permanente. «Permanente» sta a significare in costante divenire e «liberazione» l'abbattimento dei vincoli dell'imperialismo su gran parte dei paesi del mondo e, dal momento che l'imperialismo continua ad essere la fase, la forma e la base finale, effettiva e logica del capitalismo, la volontà di mettere fine al sistema capitalista. La teoria della liberazione permanente completa la teoria della rivoluzione permanente sostituendo l'internazionalismo utopistico eurocentrico, ormai superato, con una forma di internazionalismo antimperialista. Ecco come, in sintesi, la liberazione permanente va oltre la rivoluzione permanente, nel senso che amplia e prende il posto della teoria della rivoluzione permanente pur conservandone i contributi essenziali di Marx e Trotzkij.
La teoria della liberazione permanente è già stata verificata nella pratica. La prima fase della rivoluzione permanente era stata realizzata dalle rivoluzioni sociali comuniste in Russia, Cina, Cuba, Vietnam e Corea. In tutti questi paesi la borghesia era troppo debole ed era sorta troppo tardi per poter concretizzare gli obiettivi di una rivoluzione borghese. Nel caso della Cina, di Cuba e del Vietnam, la borghesia nazionale era non solo fragile e nata tardi, ma presentava anche un carattere "comprador", asservita e dipendente com'era dalle compagnie e dagli stati stranieri imperialisti (il Kuomintang in Cina, Batista a Cuba, i "compradores" di Saigon in Vietnam eccetera).
Analogamente, la seconda fase internazionalista e antimperialista della liberazione permanente era già iniziata. Le rivoluzioni antimperialiste in Cina, Vietnam, Cuba e Corea del Nord, in sostanza non erano che la effettiva continuazione della prima rivoluzione socialista del 1917. Inoltre, queste rivoluzioni contribuirono grandemente alla ripresa dell'Unione Sovietica dopo l'invasione nazi-tedesca del 1941-44, che costò la vita a venti milioni di persone e significò la distruzione di decine di migliaia di città e villaggi. Alla fine il crollo dell'Unione Sovietica avvenne nonostante l'apporto delle rivoluzioni semicoloniali e fu dovuto alla contaminazione della Cecoslovacchia e dell'Europa dell'Est, e quindi della stessa Unione Sovietica, ad opera dell'Europa occidentale. Questa grande controrivoluzione, che ha afflitto il mondo dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, ha neutralizzato l'influenza esercitata dalla rivoluzione cinese e dalle altre rivoluzioni semicoloniali. Tuttavia queste rivoluzioni si sono verificate, e continuano a verificarsi, e questo è uno dei fatti importanti sul quale si fonda la tesi antimperialista della rivoluzione permanente, e non si tratta di una serie isolata di fatti o di una serie di fatti isolati, bensì di una realtà storica che si è protratta dal 1917 fino al nuovo millennio.
La teoria della liberazione permanente prevede che questa realtà continuerà a ripetersi, a differenza dei primi grandi rivoluzionari di questo secolo, i bolscevichi, i quali coltivavano la vana illusione di un «pronto aiuto» da parte del «proletariato avanzato». Grazie a un processo lento e graduale, la liberazione permanente sta minando le fondamenta del «Primo mondo» e costringe i suoi lavoratori o a combattere o ad unirsi ai paesi del «Terzo mondo» che lottano per la liberazione. E' improbabile che il proletariato imperialista, alla luce dei fatti e anche in linea di principio, possa schierarsi dalla parte dei lavoratori ex-coloniali, se prima non verranno sradicati i suoi interessi imperialisti. Questo sradicamento è, in ogni caso, un input primario della liberazione coloniale, e le sue conseguenze per i lavoratori imperialisti sono secondarie ma di grande valenza politica per entrambe le classi operaie del mondo.
La prima parte della teoria della rivoluzione permanente si occupava delle lotte di classe all'interno di un «paese arretrato», mentre la seconda parte era dedicata alla solidarietà internazionale. La liberazione permanente, invece, si occupa di una solidarietà che è radicata non nel contesto internazionale ma nell'ambito delle lotte e delle contraddizioni tra nazione e nazione. Questo internazionalismo si basa sulle lotte tra nazioni «arretrate» e nazioni «avanzate» che hanno origine dalla loro reale, oggettiva natura contraddittoria e conflittuale.


- Dalle transnazionali alle multinazionali.

La reale, oggettiva contraddizione inter-nazionale sta subendo una impercettibile trasformazione, attraverso un importante processo interno all'imperialismo mentre entriamo nel nuovo millennio: l'espansione e l'estensione della transnazionali capitaliste in multinazionali. La cosiddetta vecchia «multi-nazionale» era come una piovra: aveva una testa nazionale e dei tentacoli che raggiungevano diversi paesi, come, ad esempio, Unilever in Olanda, De Beers in Sudafrica, B.P. in Gran Bretagna, le compagnie petrolifere negli Stati Uniti, la Deutsche Bank e le industrie automobilistiche in Germania, in Francia, in Italia, in Giappone, eccetera. I loro rapporti con i paesi semicoloniali si sviluppavano su una base simmetrica di nazione-a-nazione. Non si trattava, quindi, di multi-nazionali vere e proprie, ma di transnazionali.
Negli ultimi anni, tuttavia, in piena stagnazione del capitalismo mondiale, le transnazionali tendono via via a trasformarsi in multinazionali, grazie a gigantesche operazioni di fusione di capitali. La B.P. inglese si è fusa con un colosso petrolifero americano dell'Alaska e altre fusioni si stanno verificando tra industrie automobilistiche giapponesi e inglesi, francesi e giapponesi, tedesche e italiane, tra banche americane e tedesche, inglesi e americane e così via. Con le transnazionali il rapporto nazione-a-nazione semicoloniale era simmetrico, con le multi-nazionali la contraddizione diviene asimmetrica.
Questo mutamento della natura delle esportazioni di capitale, la base effettiva dell'imperialismo, trasforma la lotta tra nazione-e-nazione in un conflitto tra nazione-contro-nazione. Ora i popoli semicoloniali devono confrontarsi non solo con le vecchie potenze coloniali e le loro compagnie e le diverse compagnie straniere, ma anche con le multi-nazionali che accorpano due (o più) compagnie straniere.
Questa asimmetria non può non interessare la pratica e la teoria della liberazione. La crescita di vere e proprie multinazionali economiche, a differenza dell'implacabile sviluppo della multinazionale politica dell'Unione Europea dominata dalla Germania, sta trasformando inesorabilmente la borghesia in una classe dominante internazionale. La classe internazionalista non è il proletariato, ma la borghesia. Questo internazionalismo borghese si sta sviluppando tra le classi borghesi imperialiste e tra queste e i loro "compradores" semicoloniali. La teoria della liberazione deve tenere conto del fatto che è impossibile per le nazioni oppresse applicare la regola del «divide et impera» per fermare il crescente internazionalismo della borghesia. Dall'altra parte, l'imperialismo internazionale è indebolito e ostacolato da una competitività economica, che può portare anche a gravi «guerre mondiali». Lenin ha spiegato che questa competitività deve impedire la formazione di una classe imperialista mondiale veramente unita. Ma ciò che ha contribuito a ridurre gran parte delle possibilità di fermare il crescente internazionalismo della borghesia, è stato il crollo dell'Unione Sovietica a partire dal 1991, crollo che, come la fine della guerra fredda, non può ancora essere considerato irreversibile (lo dimostra la risposta russa all'aggressione NATO della Serbia nel 1999).
Il problema si pone nei seguenti termini: esiste un potenziale internazionalismo capace di sfidare gli internazionalismi della borghesia? Come abbiamo visto, appare improbabile che l'internazionalismo tra i lavoratori del Primo e del Terzo mondo possa essere praticabile, anche se il proletariato imperialista (come può venire giustamente denominato, alla luce della sua storia nel ventesimo secolo) ha subito un prolungato attacco economico durante la lunga crisi economica, iniziata intorno al 1970, che ha ridotto in condizione di disoccupati cronici il dieci per cento dei suoi 350 milioni di lavoratori. Dopo tutto, il proletariato borghese non ha mai preso nessuna iniziativa in difesa dell'Iraq nel 1990-91 o nel 1998-99 o della Jugoslavia nel 1991-99. L'internazionalismo proletario in termini di unità tra lavoratori del Primo e del Terzo mondo - per non parlare dei lavoratori del Primo mondo e dei lavoratori dei paesi socialisti - è teoricamente impraticabile fintantoché continueranno ad esistere la globalizzazione e il nesso imperialista.


- La problematica della borghesia del Terzo mondo.

L'interrogativo successivo è: esiste una base oggettiva per l'internazionalismo tra le nazioni del Terzo Mondo? L'esperienza del «movimento non allineato» di Bandung, tentato con Tito negli anni Sessanta, sembra aver escluso questa alternativa. L'impossibilità di fermare l'aggressione imperialista in Algeria, Vietnam, Laos e Cambogia era dovuta alla debolezza e alla reciproca incompatibilità delle classi "compradoras" del Terzo mondo: i vari Marcos, Sukarno, Bourguiba, Nasser e i dittatori «latino-americani» erano essi stessi divisi a seconda degli interessi che li legavano alle rispettive potenze imperialiste come gli Stati Uniti, l'Olanda, la Francia, l'Inghilterra e così via.
Dal punto di vista sociologico, l'alternativa «terzomondista» si confronta non solo con le difficoltà derivate dalla natura "compradora" della borghesia nazionale semicoloniale, ma anche con la rigidità sociale e politica dei «coloni» in alcuni di questi paesi, tra cui lo Zimbabwe e il Kenya, dove i coloni «bianchi» possiedono gran parte della terra coltivabile, o il Sudafrica, dove l'ottantasette per cento della terra e dell'economia e delle transnazionali è, ancora una volta, nelle mani dei coloni «bianchi», o i paesi del Sudamerica e dell'America centrale, dove i coloni e le compagnie straniere controllano la terra, l'economia e lo stato. Le società di questi coloni rappresentano un ampliamento dell'Europa occidentale, degli Stati Uniti e anche del Giappone e nel Sudamerica e nell'America centrale sono classi privilegiate e ricche rispetto ai discendenti degli schiavi e degli «indios».
Nel solo Brasile e Argentina vi sono ventidue milioni di italiani, in Brasile oltre cinquanta milioni di portoghesi, in Cile e Perù potenti comunità chiuse di spagnoli, italiani, inglesi, tedeschi e giapponesi, mentre in Messico un settore della classe dominante è storicamente legato al concetto razziale creolo. I coloni americani conquistarono e occuparono la terra dei popoli precolombiani, i cui antenati erano i coloni aborigeni giunti dalla Russia e dalla Cina trenta o quarantamila anni fa. I coloni portoghesi, compresi gli ebrei cacciati, erano schiavisti e proprietari di schiavi in Brasile. In Argentina, come del resto in Cile, Uruguay e Paraguay, Bolivia, Perù, Colombia e Venezuela, i coloni spagnoli e italiani giunsero come sterminatori delle popolazione native. Il movimento per l'indipendenza in Sudamerica era stato creato dai «boeri» razzisti di quel subcontinente. Simon Bolivar, il liberatore dei paesi delle Ande, era un proprietario di schiavi; San Martín, liberatore dell'Argentina, era un razzista e uno sterminatore, O'Higgins, paladino dell'indipendenza cilena, era un colonialista. Dalle classi che discendevano da questi coloni e dalla loro leadership non ci si può aspettare nessuna azione rivoluzionaria.
Nelle Americhe i discendenti degli schiavi e dei popoli precolombiani conquistati, che per la maggior parte erano proletari e contadini, non detenevano alcun potere economico e un ridotto potere politico. La borghesia nazionale può essere considerata non-europea solo in Messico e in alcuni stati dell'America centrale, mentre negli altri paesi del Sudamerica e dell'America centrale è costituita da una classe di coloni «bianchi» razzisti, che per diversi aspetti rappresenta un problema per la strategia della liberazione, analogamente ai coloni «bianchi» in Sudafrica prima e dopo l'abolizione dell'apartheid formale.
Il problema deriva dal fatto che i coloni o formano una borghesia nazionale storicamente legata ad una potenza coloniale, come ad esempio in Argentina, Perù, Cile o anche in Brasile, oppure divengono essi stessi imperialisti, come in Sudafrica, Kenya o Zimbabwe. In tutti questi casi, i coloni costituiscono, per lo più, un «proletariato borghese» espatriato colonialista.
Inoltre, essi rappresentano un ostacolo razzista per le rivendicazioni di autonomia avanzate dalle classi soggette. Questo razzismo è ancora una realtà nel Sudafrica dopo il 1994, dove l'apartheid continua ad esistere e a crescere, interessando il settore abitativo (divisione in ghetti e sobborghi), i salari, l'istruzione, l'occupazione e la disoccupazione e la proprietà della terra. In paesi come il Brasile, il potere economico e politico è tanto più forte quanto più è «bianco» il colore della pelle: i Pelè vanno bene per fare i calciatori, non i Presidenti e a dispetto delle leggende che raccontano il contrario, il Brasile è una società razzialmente divisa.
I poveri sono in gran parte discendenti degli schiavi e degli «indios»; i benestanti sono, per lo più, di origine europea e questo vale anche per molti coloni provenienti dall'America, a sua volta posseduta e governata dai coloni europei. Gli atteggiamenti e i rapporti sociali dei coloni nell'America semicoloniale nei confronti dei gruppi in qualche modo correlati agli indigeni e agli schiavi ricordano quelli dei coloni nei paesi imperialisti come l'Australia, la Nuova Zelanda, il Canada, Israele e il Sudafrica. Questa sorta di imperialismo, propria dei coloni nelle semicolonie, ha permesso a questi ultimi di prepararsi a ricoprire un ruolo controrivoluzionario sulla scena della storia contemporanea.


