miercuri, 5 septembrie 2012

L’Est quasi-socialista e l'Ovest parassita sul corpo del Sud



-- Hosea Jaffe sul colonialismo in Nigeria negli anni Sessanta (Hosea Jaffe - "Tribalismo e colonialismo: la Nigeria", Jaca Book, 1969)

   La Nigeria è uno dei molti paesi che sostengono l’economia inglese permettendole il ricavo di superprofitti. Infatti l’economia inglese è una di quella che si estende molto al di là dell’Inghilterra. L’economia interna inglese è come la parte superiore visibile di un iceberg, la cui vasta massa è sommersa, ma senza la quale non ci sarebbe la cima. La Nigeria appartiene a questa regione sommersa dell’economia inglese. In Inghilterra vi è un massiccio sistema industriale, in Nigeria, eccettuata qualche industria tessile per esempio, il sistema industriale è relativamente insignificante. In Inghilterra i salari sono elevati, equivalenti e anche più elevati di quelli pagati ai lavoratori bianchi in Sudafrica. In Nigeria i salari e i guadagni dei produttori agricoli sono come quelli pagati agli schiavi salariati africani, autentici schiavi salariati, del Sudafrica.
   In Inghilterra l’ammontare del surplus creato dal lavoro inglese è nullo o marginale; i profitti come quelli realizzati dal capitale inglese derivano quasi completamente dagli investimenti nelle semicolonie come la Nigeria, ove l’ammontare del surplus creato dai lavoratori e dagli agricoltori è vastamente al di sopra del reddito di questi lavoratori. Quindi mentre il tasso di surplus è trascurabile in Inghilterra, è molto al di sopra della media mondiale in Nigeria. L’industria inglese, le banche e il commercio sono sostanzialmente il risultato dei profitti realizzati per mezzo dello sfruttamento del lavoro nelle semicolonie come la Nigeria. La Nigeria sovvenzia il lavoro inglese, per via dei superprofitti che procura al capitale inglese, sovvenziona i profitti del capitale inglese dalla stessa sorgente, sovvenziona le entrate dello stato inglese attraverso le “importazioni invisibili”, e perciò sussidia il contribuente inglese e tutti i suoi servizi sociali, sanitari, scolastici e i divertimenti.
   Dove esiste un sistema di lavoro a basso prezzo esiste anche un sistema di despotismo. L’Inghilterra domina la Nigeria per mezzo di una classe media locale, debole, divisa, dipendente, che non può permettersi come il suo padrone, il lusso della democrazia. La dominazione economica dell’Inghilterra sulla Nigeria è direttamente responsabile di aver soppresso per ragioni pratiche, sin dall’ottobre del 1960, i meeting politici in Lagos, la capitale; del soffocamento, nel novembre del 1960, delle dimostrazioni studentesche contro il patto di difesa anglo-nigeriano; del processo per tradimento del leader dell’Action Group, Awolowo, nel novembre 1962, subito seguito dal processo al capo Eneharo; del fatto che il parlamento si è riunito solamente per 44 giorni nel 1960, per 54 nel 1961 e per 42 nel 1962; del fatto che il potere esecutivo fosse forte ma quello legislativo inesistente; del fatto che il paese sia dominato localmente dai Native Authority Councils di Lugard (ribattezzati dopo la Repubblica nell’ottobre 1963); del fatto che il 50% di questi corpi “bantustani” non siano neppure elettivi ma nominati, che i regimi militari sostituissero quelli civili, prima con il colpo di stato del generale Ironsi e più tardi con quello che portò il Generale Gowon al potere, che infine, nel pieno della dittatura militare, responsabile dell’uccisione di numerosi lavoratori durante gli scioperi del 1968, il paese fosse colpito da una guerra civile fratricida in seguito alla secessione del Biafra.
   Per tutto questo l’Inghilterra e tutte le sue classi sociali che hanno collaborato alla politica estera (la peggior collaborazione di classe) sono direttamente e storicamente responsabili. Possiamo dire di più e cioè che l’Inghilterra deve le sue istituzioni “democratiche” all’espansione del suo colonialismo, compresa la sua ultima forma: le colonie “indipendenti” come membri del Commonwealth. Così la “democrazia inglese” è una prova di dittatura su circa mille milioni di persone al di fuori dell’Inghilterra, tra le quali vi sono i 60 milioni della Nigeria. Questa ultima, come pure l’India o qualunque altra semicolonia, deve essere tenuta ben presente nella mente e studiata da tutti coloro che cercano di fare un utile e crudo paragone tra “l'Occidente democratico” e la “dittatura” del Blocco Sovietico. L'Occidente infatti non è formato solo da quel 20% di stati come l’Inghilterra, ma anche e soprattutto da quell’80% che si trovano nelle stesse condizioni della Nigeria. La “democrazia”, le macchine, i frigoriferi e il “benessere” di questo 20% si basa sulla dittatura economica nei confronti di quell'80% affamato e distrutto fisicamente, politicamente, economicamente e scolasticamente, la cui fattica e lavoro rende possibile tale benessere. Se i “comunisti” della Germania dell'Est avessero insegnato ai tedeschi orientali quale è il vero Occidente, il muro di Berlino non sarebbe stato teatro di così tante tragedie e forse non sarebbe stato eretto; se i “liberali” cecoslovacchi avessero insegnato ai Cechi questi fatti, la vera differenza fra “Est” e “Ovest”, la reazione filo-occidentale del 1968 e la conseguente azione sovietica forse non si sarebbero verificate. I cecoslovacchi, gli iugoslavi, i tedeschi orientali e gli ungheresi si comporterebbero in maniera ben differente se conoscessero o fosse loro insegnato a conoscere la parte sommersa dell’iceberg occidentale, se avessero visto la vita dei nigeriani sotto gli inglesi. Oggi il colonialismo è eufemisticamente espresso in termini di “crescente divario tra i paesi sviluppati e sottosviluppati”. Un settore in cui questo squilibrio è chiaramente visibile è quello sanitario. Per la Nigeria è sufficiente una sola statistica: mentre l’Inghilterra ha un medico ogni mille persone, la Nigeria ne ha uno ogni 35-50.000 persone – uno squilibrio cioè di 50 a 1 [United Nations Statistical Yearbook, 1961, tavole 1 e 177 e seg.]. Altro settore è quello dell’educazione scolastica. Questo è dimostrato dal fatto che prima dell’”indipendenza” l’intero personale amministrativo del governo in Nigeria era di 30.000 persone, di cui 10.000 erano inglesi, come pure dal fatto che nel 1963 vi erano 1000 “avvocati africani” in Nigeria – indice questo del tipo di impieghi chiusi ai professionisti dalla mancanza o dal rifiuto di opportunità di lavoro e dalla monopolizzazione. Più direttamente: la partecipazione scolastica nel 1950 era ufficialmente del 21,4% e divenne del 55,6% dopo l’”indipendenza”. Ma queste statistiche sono, tuttavia, completamente equivoche. Infatti esse sono basate non sul normale arco di età dai 6 ai 15 anni, ma su un arco di età molto più limitato. Per una popolazione la cui età di vita media, grazie alla dominazione inglese è inferiore ai 40 anni (contro i 70 dell’Inghilterra), la proporzione delle persone giovani è molto più alta. Mentre in Inghilterra la popolazione scolastica rappresenta 1/5 della popolazione, in Nigeria la proporzione è circa un 1/3. Su questa base la popolazione in era scolastica si agirebbe sui 20 milioni di ragazzi, e se il 55,6% va a scuola, come affermano le statistiche ufficiali, dovrebbero esserci circa undici milioni di ragazzi nelle scuole. In realtà nelle scuole si trova appena un terzo di questa cigra, cioè il 20% della popolazione in età scolastica. Nella regione Occidentale ad esempio, nel gennaio del 1966 esistevano 4340 scuole elementari con un totale di 740.997 studenti. Nel 1967 esistevano 220 scuole medie con un totale di 54.435, e complessivamente circa 800.000 studenti. A quel tempo la popolazione era di 11 milioni (nel censimento del 1963 superava già i 10 milioni). Il numero di ragazzi che avrebbe dovuto essere a scuola è di quattro milioni, ne consegue quindi che l’effettiva percentuale è del 20% [“Education”, Western State, 1967, Information Division, Ministero degli Interni e dell’Informatione, Ibadan, Nigeria, 1967]. Il 55,6% è stato ottenuto considerando solo la popolazione scolastica elementare e non quella completa.
   Il fatto che le iscrizioni alla scuola media siano solamente un quindicesimo di quelle della scuola primaria indica la notevole dispersione che si ha alla fine o durante la scuola elementare, in modo che all’età di undici-dodici anni la massima parte dei ragazzi nigeriani non va più a scuola e viene immessa nel mercato della manodopera a basso prezzo. La percentuale della frequenza alle scuole secondarie è infatti del 3%, ciò significa che uno solo su trenta ragazzi ottiene quella che oggi può essere chiamata una educazione di base. Non è il caso di dire che anche queste miserabili statistiche rappresentano il grande progresso della situazione nigeriana sotto la diretta dominazione inglese che, sostanzialmente, non fu molto migliore di quella sperimentata nell’Africa Occidentale francese. In Nigeria l’estinzione della popolazione della scuola media è dovuta anche al sistema di tasse, che supera le possibilità della massa. Un “piano” nigeriano prevedeva di ottenere 45.000 posti in scuole liceali per il 1970, cioè 15.000 posti in più di quelli previsti dalla Ashby Commission del regime inglese nel 1960; nel 1961 ne esistevano 14.000.
   La Ashby Commission propose un totale di 7.500 studenti tra tutte le università nigeriane entro il 1970 – un ventesimo del totale dell’Inghilterra, che ha una popolazione minore. Nel 1963 il numero di studenti nigeriani in Inghilterra era di 8.000, superiore all’obiettivo della Ashby Commission, mentre i nigeriani lottavano per superare le barriere poste sul loro cammino dalla politica di educazione scolastica attuata dagli inglesi in Nigeria. Per quanto concerne l’educazione tecnica il “piano” del Governo Federale propose un incremento degli insegnanti tecnici da 91 nel periodo dell’”indipendenza” a 1315 per il 1970 – in un paese dove già nel 1961 vi erano 10.000 posti liberi per tecnici e specializzati [Employment Market Survey, Nigeria, marzo 1961]. Nel 1961 si richiedevano 1550 ingegneri e tecnici, 600 geometri e architetti. Ma il “piano”, erede del tradizionle gradualismo inglese, stanziava un numero di insegnanti entro il 1970 sufficiente per preparare quei tecnici di cui si aveva già bisogno nel 1961.
   Uno dei problemi creati dalla politica inglese per il progresso scolastico in Nigeria fu la piccola proporzione di salariati. Nel 1957, per esempio, esistevano 475.600 persone classificate come salariati, su una popolazione di 33 milioni. La percentuale di salariati era cioè dell’1,4%, che rappresentava la media per la maggior parte dell’Africa occidentale sotto il regime coloniale. Ma queste furono la causa e l’effetto della politica di programmata arretratezza scolastica, e fu il risultato del sistema dei “contadini proprietari” che dovevano lavorare la terra per le compagnie inglesi, contadini che, secondo gli inglesi non avevano neppure bisogno di una educazione elementare. Questa politica di indiretto lavoro a basso salario, come può essere chiamata, non solo diminuì notevolmente la partecipazione scolastica, ma determinò il basso livello qualitativo dell’educazione. Influenzò ad esempio i programmi. Fu infatti solo dopo l’”indipendenza” che la Regione Occidentale fu in grado di rompere i programmi tradizionali scolastici inglesi introducendo le scienze nel curriculum della scuola primaria, sebbene ancora a livello di esperimento [“Education”, Western State, op. cit.].
   Da notare come questa regione devolvesse il 40% del suo budget all’educazione, rispetto il 25% del nord e il 10,3% di tutto il paese. Per le famiglie questa spesa fu in un certo senso una benedizione, perché il “costo dell’educazione” divenne così “pesante” nella Regione Occidentale, già nel 1954, che lo schema della scuola obbligatoria fu abbandonato. La stessa cosa si verificò nella regione Orientale ove la scuola elementare, resa obbligatoria e gratuita nel 1957, fece aumentare i costi tanto che le tasse dovettero essere nuovamente imposte nel 1958, originando così diffuse lotte popolari contro l’amministrazione regionale. Il fatto che oggi la scuola elementare sia considerata gratuita è dovuto a questa richiesta popolare in favore dell’educazione scolastica, che non può essere accordata in pratica alla maggior parte della popolazione a causa della condizione di semicolonia in cui si trova il paese. Ad esempio: in Etiopia l’educazione scolastica è gratuita, ma la percentuale di coloro che frequentano le scuole è molto bassa, anche paragonata a quella della Nigeria. Considerevoli somme sono sprecate ogni anno per il personale inglese ed americano (Peace Corps), mentre i salari, per i professori locali sono in pratica oggetto di discriminazione. La posizione degli insegnanti stranieri rispetto a quelli locali è forse peggiore di quella esistente nel Kenia sotto il regime di Kenyatta.
   Il NCNC parlava di “socialismo pragmatista” in Nigeria, che è un misto della filosofia inglese e americana e di Fabianismo; ma il NCNC non aveva alcun programma di nazionalizzazione delle industrie straniere. Anche l’Action Group di Awolowo parlava di “socialismo”, questa volta di “socialismo democratico” e giunse al massimo a chiedere l’espropriazione di alcune imprese straniere, e finì solo con l’incoraggiare le imprese private nigeriane (che per la natura delle cose, sarebbero state comunque controllate da Londra). Questi programmi, tuttavia erano pura demagogia, come gli eventi ed i fatti dimostrarono e non differivano per nulla dal “socialismo africano” del Kenia, dominato dagli affari inglesi, sudafricani, italiani, tedeschi e americani, con i suoi privilegiati "coloni" europei e con il suo razzismo anti-africano e la segregazione negli impieghi, nelle scuole, nei servizi sanitari e nelle terre [vedasi: H. Jaffe, Dal colonialismo diretto al colonialismo indiretto: il Kenya, Jaca Book, Milano, 1969]. Questi "socialisti" non hanno mai preso seri ed efficaci provvedimenti contro l'imperialismo, ma hanno agito contro l'unico partito socialista noto in Nigeria, il Socialist Workers and Farmers Party, dopo la sua formazione nell'agosto 1963. E non differiva neppure il "socialismo" del ricco capitalista ex banchiere Azikiwe, in un certo senso il padre del movimento indipendentista borghese in Nigeria, anzi egli divenne sostenitore della rottura del Biafra e fu coinvolto negli intrighi imperialisti connessi con la guerra biafrana.



