joi, 4 octombrie 2012

Dal colonialismo all’imperialismo (una storia del colonialismo capitalista)



Il colonialismo prima del capitalismo

   Seicento anni dopo la nascita di Enrico il Navigatore viviamo ancora in un sistema coloniale. Un miliardo di noi, in Europa, Stati Uniti, Canada, Asia australe, Giappone, Israele e Sudafrica “bianco”, vivono nel cosiddetto “Primo Mondo”. Cinque miliardi di noi vivono invece nel cosiddetto “Terzo Mondo” e in paesi come la Cina e Cuba, che stanno da qualche parte tra il Primo e il Terzo Mondo.
   Quello che succede in paesi colonizzati come l’Iraq o in paesi imperialisti come gli invasori dell’Iraq – USA, Gran Bretagna, Italia, ecc. – ci fa sembrare di vivere in quella che possiamo chiamare l’epoca coloniale che precedette l’imperialismo, che sembra essere tornata per fare parte della nuova fase imperialista, come se la storia si ripetesse di nuovo. È come se per conoscere il mondo in cui viviamo dovessimo conoscere il mondo com’era prima dell’imperialismo.
   Ci fu colonialismo sotto la Repubblica e l'Impero Romano. Ci fu colonialismo in Asia, inclusa l'India Occidentale, sotto i greci di Alessandro Magno. Questi colonialismi, tuttavia, appartenevano all'epoca anteriore al capitalismo: cioè quando i romani e i greci avevano una società basata su un sistema di schiavitù. Alcuni sostengono che anche gli antichi egizi e gli etiopici in Africa, gli indiani ed altri in Asia, oltre agli incas e agli aztechi prima di essere conquistati e trascinati nell'Impero spagnolo, avessero un Impero coloniale. Tuttavia, queste società erano forme di quello che Marx chiamava dispotismo asiatico che può anche essere chiamato dispotismo comunitario. Si trattava di società basate su terre comuni e lavoro collettivo, a differenza di quelle della cosiddetta Europa dove la terra e il lavoro erano stati privatizzati molto tempo prima.
  Cosicché, il loro colonialismo non fu del tipo di cui stiamo parlando, cioè il capitalismo coloniale, che si basa su mezzi di produzione e lavoro privati. Inoltre il colonialismo capitalista è per sua natura globale (globale in quanto non sopporta, non può permettere la vicinanza, la coesistenza di altri modi di produzione e altre forme di società), mentre le colonie delle società precapitalistiche nella cosiddetta Europa (che non era mai esistita prima del colonialismo capitalista), oppure in Africa, Asia e America erano essenzialmente locali.
Per riassumere l'imperialismo è stato la fase finale di un periodo di cinquecento anni di colonialismo.
   Il colonialismo europeo cominciò con le conquiste in Africa, guidate dal principe portoghese Enrico, 600 anni fa. Il colonialismo continuò, dopo i viaggi del XV e XVI secolo di Colombo, Cabral, de Gama, Drake e di altri pirati coloniali, con le invasioni portoghesi, spagole, olandesi, francesi e britanniche, di India, Indonesia, Filippine, Messico e Perù. Tutte queste invasioni furono genocidi, che uccisero, molto tempo prima dell'olocausto nazista della seconda guerra mondiale, più di 200 milioni di nativi. Tutte furono accompagnate dal traffico di schiavi che, a sua volta, uccise 150 milioni di persone in Africa.