- Gli aspetti nazionali e internazionali della liberazione permanente.

Gli ostacoli che la borghesia nazionale e i coloni (di qualsiasi ceto) rappresentano per i movimenti di liberazione si riferiscono ai mutamenti sia all'interno delle nazioni semicoloniali che nei loro rapporti con i paesi esterni. La resistenza intra-nazionale è evidente: si tratta di una componente delle lotte di classe all'interno di questi paesi. Tuttavia, poiché le lotte di classe non sono solo un fenomeno nazionale ma anche internazionale, è lecito sostenere l'esistenza di una resistenza inter-nazionale che corrisponde alle contraddizioni inter-nazionali del colonialismo capitalista.
In ultima analisi, la contraddizione inter-nazionale è più grande di quella intra-nazionale ed è destinata, presto o tardi, a divenire determinante. Due esempi recenti dell'importanza della contraddizione inter-nazionale rispetto a quella intra-nazionale sono l'Iraq e la Jugoslavia, dove non è stato possibile attuare nessun cambiamento politico interno (nemmeno all'interno della struttura neocoloniale) che non fosse deciso dall'intervento militare concertato di ONU, NATO e Unione Europea in questi paesi. In Jugoslavia, l'aggressione NATO del 1999 ha impedito una soluzione pacifica di un problema interno, ovvero l'autonomia del Kosovo. In una situazione di questo tipo, anche le riforme politiche all'interno di una nazione dipendono da condizioni inter-nazionali. Nel caso della Jugoslavia queste condizioni erano rigidamente asimmetriche: da un lato la Serbia (che poteva contare unicamente su un piccolo appoggio da parte dell'ex Unione Sovietica) e dall'altro un'associazione delle più potenti nazioni della terra.
Nella natura delle cose la liberazione permanente è antimperialista. Per le nazioni oppresse l'obiettivo da perseguire è la sovranità nazionale; per nazioni come la Cina, il Vietnam, la Corea del Nord e Cuba, che hanno fatto delle rivoluzioni sociali, l'obiettivo è la conservazione della sovranità nazionale. Questi obiettivi «borghesi», che la borghesia del Primo mondo avversa e calpesta, rappresentano l'oggetto delle lotte internazionali, che non sono altro che lotte di classe articolate su due piani: da un lato vi sono le lotte di classe tra i popoli dei paesi semicoloniali o «socialisti» e le classi imperialiste. Si tratta, dunque, di lotte di classe internazionali.
Dall'altro vi sono le lotte di classe tra operai e contadini delle semicolonie e i "compradores"  borghesi nazionali al servizio della borghesia del Primo mondo nel Terzo mondo. In questo modo questa lotta di classe intra-nazionale è indirettamente internazionale. L'appoggio popolare fornito dai lavoratori iracheni a Saddam e dai lavoratori jugoslavi a Slobodan Milosevic è il prodotto di conflitti internazionali, pertanto, anche l'interruzione della lotta di classe intranazionale è una funzione della lotta inter-nazionale.
La lotta di classe nazionale nelle semicolonie rappresenta il punto di collegamento tra la lotta di classe nazionale e internazionale. La lotta nazionale si intreccia con la lotta di classe. Allo stesso tempo ciascuna di queste lotte di classe nazionali è parte di una guerra generale, di classe-nazione tra il Primo e il Terzo mondo e, nel caso del Vietnam, della Jugoslavia e di Cuba, tra il Primo e il «Secondo» mondo. Che lo si voglia o no, tutte le lotte di classe-nazione sono lotte inter-nazionali. Dal punto di vista delle nazioni del Terzo e del «Secondo» mondo, la lotta di classe e di nazioni è diretta contro l'imperialismo di una o più nazioni dominanti. All'epoca del colonialismo di stampo vittoriano, quando un paese ne colonizzava un altro, queste lotte si combattevano a coppie: l'Algeria contro la Francia, i paesi arabi contro Israele, la lunga lotta politica dell'India contro l'Inghilterra, il Messico contro gli Stati Uniti (un conflitto che probabilmente non è stato risolto con la conquista della California e del Texas da parte dell'America), il Congo contro il Belgio, il Mozambico e l'Angola contro il Portogallo e, infine, la Namibia contro il Sudafrica.
Questa situazione «vittoriana» andò trasformandosi con l'indipendenza del secondo dopoguerra e, successivamente, con la creazione della Comunità Economica Europea prima e dell'Unione Europea poi, che consentì ad un certo numero di nazioni del Primo mondo di unirsi in un'azione di supersfruttamento generalizzato di una singola ex-colonia o di un amalgama di semicolonie. Il colonialismo «vittoriano» di vecchio stile sta subendo un ulteriore processo di internazionalizzazione con la trasformazione delle transnazionali in vere e proprie multi-nazionali. Paesi come il Congo-Zaire non dipendono solo da compagnie belghe, ma anche da multi-nazionali francesi, americane e sudafricane. Il Mozambico è sottomesso non solo al neocolonialismo portoghese, ma anche a quello italiano e sudafricano. In India il capitale inglese da tempo non è più in grado di difendere il proprio monopolio dalla concorrenza del capitale americano, giapponese e dell'Unione europea. Subito dopo l'indipendenza, il capitale americano ha intaccato il monopolio dell'Olanda in Indonesia come, d'altro canto, il capitale europeo e giapponese ha da tempo indebolito il monopolio americano nell'America centrale e del Sud.
Questi processi di globalizzazione hanno accresciuto le difficoltà asimmetriche della liberazione semicoloniale. Un dato paese non è più obbligato ad accettare una singola potenza coloniale e le sue compagnie. Sebbene questo supersfruttamento, esercitato da una singola nazione, continui a prevalere in Africa (da parte di inglesi, francesi o belgi) o nell'America centrale e del Sud (per lo più da parte degli Stati Uniti), lo sfruttamento multi-nazionale sta diventando la regola. Sul piano politico ciò ha portato all'intervento degli Stati Uniti in Corea, nello Zaire, in Somalia, in Iraq e in Jugoslavia. Sul piano militare, i paesi del Terzo mondo (tra cui i paesi dell'ex Secondo mondo, come la Russia e la Jugoslavia) devono confrontarsi con le forze militari congiunte di gran parte delle nazioni del Primo mondo, incarnate nella NATO (sinora l'Iraq e la Jugoslavia). Questi fenomeni di internazionalizzazione acutizzano le disparità tra i paesi contendenti e mettono in pericolo le azioni di liberazione.


- La liberazione permanente: la guerra dei «mondi».

Il ventesimo secolo è stato un secolo di guerre nel mondo. Il ventunesimo secolo fa presagire di essere un secolo di guerre tra tre «mondi». La liberazione permanente implica una serie di conflitti inter-nazionali, ciascuno dei quali favorisce, o contrasta, quello successivo. Un conflitto di classe e di nazione tra un «paese arretrato» e un «paese avanzato» si estende alla successiva coppia di paesi, nei quali il legame imperialista che li unisce si va indebolendo. Questa «estensione» del conflitto non va, come nell'internazionalismo della teoria della rivoluzione permanente, da un paese «arretrato» ad un paese «avanzato». Nella teoria della liberazione permanente questo semplice vettore lineare è sostituito da vettori multidirezionali. In questo caso, la rivoluzione, per il suo carattere antimperialista, si estende da una coppia di paesi «arretrati» e «avanzati» ad una coppia analoga, o da un complesso in cui un «paese arretrato» è unito da un vincolo neocoloniale a più paesi «avanzati» ad un altro complesso analogo, che unisce con un vincolo neocoloniale un altro «paese arretrato» a uno o più paesi «avanzati».
Questa non linearità dei vettori rivoluzionari antimperialisti è ciò che contraddistingue la liberazione permanente dalla rivoluzione permanente. La liberazione permanente «sgancia» una nazione dall'oppressione esercitata da una o più nazioni e questo processo, gradualmente, diviene globale. In questo modo la rivoluzione permanente distrugge la globalizzazione del capitalismo e la sostituisce con la globalizzazione dell'eguaglianza.
E' inconcepibile che il motore primario di questo processo di equalizzazione inter-nazionale possa essere un qualsiasi settore della borghesia internazionale, sia del primo che del Terzo mondo, sarà, semmai, il proletariato «arretrato», che deciderà di agire su scala internazionale. E' precisamente per questa ragione che la forma internazionale della contraddizione inter-nazionale è destinata a divenire il presupposto per l'abolizione delle ineguaglianze di classe all'interno delle nazioni. Come ha dimostrato la rivoluzione cinese del 1949, la lotta di classe (contro la burocrazia del Kuomingtang) è guidata e a sua volta incalza la lotta nazionale (contro il Giappone prima e gli Stati Uniti poi).


- Il ruolo della nazione.

Il marxismo eurocentrico enfatizza in maniera eccessiva il ruolo della classe operaia «avanzata» e sottovaluta l'importanza della classe operaia «arretrata» e il ruolo progressista della "nazione" nel Terzo mondo. Alla base di questa triplice questione sta un compromesso inconscio con l'ideologia propria del Primo mondo che, nella peggiore delle ipotesi, diventa sciovinismo e, nella migliore, coincide con l'idea secondo cui la «nazione» è un prodotto e un concetto borghese. Questa non è una concezione storico-materialista.
Esistevano diversi esempi di nazioni prima, anche molto prima, dell'avvento del capitalismo:
(a) l'antica Cina, l'India, l'Egitto, gli incas, gli aztechi, il regno del Sahara e molti altri regni tra i dispotismi collettivi;
(b) alcune società collettive dell'America precoloniale che andarono oltre il tribalismo, verso ciò che esse chiamavano «nazioni» (altre comunità, tuttavia, come i regni degli Zulu o degli Tswana, non erano nazioni ma rimasero allo stato tribale per essere poi assorbite dalla società coloniale fondata sull'apartheid del Sudafrica nel diciottesimo secolo) e
(c) i modi di produzione precapitalisti basati sullo schiavismo, come l'antica Roma e la Grecia e gli stati feudali della Russia precapitalista di Ivan e Pietro il Grande. In sé e per sé la «nazione» non è un fenomeno borghese ma è esistita in ogni modo di produzione.
La «nazione» può essere esistita o meno in maniera imperfetta come forma o ideale politico nelle società precapitaliste. E' esistita in maniera perfetta - o più perfetta - come forma e ideale politico per l'emergente borghesia europea. In molti paesi dell'Europa i capitalisti presero il potere nell'ambito di una struttura nazionale preesistente: ad esempio in Inghilterra, Spagna, Portogallo, Francia e Olanda. La loro ascesa al potere economico e quindi politico rappresentò un aspetto di una lotta tra modi di produzione, contro il feudalesimo o il dispotismo collettivo degli arabi-mori o dei turchi-ottomani.
La nazione borghese, una volta formatasi, o come incubo del capitalismo o come suo tegumento, servì a diffondere il capitalismo in maniera globale dapprima attraverso le lotte inter-modali nei continenti non europei (tra cui l'Australasia) e successivamente attraverso i processi economici capitalisti. Una volta assolte queste funzioni, la nazione cessò di esistere come obiettivo della borghesia o questione prioritaria per le preminenti nazioni europee o per gli Stati Uniti, il Giappone (dove aveva da tempo preceduto la rapida ascesa del capitalismo nel diciannovesimo secolo) e nei domini britannici «bianchi» del Canada, dell'Australia, della Nuova Zelanda e del Sudafrica.
Lenin, di conseguenza, riteneva che il «problema nazionale» era stato risolto nei

«paesi avanzati dell'Europa occidentale e negli Stati Uniti. In questi paesi i movimenti nazionali progressisti avevano cessato di esistere già da tempo» (V. I. Lenin, "Collected Works", Moscow 1970, vol. 22, p.p. 150-152).