 -- Hosea Jaffe - Il Colonialismo Oggi: Economia e Ideologia, 1970

Quando l’autore in un seminario presso una università italiana pose il problema del plusvalore nell’imperialismo ai suoi studenti, incontrò in questi un grande interesse per questo argomento. Ci fu un forte stimolo per una ulteriore ricerca, poiché l’argomento ovviamente interessa l’attuale direzione e il buon esito delle lotte studentesche e operaie nella stesa Italia. Ogni paese imperialista, come l’Italia, deve essere specificatamente studiato a questo proposito. Se generalmente è vero che, considerati globalmente, i lavoratori negli stati imperialisti non producono plusvalore, oppure producono plusvalore solo marginalmente, questo non significa che debba essere vero ovunque e contemporaneamente. Per esempio questo può essere vero per il Sud Africa e per gli Stati Uniti “bianchi”, ma il loro contributo a questo processo può elevare il contributo medio di tutti i paesi imperialisti, il che significa che in alcuni paesi il processo è sotto la media nella misura in cui è sopra la media in altri. Perciò può non essere vero per certi paesi imperialisti, come per esempio Spagna e Portogallo. Solo una ricerca particolare può rispondere alla domanda se sia vero in Inghilterra, Germania o Italia, per esempio.
Come la prima edizione anche l’attuale non tenta di rispondere esplicitamente a questa domanda, infatti si tratta di uno studio generale sul colonialismo, oggi, e non uno studio condotto paese per paese. Per prima cosa il problema del plusvalore prodotto dai lavoratori nella totalità dei paesi imperialisti deve essere posto, in quanto è un problema valido. Poi si può tentare di dare una risposta generale sulla base di cifre e valutazioni a livello mondiale. Infine, su questi risultati, saranno messe in rilievo certe tendenze in alcuni stati imperialisti, particolarmente negli Stati Uniti, in Inghilterra, e in alcuni stati dell’Europa Occidentale. Toccherè quindi al lettore decidere se questo problema sia da eliminare in quanto inutile o eretico, oppure se possa portare ad una ricerca politica, utile, fruttuosa e legittima, basata sulle statistiche relative al reddito nazionale e alla sua distribuzione.
L’analisi del capitalismo e la pianificazione del socialismo, sia negli stati imperialisti che in quelli semi-coloniali, sono spesso condotte senza tener conto della natura imperialista del capitalismo, negli stati capitalisti, e senza tener conto della loro natura coloniale negli altri stati. Questo errore deriva logicamente dall’assenza di questa equazione fondamentale: capitalismo uguale imperalismo (quest’ultima parola usata nel senso di super-sfruttamento da parte dei paesi imperialisti dei paesi di tipo coloniale). Questo errore da una parte sfocia in una apologia dell’imperialismo, in una forma social-sciovinista o simile, dall’altra genera il considerare i paesi di tipo coloniale non quello che sono e cioè colonie o semicolonie, ma come una parte di un “Terzo Mondo”, che si pensa si trovi in qualche posto fra l’”Occidente” e il blocco degli stati sovietici.
Una semplice riflessione ci mostra, in ogni caso, l’imprecisione storica di questa definizione: e cioè questo “Terzo Mondo” esisteva già prima che il blocco sovietico fosse il risultato della Rivoluzione Russa del 1917, con l’aggiunta della Rivoluzione Cinese del 1949 e delle altre rivoluzioni sociali avvenute dopo la seconda guerra mondiale in Asia, Europa Orientale e a Cuba. Era fondamentalmente lo stesso “Terzo Mondo”, ma dove era allora il “Secondo Mondo”? Il fatto è che l’impropriamente detto “Terzo Mondo” non sta fra l’imperialismo e il socialismo, ma è la parte coloniale del capitalismo. Si “colloca” non fra i paesi imperialisti e “blocco” Russo-Cinese, bensì sotto il blocco imperialista. Esso costituisce le fondamenta dell’”Occidente”. Queste fondamenta, come i 6/7 dell’iceberg immerso, non viene visto come “Occidente”, ma come Stati Uniti, Inghilterra, Europa Occidentale, Canada, “Sud Africa Bianco” e Australasia. L’”Occidente” “visibile” è soltanto la parte in vista dell’iceberg socio-economico del capitalismo preso su scala mondiale.
Il fatto che Tito, e, in seguito, i leaders rumeni aderissero all’idea del “Terzo Mondo” e che la Jugoslavia di Tito sia stata la promotrice di conferenze sul “Terzo Mondo”, significa semplicemente che questi governi hanno sostenuto l’imperialismo aiutandolo a nascondere la sua base coloniale sotto il nome di “Terzo Mondo”. La stessa posizione illusoria fu quella presa da alcuni intellettuali Cechi, Polacchi e anche Russi nell’opporsi all’attuale stalinismo. Questi intellettuali o sono passati all’”Occidente”, oppure hanno basato l’opposizione allo stalinismo su argomenti pro-“Occidente”, compresa la preferenza a Israele (per esempio la protesta del 1970 accusava Kossygin di essere “troppo parziale in Medio Oriente” – quando di fatto non era abbastanza parziale, dalla parte degli Arabi).
Il loro errore fondamentale è stato il confrontare il livello di vita e la “democrazia” “Occidentale” – ovvero degli stati imperialisti – con quelli dell’URSS e dell’Europa Orientale. Fare questo confronto è come arrendersi all’imperialismo, poiché sia gli alti livelli di vita che la “democrazia” negli Stati Uniti, Inghilterra ecc. sono dovuti completamente agli altri ¾ dell’”Occidente”. Infatti gli alti livelli di vita in quei paesi sono basati sul basso livello di sussistenza nelle colonie; e la loro “democrazia” poggia su dittature di vario genere mantenute imperialisticamente. Gli intellettuali sovietici fanno un confronto astorico, in favore dell’imperialismo e, nella stessa misura contro i popoli coloniali, che non entrano neppure nelle loro considerazioni.
Qualsiasi effettivo confronto fra l’intero blocco sovietico con l’intero Occidente sarebbe sfavorevole per le “democrazie occidentali” quanto un confronto fra le condizioni di vita del 95% del popolo russo sotto gli Zar e la condizione globale dopo la Rivoluzione Russa, oppure della Cina, sotto Chiang, o il Giappone, con la Cina perfino sotto Mao.
La differenza è talmente profonda che ci si trova a confrontare due realtà qualitativamente diverse. Ma lo stalinismo ha diseducato questi intellettuali lungo linee sociodemocratiche, che hanno sacrificato i popoli coloniali sull’altare dell’imperialismo, e ora subisce queste defezioni come risultato dell’essersi allontanato dall’insegnamento anti-imperialistico, quello di Lenin, soprattutto. Questa è una fra le attuali conseguenze politiche dell’aver trascurato e rifiutato di applicare questa formula fondamentale e determinante: capitalismo uguale imperialismo.
Questa stessa errata posizine teorica è il motivo di molte fughe attraverso il Muro di Berlino. La Germania Orientale, perfino con un governo di lavoratori e con la socializzazione, non può raggiungere il livello di vita della Germania Occidentale proprio perché quest’ultima trae superprofitti dagli investimenti semi-coloniali mentre la prima non lo fa. La Germania Ovest ha un livello di vita superiore a quella Est proprio perché tutta la sua popolazione gode dei benefici tratti dal supersfruttamento dell’America Latina, dell’Asia e Africa.
Il cittadino di Berlino Est che tenta di passare alla “libertà” non immagina la vita in uno stato imperialista come la morte vivente in Africa, Asia o Sud America, che è quella che rende possibile questa vita “occidentale”. Se volesse davvero fuggire verso il vero “Ovest”, dovrebbe andare a fare lo schiavo in una fattoria o in una miniera Sud Africana, o in una piantagione in Kenia o in Malesia.
Poiché è questa la base del “mondo libero”, la cui libertà è un lusso finanziato dalla schiavitù coloniale. Il non essere riusciti a comprendere ciò è stato il più grave abbandono di principi a favore dell’imperialismo entro importanti settori della leadership delle “rivoluzioni” ungherese del ’56 e cecoslovacca del ’68. Quanto alle accuse maoiste di imperialismo sovietico nell’”occupazione” della Cecoslovacchia sono scorrette di principio e di fatto, sono demagogiche e sono una concesione ai “capitalisti di stato” anticomunisti che hanno le loro origini nelle teorie pro-“occidentali” della “managerial revolution” nei tardi anni ’30, quando cedettero al pessimismo creato in quel tempo da nazismo, fascismo e stalinismo.
È interessante notare sulle vicende di alcuni leaders delle lotte antistaliniste ungheresi e ceche il fatto che molti rifugiati sono venuti in Sud Africa a sostenervi l'apartheid e nel Nyassaland per domare una rivolta di contadini africani contro la tirannia inglese; è interessante anche notare l'altro fatto che, parte degli studenti dell'intellighenzia ceca era in favore di Israele, cioè anti arabi, vale a dire dalla parte dell'imperialismo e contro i popoli coloniali. Questo stesso movimento pro-israeliano si è notato in alcune delle proteste russe nel '69 e nel '70, contro la ristalinizzazione. Oggettivamente questi "antistalinisti" sostengono la causa storica dello stalinismo: vale a dire sostengono le pressioni dell'imperialismo contro lo stato sovietico semi-isolato, la cui burocrazia deve la sua origine e la sua crescita all'accerchiamento imperialista, all'insuccesso del proletariato "occidentale" nel liberarsi dell'imperialismo e al conseguente ritardo e frustrazione della rivoluzione russa. Coloro che gettano pietre contro lo stalinismo spesso "dimenticano" di puntare le loro fionde contro il suo perpetuatore, l'imperialismo.
Il loro "anticapitalismo" non contiene alcun anti-imperialismo e quindi non è anticapitalismo. Causa parziale di cio è la politica di "coesistenza pacifica" che significa collaborazione con l'imperialismo e occultamento della fondamentale natura colonialista del capitalismo.
L'uguaglianza capitalismo-imperialismo è utile per capire il mancato effetto rivoluzionario delle mobilitazioni per gli scioperi in Italia (1969-70), Francia (1968), Inghilterra (1969-70). Il fatto è che socialismo significa abolizione del capitalismo e questo significa abolizione dell'imperialismo, un compito che i lavoratori privilegiati, avvantaggiati dall'imperialismo, non possono ancora intraprendere, in parte a causa dei loro interessi economici nell'imperialismo, e in parte per la cattiva guida dei partiti "socialisti" e "comunisti", che da tempo sono stati corrotti da questi stessi privilegi ed interessi.