Il colonialismo capitalista e l’Europa

   Il capitalismo non può essere capito senza l’Europa. Il significato e la storia di ognuno sono inseparabili dal significato e dalla storia dell’altro. E questo si applica sia al presente sia al passato. La base del nostro antimperialismo è dunque: il colonialismo-capitalista significa Europa. Ne deriva di più: non si può essere antimperialisti se non si è anti-Europa, cioè contro l’attuale Europa del capitale a forti connotati imperialisti. 
   Il capitalismo cominciò, unicamente, in un’area geografica chiamata Europa. La maggior parte degli studenti e degli studiosi, come del resto la maggior parte della gente, pensano all’Europa come una data regione geografica e politica. La verità è che l’Europa è entrata nel nostro vocabolario solo perché li nacque il capitalismo e, in effetti, tale nascita fu uno dei successi principali del colonialismo. Gli antichi greci conoscevano “Europa” come una dea leggendaria, e non avevano un nome per l’area dove si trovavano attualmente la Francia, la Germania, il Belgio, la Scandinavia, ecc.
   In epoca precapitalistica gli abitanti delle città mediterranee non conoscevano l’Europa o la sua storia. Come potevano, dal momento che la storia dell’Europa cominciò con le prime azioni colonialistiche del capitalismo fuori da quella che ora è chiamata “Europa”, e cioè in Nordafrica, nei Caraibi, Messico, Perù, “Zanj” nell’Africa Orientale, Ceylon, India e nelle Filippine? Non stiamo affermando che la regione che oggi chiamiamo Europa non avesse, anche se non si identificava come unità, elementi culturali comuni. Basti pensare all’arte preromantica e romantica, diversissima nei vari paesi e pur riconoscibile, ai monasteri e agli scriptoria, alle università e alle scuole delle cattedrali, e a quanto di comune e di scambi culturali ed artistici va anche ravvisato nel Mediterraneo tra latini, arabi e bizantini.
   Ma quel comune che c’era tra paesi e poteri che si facevano guerra e che avrebbero continuato a farsi guerra non trovò un nome.
   Quando un nome fu dato fu un nome “contro”, un nome per conquistare e non per approfondire, vivere, accogliere; e proprio quelle terre che avevano visto l’accoglienza di popoli e l’abbraccio tra culture e religioni diverse dimenticarono i tempi della caduta dell’impero romano e della confluenza ed incontro tra i popoli e diventarono il luogo di partenza dell’aggressione coloniale.
   L’Europa per il resto del mondo scaturì dallo scontro tra le civiltà delle comunità con terre e lavoro collettivi e le civiltà privatizzate, con proprieta privata della terra e del commercio e schiavi posseduti privatamente, servi o lavoratori salariati. Le prime erano tipiche delle Americhe, Asia, Africa e isole oceaniche, le altre di quella che fu conosciuta come l’Europa Occidentale. L’Europa non esisteva come entità sovranazionale o “multinazionale”, né come economica politica, prima del colonialismo capitalista, né quest’ultimo prima dell’”Europa”. L’Europa, per lo storico ionico Anassimandro di Mileto, e per altri geografi vissuti prima di Cristo, era semplicemente una vaga massa di terra a nord del Mediterraneo, a sud della quale si trovava l’”Africa”. Per Erodotto e Tucidide non c’erano europei, solo greci, traci, sciiti, ecc.
   Lo stesso Erodoto era nato a Caria, in Asia e si considerava non un europeo ma un greco asiatico1. La Grecia antica sfruttava schiavi di tutti i colori, né vi erano razze nella sua storia e mitologia. Il concetto di razza moderno nacque solo intorno all’anno 1000 dopo Cristo nelle Crociate feudali cattoliche, finanziate dalle ricche famiglie di commercianti genovesi, pisani e veneziani. Il modo di pensare delle società classiche del Mediterraneo è evidente nelle origini mitiche dei nomi dei tre continenti: il nome Asia, per i greci, veniva da quello della moglie del dio Prometeo. Erodotto scrisse: “Per quanto riguarda l’Europa nessuno sa se è circondata dal mare o da dove abbia preso il suo nome, o chi gliel’abbia dato, a meno di dire che venne da Europa la donna di Tyro2 ossia da una dea Fenicia, che aveva anche legami con Cartagine in Libya”, il nome pre-europeo dell’Africa. In breve, l’Europa precapitalistica aveva un nome non europeo.
   Il nome “europeo” era una rarità nell’uso comune fino ai viaggi coloniali di Colombo nel XVI secolo, quando il primo europeo prese corpo per distinguere gli invasori e conquistatori “bianchi” dagli ostili o conquistati “asiatici”, “africani” e “indiani” (d’America). Quando gli spagnoli, portoghesi, britannici, scandinavi, italiani, francesi e altre nazioni collettivamente invasero e conquistarono la terra dei nativi americani, asiatici e africani, vedevano se stessi, ed erano visti, come una collettività di nazioni, la multi-nazione europea. Erano visti e si vedevano non solo come cittadini di una Nazione (italiani, francesi...) ma anche e soprattutto, come si vide nei secoli dopo Colombo, come europei.
   Il termine europeo apparve nella letteratura inglese intorno al 1603-1607, in Francia solo nel XVIII secolo (Larousse). Il significato e l’uso dei termini “europeo” e “razza” coincisero con i picchi più alti del colonialismo. Per distinguersi dai conquistati, spogliati, segregati o massacrati “nativi” africani, americani e asiatici, l’Europa era necessaria ai colonizzatori non solo come una terra comune. Essi “scoprirono” non solo l’America, ma, cosa più importante, che loro, gli spagnoli, olandesi, francesi, britannici e altri colonialisti, erano di nazioni diverse ma della stessa razza, la cosiddetta razza bianca europea. In questo modo le scoperte europee scoprirono gli “europei”.
   L’Europa moderna non era solamente una realtà sociale ed economica coloniale, ma anche una necessità ed economica coloniale, ma anche una necessità psicologica per la conquista e l’esproprio dei popoli non-europei. Quindi anche il razzismo era ed è intrinseco all’Europa, così come costruita nel sistema capitalista.
   L’antimperialismo marxista e leninista si basa sul principio anti-europeo dell’”anti-colonialismo”. Trattare questo aspetto come se fosse solo una questione di analisi e pratica economica significa indossare quello che Luciano Vasapollo e Joaquin Arriola hanno chiamato “la dolce maschera dell’Europa”3 che nasconde dal panorama storico e contemporaneo il magior crimine dell’Europa contro l’umanita: il crimine del razzismo.