Noi non sappiamo, ma possiamo facilmente immaginare, cosa egli avrebbe pensato dei movimenti irredentisti in Italia nel dopoguerra (la Lega Lombarda degli anni Novanta), in Scozia e nel Galles (che hanno ricevuto da Westminster un proprio «parlamento» nel 1999) e l'area basca in Spagna (a partire dai tempi di Franco se non prima). In tutti questi casi il «problema nazionale» consiste in una ripartizione della torta imperialista.
I termini della questione sono molto diversi nel caso dei paesi del Terzo mondo, dove la divisione delle nazioni era diventata una prassi consueta della politica imperialista (l'India del 1948, l'Iraq negli anni Venti, quando la potenza coloniale inglese tagliò fuori il Kuwait, la Jugoslavia del 1991-2000). L'unificazione nazionale è uno degli obiettivi prioritari dei programmi di liberazione nazionale, soprattutto da quando l'indipendenza politica è stata conquistata o «concessa» in Africa e Asia, dopo la seconda guerra mondiale. Poiché la lotta per realizzare questo obiettivo costituisce una parte e allo stesso tempo, allarga la guerra del Terzo mondo contro il Primo mondo, l'unificazione nazionale rappresenta un aspetto fondamentale della teoria della liberazione permanente.
La nazione non è un concetto o un obiettivo borghese reazionario, come sostengono i «marxisti-leninisti» della sinistra europea quando si tratta dei paesi del Terzo mondo o dell'ex Secondo mondo, fatti a pezzi dall'imperialismo, le cui lotte per la riunificazione vengono accusate di essere «nazional-borghesi» (come accusarono il povero, misero regime ex «comunista» di Slobodan Milosevic, che tentava di tenere uniti i resti della Jugoslavia sotto i bombardamenti della NATO del 1999).
La nazione continua non solo ad essere un obiettivo della lotta antimperialista, ma è destinata ad accompagnarci ancora per molto tempo. L'idea utopistica «comunista» o anarchica di abolire i confini e le nazioni non trova posto ora, né lo troverà per molto tempo, nella teoria o nella politica della liberazione. Si tratta di una rivendicazione comprensibile e, in alcuni casi, persino scusabile, da parte dei «ribelli» del ceto medio e anche della classe operaia del Primo mondo, i quali aspirano a ciò che possiamo chiamare il «socialismo sotto il capitalismo». Ciò assume connotati reazionari, quando viene applicato indiscriminatamente a ogni "gruppo" di nazioni, ad esempio per l'Unione europea ciò significa una Unione di Stati Uniti Europei imperialisti sotto la guida tedesca.
Se applicato ai paesi del Terzo mondo, esso ignora le istanze di riunificazione, non nel caso della Germania (la cui riunificazione sotto il governo Kohl nel 1990 servì unicamente la causa dell'imperialismo tedesco), ma dell'India, della Jugoslavia eccetera. Per quanto riguarda l'India, l'intera sinistra europea ha a tal punto influenzato i marxisti indiani, che la riunificazione dell'India viene considerata utopistica, impraticabile e priva di qualsiasi valenza politica: non rappresenta una rivendicazione della cosiddetta Quarta Internazionale, o chi per essa.
Al contrario, queste entità basate e orientate sul Primo mondo, ben lungi dall'impegnarsi nel processo di ricostruzione e unificazione dei paesi del Terzo mondo, hanno optato per una politica di «autodeterminazione», di disgregazione della nazione. Esse difendono questa crudeltà in nome dell'«autodeterminazione», anzi, vanno ancora oltre e la chiamano «leninismo». Esiste una vasta letteratura a dimostrazione del fatto che gran parte, per non dire quasi tutta, la sinistra euroamericana ha rivendicato l'«autodeterminazione» per i frammenti risultanti dal frazionamento della Jugoslavia operato dalle potenze dell'Unione Europea e della NATO (1).
Secondo la concezione euromarxista di «autodeterminazione», il Primo mondo osserva e sfrutta le lotte di un gruppo povero contro un altro e rivendica l'«autodeterminazione» per ciascuno di essi. Questa è la vecchia politica coloniale del «divide et impera» e non ha nulla in comune con l'antimperialismo. Quando sviluppò il suo concetto di "autodeterminazione" Lenin prese in considerazione due aree del mondo. Una era

«l'Europa dell'Est: l'Austria, i Balcani e in particolare la Russia. Questa fu la culla del ventesimo secolo dove si svilupparono i movimenti nazionali democratico-borghesi e si intensificarono le lotte nazionali» (ibid.).

Nel 1915 egli scriveva nel "Socialismo e la guerra":

«La tutela di questo diritto» (l'autodeterminazione) «ben lungi dall'incoraggiare la formazione di piccoli stati, porta, al contrario, alla formazione più libera, impavida e quindi più ampia e universale, di grandi stati o federazioni di stati, che sono di maggiore giovamento alle masse e più in armonia con lo sviluppo economico» (V. I. Lenin, "Collected works", Mosca 1970, vol. 21, p. 298).

I paesi balcanici e i paesi oppressi dalla Russia zarista erano coinvolti in una lotta di liberazione coloniale contro l'"imperialismo". Lenin considerava l'autodeterminazione una cosa giusta solo quando era diretta contro l'"imperialismo" e, sicuramente, la riteneva propedeutica all'"unificazione nazionale". Il concetto moderno euromarxista di autodeterminazione, tuttavia, non si riferisce alle lotte antimperialiste ma all'«autodeterminazione» disgregante di croati, sloveni, serbi, kosovari, abitanti della Vojvodina, montenegrini, macedoni eccetera. Questo aspetto è estraneo alla teoria della liberazione permanente che considera giusto e progressista l'impegno del Terzo mondo e dei paesi socialisti a costruire una nazione.
Lenin riteneva antimperialista l'autodeterminazione per

«i paesi semicoloniali come la Cina, la Persia e la Turchia e tutte le colonie, che complessivamente contano una popolazione di mille milioni di persone. In questi paesi i movimenti democratico-borghesi sono appena all'inizio e hanno ancora molta strada dinanzi a sé. I socialisti non devono rivendicare solamente la "liberazione incondizionata e immediata delle colonie senza indennizzi" (e questa rivendicazione non significa altro che il riconoscimento del "diritto all'autodeterminazione") ma devono altresì fornire un appoggio deciso agli elementi più rivoluzionari "dei movimenti democratico-borghesi di liberazione nazionale" in questi paesi e sostenere le loro rivolte o "guerre rivoluzionarie, nel caso si arrivasse a questo, contro le potenze imperialiste che li opprimono"» (V. I. Lenin, op. cit., p.p. 150-152, scritto nel 1915. Nostra enfasi).

Le condizioni materiali del colonialismo-capitalista si sono estese da quando Lenin scriveva queste cose all'inizio del ventesimo secolo. L'approccio di Lenin continua ad essere valido e rappresenta un banco di prova per le lotte antimperialiste di unificazione nazionale del prossimo millennio. Il suo principio fondamentale è che l'autodeterminazione è valida e giusta solo quando è diretta contro le nazioni "imperialiste".
Non è valida né giusta se innalzata a stendardo contro altri popoli coloniali o neocoloniali (ad esempio il Kuwait contro l'Iraq, il Kashmir contro l'India o Timor e altre isole «cristiane» contro l'Indonesia o la secessione degli stati baltici dalla Russia) o contro i popoli in quelli che Trotzkij definiva, o avrebbe definito, «stati di lavoratori» (ad esempio la Jugoslavia).
Come accade sempre e ovunque, vi sono eccezioni alla regola. Da un secessionismo militante come quello del «Biafra» (appoggiato da una parte della sinistra europea) trassero vantaggi solo le compagnie petrolifere americane e inglesi nella zona del fiume Niger negli anni 1968-70. Analogamente, i partiti secessionisti del Kashmir, della Jugoslavia e anche di Timor, sono al servizio solo dell'attuale politica del «divide et impera» delle potenze del Primo mondo. Dall'altra parte, la persecuzione dei curdi, l'oppressione simile a quella dei creoli nei confronti dei chiapas messicani e la guerra per la terra condotta dal governo contro gli zapatisti e i massacri razzisti ai danni delle società collettive dell'Amazzonia sono violazioni negli e degli stati del Terzo mondo dei propri diritti all'autodeterminazione.
Se il diritto all'autodeterminazione dell'Amazzonia debba essere esercitato in Brasile utilizzando la formula dell'autonomia o sotto forma di secessione o indipendenza, dipende dalla capacità di sopravvivenza di queste antiche società collettive, il cui destino è, a quanto pare, segnato. Il razzismo dei coloni europei, americani e anche giapponesi, che hanno governato il Brasile, non è un buon presagio per l'opzione dell'autonomia. Dato l'attuale sistema colonialista imperialista e razzista, il diritto di formare uno stato amazzonico potrebbe essere la giusta forma di autodeterminazione. Quello che potrebbe sembrare un passo «indietro» nel passato, per gli euromarxisti è un giusto passo antimperialista verso il futuro. In questo sta l'essenza dell'aspetto «permanente» della liberazione internazionalista.
Mentre l'unità nazionale del Brasile è un aspetto poco importante nel contesto del razzismo coloniale, l'unità nazionale del Messico riveste una notevole importanza per il processo di autodeterminazione dei chiapas e di altri "messicani". Le popolazioni dell'Amazzonia non sono brasiliane in senso stretto. Dopo tutto, i loro antenati furono massacrati dai coloni portoghesi-brasiliani. Per contro, i chiapas sono messicani. I loro antenati dell'epoca preazteca e azteca e i discendenti dei loro antenati, formavano la nazione e lo stato del Messico. L'autodeterminazione dei chiapas, di conseguenza, diviene diritto all'"autonomia", nel caso in cui l'"uguaglianza statutaria non razziale" venga ridimensionata dalle comunità dei chiapas. Nella situazione attuale, questa uguaglianza continua ad essere la prima opzione per la realizzazione dell'autodeterminazione dei chiapas. Questo è un affare "interno messicano" e ogni ingerenza liberale, socialdemocratica e imperialista deve essere estranea alla questione messicana.
Il caso dei curdi è diverso, nel senso che i curdi rivendicano un diritto storico su un territorio condiviso da tre paesi semicoloniali: l'Iraq, la Turchia e l'Iran. La Germania e gli Stati Uniti hanno «sposato» la rivendicazione curda dell'autodeterminazione per i propri scopi strategici e i loro interessi legati al petrolio. E i leader curdi cercarono di ottenere l'appoggio, compreso quello armato, dei tedeschi e degli americani. Durante la guerra NATO contro l'Iraq nel 1990-91, i partiti curdi cercarono la protezione degli invasori e questi ultimi sfruttarono la situazione dei curdi nel nord dell'Iraq per giustificare i bombardamenti della NATO sui civili e sulle opere di difesa irachene e per impossessarsi dell'intero spazio aereo iracheno. Quando i turchi catturarono il leader del partito comunista curdo Ocalan, nella neocolonia inglese del Kenya, i curdi non ebbero nessun sostegno da nessun paese NATO. Fino a quando i curdi terranno lontane le potenze della NATO, il loro diritto all autodeterminazione rimarrà incontaminato. Nel lungo termine, i lavoratori curdi, iraniani, iracheni e turchi si faranno carico personalmente delle proprie questioni e risolveranno quei problemi che la borghesia nazionale non è in grado di risolvere. Questo è lo spirito della liberazione permanente.