-- Hosea Jaffe - La disoccupazione su scala mondiale, 1984

L’economia mondiale è unica, ancora indiscutibilmente dominata dal modo di produzione capitalista-imperialista. Questo dominio è interno al sistema stesso, e consiste in relazioni ineguali Ovest-Sud, è anche nei bordi consumati dalle rivoluzioni di questo sistema, nelle cosiddette relazioni Est-Ovest, che malgrado la speranza di Stalin-Varga, di “raggiungere gli USA”, continuano ad essere una relazione ineguale tra nazioni (ricche e povere), un secondo anello o toroide di nazioni periferiche, tenute in orbita dalla forza centripeta del trasferimento del super plusvalore verso il “centro”. Questo sistema dinamico di masse e forze sostiene l’economia mondiale dominata dal sistema capitalista ed è la forza trainante che sta dietro ai nostri saggi, così come è in tutte le discussioni economiche serie ed anche, speriamolo, nei progetti di far “scomparire” la disoccupazione ed altre caratteristiche di un modo di produzione che, per metà millennio, ha sottomesso il valore d’uso al valore di scambio, così come ha sottomesso le nazioni povere a quelle ricche.
Il capitalismo ha successo non a causa della pianificazione – è vero l’opposto, un sistema basato sulla concorrenza tra monopoli e nazioni ricche – ma a causa dell’imperialismo: le relazioni inter-nazionali di produzione Ovest-Sud e Ovest-Est, come possono essere chiamate dato che la classe dominante mondiale è quasi tutta all’Ovest (paesi OCSE), e le classi lavoratrici produttrici di plusvalore sopprattutto al Sud e ad Est.
Né può avere successo, qualunque sia il luogo, il socialismo in un solo paese, o in una determinata area della terra (Patto di Varsavia), grazie alla pianificazione. Può avere successo solo annullando le forze centrali del sistema e le loro relazioni di predominio-dipendenza. Ciò indica l’assoluta subordinazione della pianificazione alla rivoluzione sociale antimperialista. Ogni altra via è impraticabile, come hanno più volte dimostrato le negative esperienze di Asia, America Latina e Africa e come hanno dimostrato l’isolamento e l’inceppamento della Russia e di altre esperienze rivoluzionarie, anche qui più come fallimento che come esperienza positiva. La dimostrazione positiva di questo teorema attende ancora una sua verifica storica.
La pianificazione può condurre dalla indipendenza politica o dalla rivoluzione sociale al socialismo solo se è l’arma socio-economica di una lotta di classe sovranazionale antimperialista condotta dai popoli di questi paesi. Nel caso dell’Africa, questo implica l’estensione della rivoluzione anti-portoghese nel campo antiapartheid e contro il MEC piuttosto che cadere nella tenaglia MEC-Sud Africa entrando nella convenzione di Lomè, o portando acqua al mulino degli accordi di Lancaster.
L’aumento della disoccupazione in Cina e nell’Europa dell’Est ha dato torto agli economisti bulgari, ungheresi ed altri, che ritenevano che la “pianificazione socialista” potesse prevenire simili fenomeni persino durante la crisi mondiale. (J. Arroio, R. Poliakova, Economic Register, Milano 1978). La disoccupazione non c’è solo in periodo di crisi: dal 1969 al 1973, periodo di crescita della produzione e del commercio, la disoccupazione ufficiale crebbe da 2,8 milioni a 4,3 milioni in USA, da 380.000 a 520.000 in Canada, da 570.000 a 670.000 in Giappone; da 223.000 a 394.000 in Francia; da 179.000 a 273.000 in Germania Ovest (Raina Poliakova, ibidem, p. 108). Ma, ad esempio, durante questo periodo le multinazionali USA esportarono capitale fisso e variabile nelle loro semi-colonie. Sia con il bello che con il cattivo tempo c’è una massiccia disoccupazione strutturale nella base semi-coloniale o periferica del capitalismo. Ciò non ha nulla a che fare con la crescita della popolazione. “Giappone e Taiwan, entrambi ritenuti aver sviluppato l’agricoltura con successo, hanno più del doppio di lavoratori agricoli per acro delle Filippine e dell’India. Il valore della produzione per acro in Giappone è sette volte quello delle Filippine e dieci volte quello dell’India. La tendenza infatti sembra mostrare una positiva relazione tra il numero dei lavoratori per ogni unità di terra ed il livello di produzione agricola... Paesi che noi consideriamo come gravemente sovrappopolati... non necessariamente hanno un eccesso di addetti in agricoltura. Quando la Cina tentò di aumentare la produzione usando la sua potenziale forza lavoro, trovò che poteva vantaggiosamente triplicare e anche quadruplicare l’energia-uomo per acro. Secondo la Banca Mondiale, se paesi come l’India potessero raggiungere il livello del Giappone per intensità di occupazione – 2 lavoratori per ettaro (2,5 acri) – la loro agricoltura potrebbe assorbire tutta la forza lavoro entro il 1985”. (Frances Moore Lappe e Joseph Collins, Food First, New York 1978).
La disoccupazione stagionale – o “sottoccupazione”, rilevata in un anno – è causata dal sistema imperialista che tiene a sua disposizione un esercito di disoccupati sempre più numeroso sia per tenere bassi i salari che per garantire forza lavoro stagionale. Così nella Repubblica Dominicana il 75% dei contadini lavora meno di sei mesi l’anno, mentre i lavoratori haitiani di canna da zucchero sono ingaggiati solo per il periodo della raccolta e nei periodi prosperi, per “dividere e dominare” i lavoratori intrappolati tra due regimi dispotivi asserviti alle multinazionali americane (ed europee), ed al gusto del pubblico. Mentre la disoccupazione, nei paesi imperialisti dell’OCSE, sale o scende a seconda dei flussi, recessione e ripresa, nel “Sud” sale sempre. Questo aumento è, naturalmente, più vistoso nei periodi di crisi mondiale, quando l’insuccesso delle speculazioni delle multinazionali o la caduta della domanda di petrolio o del potere d’acquisto nell’Ovest o altri simili fattori fa sì che la disoccupazione raggiunga tali proporzioni da rendere inoperanti i vari sistemi del “divide et impera” arrivando a situazioni tipo quelle anti-Ghana, agli scontri tra “Musulmani e cristiani” in Nigeria e nel Benin del 1983-’84. Tali situazioni, create dalla natura imperialista del sistema mondiale, sono risfruttate dai missionari, dagli “aiuti” degli imperialisti italiani (che hanno grandi investimenti in Nigeria e guardano con troppo interesse al Ghana). Il Pakistan – questo stato artificioso creato dagli inglesi nel 1948 – aveva una sufficiente disoccupazione da essere sfruttata politicamente: la creazione dell’altrettanto antistorico stato del “Bangladesh” da parte di Whitehall e del Pentagono, con l’aiuto di tutte le “internazionali” della “sinistra”, onde erigere una base contro la flotta russa nell’oceano Indiano e naturalmente per violare ancora una volta, con l’aiuto di Indira Gandhi, la storica unità della Penisola Indiana. Una conseguenza del “Bangladesh” è stata una massiccia disoccupazione strutturale in questa area dell’India, una nuova dittatura, altri scontri religiosi – in breve, tutte le condizioni che fecero sì che il “Pakistan orientale” divenisse il “Bangladesh”, secondo la propaganda occidentale, compresa quella di Tariq Alì e altri laburisti di sinistra dell’epoca.
Questi pochi esempi mostrano che la disoccupazione, specialmente nel “Sud”, non è solo una questione economica ma è anche una questione politica. Sia il lato economico che quello politico della disoccupazione, per non citare il quotidiano stato di frustrazione e di morte che essa aggiunge al “tenore di vita” nel “Sud”, permarrà con il sistema imperialista fino alla sua sconfitta attraverso la guerra di rivoluzione, specie tra i paesi poveri e quelli ricchi.
Il rovesciamento del governo social-riformista di Allende realizzato dalla CIA con l’aiuto della Germania dell’Ovest e della Svizzera al momento dell’attuale ciclo discendente di questa oscillazione di Kurchezieff, il precedente e simile rovesciamento del governo social-riformista di Jacobo Arbenz nel 1954 in Guatemala, di quello di Mossadeq in Iran, di Nkrumah nel Ghana; l’assassinio di Lumumba con l’aiuto dell’ONU nello Zaire, di Pierre Mulele, e l’imprigionamento a morte di Modibo Keita nel Mali, sono solo alcuni degli esempi dell’intervento imperialista contro leaders e governi filosocialisti. Lo sbarco nella Baia dei Porci, la guerra in Vietnam appartengono tutti alla medesima categoria. Coloro che per decenni hanno detto che l’”aiuto” in investimenti occidentali, prestiti, impianti industriali erano parte “dello sviluppo del sottosviluppo” hanno rischiato negli anni di crisi di cadere sulle proprie baionette. Solo pochi mantengono l’internazionalismo antimperialista di Lenin-Guevara, che sembra esser morto con il “Che” in Bolivia nell’ottobre del 1967. Tutti gli altri tipi di “marxismo” pretendono di essere “realisti”. Lo stesso “possibilismo” – o riforma o, più esattamente, “transizione”, come si dice oggi con disinvoltura – all’interno del sistema capitalista significa collaborazione con lo status quo imperialista: poiché l’imperialismo è la forza trainante del capitalismo. Mentre i “possibilisti” social-democratici ed eurocomunisti hanno avuto successo in tante nazioni ricche nel realizzare delle riforme, queste sono state finanziate dal surplus ricavato nel “Sud” grazie agli eserciti occidentali, agli investimenti, ai missionari e ai partiti sia di destra che di sinistra. Qui le riforme erano parte dell’imperialismo. Ma dove esse ostacolavano l’imperialismo, come generalmente avviene nel Sud, furono ferocemente eliminate dallo stesso imperialismo. Il “realismo” dei “possibilisti” qua si dimostra una illusione, distrutta a forza di colpi di stato, invasioni e assassinii. Dove ciò non è (ancora) accaduto, i programmi di miglioramento del tenore di vita sono stati annullati dalla FMI, dalla EIB, dalla Banca Mondiale, dai Trattati di Organizzazione Regionale dominati dagli USA, dalla CEE, dal Sud Africa e dal Giappone. Il “possibilismo” delle nazioni ricche divenne non “realismo” ma “impossibilismo” per le nazioni povere del mondo capitalista, e le nazioni “socialiste” stanno per essere attirate nello stesso vortice se continueranno a seguire il burocratismo di Stalin “del socialismo in un solo paese” e non la rivoluzione mondiale permanente di Trotsky o Guevara, che a Cuba ha provato come sia possibile e insieme realista la rivoluzione antimperialista.