L’accumulazione capitalistica primaria

   Almeno a partire dai viaggi costruttori di nazioni (Portogallo e Spagna) e distruttori di nazioni (Messico, Perù, Marocco, ecc.) di Enrico il Navigatore e di Colombo, nel XV e XVI secolo, si era messo in moto un processo fondamentale, cioè il processo di accumulazione capitalistica primaria. Questo fu il principale significato storico-economico, la funzione e il compito del colonialismo europeo.
   Marx non aveva usato mezzi termini a proposito di questo processo: “Le scoperte dell’oro e dell’argento in America, lo sterminio degli indigeni, in alcuni casi, la loro messa in schiavitù o la loro sepoltura nelle miniere in altri, gli inizi della conquista e del saccheggio delle Indie Orientali; la trasformazione dell’Africa in una zona adibita alla fornitura di neri che erano la materia prima per il traffico di schiavi, questi furono gli avvenimenti che caratterizzavano l’alba dorata dell’era della produzione capitalista. Questi furono i processi idilliaci che formarono i fattori chiave dell’accumulazione primaria”. E continuava: “Sotto l’influenza del sistema coloniale, il commercio e la navigazione maturaronon come frutti in una serra. Le compagnie privilegiate furono potenti strumenti per promuovere la concentrazione del capitale. Le colonie fornirono un mercato per le crescenti manifatture, e il monopolio di questo mercato intensifico l’accumulazione”4.
   La maggior parte dell’accumulazione primaria consisteva non nel cambiare la società feudale in una società capitalista per mezzo della lotta di classe all’interno della stessa Europa, ma nel processo globale di colonizzazione descritto più sopra da Marx. Il colonialismo fu la nascita sanguinosa sia del capitalismo sia dell’Europa. Quello che si può chiamare il “colonialismo primitivo” di 500 anni fra le Crociate e le “scoperte” di Colombo fornì un grosso contributo dell’accumulazione primaria necessaria.
   I viaggi di Marco Polo dalla Venezia mercantile (che aveva le proprie colonie lungo l’Adriatico e in Medio Oriente) verso e all’interno della Cina, descritti nel 1272, il viaggio documentato dei fratelli Vivaldi, finanziati dai genovesi, a Mogadiscio nel 1291, la spedizione italo-portoghese alle isole Canarie nel 1341, l’ordine di papa Clemente VI del 1364 ai mercanti francesi di Dieppe e Rouen di conquistare le Canarie, le mappe dettagliate degli ebrei arabi, Abraham Cresques che mostra il commercio spagnolo a Timbuctu, nel fiorente reame del Mali nel 1375, l’invasione delle Azzorre da parte del Portogallo nel 1431, l’accettazione da parte di papa Martino V di dieci schiavi dall’africano Rio de Oro come dono del principe Enrico nel 1441 – che in pratica benediva l’inizio del traffico di schiavi europeo in Africa -; tutti questi furono fra i primi segnali dell’accumulazione originaria, molto prima dei viaggi di Diego Cam e De Gama in Africa e di Colombo nei Caraibi alla viglia del 1500.
   Il colonialismo fu un fulcro primario nella trasformazione dal feudalesimo al capitalismo in Europa. Il traffico di schiavi dall’Africa Occidentale al Brasile e al Nord America coinvolse mercanti normanni e tedeschi e diede prosperità alla lega anseatica e alle gilde olandesi e tedesche e al cattolicesimo5.
   Il commercio di schiavi e il colonialismo schiavista costruirono i porti di Amburgo, Anversa, Dieppe, Bordeaux, Bristol, Liverpool e Plymouth e i mercati di Francoforte, Strasburgo, Lione e Liegi. Dal 1460 l’Italia e il Portogallo utilizzano schiavi per trasportare l’oro dai porti africani di Orano, Agadir, Ceuta e Tunisi. Dal 1470 il mercante fiorentino Benedetto Dai vendeva vestiti lombardi nella città-Stato di Timbuctu nel Mali. Nel 1471 Fernando Po occupò il golfo di Guinea in Africa Occidentale e subito dopo iniziò un sistema di piantagioni a Capo Verde che fu poi esportato in Brasile da mercanti-schiavisti ebrei e cattolici. L’estrazione di oro dal Ghana rendeva in media annualmente una cifra impressionante di dollari attuali già nel decennio prima del primo viaggio di Colombo, e lo storico francese Mauney stimava che questo oro fu una componente importante nell’accumulazione originaria dell’Europa del XV secolo. La schiavitù nei Caraibi e negli Stati Uniti fu il ‘fondamento di cotone’ della rivoluzione industriale inglese. La tanto decantata “rivoluzione borghese” in Francia (1789-93) e in Inghilterra (capeggiata da Cromwell 1644-55) e la libertà dell’Olanda dalla Spagna nel 1548 furono finanziate dal commercio e dalla schiavitù di gigantesche compagnie mercantili oceaniche, come la Compagnia delle Indie Orientali Olandese. La borghese francese era già da decenni in piena fiorente economia prima del 1789 grazie alla sua flotta mercantile coloniale. Il potere francese sui mari aveva svuotato il feudalesimo di gran parte della sua economia già durante le guerre coloniali e i carichi di schiavi attraverso l’Atlantico sotto re Luigi XIV, due regni prima che la rivoluzione decapitasse Luigi XVI. In breve, il colonialismo fu la balia del capitalismo francese.