Capitolo sesto.
LA GUERRA DEI MONDI.


La liberazione permanente non è solo una teoria. E' il vero processo di lotta tra Terzo mondo e mondo Socialista da un lato e Primo mondo dall'altro. Si tratta, è ovvio, di una lotta economica e politica che può tuttavia sfociare in un conflitto militare. Le ultime due guerre mondiali furono, in sostanza, guerre tra due blocchi di potenze imperialiste rivali. Tuttavia, in realtà può verificarsi una guerra mondiale tra «mondi» opposti, che vede schierati da un lato i popoli e i paesi «arretrati» semicoloniali e socialisti e, dall'altro, i paesi i mperialosti «avanzati» e i loro popoli.
Un processo di questo tipo avrebbe potuto svilupparsi dalla guerra della NATO contro la Jugoslavia. I barbari bombardamenti contro bersagli civili e militari, che avevano come obiettivo quello di fare del paese di Tito (1) un protettorato coloniale della NATO da estendere, infine, a tutti i Balcani e all'ex Unione Sovietica, potevano trascinare una Russia ora semicoloniale in un conflitto nucleare con la NATO. E' probabile che l'India e la Cina si sarebbero schierate dalla parte della Russia. Dall'altra parte si trova l'intero Primo mondo, ad eccezione del Giappone, che sarebbe potuto entrare a far parte del conflitto per via delle sue mire imperiali sulla Cina. Questo mostra come la terza guerra mondiale entri nella sfera non solo delle possibilità ma anche delle probabilità. Tale è la logica, grossolana ma reale, che sottende la teoria della liberazione permanente.


- Sconnessione o sganciamento?

Sia che la serie di contraddizioni inter-nazionali sia concentrata temporalmente in una «guerra dei mondi» globale o che queste contraddizioni si estendano in un lasso di tempo più lungo, la loro totalità continua ad essere la contraddizione inconciliabile del capitalismo globale nell'attuale stagnazione economica. Nel caso di una estesa serie di conflitti tra nazione e nazione, la guerra dei mondi è la somma vettoriale di diverse battaglie, una delle quali si incentra sulla problematica della «sconnessione» o «delinking», posta dall'eminente macroeconomista africano Samir Amin.
La rivoluzione permanente va ancora più oltre della «déconnexion» di Samir Amin o dello sganciamento. Nelle sue opere del 1969, 1972 e 1973 sulla «transizione» e nella sua famosa "Accumulazione su scala mondiale" (2) Amin assunse una posizione antisistemica, proponendo lotte di liberazione antimperialiste. Nei suoi scritti sulla «déconnexion» degli anni Novanta, la sua posizione antisistemica andò adattandosi, in maniera graduale ma costante, al capitalismo globalizzato, che egli aveva analizzato e respinto durante il suo lungo esilio lontano dall'Egitto. Il passaggio dal giovane al vecchio Amin è espresso in maniera chiara nel suo recente "Empire of Chaos" (3) e nei suoi commenti durante una «missione d'inchiesta» in Sudafrica nel 1997. Dopo aver analizzato il Sudafrica in termini di «caricatura del sistema globale» (la nostra idea in "Quale 1984" realizzato insieme a Frank e Amin), strutturato per «produrre il più alto grado di ineguaglianza del mondo», egli disse:

«La priorità è quella di riorganizzare gradualmente la società attraverso riforme radicali...Io credo che il Sudafrica non realizzerà questo obiettivo dirigendosi verso l'autarchia... né sottoponendosi alle prescrizioni neoliberali di aggiustamenti strutturali. Deve entrare a far parte del sistema globale in modo proprio, cioè negoziandone le condizioni. Sconnessione significa cercare di controllare il più possibile i rapporti commerciali, le esportazioni e le importazioni sottoponendo i rapporti esterni alla logica della progressiva trasformazione sociale interna... la sinistra tradizionale si è trovata impreparata ad affrontare le nuove sfide, era abituata ad operare all'interno dello stato-nazione e di certi modelli di progetti sociali. Sviluppare una controstrategia è ovviamente il primo passo da fare. Dobbiamo staccarci dai vecchi sistemi di lotta e prendere in considerazione i nuovi aspetti del capitalismo» (4).

Amin suggeriva inoltre la creazione di un blocco commerciale regionale (che, tuttavia, già esiste ed è dominato dal Sudafrica).
Questo tipo di «sconnessione», che sostituisce o riconfigura ma non distrugge i vincoli imperialisti, rappresenta una risposta o reazione o riadattamento ai «nuovi aspetti del capitalismo», non una rottura col e nel sistema capitalista globale. La realtà è che sotto il capitalismo, come sotto il socialismo, questo secolo ha registrato nuovi progressi tecnologici: l'automobile, l'aeroplano, l'energia nucleare, i viaggi nello spazio, la televisione, il computer, il telefono cellulare, i pannelli solari eccetera.
Ciò che è relativamente nuovo nel "modus operandi" imperialista del sistema è l'industrializzazione di certi paesi del Terzo mondo attraverso trasferimenti di capitale dai paesi imperialisti a quelli semicoloniali. Anziché portare ad una strategia capace di rendere l'imperialismo più vulnerabile agli attacchi del Terzo mondo, la recente versione di sconnessione data da Amin offre una risposta neofabiana gradualista e non una risposta antisistemica alla nuova «sfida» capitalista. Il fatto cruciale e pertinente è che la principale novità del capitalismo consiste nella sua decadenza e stagnazione durante la lunga crisi iniziata intorno al 1970. La differenza tra la nuova versione che Amin dà del "delinking" e la politica della liberazione permanente è che la prima si adatta mentre la seconda non si adatta a questa generalizzazione di decadenza capitalista.
La proposizione di Amin di una riduzione centripeta della sconnessione/"delinking" ai legami commerciali quale condizione per promuovere la «progressiva trasformazione sociale», tuttavia, non risolve il problema fondamentale, di cui si è occupato nei suoi scritti degli anni Settanta sulla "Lotta di classe": dare il via ad una effettiva «trasformazione sociale» basata sulla divisione in classi. Questo problema riguarda la sostituzione delle classi dirigenti formate da coloni, "compradores" e stranieri con una nuova classe dirigente di lavoratori e contadini semicoloniali. Tuttavia, considerato nel contesto della sua ingiunzione ad «entrare a far parte del sistema globale», questo per Amin non poteva significare «trasformazione sociale progressista».


- Sganciamento.

Al concetto di "delinking" o sconnessione introdotto da Amin, noi abbiamo contrapposto quello di «sganciamento». Le sopraccitate proposte fabiane di "delinking" sono fondamentalmente sistemiche. Non sganciano i paesi oppressi dalle catene dell'imperialismo capitalista e non si confrontano con le «sfide» di ricolonizzazione militare della globalizzazione guidata da USA-UE-NATO (ad esempio le guerre totalitarie contro Corea, Vietnam, Iraq e Jugoslavia).
Pressioni sui governi del Terzo mondo e un'azione di "delinking" dei «paesi arretrati» rivolta verso obiettivi socialisti possono infliggere un duro colpo all'imperialismo se si interviene sulle materie prime che servono alle industrie del Primo mondo nelle metropoli o nelle sue industrie globalizzate neocoloniali. Il "delinking" trainato dal commercio assume connotati più marcatamente antimperialisti man mano che colpisce non solo o non tanto il commercio quanto la produzione stessa. Bloccare un certo commercio verso il Primo mondo significherebbe allora la chiusura effettiva delle "piantagioni" e di gran parte delle "miniere": di giacimenti alluvionali e profondi di diamanti, di gran parte delle miniere d'oro del Witwatersrand e dello Stato libero d'Orange nel Sudafrica, dei giacimenti di platino, uranio e altri metalli del Terzo mondo. In teoria questo porterebbe al collasso della produzione del Primo mondo e, in pratica, una chiusura anche parziale delle miniere potrebbe rappresentare un duro colpo inferto all'imperialismo.
Il Primo mondo giustifica tutto ciò, in maniera peraltro ipocrita, sostenendo che nel territorio metropolitano vi sono poche piantagioni e che negli ultimi decenni molte miniere di carbone e altri giacimenti sono stati enormemente ridotti rispetto a ciò che erano (ad esempio in Inghilterra, nel Saarland, in Francia e in Belgio).
In realtà, di queste chiusure hanno beneficiato sia l'ambiente che l'uomo e il Terzo mondo farebbe meglio a seguire questa politica di de-industrializzazione. La società e i governi troveranno, se già non li hanno trovati, dei benefici per bilanciare la perdita di posti di lavoro a seguito di queste politiche di "de-linking" e, soprattutto, questo fatto farà pendere la bilancia della lotta «Sud-Nord» in favore del Terzo mondo, per non parlare del sospirato benessere che ne trarrà l'ambiente.
Il "delinking" trainato dal commercio potrà avere un ruolo nella lotta generale, ma solo se sarà parte di una strategia anti-Primo mondo. E anche in quel caso sarà comunque un ruolo marginale, non in grado di sfidare l'egemonia del capitalismo in questa fase di fatale decadenza e stagnazione.
Lo «sganciamento», al contrario, ha più cartucce da sparare rispetto al commercio. La liberazione permanente è una serie di sganciamenti inter-nazionali, che comprende sia una successione di azioni di sganciamento realizzate nei e dai paesi, sia una successione di paesi che mettono in pratica questo processo di sganciamento. La serie di sganciamenti della liberazione permanente ha una valenza non solo economica ma anche politica e militare.


- Sganciamento/sconnessione bilaterale.