  -- Hosea Jaffe - “Processo capitalista e teoria dell’accumulazione” (1973)

   La “mondialità” del sistema “mondiale” non è eliminata dal fatto storico, risultato delle rivoluzioni sociali dopo le due guerre mondiali, che la Russia, l’Europa Orientale, la Corea, il Vietnam del Nord, la Cina, Cuba, sono stati non capitalistici (la cui attuale definizione dovra essere affrontata piu da vicino, specialmente in connessione con le classificazioni di Sweezy, Bettelheim, P. Naville e di altri). Le interrelazioni riproduttive fra Pp, Pc e Pg si riferiscono a diverse economie “nazionali” (l’Impero Britannico, l’Impero francese, l’Impero USA, l’Impero economico del MEC, ecc.) e queste economie nazionali non sono affatto strettamente nazionali, perché in questo caso essere crollerebbero senza alcun dubbio. Certi schemi riproduttivi idealizzano anche la riproduzione per le combinazioni “inter-nazionali” delle succitate economie “nazionali”. Il blocco non capitalistico (Russia, Cina, ecc.) è parte di questo sistema mondiale per parecchie ragioni:
1)      A causa del commercio di esportazione e di importazione con i 2/3 capitalistici del mondo.
Statistiche annuali ONU, 1969, tabelle 142-143, 1970. Statistiche ONU Europa, 1968. Queste ultime mostrano che gli Stati socialisti (1/3 della popolazione mondiale) esportano 1/8 delle esportazioni mondiali (3 MM di $ su 25 MM di $). Inoltre il commercio estero degli Stati “socialisti” con gli stati capitalistici costituisce il 40% del loro commercio totale (25% con gli stati imperialisti e 15% con le semicolonie). Il commercio internazionale socialista-capitalista è circa il 2-3% dell’intera produzione “socialista”, il che non è affatto una proporzione insignificante.
2)      A causa della competizione fra i programmi di aiuto Russo-Cinesi all’Asia, all’Africa, ecc., e i
programmi di aiuto USA-MEC-Inghilterra.
3)      A causa dei prestiti di capitale agli stati “socialisti” da parte di paesi imperialisti (la Fiat,
l’ingegneria britannica, la televisione via satellite USA, ecc., che hanno in programmo costruzioni in Russia e in Cina).
4)      Ma soprattutto a causa del diritto “borghese”, incluso l’inevitabile utilizzo di valori di scambio e
non di valori d’uso, per la pianificazione, per i salari, i prezzi, la moneta, l’oro ecc., che prevale in modo schiacciante nella parte “socialista” del mondo. Fino a che il socialismo non è globale, esso sarà dominato dalle leggi del mercato capitalistico, il che gli impedisce di diventare socialismo.
5)      La costante pressione militare e le invasioni (della Russia da parte degli imperialisti nel 1941,
l’invasione della Corea da parte dell’ONU, l’invasione statunitense del Vietnam). Esse producono continuamente una diversione delle produzione nella “produzione di mezzi di distruzione” riportata da Rosa Luxemburg nella sua Accumulazione del capitale, riducendo o mutando così il bilancio tra Pp e Pc e contemporaneamente riducendo i salari netti reali e il livello di vita. Il fattore militare inoltre burocratizza gli stati operai. Infatti le guerre d’invasione imperialistica distruggono immense quantità di C (centinaia di città distrutte dai nazisti in Russia, e migliaia di villaggi e di fattorie) e di forze-lavoro umana (sembra che la sola invasione Nazista, di ispirazione imperialista, abbia ucciso quasi 20 milioni di Russi).
6)      L’influenza ideologica occidentale, di profonda importanza economica, preserva ed estende i
concetti borghesi, l’uso del valore, il denaro, persino gli incentivi basati sul profitto (Dubček, la Romania, Tito) ed incoraggia un materialismo volgare, una pseudocultura e l’imitazione, da parte dei popoli “socialisti”, degli standards di vita e dei modi di comportamento dell’”Occidente”. Gli strati burocratici nei paesi “socialisti” adottano ed inducono all’imitazione dello standard di vita dei paesi imperialistici e gli intellettuali ribelli invidiano la democrazia degli stati imperialistici, invece di vedere tali stati nel loro ruolo di dittatori degli schiavi semicoloniali “indipendenti”.
   La natura globale di “valore” della riproduzione si estende alle economie del blocco sovietico, benché queste non siano definibili come capitalismo (privato o di stato, dove dire capitalismo di stato significa una sempre più ampia e politicamente conveniente evasione dall’analisi reale, appiccicando clichés formali a realtà non facilmente definibili o etichettabili).


   -- Hosea Jaffe - Progresso e nazione, 1990

   La democrazia in Occidente è un lusso del patto sociale capitale-lavoro ed è finanziata, alla fin fine, dal supersfruttamento neocoloniale e dalle dittature armate e appoggiate dall'Occidente per assicurare i sovrapprofitti derivanti da questo supersfruttamento. Le democrazie occidentali sono pertanto intrinsecamente costrette a fornire armi, a stringere affari, ad investire e a riconoscere il Sudafrica dell'apartheid, il Cile di Pinochet, le dittature dei NIC, tra cui Corea e Taiwan, quelle dell'Arabia Saudita e le altre di una lunghissima lista dei giorni nostri, per non parlare di quelle del passato, tra cui quella di Idi Amin in Uganda, che l'Inghilterra democratica riconobbe a tempo di record. La questione della democrazia, quindi, poggia sulla questione Ovest-Sud, in primo luogo. In secondo luogo, è comodo per i partiti occidentali deplorare i sistemi politici non democratici e burocratici dell'Est socialista dopo averli costretti ad armarsi, a dotarsi di sistemi di sicurezza e quindi a burocratizzarsi, dopo averli accerchiati e averne incoraggiato la controrivoluzione (vedi la Russia 1917-21, l'Ungheria del 1956, il Vietnam di Saigon, la Corea del Sud ecc.) sottoponendoli a pressioni economiche e ad invasioni (ancora la Russia del 1918-21, l'invasione tedesca nazista, il Vietnam, la Corea, la Baia dei Porci a Cuba, il sostegno dato a Pol Pot in Cambogia ecc.). È particolarmente ipocrita da parte della sinistra occidentale condannare la burocrazia e la non-democrazia dell'Est quando essa e il suo santificato "proletariato avanzato" non hanno fatto niente - tranne alcuni eroici sforzi isolati all'inizio della prima guerra mondiale e a parte certi gruppi durante la guerra civile spagnola e le lotte partigiane antifasciste e antinaziste durante la seconda guerra mondiale - per difendere ed estendere il 1917, il 1949 ed altri "sganciamenti" dell'Est dal modo di produzione capitalistico. Essa invece si è goduta i frutti dello sfruttamento neocoloniale ed anche degli investimenti occidentali che sfruttano la manodopera relativamente a basso costo dei paesi dell'Est e lo sperequato commercio Est-Ovest. La questione della democrazia è pertanto un problema tanto secondario quanto falso, a maggior ragione per il fatto che tutti sanno che in nessun paese occidentale esiste un vero "governo del popolo, per il popolo", quindi nessuna democrazia nel vero senso della parola. Vi sono invece il governo del ricco sul povero, il governo fiscale, il malgoverno e il governo-scandalo esercitato dalle corporazioni, dalle multinazionali, dalle banche, dalle aristocrazie operaie e da altri gruppi privilegiati, da partitocrazie, burocrazie, polizia segreta e militare, logge massoniche, fino ad arrivare a veri e propri banditi, a presidenti e consigli dei ministri corrotti.

   L’URSS salvò l’Europa dal nazismo e la Cina salvò l’Asia dal Giappone, mentre sia Cuba che il Vietnam, ciascuno a suo modo, tarparono le ali all’aquila americana. Dietro alle riforme della destalinizzazione di Kruščëv e quelle antiburocratiche della perestroika del 1988, come dietro alle riforme maoiste e a certe post-maoiste in Cina, c’erano i “popoli-operai” dell’Est. Non che questa classe sia distribuita omogeneamente nell’Est: quella dell’URSS occidentale è, forse pericolosamente, “europea”, con legami precapitalistici privatizzati, individualistici e non-sociali con il feudalesimo, mentre quella dell’URSS asiatica meno cristianizzata e più islamica o pagana ha tradizioni che risalgono ai periodi di interregno tra dispotismo e feudalesimo, ai dispotismi non-feudali e alle primitive formazioni sociali comuniste. Dopotutto, la più grande “lotta di classe” del XIX secolo, la grande rivolta di Taiping del 1850-1864 in Cina contro la dinastia Manciù e l’Occidente, era ispirata da primitivi ideali comunisti.
   Se si considera che la gran maggioranza dei produttori, dei distribuitori (gli organi locali, regionali e nazionali dello stato, nel caso orientale) sono (i) dipendenti, (ii) salariati, (iii) nullatenenti, essi compresi i cosiddetti “contadini”, sono tutti proletari. Ma in quanto essi non producono un plusvalore per le classi capitalistiche, dal momento che nell’Est ne sopravvivono solo dei resti socialmente isoltati e, in poche parti, dei rudimenti sperimentali, e auindi non si può parlare di vere e proprie formazioni sociali capitalistiche, essi non sono proletari, ma solo “lavoratori”. Questi lavoratori dell’Est però occupano settori economici eterogenei: industriale, agricolo, pastorale e nomade, cui si aggiunge una burocrazia alquanto differenziata, le cui caratteristiche essenziali furono descritte molto meglio da Trockij ne La rivoluzione tradita che non dalle formule sterili del “collettivismo burocratico” di Bruno Rizzi, o dalla “rivoluzione manageriale” du Burnham, o dal “capitalismo di stato” di Bettelheim per finire con il “socialismo di stato” di Neville. Questi lavoratori, e anche la burocrazia, hanno un forte spirito nazionale difensivo, non identificabile con il socialsciovinismo offensivo delle nazioni occidentali.
   Questo gruppo di lavoratori dell’Est si pone in un rapporto antagonistico con l’Occidente che tende, nonostante alcuni orientamenti possibilistici alla “restaurazione”, ad essere antisistemico. Sarebbe impossibile l’esistenza di una conflittualità Est-Ovest se non fosse per il fatto storico che una serie di rivoluzioni sociali hanno creato “buchi” non-sistemici nel tessuto e nella massa del modo di produzione capitalistico mondiale colonialista. Questi “buchi”, da un lato, non sono parte del capitalismo, ma dall’altro, essendo “buchi”, essi sono interni e dipendenti sia strutturalmente che funzionalmente dal modo di produzione capitalistico che li circonda. Per parte sua l’Occidente cerca continuamente, a volte disperatamente, di riparare, ridurre o addirittura di eliminare questi “buchi” che sono rotture interne e minacce al sistema-mondo occidentale, per il fatto stesso di esistere e per il loro potenziale. Ne risulta quindi una conflittutalità Est-Ovest continuamente rinnovata. Da parte dell’Est, a causa delle strutture e dinamiche imperialistiche intrinseche dell’Occidente, ci si può attendere un antimperialismo continuamente ricorrente che, in se stesso e per le sue conseguenze, è antisistemico.
   Questo processo anti-sistemico ha esso stesso i suoi alti e bassi. Durante il periodo Lenin-Trockij del 1917-22, il conflitto era aperto e, a parte gli accordi commerciali e le relazioni diplomatiche, l’antagonismo Est-Ovest fu quello della guerra stessa. Lo stesso accadde dal 1941 al ’45, durante l’invasione nazista dell’URSS; poi nelle guerre di Corea e Vietnam e nell’incursione statunitense a Cuba e nella guerra sfiorata nel confronto per la crisi missilistica nel 1962 tra Kruščëv / Castro e Kennedy. Poi vennero le “guerre fredde”, con i vari maccartismi e reaganismi, le sollevazioni pro-Occidente del 1953 a Berlino, del 1956 in Ungheria 12, e i drammi popolar-politici filo occidentali della Cecoslovacchia nel 1968 e quelli ripetutisi in Polonia fino ai giorni nostri.
   La politica estera avviata dalla perestroika di Gorbaciov incontra qualche difficoltà non solo a causa della conflittualità intrinseca nell’interconnessione Est-Ovest, ma anche perché vi è una popolazione fortemente pro-Occidente nei vulnerabili stati confinanti con l’Occidente, del settore, all’interno dell’Est, aderente al Patto di Varsavia. Non è davvero un segreto per nessuno che la Germania orientale, la Cecoslovacchia e la Polonia fossero artificialmente “socialiste”, non avendo vissuto al loro interno le rivoluzioni sociali antinaziste (al contrario dei partigiani di Tito in Jugoslavia), e il “socialismo” vi fu impiantato con la forza delle armi sovietiche e per la paura di un’altra “spinta verso l’Est” della Germania. Esse sono pertanto fragili “stati-cuscinetto”. I lavoratori di questi stati-cuscinetto (come di quelli degli effettivi stati-cuscinetto interni dell’URSS, quali gli stati baltici, quelli al confine occidentale dell’Ucraina e le aree anti-mussulmane in Armenia, Georgia, Uzbekistan) hanno tendenze proletario-borghesi e i contadini di questi stati hanno aspirazioni contadino-borghesi, nonostante le esperienze “socialiste” durate più di una generazione, dalla fine della guerra. Eppure essi furono proprio incoraggiati dalla teoria di Varga-Stalin del “sorpasso degli Stati Uniti”. Essa fu un sogno irrealizzabile perché l’Est, al contrario dell’Occidente, non ricava buona parte della sua ricchezza materiale e di valore dal Sud e deve quindi interamente contare sulla sua forza lavoro e sulle sue risorse interne. La politica della glasnost-perestroika di rinnovamento e coesistenza col capitalismo ripete l’errore di Varga e anche la teoria di Stalin di politica estera della “coesistenza” e la sua dottrina antirivoluzionaria del “socialismo in un solo paese”. In questo senso la politica di Gorbaciov resta teoricamente stalinista malgrado la sua rottura concreta con la barbara burocrazia staliniana. Nonostante l’evidente democratizzazione avviata con la perestroika e la glasnost (che si è dimostrata nella risoluzione dello sciopero dei minatori siberiani nel luglio del 1989, risoluzione che nessuno stato capitalista è mai riuscito ad attuare), lo “stalinismo” teorico della perestroika
è una forma di socialdemocrazia di tipo occidentale in quanto mira alle riforme all’interno o a fianco del capitalismo, e non alla rivoluzione antisistemica. Questo è stato dimostrato dall’”eurocomunismo” di Gorbaciov quando, nel corso delle visite a Parigi e a Strasburgo del luglio 1989, chiese alla CEE un’aiuto a costruire una “Europa” più grande. Queste influenze occidentali non hanno nulla a che vedere con la democrazia, perché le ricche nazioni occidentali sono tutte paesi imperialistici e l’imperialismo è la negazione della democrazia sotto tutti gli aspetti. Ciononostante, i “dissidenti” sovietici e gli studenti di Tinenanmen a Pechino nel giugno 1989, il movimento di Solidarność in Polonia, lo stato post-Kádár in Ungheria, i gruppi post-post-Tito in Jugoslavia, prendono tutti come loro modello la democrazia occidentale e la Statua della Libertà come emblema.
   Nulla di quanto detto sopra implica che la perestroika significhi la fine del “comunismo” e che la Russia – o la Cina – saranno riassimilate nel sistema-mondo capitalistico. Dopo tutto, gli stati post-stalinisti e post-maoisti non rappresentano il modo di produzione capitalistico, ma quello post-capitalistico, “socialista”. Alcuni paesi dell’Est potrebbero andare incontro ad una controrivoluzione violenta o anche “non violenta”, economica. I paesi in pericolo sono evidentemente la Polonia, l’Ungheria e la Jugoslavia, la Bulgaria, la Cecoslovacchia e la Romania (che, dopo tutto, aveva riconosciuto molto tempo fa lo stato antiarabo di Israele). Esiste in tutte queste nazioni un crescente desiderio di una democrazia in stile occidentale. Se e quando questa arriverà, esse non si troveranno nei piani più alti della “piramide delle nazioni capitale”, ma nella sua base neocoloniale. Avranno un debito neocoloniale di enormi proporzioni, pagheranno prezzi che superano il valore dei beni importati dalla CEE, dal Giappone e dagli USA e saranno pagati a prezzi sottovalore per le loro esportazioni in Occidente. Costituiranno una fonte di manodopera relativamente a basso costo. Eppure persiste questa visione della “democrazia occidentale” e la glasnost la sta diffondendo, anche oltre quelle che sono le sue intenzioni e i suoi interessi.
   Il voltapalle di Gorbaciov alla politica brezneviana e allo stalinismo non fu certamente dovuto ad alcuna influenza democratica o “pacificatoria” del blocco delle nazioni CEE o NATO. Al contrario, essa prese probabilmente origine dal ritardo delle industrie nucleare, spaziale e bellica sovietiche nei confronti di quelle statunitensi e della CEE. Il gorbaciovismo fu in parte una risposta a questa situazione, che ribaltava quella seguita ai trionfi spaziali dello Sputnik nel 1957; l’industria delle armi spaziali-nucleari-elettronica doveva “riguadagnare il tempo perduto” e farlo in fretta. In parte Gorbaciov cercò di ottenere questo obiettivo eliminando le armi superate, con la sua politica del disarmo insieme a Reagan e Bush. Ma l’industria sovietia delle armi spaziali, già altamente sviluppata, non poteva progredire mentre l’industria pesante, quella dei beni di consumo e l’agricoltura restavano arretrate sotto un’imponente, stagnante burocrazia. I burocratici rapporti di produzione stavano chiaramente ostacolando la modernizzazione della avanguardie dell’industria spaziale, dei computer, nucleare e bellica delle forze produttive. Questo conflitto tra forze produttive e rapporti di produzione, come predisse Trockij alla fine degli anni trenta, potè e in parte riuscì a “far saltare in aria la burocrazia”. Il conflitto forze produttive – rapporti di produzione, che dovrebbe continuare ancora per qualche tempo, fu attivato non dalla “coesistenza” Est-Ovest, ma dall’antagonismo Est-Ovest. Esso ha le sue radici in rivoluzioni che non si sono ancora esaurite, se guardiamo all’”essenza” e non all’evidenza “fenomenica”. Quindi, paradossalmente, la glasnost è il risultato non della “pace” ma del conflitto tra diversi modi di produzione.
   L’Est e anche le probabilità del sistema-mondo di superare le sue crisi e contraddizioni sono minacciati dall’interno anche dalla diffusione forzata e insidiosa del concetto e della pratica occidentali del “progresso” come mera tecnologia, scienza e competenze tecniche, dell’ecologia-economia dell’Ovest e del suo concreto colonialismo all’interno dell’Est. È troppo facile per l’Occidente incolpare Stalin per il terrore della collettivizzazione forzata. L’imitazione da parte di Stalin dell’importazione della tecnologia occidentale già voluta da Pietro il Grande è stata favorita a lungo dagli esportatori industriali dell’Ovest, che a tale scopo alla fine degli anni venti impiegarono addirittura delle spie in Russia. L’idea di una rapida industrializzazione grazie all’importazione di tecnologia occidentale, più la tendenza controrivoluzionaria dei kulaki, caldamente incoraggiata dai revanscisti occidentali, furono due colpi di sperone al cavallo staliniano nella sua folle e feroce galoppata contro i contadini. Fu questa spinta di tipo occidentale alla ricerca del profitto che portò Stalin, da parte sua, a riunire i contadini in organismi collettivi perché lo stato burocratizzato potesse esportare il grano da essi prodotto in cambio delle importazioni dell’industria pesante. Lo stato poteva allungare le mani sul grano delle aziende collettive ma non sul grano dei contadini per metà riprivatizzati dai kulaki di Stalin e Bucharin col loro “arricchitevi!”. Il capitalismo occidentale mise così anche esso le mani nella collettivizzazione forzata che i suoi apologeti opportunisticamente ascrissero al solo stalinismo. Lo stesso discorso vale per lo stakanovismo, l’aristrocrazia operaia industriale del super-lavoro che si affermò alle spalle dei contadini in rovina e distrutti, e per l’indebitamento che derivò dall’industrializzazione forzata degli anni trenta, così come accadde con l’importazione forzata di tecnologia da parte di Corea da Nord, Jugoslavia, Polonia, Romania. Quanto all’Occidente, queste esportazioni di tecnologia vennero viste come un “progresso” dell’Est, in quanto tali salutate dall’Ovest benevolo ma, in entrambe le crisi dell’economia-mondo, quella dei periodi tra le tre guerre e quella dal 1970 ad oggi, aiutarono gli industriali oppressi dalle crisi ad ottenere nuovi capitali, nuova forza-lavoro  e anche mercati per le merci, che non esistevano in nessuna altra parte del sistema-mondo. Stalin e Breznev ebbero così un ruolo molto importante nell’aiutare il capitalismo mondiale a sopravvivere alle sue piu gravi crisi economiche.  Per una critica del commercio Ovest-Est: André Gunder Frank, Crisis: in the World Economy, capitolo IV, pp. 178-256, Londra 1980.
   L’Est ebbe più danni che benefici da questo scambio inevitabilmente squilibrato. Il dominio economico dell’Ovest nell’economia-mondo trasformò in parte l’Est in un nuovo Sud, semi-dipendente dall’Ovest dal punto di vista tecnologico, finanziario e quindi anche culturale e religioso, introducendo il profitto come criterio al posto del valore d’uso ed i mercati come mezzo di distribuzione invece degli organi popolari e statali di ridistribuzione. Insieme a queste importazioni minacciose per il loro modo di produzione arrivarono la mania dei ristoranti, la moda e i western in televisione e le auto private. Anche Trockij nutrì speranze di una maggiore libertà di movimento individuale dall’auto, che egli censurava soprattutto perche differenziava i burocrati dalla maggioranza senza auto. Questo accadeva mezzo secolo prima che l’auto diventasse un omogenizzatore delle classi e delle caste in Occidente, e un mezzo inquietante, alienante e misantropizzante probabilmente incurabile.
   La lotta all’interno delle popolazioni dell’Est e da parte di queste contro tutto quello di cui abbiamo parlato è interna al sistema per l’Est, ma antisistemica in relazione al sistema-mondo, in cui esistono i “buchi”, costituiti dall’Est. La lotta contro un nuovo disastro di Chernobyl – un avvenimento che seguì ad altri eventi simili sminuiti e censurati dall’Ovest – e contro le calamità ecologiche che accompagnano il “progresso” tecnologico non è in se stessa antisistemica, ma lo diventa solo nel momento in cui la lotta per superare la barriera ecologica allo sviluppo sia delle forze che dei rapporti di produzione viene consciamente condotta in compagnia dei popoli proletari del Sud. Questi popoli proletari, gli oppressi del Sud, hanno già sviluppato metodi antisistemici che corrispondono alla totalità dei loro posti e ruoli nel sistema-mondo e ai loro bisogni necessariamente anti-sistemici. Le loro lotte per l’indipendenza politica, i movimenti di liberazione palestinesi sempre attivi, quelli dentro e contro il Sudafrica, contro le importazioni, le nazionalizzazioni sostitutive e delle importazioni, in Sud America, negli stati indipendenti dell’Africa e dell’Asia, le guerre antisecessionistiche in Nigeria, Etiopia, Vietnam e Corea – tra le altre – con nuovi focolai in Afganistan, queste lotte sono risultate in gran parte vane, o sono frustrate e represse o si sono rivelate talvolta correnti controproduttive e antistrategiche nel flusso di un antimperialismo a volte apparente, a volte autentico. A parte alcune eccezioni storiche degne di nota, come le rivoluzioni cinese, nordcoreana, vietnamita, cubana, per certi aspetti anche laotiana e cambogiana, e quella jugoslava e albanese, in particolare, nell’Est europeo, che seguiva l’esempio ma non sempre il modello della rivoluzione russa, il Sud non si è “sganciato” dall’Ovest. Questo sganciamento invece sembra essere la conditio sine qua non per staccarsi dal sistema-mondo capitalistico e riagganciarsi all’interno di un nuovo sistema-mondo. Noi, da parte nostra, al fine di superare le (non necessarie) implicazioni negative dello “sganciamento”, abbiamo preferito a volte i concetti di “liberarsi dalle catene” e “liberazione”.