Un programma di sganciamento nei «paesi avanzati» sostiene che debba essere messa la parola fine al razzismo culturale e alle leggi razziste sull'immigrazione (ad esempio la barriera contro gli immigrati di colore eretta attorno l'Unione europea). Un programma antisistemico rivendicherà il "delinking" dalla Banca mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Appare improbabile che i paesi del Primo mondo si decideranno in tal senso, ma l'«arretrato» Zimbabwe, addirittura sotto il "petit comprador" Mugabe, nel 1999 ha proposto un "delinking" di questo tipo. Questo programma richiede che quei Paesi della NATO e dell'Unione europea che hanno condotto guerre coloniali in Africa, Asia o America, paghino un risarcimento totale per le distruzioni e i massacri commessi, ad esempio l'Italia all'Etiopia, la Francia all'Algeria, gli Stati Uniti al Messico, il Sudafrica all'Angola eccetera.
Un nuovo Sudafrica veramente libero e rinnovato dovrebbe cedere a Zimbabwe, Namibia, Lesotho, Botswana, Swaziland, Mozambico, Angola, Zambia, Kenya e Congo, tutte le miniere, fabbriche, banche, cooperative edilizie e compagnie navali e d'assicurazioni che le compagnie e lo stato sudafricane possiedono in quei paesi. Queste cessioni dovrebbero essere incondizionate (ovvero indipendenti dalla natura di qualunque regime semicoloniale eccetera) e senza risarcimenti. Questo dovrebbe valere anche per gli interessi che multinazionali anglo-americane, la De Beers e altre multinazionali sudafricane hanno in Brasile, Perù, nell'Europa dell'Est, in Russia in Malesia eccetera. I loro investimenti negli Stati Uniti, in Canada, Inghilterra eccetera dovranno essere nazionalizzati da un nuovo stato sudafricano veramente rinnovato e quindi ridistribuiti equamente tra i paesi debitori confinanti con il Sudafrica.
In quei casi in cui lo sganciamento non viene realizzato dal paese del Primo mondo interessato, verrà portato avanti in maniera unilaterale dai principali paesi del Terzo mondo. Come stabilisce la teoria della rivoluzione permanente, questo appare l'iter più probabile del processo di sganciamento, poiché è impensabile che il Terzo mondo continuerà a permettere all'infinito che cinquanta milioni della propria gente cadono ogni anno vittima di genocidi economici e guerre coloniali (Iraq, Serbia eccetera).
Il "delinking" antisistemico favorisce un processo più ampio e profondo, che toglie il terreno economico sotto i piedi del Primo mondo, attraverso le rivoluzioni sociali seguite da espropriazioni e sconfitte simili a quelle del Vietnam. E' inevitabile che da questo processo il Primo mondo uscirà materialmente più povero ma, alla fine, anche più felice. Un "delinking" di questo tipo livellerà i redditi a livello inter-nazionale divenendo quindi la base per un processo di riconnessione. Questo "delinking" antisistemico rappresenta un processo che attua una riconnessione su basi non conflittuali. E' internazionalista.
La liberazione permanente è la somma vettoriale di queste azioni antimperialiste e internazionaliste. Essa va ben oltre il "delinking" del commercio e può essere definita in termini di "delinking" generalizzato che si manifesta in più ambiti: del commercio; delle espropriazioni che indeboliscono il potere delle multinazionali, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca mondiale; dello smantellamento di organizzazioni come l'Unione europea (ad esempio eliminando la Convenzione di Lomé, dominata dall'UE); della lotta alla NATO; dello scioglimento del Commonwealth controllato dagli inglesi; dell'abbattimento dei vincoli culturali razzisti che legano il Terzo mondo alle metropoli del Primo mondo e, soprattutto, delle rivoluzioni sociali che rovesciano i servitori "compradores" dell'Occidente e del Giappone.
Le rivoluzioni sociali nei paesi del Primo mondo non possono che risolversi con la vittoria dei paesi «arretrati» sui paesi «avanzati». Per la Sinistra nei paesi «avanzati» conta il seguente principio: le nazioni del Primo mondo non possono uscire dall'economia capitalista se prima non sciolgono le catene con le quali tengono legati i paesi «arretrati».


- La guerra di classe internazionale.

Mentre l'internazionalismo della rivoluzione permanente diffonde la rivoluzione da un paese all'altro, l'internazionalismo della liberazione permanente (a) uniforma il Primo e il Terzo mondo e quindi elimina questa divisione della cultura e dell'economia politica mondiale; (b) genera una spirale di conflitti tra una coppia di nazioni del Terzo e del Primo mondo (ad esempio il Messico e gli Stati Uniti o l'India e l'Inghilterra) che ne coinvolge un'altra (ad esempio la Cina e il Giappone o la Russia e la Germania) e così via.
Con il termine lotta di classe transnazionale si indica quella lotta di classe che vede contrapposti il lavoro del Terzo mondo e il capitale del Primo mondo. Non esiste un nesso lineare tra le lotte di classe trans-nazionali e intra-nazionali. Per esempio, nemmeno la sconfitta dell'esercito tedesco (che aveva massacrato milioni di civili in Russia) da parte dei russi fu in grado di chiamare il proletariato tedesco alla rivoluzione. Al contrario, questa classe di lavoratori finì con l'allontanarsi dall'Unione Sovietica avvicinandosi all'alleanza CEE-NATO tra potenze imperialiste.
Queste ultime, a loro volta, non ebbero difficoltà a far deviare dal socialismo i movimenti di resistenza antinazisti francesi, italiani e del Benelux, per convogliarli verso l'alleanza NATO del 1948-49 e quella CEE a partire dalla metà degli anni Cinquanta. Difatti, questa sorse all'interno di movimenti antinazisti guidati in Francia dall'imperialista De Gaulle e, in Italia, dal fascista Badoglio, invasore dell'Etiopia nel 1935.
Nemmeno la classe operaia giapponese rispose positivamente alla sfida della grande rivoluzione socialista cinese del 1949, anzi, si avviò verso una "partnership" di tipo familiare con la propria borghesia e contro i rivali europei e americani e i popoli delle colonie giapponesi al tempo della guerra.
In tutti questi casi i lavoratori metropolitani si impegnarono in lotte di classe a fianco della propria borghesia, rivendicando una ripartizione del plusvalore post-bellico derivato dalle ex colonie. In questi casi nemmeno le lotte di classe trans-nazionali, coronate da successo (come la vittoria dell'Unione Sovietica sulla Germania nazista e la rivoluzione sociale cinese) furono in grado di suscitare una reazione solidale dando vita a lotte di classe intra-nazionali. Non si può pertanto escludere che, per autodifesa ed egoismo, i lavoratori delle nazioni povere cerchino, in un modo o in un altro, di condurre una serie di guerre nazionali o di liberazione, simili a quella del Vietnam o del Mozambico - Angola - Guinea Bissau, contro le nazioni del Primo mondo. Ciò che accadde al nazismo dopo Stalingrado potrebbe essere il destino delle maggiori nazioni imperialiste.
Impensabile all'epoca della depressione politica iniziata dopo il cosiddetto «crollo» dell'Unione Sovietica, ora una guerra Terzomondo-contro-Primo-mondo potrebbe diventare l'ultima e generale forma di lotta di liberazione permanente, il penultimo termine dell'espressione della liberazione permanente. Alcune di queste guerre si combatteranno sul terreno di alcune potenze imperialiste (Sudafrica, Israele e anche gli Stati Uniti se il Messico dovesse insorgere).
Altre forme imperialiste potrebbero crollare perché sotto pressione. La massa centrale imperialista si troverà allora in una fase di stagnazione e le sue forze accentratrici andranno indebolendosi fino a che nuove lotte non capovolgeranno i rapporti dominanti. Le masse «periferiche» organizzeranno allora delle forze coesive «circonferenziali» che le avvicineranno le une alle altre e, allo stesso tempo, stringeranno il cerchio o toroide di forze e masse attorno ai corpi centrali socialmente vegetativi i quali, in questa situazione, tenderanno a disgregarsi e a venire centrifugati verso le principali nazioni del mondo in uno stato di eguaglianza "sociale" forzata o involontaria.
Questa eguaglianza sociale inter-nazionale rivoluziona, in primo luogo, la divisione del lavoro inter-nazionale e, in secondo, l'«immensa sovrastruttura» (per dirla con le parole di Marx) del sistema mondiale. Le nazioni ricche diventeranno materialmente più povere sotto qualsiasi tipo di socialismo degno di questo nome; di conseguenza, le nazioni povere diventeranno più ricche fino a quando entrambe non avranno raggiunto un equilibrio. Basato sui redditi nazionali correnti, il reddito medio pro capite nel 2000 sarà circa 24 bilioni di dollari (ovvero la stessa quantità espressa in euro) da dividersi per circa sei milioni di persone, ovvero circa 4000 dollari o euro pro capite. Questo rappresenta meno di un quarto del reddito medio del Primo mondo e oltre quattro volte il reddito medio del Terzo mondo: ciò dà un'idea delle dimensioni coinvolte nella liberazione permanente.


- La contraddizione tra forze e rapporti di produzione.

La liberazione permanente come lotta di classe inter-nazionale implica una rivoluzione sociale globale protratta nel tempo. Ciò deprivatizza e socializza il modo di produzione, innalzandolo dal capitalismo al socialismo. Questo processo sottende una presunta contraddizione tra quelli che vengono definiti rapporti e forze di produzione. La tesi «marxista» in senso stretto sostiene che esiste (a) un conflitto tra forze di produzione (macchine, tecnologia, energia elettrica, industria dell'elettronica, propulsione nucleare eccetera) e rapporti di produzione (i rapporti sociali tra capitalisti e lavoratori in particolare) e (b) che questo conflitto può essere sanato attraverso un cambiamento del modo di produzione (ad esempio passando dalla schiavitù alla servitù, dal feudalesimo al capitalismo e da quest'ultimo al socialismo e, come hanno dimostrato la Russia e la Cina, dal dispotismo al socialismo).
Questo cambiamento modale interviene non solo a seguito di un'azione sociale, bensì questa azione sociale non è spontanea ma dovuta al conflitto tra forze e rapporti di produzione. Quando un sistema sociale non è più in grado di sopportare la pressione della tecnologia avanzata e dell'espansione della produzione, questo conflitto scoppia dando vita ad una nuova società. E' in questo senso che le forze di produzione sono considerate rivoluzionarie e progressiste e i rapporti di produzione reazionari.
Tuttavia, durante l'epoca imperialista il capitalismo ha sviluppato forze di produzione (ad esempio l'industria bellica, compresa la tecnologia spaziale) e distribuzione (ad esempio gli ipermercati, che sono legati all'uso dell'automobile privata, di per sé un tipico mezzo di trasporto capitalista) che sono distruttive da un punto di vista fisico, psicologico e dell'ambiente (ad esempio l'uranio delle bombe certi elicotteri militari e carri armati, camion giganteschi, l'automobile privata eccetera). Queste forze di produzione non rovesciano ma, al contrario, preservano il capitalismo. Inoltre, come accadde durante la guerra della Germania nazista contro la Russia dal 1941 al 1945 la moderna tecnologia venne impiegata dal capitalismo per danneggiare gravemente un modo di produzione basato sul socialismo. L'imperialismo americano utilizzò la più moderna tecnologia quando i suoi aerei ultraveloci sganciarono le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nel 1945.
I rapporti di produzione imperialisti inter-nazionali non sono rovesciati dalla cosiddetta contraddizione «marxista» tra forze e rapporti di produzione nelle nazioni del Primo mondo ma da un'azione sociale e politica della forza lavoro del Terzo mondo diretta contro le classi parassite del Primo mondo. Alla base di questa rivoluzione vi è una contraddizione inter-nazionale tra forze in espansione e rapporti di produzione "imperialisti" che vincolano il Primo mondo e il Terzo mondo. La concezione di Marx della contraddizione tra forze e rapporti di produzione deve essere concettualizzata in termini di contraddizione globale tra nazioni «avanzate» ricche e nazioni «arretrate» povere, anziché essere relegata nell'ambito angusto e fuorviante di una interpretazione eurocentrica o nazionalistica. La realtà è che il proletariato nel Primo mondo non è in grado di risolvere questa contraddizione tra le forze e i rapporti di produzione distruttivi perché questi ultimi riguardano non soltanto le classi ma innanzitutto, le classi del Primo mondo (compresi i coloni dell'Unione europea, degli Stati Uniti e del Giappone nonché il «proletariato borghese») e i lavoratori e contadini del Terzo mondo.
La contraddizione oggettiva tra forze e rapporti di produzione può essere risolta se e solo se entrambe sono antisistemiche. Per fare ciò è necessario che sia la variabile (forza lavoro) che la costante (macchine, tecnologia) dei mezzi di produzione vengano messi da parte come capitale privatizzato per ritornare in vita come produzione socializzata. Per brevi periodi (anche tre quarti di secolo) come ha dimostrato l'Unione Sovietica) questa trasformazione può essere parzialmente tentata in singoli paesi (Unione Sovietica, Cuba, Cina, Vietnam, Corea del Nord). Ma l'insieme capitalista-coloniale ha superato questi tentativi nell'Unione Sovietica, sebbene rappresenti un sesto del mondo, e in Cina. Il Vietnam, la Corea del Nord e Cuba stanno lottando contro una corrente globale per sopravvivere. Il «socialismo in un solo paese», oltre che non essere un ideale dell'internazionalismo, non è praticabile. L'alternativa al sistema privatizzato globale è un sistema socializzato globale.
Questo può accadere unicamente grazie a rivoluzioni di classe-nazione anti-Primo mondo, condotte dai maggiori paesi del Terzo mondo contro i maggiori paesi del Primo mondo. Il socialismo può imporsi solo come serie internazionale di rivoluzioni nazionali e di liberazione che faranno affondare una dopo l'altra le barche del Primo mondo nel mare del Terzo mondo. Questo processo di liberazione permanente risolverà il conflitto tra forze e rapporti di produzione capitalista.