12 Lo scrivente (in modo anonimo) e il direttore del settimanale Torch di Città del Capo, nel corso della crisi ungherese del 1956 presero posizione e commentarono l’atteggiamento a favore della sollevazione da parte del governo, delle Chiese, dei media ecc. sudafricani e l’uso che si fece dei “rivoluzionari ungheresi” per reprimere in Malawi una sollevazione anticolonialistica avvenuta in quel tempo. Lo scrivente appoggiò il primo movimento, quello dei Soviet, ma non la seconda ondata antisocialista, guidata dai socialdemocratici filooccidentali, dal cardinale Mindzenty, dai vecchi seguaci di Horty ecc. Nella rivolta di Berlino assumemmo una posizione simile e pertanto fummo banditi come “trockisti”, avendo sempre respinto lo stalinismo.



-- Hosea Jaffe - La Germania. Verso un nuovo disordine mondiale?, 1994

   Lo stalinismo non ha mai insegnato o spiegato al suo mezzo miliardo di cittadini che l'Occidente è l'apice privilegiato, ricco e potente di una piramide di nazioni la maggior parte delle quali vive in condizioni economiche, sociali e anche politiche qualitativamente e quantitativamente peggiori di quelli vigenti sotto il "socialismo reale" stalinizzato. Questo errore dello stalinismo divenne un vacuum psicologico attraverso il quale i popoli del Patto di Varsavia hanno scavalcato volontariamente la cortina di ferro e il Muro di Berlino. Nel 1989, la Polonia ancora prima, la maggior parte di loro credeva di stare salendo dall'est all'ovest. Non sapevano, e molti ancora non sanno, di stare invece camminando giù, verso, e forse proprio dentro, il sud.



   La Germania non è interessata che venga conservato il sistema di sicurezza sociale dell'Europa orientale o dell'ex URSS; anzi, il suo interesse è ridurre queste regioni a riserva di lavoro a buon mercato per il capitale tedesco. Invece ha interesse ad allineare il sistema dell'ex DDR a quello nazionale. Per ottenere questo, deve introdurre sussidi di disoccupazione (che prima erano sconosciuti, come la disoccupazione stessa) e sussidi di maternità e altre providenze per le donne non lavoratrici (cui nella DDR, essendo lavoratrici, avevano naturalmente diritto): questo per citare solo due dei costi per i Laender della Germania orientale e per lo stesso governo federale centrale.
   Il costo dell'adattamento del sistema di sicurezza sociale viene aumentato dalla privatizzazione degli alloggi, dalla spirale degli affitti che ne deriva, dalla drammatica crescita del numero dei senzatetto e conseguentemente dei sussidi per i senza casa. La Germania sta imparando che il sistema capitalista di sicurezza sociale e provvedimenti per la casa è meno efficiente e più costoso di quello socialista della DDR. Ma questo è solo uno dei prezzi che essa deve pagare per la riunificazione. Gli altri costi sono molto più alti. In termini di tempo e di dimensioni, il costo di gran lunga maggiore è quello della distruzione del sistema di produzione collettivizzata, sia municipale sia statale. Il termine che serve a definire questa distruzione è "privatizzazione". Ma il costo della privatizzazione si estende ben al di là dello smantellamento della produzione collettivizzata. Privatizzazione significa capitalizzazione e il capitale privato necessario non cade dal cielo.
   Rastrellare capitale per nuovi investimenti non fu difficile durante il boom del dopoguerra in un paese come la Germania, che aveva a disposizione vasti mercati esteri di forza-lavoro, merci e capitali.
   La Germania occidentale non solo ricevette aiuti econmici su vasta scala nel quadro degli aiuti statunitensi noti come Piano Marshall, ma disponeva anche di svariate colonie e di centinaia di milioni di lavoratori neocoloniali che all'estero producevano superprofitto per lei. La Germania orientale non possedeva queste colonie economiche. Questo era il principale motivo per cui il reddito nazionale pro capite della Germania dell'est, anche con organizzazione e strutture socialiste, non poteva competere con quello della Germania occidentale, così come il piano studiato da Varga per Stalin non consentì alla pur superiore economia socialista sovietica di "far concorrenza" agli Stati Uniti, che avevano, al di fuori del loro territorio nazionale, mezzo miliardo o più di persone che lavoravano per loro.


   
Lo sfruttamento del gap salariale esistente tra la Germania e l'URSS è reso possibile fondamentalmente dal fatto che i salari tedeschi sono alti per via del colonialismo dei contratti e dei prestiti, mentre l'Unione Sovietica non possiede colonie economiche di lavoro a basso costo che le forniscono superprofitti per ripagare i lavoratori della madrepatria e i burocrati. L'Unione Sovietica è piuttosto in basso nella lista del prodotto nazionale lordo pro capite dei paesi "socialisti" (UNO GNO Statistics; vedi anche Europa Yearbook 1976, vol. 1): (in dollari, l'anno considerato è il 1976)

RDT 4.230
Cecoslovacchia 3.710
Polonia 2.910
Ungheria 2.635
Unione Sovietica 2.620
Bulgaria 2.040
Jugoslavia 1.540 (nonostante i lavoratori emigrati nella RFT)
Romania 1.300

Lo stesso si può dire a proposito del gap tra prodotto nazionale lordo e i salari delle due Germanie. La Germania occidentale produce e retribuisce circa il doppio dell'altra. Questo non è il risultato di una superiorità tecnologica, perché i prezzi in realtà sono abbassati e non rialzati dalla produttività moderna, a causa della competizione, anche tra le multinazionali. La produttività consente superprofitti soltanto temporaneamente, come la grande battaglia tra i colossi dell'acciaio americani e giapponesi dimostrò negli anni Sessanta. La fonte permanente degli alti salari non è la produttività (che anzi può ridurre i salari, se produce cibo, vestiti e abitazioni a prezzi ridotti). La causa fondamentale è un'altra: i bassi salari. Gli alti salari della Germania occidentale sono resi possibili dai bassi salari in India, Nigeria, Brasile, Iran e dovunque il capitale crea i suoi superprofitti. Questi, derivando dai bassi salari, sono trasferiti o come profitti rimpatriati o come materie prime, come plusvalore nascosto, dalle semicolonie ai vertici imperialistici del mondo, dove troviamo anche la ricchissima Germania.
Nel dicembre del 1977 il salario medio nella Germania orientale era di 927 marchi al mese. Nello stesso periodo in Germania occidentale era di 2000 marchi, più del doppio. Non c'è "competizione socialista" (falsa ideologia dello stalinismo) che tenga, neppure a parità di tecnologie (come succede, per esempio, nella tecnologia spaziale e nelle industrie nucleari). Raggiungere il livello nordamericano, o tedesco occidentale, è impossibile per il blocco sovietico. La Germania orientale non può raggiungere il livello di vita occidentale: la differenza è socio-economica, due sistemi che si affrontano davanti al muro di Berlino. Non si tratta soltanto della socializzazione dei mezzi di produzione: la differenza più profonda, risolutiva, è il fattore coloniale.
La polemica sull'arretratezza dei paesi cosiddetti socialisti non è mai stata sincera, né da parte dei difensori stalinsiti né da parte dei critici occidentali. Ma nessuno ha mai fatto menzione di questo fattore, cioè delle differenti storie dei due sistemi. Il fattore coloniale non esiste nella Germania Orientale, mentre nella RFT esso è fondamentale della ricchezza e della politica economica. Ecco perché la gente va da est a ovest e non vicerversa. Dalle due parti del Muro i lavoratori non stanno a ragionare su chi paga il benessere: vogliono la loro parte e basta.
Dal punto di vista educativo il "socialismo" della Germania orientale è stato un fallimento, e in effetti non c'è stata una rivoluzione sociale, non c'è stato un apprendistato per la trasformazione sociale. Tutto è accaduto per via militare, per l'arrivo dell'Armata Rossa. Sotto tutti i grandi problemi della Germania orientale - mancanza di libertà, stalinismo, ristrettezze materiali, rivolte degli intellettuali e (in passato) dei lavoratori - troviamo l'imperialismo della Germania occidentale.
La Germania orientale si potrebbe pertanto chiamare la parte "morta" dell'imperialismo tedesco.

Quando il muro è caduto, nel 1989, la Germania esportava capitali al ritmo di cinquantadue miliardi di dollari all’anno, mentre gli Stati Uniti erano importatori di capitali per ottantuno miliardi di dollari all’anno. La Germania investiva negli Stati Uniti più rapidamente che gli Stati Uniti in Germania. Da potente nazione creditrice alla fine della guerra, gli USA erano diventati il più grande debitore estero del mondo, con un debito estero maggiore di quello di tutto il Terzo mondo, mentre la Germania veniva seconda, dopo il Giappone, nella classifica delle nazioni creditrici.
I paesi del Terzo mondo nei quali la Germania si è espansa nei confronti e a spese (di già o potenzialmente) degli USA sono: Cile, Brasile, Argentina, Turchia (dominata militarmente dagli Stati Uniti, ma economicamente una neocolonia tedesca), Iran, Corea, Zaire e Sudafrica (dove gli USA hanno patito, mentre Germania e Giappone si sono avvantaggiati delle “sanzioni”).

La Germania ha sorpassato le sue vecchie rivali coloniali, Gran Bretagna a Francia; è il membro dominante della Comunità Economica Europea e della sua Convenzione neocoloniale di Lome, comprendente settantacinque nazioni. Dopo che Francia e Gran Bretagna hanno dato l’”indipendenza” alle loro colonie asiatiche e africane, la Germania ha fatto massicci investimenti in quelle ex colonie, in minerali, agricoltura, infrastrutture e industria, e con esse ha massicciamente accresciuto il suo tasso di “scambio ineguale” (importando materie prime al di sotto del loro valore ed esportando prodotti finiti e servizi al loro valore o più).

La Germania è stata il principale promotore del rovesciamento filocapitalista del sistema economico e sociale in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Russia e Ucraina; ed è potenzialmente il principale beneficiario dell’erroneamente detta “guerra etnica” in Jugoslavia che le apre la prospettiva di rigermanizzare i Balcani e di lì raggiungere il Mar Nero. L’intero progetto è “nuovo” nel senso di convertire un’area “socialista” stalinizzata, che conta trecento milioni di abitanti, in un nuovo Terzo mondo. Di questa controrivoluzione capitalista ha già beneficiato il programma neocoloniale tedesco di investimenti “prestiti” e di commercio con la parte ceca della ex Cecoslovacchia, con l’Ungheria e la Polonia. I suoi progetti balcanici dipendono dalla “vittoria” della NATO, della CEE e dell’ONU sulla Serbia. Il fallimento della capitalisticizzazione guidata da Eltsin e la disgregazione dell’Unione Sovietica sono ancor meno promettenti per le aspettative tedesche.
Le grandi speranze della Germania che l’ondata antistalinista facesse piazza pulita e portasse alla privatizzazione delle strutture collettive e del “sistema assistenziale” dell’URSS non si sono realizzate, almeno fino al 1993; si è creato invece un notevole blocco tra burocrati pro collettivisti e popolazione, e la tanto decantata “economia di mercato” capitalista e la privatizzazione sono crollate disastrosamente. La Germania era il paese che aveva investito di più in questo tentativo fallito, e ha subito anche i costi della Riunificazione.

Sia la politica nei confronti della Russia che l’incorporazione dell’ex Germania orientale si sono dimostrate negative. La seconda, tuttavia, sarà senza dubbio portata a termine, con il pagamento di buona parte dei costi da parte dei partner CEE della Germania (per esempio, con la caduta delle loro monete sotto ai limiti definiti dallo SME). Ma il futuro della Russia (e del vecchio sogno coloniale tedesco, l’Ucraina) resta incerto e fuori dall’immediata portata della Germania. Fin qui il “crollo del comunismo” è stato un disastro per il popolo e per l’economia dell’ex Unione Sovietica, e una delusione e un inaspettato rovescio per l’Occidente e in particolare per la Germania. Questo rovescio è non solo economico ma anche sociopolitico, dato che la Germania è diventata teatro del neonazismo e del razzismo contro i lavoratori turchi e gli immigrati dal nuovo “Terzo mondo”: Polonia, Russia, Croazia e Bosnia.

L’opposizione della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e, in misura inferiore, della Francia alla guerra “etnica” della CEE sotto la guida tedesca e alla spartizione etnica Vance-Owen della Bosnia (al modo del Sudafrica dell’apartheid!) ha intralciato l’espansione tedesca per procura (per mezzo dei gruppi croati e musulmani) in e attraverso la Jugoslavia. Ma questo ostruzionismo è causato dalla rivalità ed è stato meno efficace dell’esercito serbo, profondamente e potentemente armato, e della resistenza politica a quella che chiamano la “Terza guerra tedesca in Jugoslavia”. Le armi e le risorse per i “bosniaci musulmani”, provenienti dagli “stati islamici”, finanziate dalla Germania con l’approvazione degli Stati Uniti, hanno complicato gli sforzi del sud e dell’est del Mediterraneo per salvare i serbi dai tedeschi (che è il vero problema, e non “salvare i musulmani dai serbi”, come insistono a dire i mezzi d’informazione occidentali).
I legami storici tra la Russia e i serbi hanno ridotto il rifornimento di armi alla Bosnia e gli effetti dell’emargo antiserbo. Ciò potrebbe diventare un serio ostacolo ai progetti tedeschi, ma solo nel caso che il gruppo di potere filoccidentale di Eltsin fosse rovesciato da una riviviscenza dei gruppi anticapitalisti, compresi i burocrati ex gorbaceviani e i populisti nazionalisti ostili al Cremlino. Data la mancanza di spina dorsale e l’ossequienza al secessionismo della “sinistra” in Europa, chi resiste all’espansionismo tedesco in Europa orientale, nei Balcani e, forse, in Russia, in Ucraina e sul Maro Nero non può razionalmente nutrire alcuna speranza nella socialdemocrazia europea, che ad ogni modo, dopo il disastro delle elezioni francesi del marzo 1993 e la farsa italiana partiti-parlamento, è in uno stato di crisi quasi terminale.

Quando parliamo del “sogno tedesco” non pensiamo, naturalmente, a cose moralmente buone o neutre, tipo i sogni individuali del singolo tedesco per se stesso, la propria famiglia, i vicini e gli amici. Pensiamo alla direzione verso cui l’economia politica della Germania sta trascinando la gran maggioranza dei cittadini tedeschi di tutte le classi. Perfino le scarne statistiche economiche sopra riportate dimostrano che queste forze trainanti sono intrinsecamente espansioniste. Dopotutto, il capitalismo tedesco è stato responsabile di due guerre mondiali, del nazismo e dell’olocausto. Niente di quanto è accaduto dopo la fine della Seconda guerra mondiale ha portato la Germania fuori dall’”ecosistema” capitalista-colonialista. È logico che il “sogno tedesco” sia un’Europa guidata dalla Germania che europeizzi una volta ancora la Russia. È un nuovo sogno del vecchio Drang nach Osten.