- Lo statalismo «etnico» e religioso come forza contraria alla liberazione.

L'alternativa a questa rivoluzione inter-nazionale per la liberazione permanente è la perpetuazione dell'attuale stagnazione del modo di produzione capitalista-coloniale e la decadenza della sua formazione sociale e delle sue strutture politiche e, insieme a queste, la crisi della società più autoalienante della storia dell'umanità.
Questa stagnazione da un lato promuove nell'umanità aspirazioni antisistemiche per una società globale in cui valga la pena vivere e, dall'altro, genera nuove forze sistemiche. La «razza» era e continua ad essere la principale di queste forze. A istigare l'uso di «razza» sono forze che il Primo mondo «avanzato» ha riesumato dal passato precapitalista non solo degli europei ma anche delle loro vittime non europee. Di esse quelle politicamente più virulente sono l'«etnicità» insieme alla ripresa in chiave politica dell'Islam e di altre tradizioni religiose.
Questi rappresentano dei seri ostacoli al processo di liberazione permanente dei popoli del Terzo mondo e, insieme a loro, dei popoli del Primo e del «Secondo» mondo. Oltre alle guerre «etniche» appoggiate dai tedeschi che hanno sconvolto la Federazione Socialista Jugoslava dal 1991 ad oggi, l'imperialismo ha sovvenzionato e armato gruppi «etnici» in Cecenia, nel Caucaso, nel Tagikistan e Uzbekistan per destabilizzare l'ex Unione Sovietica anche dopo l'invasione nazista del 1941-44. Gli investimenti occidentali, il commercio, la televisione, la radio, i partiti e le ideologie politiche avevano abbattuto il sistema sociale stalinizzato creato dalla rivoluzione bolscevica del 1917 e ridotto questo sistema a Terzo mondo. Hanno usato ogni mezzo per realizzare questa controrivoluzione sociale, che hanno poi chiamato «crollo del socialismo», dando la colpa allo «stalinismo» per ciò che la loro controrivoluzione aveva prodotto.
La guerra in Jugoslavia rappresenta un'ulteriore battaglia nell'ambito della «guerra fredda» condotta, e non è un caso, dalla NATO. In questa guerra ancora una volta il tarlo «etnico» è uscito dal legno, al servizio dell'intervento armato della NATO in Bosnia e Croazia dal 1991 ad oggi e dei bombardamenti NATO sulla Repubblica serba nel 1999. Il grido all'«autodeterminazione» era stato accolto non dai socialisti e dai nazionalisti progressisti, come li definiva Lenin, ma dalla Germania riunificata, gli Stati Uniti, i neolaburisti inglesi, la NATO e l'Unione europea.
Accanto e all'interno di questo stratagemma «etnico» vi è l'uso - o abuso, a voler essere corretti - del fondamentalismo islamico e del suo credo nello stato islamico. L'Iran di Khomeini, stato islamico, ha massacrato i vertici e gran parte della base del Tudeh e altri comunisti iraniani. Lo stato islamico di Sukarno e Suharto in Indonesia fece altrettanto verso la metà del secolo. Questi genocidi hanno reso entrambi un importante servizio all'imperialismo. I fondamentalisti algerini hanno tagliato molte teste marxiste-leniniste negli anni Ottanta e Novanta. I fondamentalisti islamici dell'Afghanistan ricevevano armi dagli Stati Uniti e dalla Germania attraverso il Pakistan islamico per cacciare l'Armata rossa (che aveva portato a termine molte riforme sociali a Kabul, soprattutto per quanto riguarda la parità dei sessi) instaurando nella semicolonia una dittatura di stampo medievale sciovinista-maschilista.
Come Kies, Amin e altri autorevoli studiosi hanno dimostrato non fu l'Islam ma il modo di produzione tributario arabo, basato sul commercio a lunga distanza, a portare il progresso nell'Africa occidentale e del nord e nell'Europa del sud dall'ottavo al tredicesimo secolo. Nell'Europa dell'est l'Islam era al servizio delle conquiste e del sistema tributario ottomani. I califfi ottomani erano alleati della Germania del Kaiser e più di un'autorità islamica si schierò per Hitler. Per oltre un secolo il colonialismo tedesco ha appoggiato e armato i "compradores" islamici in Egitto e in Turchia e continua a fare altrettanto in Iran, Bosnia, Albania e nel Kosovo. Le forze della lega musulmana consentirono all'Inghilterra la divisione dell'India nel 1947, la conquista di parte del Kashmir nel 1949 e, utilizzando truppe sikh e taliban, il Pakistan minaccia di fare guerra all'India. Il Pakistan islamico è uno stato, non una nazione.
Il fondamentalismo islamico rappresenta un problema per il processo di liberazione per tre ragioni. Primo, l'Islam è la religione di circa un miliardo di persone del Terzo mondo. Secondo, ci sono molti fondamentalisti islamici che partecipano alle lotte armate di Hezbollah e Hamas contro lo stato del Primo mondo di Israele e i suoi collaboratori dell'O.L.P., il cui principio fondatore di uno stato di Palestina al posto di Israele è stato tradito da Yasser Arafat. Terzo, il Pakistan ostacola il processo di riunificazione della nazione indiana.
Non è sempre stato facile tracciare la linea che separa il fondamentalismo dall'antimperialismo. Tuttavia, questa linea va tracciata, perché essa separa la liberazione dalla collaborazione. Inoltre, vi è un'altra questione di principio, legata a questa problematica, ovvero la natura secolare di ciascun stato liberato. Lo stato islamico è per definizione non secolare, poiché la legge islamica impone che il diritto debba seguire il Corano, così come viene interpretato da mullah, sceicchi, imam, califfi e sultani, rappresentanti di un modo di produzione dispotico sorpassato, i cui retaggi peggiori sono stati da tempo adottati e adattati al modo di produzione capitalista-coloniale. La teoria e pratica della liberazione non può permettersi di lasciare spazio allo stato islamico o alla legge islamica come legge costituzionale. Il taglio di mani e teste da parte di sauditi, kuwaitiani e afghani e altri sostenitori dei baroni del petrolio e dei guerrafondai del Primo mondo non può divenire la legge di quei popoli che hanno attraversato un processo di liberazione permanente. La legge della liberazione è aprioristicamente di liberazione: non conosce discriminazioni legate alla razza, al sesso, alla tribù ed è egualitaria sia per gli individui che per le nazioni.


- La liberazione e il «crollo del socialismo».

Quando nel 1991 l'Unione Sovietica si avviò verso il processo di disgregazione nazionale e interna, le potenze del Primo mondo, e forse gran parte dei loro cittadini, tirarono un sospiro di sollievo. La guerra fredda era finita. I partiti comunisti si erano sciolti o erano diventati socialdemocratici. I marxisti avevano abbandonato il marxismo e i leninisti il leninismo. Un americano giapponese scrisse che il capitalismo non sarebbe mai morto e che era «la fine della storia». La sorte del socialismo era segnata, almeno per il momento, forse per sempre. Gli internazionalisti sospiravano e alzavano le spalle senza sapere che fare. Cosa mettere al posto del socialismo? C'era spazio per una società post-capitalista? Tutto era, ed è, tenebre e rovina.
Il Terzo mondo ebbe una reazione molto diversa. I comunisti in India ottennero nelle elezioni nazionali un successo senza precedenti. In Sudafrica e in Egitto si approfondirono gli studi marxisti e leninisti. La Cina, Cuba e la Corea del nord rimasero in piedi. Il Vietnam non cadde ferito a morte dal napalm e dai lanciafiamme americani. Dopo le amare esperienze con un «capitalismo selvaggio» e assassino (che trascinò nella disoccupazione trenta milioni di persone e in sette anni ridusse l'aspettativa di vita di ben dieci anni) milioni di russi si organizzarono sotto la falce e il martello e nemmeno Eltsin osò rimuovere il corpo di Lenin dal mausoleo sulla Piazza Rossa.
Nonostante lo stalinismo, l'Unione Sovietica veniva considerata da gran parte dei paesi del Terzo mondo come il paladino contro l'imperialismo. Dopo tutto, l'Unione Sovietica aveva fatto pressioni sugli Stati Uniti affinché questi obbligassero l'Inghilterra, la Francia e Israele ad abbandonare il loro sconsiderato proposito di invadere l'Egitto nel 1956. L'Etiopia aveva accettato armi e piloti dall'Unione Sovietica nella guerra contro i secessionisti «eritrei». Attraverso Cuba, l'Unione Sovietica diede il proprio sostegno all'Angola contro gli eserciti dell'apartheid sudafricano. Il commercio e le armi sovietiche aiutarono Cuba a difendersi dagli Stati Uniti a partire dalla crisi della guerra dei missili del 1962 fino al colpo di stato di Eltsin nel 1991. Senza le armi sovietiche il Vietnam avrebbe probabilmente perduto la guerra contro gli Stati Uniti. Il Cremlino e i suoi partner dell'Europa dell'est diedero asilo e fondi ad organismi antiapartheid (ma non all'Unity Movement e al Panafrican Congress, che lottavano per la libertà in contrasto con l'African National Congress, A.N.C.). Di contro, le trattative politiche tra i regimi di Gorbaciov e Eltsin e il blocco UE-USA costrinsero l'A.N.C. ad accettare un «Nuovo Sudafrica» capitalista, in cui il razzismo continua ad essere una realtà e il 90% dei sudafricani rappresentano una forza lavoro neocoloniale a basso costo al servizio dei coloni «bianchi» insediati nel paese, delle potenze del G7 e delle loro multinazionali.
Lo stalinismo, tuttavia, è sempre stato una reazione sovietica agli interventi occidentali e alle loro atrocità. Lo stalinismo era l'ombra dell'imperialismo che cadeva nell'Unione Sovietica. Stalin non fu la conseguenza diretta di Lenin, e nemmeno il prodotto dell'ideologia e della pianificazione socialista. Stalin rappresentò una risposta alle guerre militari, economiche, politiche e ideologiche condotte dall'imperialismo contro l'Unione Sovietica. La burocrazia era il risultato di questo belligerante accerchiamento capitalista dell'Unione Sovietica. La guerra del Primo mondo contro l'URSS venne ripresa nel 1949, quando si costituì la NATO per combattere la «guerra fredda» e riedificare l'imperialismo tedesco a bastione contro il «comunismo». Infine, nel 1989, con il crollo del muro di Berlino che divideva il Primo dal Secondo mondo, seguito dalla caduta del governo di Gorbaciov e dal vittorioso colpo di stato del 1991 dell'ala procapitalista della burocrazia sovietica guidata da Eltsin, il Primo mondo ottenne la più grande vittoria nella sua guerra contro il Secondo mondo durata ben settantacinque anni: la colonizzazione di ciò che Trotzkij chiamò il primo stato di lavoratori nella storia dell'umanità (5).
Ma questa «guerra dei mondi» era ben lontana dall'essere finita. L'invasione ONU della Corea negli anni Cinquanta, sotto il controllo degli Stati Uniti, e la guerra americana in Vietnam furono due fallimenti. La forza congiunta delle potenze del Primo mondo non fu in grado di annullare i progressi fatti da questi due piccoli paesi. Analogamente, l'embargo americano a Cuba, nonostante siano venuti meno i commerci e l'aiuto militare fornito dall'Unione Sovietica, non è riuscito a sovvertire l'ordine sociale della Cuba di Fidel Castro.
Nonostante il crollo del «socialismo reale» nell'Europa dell'est e nell'Unione Sovietica, il dado modale non è ancora tratto. Questa «guerra dei mondi» continua con i bombardamenti di diciannove nazioni NATO sulla Jugoslavia, decisi senza nemmeno avere il benestare dell'ONU nel marzo 1999. Gli aerei NATO, che per tre mesi hanno sganciato più di diecimila bombe, e i missili lanciati dalle portaerei nel Mediterraneo hanno sì distrutto le infrastrutture della Serbia ma non sono riusciti a sconfiggere l'esercito serbo o ad abbattere il morale del popolo jugoslavo. E nemmeno sei mesi di pesanti bombardamenti NATO sono riusciti a far crollare il regime o il governo iracheno. In Russia i lavoratori e la Duma hanno messo in guardia: «Prima l'Iraq, poi la Jugoslavia, quindi sarà la volta della Russia» ma non hanno accettato questa sorte. I movimenti di resistenza e le rivolte in Messico e in Indonesia dimostrano che il Terzo mondo non ha abbandonato la liberazione.


- La stagnante decadenza del capitalismo.

Miliardi di persone del Terzo mondo sperano oggi in un nuovo ordine mondiale. Sebbene questa speranza sia tutt'altro che morta nel Primo mondo, milioni di studenti e lavoratori si sono mostrati solidali con i movimenti di resistenza del Terzo e Secondo mondo che combattono guerre neocoloniali contro la NATO, gli Stati Uniti e l'Unione europea. Il marxista ungherese Georgy Lukács sosteneva che la speranza è rivoluzionaria. Nel passato ha cambiato il mondo.
C'è una buona ragione perché ciò possa accadere di nuovo: l'incapacità del sistema capitalista di superare la crisi economica del 1970 seguita alla fine del ciclo positivo del dopoguerra. Nessuna crisi capitalista era mai durata così a lungo e, ciò che è peggio, tutti gli indicatori economici segnalano "stagnazione": il prodotto globale lordo reale è stagnante; il livello di disoccupazione globale è in aumento; la produttività globale (misurata come valore reale aggiunto per lavoratore per anno) è stagnante; le guerre non si fermano; la fame, la scolarizzazione e il reddito diminuiscono ogni anno nel Terzo mondo e aumentano solo con la popolazione del Primo mondo; aumentano l'inquinamento e la produzione delle auto e cresce il buco dell'ozono; restano le foreste e meno terreno coltivabile; le risorse minerali della terra e l'acqua vanno scarseggiando.
Il capitalismo è un sistema autodistruttivo. Se un essere umano si presentasse da un qualunque buon medico con questi sintomi, gli/le verrebbe diagnosticata una morte imminente. L'attuale crisi del capitalismo non può risolversi da sé. Il socialismo è malato, ma un medico globale dichiarerebbe il capitalismo affetto da una malattia incurabile.
Questa condizione materiale è la base della liberazione permanente.


- La lotta nazionale e di classe.

La «guerra dei mondi» è una lotta di classe unita ad una lotta di liberazione nazionale. E' una lotta antimperialista del Terzo mondo e/o dei paesi socialisti guidata dalla classe operaia di questi paesi, in cui i contadini e i lavoratori rurali e urbani semicoloniali affrontano i capitalisti e, in taluni casi, anche il proletariato borghese. Questo è lo schieramento di classe nella «guerra dei mondi».
La legge della rivoluzione permanente non consente alla borghesia semicoloniale di porsi a capo della lotta imperialista di classe e di nazione. Questa classe, come la «sottoborghesia» in Africa e nei Caraibi, è troppo dipendente e subordinata alla borghesia metropolitana imperialista per poter condurre al successo lotte di liberazione nazionale. Nella «guerra dei mondi» queste classi "compradoras" vengono messe da parte dai contadini e dai lavoratori semicoloniali.
Questa alleanza tra lavoratori e contadini cerca la solidarietà dei lavoratori dei paesi imperialisti pur continuando la lotta senza o addirittura contro il proletariato borghese, in assenza di questa solidarietà. La solidarietà antimperialista attualizza il significato del grido di battaglia del "Manifesto Comunista" «Proletari di tutti i paesi, unitevi!» La lotta di classe e di nazione nell'ambito della «guerra dei mondi» rammenta ai lavoratori dei paesi imperialisti che «i lavoratori dalla pelle bianca non possono essere liberi sino a che i lavoratori con la pelle nera restano in catene», un'idea, questa, basata sull'antirazzismo e l'opposto del grido «Bianchi e neri, unitevi!» che ammette l'esistenza della razza.
Il concetto di classe non può prescindere da quello di nazione nel contesto della natura imperialista del capitalismo moderno. Il concetto di una classe operaia globale viene utilizzato dagli apologisti del proletariato borghese per oscurare i vantaggi che questa classe-nazione ha tratto dall'imperialismo. Ai fini pratici la classe operaia globale è una finzione. La realtà è che esistono due classi di lavoratori: una del Primo mondo imperialista e una del Terzo mondo neocoloniale.
La classe operaia del primo mondo guadagna l'80% del reddito nazionale del Primo mondo - il tasso di plusvalore (plusvalore diviso salari) è 1/4 (20% diviso 80%). La classe operaia del Terzo mondo guadagna il 20% del reddito nazionale aggregato del Terzo mondo: qui il tasso di plusvalore è 80% diviso 20% uguale a 4/1, cioè l'inverso del tasso di plusvalore del Primo mondo. Marx sosteneva che il tasso di plusvalore è uguale al grado di sfruttamento che, nel Terzo mondo risulta quindi 4/1 diviso 1/4 ovvero sedici volte il grado di sfruttamento dei lavoratori del Primo mondo.
Questa misura della portata dei vantaggi che i lavoratori del Primo mondo traggono dall'imperialismo viene ignorata dagli apologisti di «sinistra» del proletariato imperialista (e questa non è una contraddizione in termini!). Essi utilizzano la produttività per cercare di dimostrare che i lavoratori del Primo mondo hanno diritto a salari più alti. In realtà la produttività del Primo mondo non è superiore a quella del Terzo mondo se si considerano il petrolio e l'estrazione mineraria, né nelle industrie comparabili (computer, radio, televisori, macchine fotografiche, abbigliamento, calzature eccetera). La produttività del Primo mondo è maggiore nel settore dell'agricoltura dove, tuttavia, viene impiegato meno del 10% dei lavoratori, e in quello dell'altissima tecnologia, monopolio delle multi-nazionali e degli stati imperialisti e negato al Terzo mondo.
La produttività generale è il prodotto in dollari diviso il numero dei lavoratori che realizzano quel prodotto. Questo rapporto è all'incirca 40 mila dollari per lavoratore e si riferisce nel Primo mondo a 300 milioni di «lavoratori universali» (cioè un lavoratore astratto il cui lavoro necessario è universalizzato), nel Terzo mondo a 200 milioni di «lavoratori universali». Secondo questo modo marxista di calcolare produzioni e redditi globali le differenze riguardanti la produttività individuale sono già scontate.
Il punto di vista della produttività è dunque privo di una base reale e dal punto di vista teorico è lacunoso, perché i salari dei lavoratori non sono direttamente correlati alla produttività del proprio lavoro. La forza lavoro è una merce prodotta solo da un numero limitato di industrie (abbigliamento, calzature, alimentazione, istruzione eccetera) e non dalla produzione generale. I salari sono il costo per la produzione della forza lavoro, che non è la stessa cosa del lavoro. L'input di lavoro (necessario a generare la sua forza produttiva) non è proporzionale al prodotto che esso crea, ovvero al prodotto per lavoratore cioè alla «produttività».
Infatti, il tasso di plusvalore è l'effettiva misura della relazione tra forza lavoro e lavoro. I salari (che misurano la forza lavoro) sono 4/5 del valore aggiunto nel Primo mondo (che misura il lavoro). Nel Terzo mondo il rapporto è 1/5. Il risultato della grande differenza tra questi due rapporti è un trasferimento di valore dal Terzo al Primo mondo che, come abbiamo dimostrato, è uguale al 20% del valore aggiunto globale. Questo trasferimento è diviso tra capitalisti imperialisti e lavoratori imperialisti. Questa è una realtà che le false tesi sulla produttività cercano invano di nascondere e ignorare nei dibattiti.
La rivoluzione internazionale per la decolonizzazione che chiamiamo liberazione permanente, può sembrare un'utopia agli occhi di coloro che hanno accettato la tesi del «crollo del socialismo». Il Primo mondo ha ridotto settori del Terzo mondo in un Quarto mondo indifeso, tuttavia questi popoli non hanno abbandonato la speranza, come possono testimoniare coloro che conoscono la storia dell'Etiopia e del Mozambico. "La lotta continua!" (6) è lo slogan ottimistico degli antimperialisti. Essi non hanno accettato la sconfitta. Credono che il futuro sia loro.
Pensiamo agli anni Trenta, quando tutto sembrava perduto: il fascismo italiano in Etiopia, Franco in Spagna, il Giappone in Cina, il nazismo in Cecoslovacchia e le orde naziste che minacciavano l'Unione Sovietica. Gran parte dell'umanità era ridotta alla condizione di colonia. Il razzismo era legge negli Stati Uniti e in Sudafrica. Nessun paese africano era politicamente indipendente e solo alcuni lo erano in Asia. Una seconda guerra mondiale era inevitabile. I processi di Mosca avevano assassinato i capi della grande rivoluzione russa. Il destino del mondo intero sembrava segnato. Non vi era speranza, su nessun fronte.
Ma in una generazione l'Unione Sovietica ha sconfitto il più grande esercito imperialista della terra. La Cina ha realizzato la seconda rivoluzione socialista, seguita da Cuba, il Vietnam e la Corea del nord. Tutta l'Africa ha ottenuto l'indipendenza, e anche l'Asia. Pochi avrebbero sperato in questo negli anni Trenta, coloro che coltivavano una speranza rivoluzionaria hanno avuto ragione. La storia è ancora dalla parte dell'umanità? La teoria della liberazione permanente è convinta di sì. E non a torto.


NOTE.


CAPITOLO 1.

N. 1. B. M. Kies, "The Contribution of the Non-Europeans to World Civilization", Cape Town 1953.
N. 2. F. Braudel, "La Méditerranée et le monde méditrranéen à l'époque de Philippe Deux", Paris 1949 (trad. it. "Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo Secondo", Einaudi, Torino 1976).
N. 3. F. Braudel, trad. ing. "Civilization and Capitalism", London 1979, vol. 2. p. 228 (trad. it. "Capitalismo e civiltà materiale", Einaudi, Torino 1977).
N. 4. F. Braudel, "Civilization and Capitalism", cit., vol. 3, «La prospettiva del mondo», p.p. 8-9 e 22-23. Braudel sopravvaluta enormemente l'opera di von Thunen quando scrive che questo mediocre agronomo tedesco «è, insieme a Marx, il più grande economista tedesco del diciannovesimo secolo».
N. 5. I. Wallerstein, "The Modern World System", New York 1974, (trad. it. "Il sistema mondiale dell'economia moderna", Il Mulino, Bologna 1995).

CAPITOLO 2.