Se i tedeschi si risvegliassero dal sogno, la prima possibilità sarebbe ripensare tutta la storia tedesca, da Carlomagno attraverso Bismarck e Hitler ad Adenauer, Schmidt e Kohl. La seconda sarebbe immaginare cosa si potrebbe costruire su Goethe, Beethoven, Hegel e Marx. La terza sarebbe costruire una Weltanschauung non-ariana e non-europea in filosofia, politica, economia e cultura quotidiana.
Una Germania risvegliata dal sogno e così civilizzata libererebbe la CEE dalla Germania e l’Europa dalla CEE, e inoltre aiuterebbe tutta l’Africa e metà dell’America e dell’Asia a liberarsi dalla “civilizzazione europea”.

Un risveglio della Germania diviene possibile solo dopo che l’Europa occidentale ha perso il suo Terzo mondo in Europa orientale, Africa, Asia e America Latina, se questa perdita è un guadagno per le popolazioni delle regioni interessate. Se invece questa perdita, anche solo parziale, si traduce in un guadagno per poteri rivali, come USA o Giappone, la Germania potrebbe rapidamente degenerare in un espansionismo neonazista. Tuttavia anche la liberazione coloniale dall’Europa occidentale non escluderebbe automaticamente la possibilità di una rinazificazione. Questa potrebbe verificarsi anche se il Terzo mondo dal quale la Germania dipende si liberasse da solo dall’imperialismo. Ma in questo caso il Drang tedesco fallirebbe, poiché sarebbe privo di risorse esterne e per riuscire dovrebbe riassoggettarsi la maggior parte del mondo, un’impresa estremamente difficile se non impossibile nella nostra epoca. I tedeschi dovrebbero allora riconsiderare il proprio passato e sviluppare per il proprio futuro una scelta basata su una società nella quale i criteri fondamentali sono felicità, uguaglianza internazionale e pace con la natura.

La proprietà privata, l’”economia di mercato” e il “progresso” hanno ridotto il mondo in uno stato tragico e prossimo al collasso tanto socialmente quanto ecologicamente. Il “collasso del socialismo” nell’ex URSS e in Europa orientale, le guerre contro Irak, Somalia, Jugoslavia, i palestinesi, la crescita del razzismo (anche nel “nuovo” Sudafrica), la crisi economica mondiale, l’effetto serra e la distruzione dell’ozono e delle foreste descrivono un quadro cupo e deprimente. Ma sarebbe sbagliato e irrealistico concluere per la disperazione e lo sconforto. Dopo tutto il quadro mondiale non è così nero e repellente come fu durante l’ultima crisi mondiale. Allora, solo per fare alcuni richiami, la Cina era dominata dal Giappone e l’India dalla Gran Bretagna; il franchismo governava la Spagna mentre l’Italia, sotto il fascismo, invadeva l’Etiopia; un pezzo dopo l’altro dell’Europa cadeva nelle mani dei nazisti; seguì poi l’olocausto di ebrei, russi e zingari; in Africa non c’era uno stato indipendente, anche solo di nome, e Roosevelt praticava il razzismo nel suo esercito... Negli anni 1935-44 chi avrebbe potuto seriamente pensare che nel 1949 la Cina si sarebbe “sganciata” dall’imperialismo; che dieci anni dopo Cuba l’avrebbe seguita; che i poveri e deboli vietnamiti avrebbero sconfitto a Dien Bien Phu la potente Francia e poi gli onnipotenti USA; che l’Europa si sarebbe liberata dell’incubo del nazismo e del fascismo per mezzo secolo?
Se solo facciamo lo sforzo di confrontare la crisi attuale con quella precedente e con la guerra mondiale, allora anche nella nostra epoca presente, cupa e apparentemente priva di vie d’uscita e di speranza, dobbiamo concludere che il pessimismo non è un realismo e che la speranza è realistica.


-- Hosea Jaffe - Del lavoro e altro, 1997

La forza lavoro nel G7/OECD lavora per il capitale di compagnie, molte delle quali sono multinazionali, del paese di appartenenza del lavoratore o di altri paesi G7/OECD. In senso globale tuttavia questo lavoro non è transnazionale: avviene all'interno del blocco dei paesi imperialisti. Ma la situazione è molto diversa per la forza lavoro del blocco dei paesi semicoloniali e "socialisti". Una quantità e una proporzione significativa di questa forza lavoro lavora per le multinazionali del blocco dei paesi imperialisti, direttamente o attraverso joint ventures (una finzione politica che maschera il dominio occidentale diretto o tramite il prestito di capitale), oppure indirettamente attraverso l'esecuzione di contratti nel Sud e nell'Est finanziati da prestiti di capitale occidentali, oppure ancora come lavoratori domestici industriali o come forza lavoro appartentemente assimilabile ai contadini autonomi, che produce prodotti agricoli per il consumo industriale nelle fabbriche possedute dalle corporazioni occidentali.
Lo spazio di lavoro può essere locale, nazionale o internazionale; il lavoro può essere svolto per un datore o un mercato locale, nazionale o internazionale. Il lavoro autonomo è di regola locale e raramente nazionale ma può essere anche transnazionale. Il lavoro autonomo internazionale è normalmente una forma nascosta di lavoro dipendente e di mercato del lavoro controllato dalle multinazionali, come le imprese giapponesi in Corea del Sud o quelle britanniche in India o Bangladesh, che distribuiscono lavoro a cottimo a domicilio. Lavorare per datori stranieri è la forma comune di sfruttamento della forza lavoro del Terzo mondo da parte del Primo mondo imperialista. Oggi la forza lavoro del Terzo mondo comprende i lavoratori dell'Europa orientale e della Russia, come quelli della Cina meridionale. Decine di milioni di abitanti dell'ex-Urss, dell'Europa orientale e della Cina ora lavorano direttamente o quasi autonomamente (joint ventures e simili) per corporazioni e per stati dell'Occidente. Tanto il gruppo dei paesi ex-socialisti quanto i paesi che continuano ad aderire a un modello socialista offrono al capitale occidentale un mercato crescente di lavoro a basso costo. In termini globali funzionano come semi-colonie, anche se non hanno le corrispondenti strutture politiche neocoloniali costituite dai governi dipendenti e dalla borghesia compradore.


-- Hosea Jaffe - La liberazione permanente e la guerra dei mondi, 2000

La teoria della liberazione permanente è già stata verificata nella pratica. La prima fase della rivoluzione permanente era stata realizzata dalle rivoluzioni sociali comuniste in Russia, Cina, Cuba, Vietnam e Corea. In tutti questi paesi la borghesia era troppo debole ed era sorta troppo tardi per poter concretizzare gli obiettivi di una rivoluzione borghese. Nel caso della Cina, di Cuba e del Vietnam, la borghesia nazionale era non solo fragile e nata tardi, ma presentava anche un carattere comprador, asservita e dipendente com'era dalle compagnie e dagli stati stranieri imperialisti (il Kuomintang in Cina, Batista a Cuba, i compradores di Saigon in Vietnam etc.).
Analogamente, la seconda fase internazionalista e antimperialista della liberazione permanente era già iniziata. Le rivoluzioni antimperialiste in Cina, Vietnam e Corea del Nord, in sostanza non erano che la effettiva continuazione della prima rivoluzione socialista del 1917. Inoltre, queste rivoluzioni contribuirono grandemente alla ripresa dell'Unione Sovietica dopo l'invasione nazi-tedesca del 1941-44, che costò la vita a venti milioni di persone e significò la distruzione di decine di migliaia di città e villaggi. Alla fine il crollo dell'Unione Sovietica avvenne nonostante l'apporto delle rivoluzioni semicoloniali e fu dovuto alla contaminazione della Cecoslovacchia e dell'Europa dell'Est, e quindi della stessa Unione Sovietica, ad opera dell'Europa occidentale. Questa grande controrivoluzione, che ha afflitto il mondo dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, ha neutralizzato l'influenza esercitata dalla rivoluzione cinese e dalle altre rivoluzioni semicoloniali. Tuttavia queste rivoluzioni si sono verificate, e continuano a verificarsi, e questo è uno dei fatti importanti sul quale si fonda la tesi antimperialista della rivoluzione permanente, e non si tratta di una serie isolata di fatti o di una serie di fatti isolati, bensì di una realtà storica che si è protrata dal 1917 fino al novo millennio.
La teoria della liberazione permanente prevede che questa realtà continuerà a ripetersi, a differenza dei primi grandi rivoluzionari di questo secolo, i bolscevichi, i quali coltivavano la vana illusione di un "pronto aiuto" da parte del "proletariato avanzato". Grazie a un processo lento e graduale, la liberazione permanente sta minando le fondamenta del "Primo mondo" e costringe i suoi lavoratori o a combattere o ad unirsi ai paesi del "Terzo mondo" che lottano per la liberazione. È improbabile che il proletariato imperialista, alla luce dei fatti e anche in linea di principio, possa schierarsi dalla parte dei lavoratori ex-coloniali, se prima non verrano sradicati i suoi interessi imperialisti. Questo sradicamento è, in ogni caso, un input primario della liberazione coloniale, e le sue conseguenze per i lavoratori imperialisti sono secondarie ma di grande valenza politica per entrambe le classi operaie del mondo.
La prima parte della teoria della rivoluzione permanente si occupava delle lotte di classe all'interno di un "paese arretrato", mentre la seconda parte era dedicata alla solidarietà internazionle. La liberazione permanente, invece, si occupa di una solidarietà che è radicata non nel contesto internazionale ma nell'ambito delle lotte e delle contraddizioni tra nazione e nazione. Questo internazionalismo si basa sulle lotte tra nazioni "arretrate" e nazioni "avanzate" che hanno origine dalla loro reale, oggettiva natura contraddittoria e conflittuale.


-- Hosea Jaffe - Abbandonare l'imperialismo, 2008

I comunisti tedeschi esteuropei e i socialisti tedeschi dell’Europa occidentale aiutarono Adenauer a fondare la CEE, stabilirono, insieme al socialismo francese, la Convenzione di Lomé. Fornirono la sponda economica materiale a quel comunismo e quel socialismo eurocentrici che affondarono la coraggiosa ma pesantissima nave dell’indipendenza e del socialismo africani. E sancirono fin da principio il fallimento della classe lavoratrice esteuropea, di quella inglese e di quella americana, che non riuscirono nemmeno a intraprendere quelle rivoluzioni sociali che avrebbero salvato o avrebbero potuto salvare la prima rivoluzione socialista e il suo Stato, l’Unione Sovietica, dall’annientamento ad opera dell’imperialismo, ovvero ad opera della “fase suprema del capitalismo”.
    Alla fine c’è una risoluzione della contraddizione e del conflitto tra due opposti modi di produzione. Finché questa contraddizione non diverrà inconciliabile, per usare un’espressione di Mao Zedong, tender
à a risolversi a favore del modo capitalista. La contraddizione si rende inconciliabile quando la vita sotto il capitalismo diventa assolutamente intollerabile per una parte di popolazione sufficientemente numerosa e capace di imporsi come classe.

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