N. 1. H. Jaffe, "A History of Africa", London 1986 1988, p. 65, n. 10 per notizie bibliografiche. Per ulteriori dettagli circa lo sterminio dei San e dei Khoi-Khoi, v. H. Jaffe, "300 Years", Cape Town 1952, Pietermaritzburg 1988.
N. 2. J. Ki-Zerbo in "U.N.E.S.C.O. General History of Africa", London 1982, vol 1. «Conclusion», p.p. 739-740 (trad. it. "Storia generale dell'Africa", vol 1, "La Preistoria", Jaca Book, Milano 1987, p.p. 749-750).
N. 3. B. M. Kies «The Contribution of the Non-Europeans to World Civilization», conferenza tenuta a Città del Capo il 29 Settembre 1953, citazione da J. McCabe, "The Splendour of the Moorish State".
N. 4. Leo Africanus (B. Al Hassan Ibn Mohamed Al Wezaz al Fasil), "Descrizione dell'Africa", Venezia 1550.
N. 5. R. Mauney, "Tableau géographique de l'Ouest africain au Moyen Age", Dakar 1961.
N. 6. H. Jaffe, "A History of Africa", cit.
N. 7. H. Jaffe, "300 Years", cit.; H. Jaffe, "European Colonial Despotism - A History of Oppression and Resistance in South Africa", London 1994.
N. 8. Cairnes, "The Slave Power", London 1862, Devon 1968.
N. 9. E. Williams, "Capitalism and Slavery", London 1944.
N. 10. F. Braudel, "Capitalism and Civilization", cit . vol. 3, p. 440.
N. 11. Ibid. p. 430.
N. 12. H. Jaffe, "Stagnazione e sviluppo economico: modi di produzione, nazioni e classi", Jaca Book, Milano 1986, p.p. 93-95, 235, 239.
N. 13. W. Churchill, "A History of the English-Speaking Peoples", London 1956-1958.
N. 14. Erodoto, "Historiae" (trans. A. de Selincourt), Middlesex 1955, libro primo, p.p. 3, 103; libro secondo, p.p. 16, 34; libro terzo, p. 115; libro quarto, p.p. 39, 46-47; libro settimo, p. 134.
N. 15. L. Agazziz, "The Diversity of Origin of the Human Races", in «Christian Examiner», 1850.
N. 16. M. Montessori, "Pedagogical Anthropology", New York 1913.
N. 17. Darwin a Galton, in F. Galton, "Memories of my Life", London 1908.
N. 18. F. Galton, "Tropical South Africa", London 1853; F Galton, "Human Faculty and its Developments", London 1883.
N. 19. G. Le Bon, "The Crowd", 1895.
N. 20. S. Gould, "The Mismeasurement of Man", London 1984; "Ever since Darwin", New York 1977. In una lettera a H. Jaffe del 20 ottobre 1983 Gould accettò l'idea del Non European Unity Movement of South Africa che l'umanità non è divisibile in razze.
N. 21. Si tratta di un esame di ammissione alla scuola secondaria che gli studenti sostengono all'età di 11-12 anni. (N.d.T.)
N. 22. A. Jensen, "Harvard Educational Review", 1969; A. Jensen, "The Evolution of the Human Brain and Intelligence", 1973; H. J. Eysenck, "Race, Intelligence and Education", 1971.
N. 23. F Engels, «Afghanistan» e «Algeria», scritti rispettivamente il 10 agosto 1857 e il 17 settembre 1857 per la "New American Cyclopaedia", vol. l, 1858.
N. 24. R. Pankhurst in occasione del centenario di Adua, Addis Abeba, marzo 1996; H. Jaffe in «Think», Cape Town dicembre 1996.
N. 25. A. Lincoln, "Addresses", New York 1914. (Conferenze tenute a Quincy il 13 ottobre 1858); "Autobiography for Library of Congress", giugno 1858. La sua proclamazione dell'emancipazione degli schiavi del primo gennaio 1863 era motivata da considerazione di ordine militare: la fine della guerra civile.
N. 26. Dediche di Rembrandt a Mennasis Israel e altri custodite nella casa di Rembrandt ad Amsterdam.
N. 27. J. Needham, "Science and Civilization in China", Cambridge 1954, «The Old Silk Road», vol. 1, cap. 7(g) p. 172, 177, cap. 7(h), p.p 178-180; «Chinese Western Cultural and Scientific Contact», p.p. 191-206, p.p. 242-243.
N. 28. Alexis de Tocqueville, "The Old Regime and the French Revolution", New York 1955 (prima edizione nel 1856).
N. 29. G. Massaia, "I miei trentacinque anni di missione nell'Alta Etiopia", 12 voll., Milano, Roma 1885-1995; G. Massaia, "Le lettere del Cardinale Massaia dal 1846 al 1886", Ed. G. Farina, Torino 1937. La British Library possiede diversi panegirici 'fascisti' "ante litteram" del Cardinal Massaia.
N. 30. L. Bauer, "Leopold the Unloved", 1934.
N. 31. Per un calcolo simile, anche se un po' diverso, vedi S Amin, "Classes and Nations", 1988. Il metodo summenzionato è stato usato in H. Jaffe, "Colonialism Today", London 1962, Daresalaam 1988.
N. 32. Descrizione data da H. Jaffe in S. Amin, A. G. Frank e H. Jaffe, "Quale 1984", Jaca Book, Milano e Madrid 1974.

CAPITOLO 3.

N. 1. T. Stanford Raffles, "History of Java", London 1817.
N. 2. T. A. Aguoueilla, "Bonifacio and Katipunan", 1956.
N. 3. R. de Berval, "The Land of a Million Elephants and the White Parasol", 1959; G. Goedes, "Les peuples de la péninsule Indo-chinoise", 1962.
N. 4. C. Kasetsiri, "The Rise of Ayuthaya", 1977.
N. 5. G. V. Smith, "The Dutch in 17th Century Thailand", 1977.
N. 6. K. Marx, in "On Colonialism", Nee York 1972, p.p. 91-96, 101-106, 112-115, 116-118, (sulla guerra dell'oppio) scritto nel 1857.
N. 7. C. Suzuki, in "Encyclopaedia Britannica", ed. 15, vol. 4, p. 360a.
N. 8. L. H Morgan, "Lines of Human Progress from Savagery through Barbarism to Civilization", London 1877.
N. 9. B. de Sahagún, "Historia general de las causas de Nueva España", 1529 e segg., 5 voll; "Florentine Codex" (tradotto da C. E. Dibble e A. J. O. Anderson, 9 voll., 1950-63; A. Caso, "The Religion of the Aztecs", 1937.
N. 10. H. Cortés, "Letters to Charles V", (trad. di F. McNutt), 1908.
N. 11. B. Diaz del Castillo, "The true History of the Conquests of New Spain" (trad. di A. P. Maudslay), 5 voll., (1519-21), 1908-16.
N. 12. Come sostiene F. Braudel, "Civilization and Capitalism", cit., vol. 1.
N. 13. G. de La Vega, "Royal Commentaries of the Inca".
N. 14. Ibid.; e S. F. Moore, "Power and Property in Inca Peru", 1958.
N. 15. G. P. de Ayola, "Letter to King Charles V", p. 1200 (trad. di A. Posnansky, 1944); e "The Anonymous Conqueror", 1532, Copenhagen Royal Library.
N. 16. W. H. Prescott, "History of the Conquest of Peru" (la prima storia degli Inca scritta da un inglese), 1847; Pedro Sarmiento de Gamboa, "History of tke Incas" (basato sul racconto orale di quarantadue Inca andini inviato al re Filippo di Spagna nel 1572).

CAPITOLO 4.

N. 1. K. Marx e F. Engels in "On Colonialism", New York 1972.
N. 2. K. Marx, F. Engels, "L'ideologia germanica" in "Opere e scritti" (a cura dell'Istituto Marx-Engels-Lenin), vol. 5, p. 35, 1930. Questo passaggio è tratto dal secondo libro, di cui solo il quarto capitolo fu pubblicato nel 1847 in "Das Westfälische Dampfboot". Il resto del secondo libro fu pubblicato postumo.
N. 3. K. Marx, scritto il 20 maggio 1853 e pubblicato sul «New York Daily Tribune» del 14 giugno 1853.
N. 4. K. Marx, F. Engels, «Prefazione» all'edizione russa del "Manifesto del Partito Comunista", 21 gennaio 1882; F. Engels, «Prefazione» all'edizione tedesca, 1 maggio 1890 (trad. it. "Manifesto del Partito Comunista" [a cura di E. Cantimori Mezzomonti], Mondadori, Milano 1978, p. 311).
N. 5. Carteggio tra Engels e Marx, Engels a Marx, 7 ottobre 1858.
N. 6. H. Jaffe, "Stagnazione e sviluppo economico. Modi di produzione, nazione, classi", Milano 1986.
N. 7. K. Marx, in "Address of the Central Committee to the League of Communists", aprile 1850.
N. 8. K. Marx, "Lavoro salariato e capitale", pubblicato per la prima volta in «Neue Rheinische Zeitung», Colonia, aprile 1849.
N. 9. Circa l'incontro tra Trotzkij e Parvus a Monaco nel 1904: P. Pomper e Y. Felshtinsy, "Trotzkij's Notebooks", 1933-1935, New York 1986, p.p. 8-9. Dieci anni più tardl, la presunta partecipazione di Parvus all'industria della guerra suscitò l'approvazione di molti socialdemocratici.
N. 10. L. Trotzkij, "La rivoluzione tradita", Samonà e Savelli 1968, p.p. 5-6. La teoria della rivoluzione permanente di Trotzkij appare per la prima volta in "Results and Perspectives", 1905-6, in "The Essential Trotzkij", London 1963, p.p. 57 e 198-204. In una prefazione del 30.11.1930 all'edizione tedesca di "La rivoluzione permanente", Trotzkij scriveva: «La teoria della rivoluzione permanente... ha dimostrato che nella nostra epoca il raggiungimento degli obiettivi democratici nei paesi capitalisti arretrati conduce queste nazioni direttamente alla dittatura del proletariato e che questa dittatura pone all'ordine del giorno gli obiettivi socialisti. Questo è il concetto fondamentale della teoria».
N. 11. K Marx, F Engels, "On Colonialism", New York. 1972, p.p 17-266 (50 articoli).
N. 12. Op. cit., p. 318.
N. 13. V. I. Lenin, "L'imperialismo", Editori Riuniti, Roma 1964.
N. 14. K. Marx a S. Meyer e A. Vogt, 9 aprile 1870, in "Opere complete", Editori Riuniti, Roma 1975, XLIII, p. 721.
N. 16. K. Marx a N. F. Danielson, 19 febbraio 1882, op. cit.
N. 17. F. Engels a K. Kautsky, Londra 12 settembre 1882, op. Cit.

CAPITOLO 5.

N. 1. I settimanali e pamphlet pubblicati durante i bombardamenti NATO sulla Serbia nel 1999 erano «The Socialist Workers Party» (creazione del vecchio ex trotzkijsta Tony Cliff), «The Militant» (prodotto del vecchio «trotzkijsta» Ted Grant), «The Workers Revolutionary Party» (guidato da Cliff Slaughter, dopo lo scioglimento del gruppo che aveva a capo Gerry Healy), il gruppo guiddto dall'attrice Vanessa Redgrave (che militava nel gruppo di Heahly e appoggiò l'intervento armato della NATO e i terroristi pro-NATO dell'esercito di liberazione del Cossovo).

CAPITOLO 6.

N. 1. L'accordo di Rambouillet, Francia, marzo 1999, appendice B, sezioni 6 e 8 proponeva un protettorato NATO non solo in Cossovo ma in tutta la Serbia. Questò costrinse Milosevic a rifiutare di firmare l'accordo e, a quel punto, la NATO usò questo pretesto per dare il via ai bombardamenti sulla Serhia il 24 marzo 1999.
N. 2. S. Amin, "Sulla transizione", Jaca sook, Milano 1973; il manoscritto "La lotta di classe in Africa", Daresalaam, senza data; "Accumulazione su scala mondiale", Jaca Book, Milano 1970.
N. 3. S. Amin, "Empire of Chaos", «Monthly Review Press», New York.
N. 4. S. Amin, in una intervista del South Africa Labour Bureau, 1997, citato in «Economic Paper» sottoposto alla unity Movement Conlerence, Cape Town, 17-20 dicembre 1998 dal Gauteng Branch.
N. 5. L. Trotzkij, in "La rivoluzione tradita", 1936 e altre opere alla fine degli anni Venti e Trenta, sostiene che l'Unione sovietica dopo la morte di Lenin avvenuta nel 1924, si era ridotta ad uno «stato operaio degenerato» governato dalla burocrazia. Trotzkij si oppose a teorie alternative come la «rivoluzione manageriale» di James Burnham, il «collettivismo burocratico» di Bruno Rizzi, e concezioni analoghe di Max Eastman, Maz Schachtman e Dwight Macdonald alla fine degli anni Trenta. Dopo l'assassinio di Trotzkij da parte di un agente di Stalin nel 1940, Tony Cliff in Gran Bretagna scrisse un volume sul «capitalismo di stato» mentre Pierre Naville in Francia pubblicò un libro sul «socialismo di stato».
N. 6. In italiano nel testo (N.d.T.)
 

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