Il colonialismo europeo e il genocidio

   I “capitalisti”, in quanto detentori del fattore capitale, esistevano ben prima del capitalismo. In questo senso c’erano “capitalisti” anche nelle società “comuniste primitive”, che oggi esistono solo in poche regioni, come l’Amazzonia Occidentale. I capitalisti erano presenti nei modelli di produzione basati sugli schiavi dei greci e dei romani, nei dispotismi comunitari come l’Egitto dei faraoni, Babilonia, l’antica Cina, l’India e i regni degli inca e degli aztechi e nell’epoca feudale in Francia, Spagna e Germania. Ma questi capitalisti, compresi quelli che esercitavano una considerevole influenza finanziaria e anche politica a quei tempi, come gli ebrei nel Portogallo, Sicilia e Spagna governati dagli arabi, erano o attivi come individui o come classe subordinata. Non erano una classe dominante.
   Perché ciò accadesse c’era bisogno di una rivoluzione “modale”, cioè nel modo di produzione, un cambiamento radicale che generasse un nuovo modello di produzione; il modo capitalistico di produzione. Ciò accadde prima nell’Europa Occidentale; tra le sue cause vi fu il colonialismo europeo, un processo che riguardava molti paesi in molte parti del mondo.
   L’era di Enrico e Colombo creò potenze coloniali come l’Inghilterra, la Francia, il Portogallo e la Spagna. Le potenze coloniali originarie sono ancora oggi, nel XXI secolo, il blocco dei paesi imperialisti, guidati dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dal Giappone.
   La divisione internazionale dei paesi è stata basilare, strutturale e permanente ed è durata per più di 500 anni.
   Il colonialismo di Colombo ha creato il seguente blocco di paesi coloniali, i quali divennero tutti imperialisti a partire dalla fine del XIX secolo: USA, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Giappone, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Austria, Svizzera, Portogallo, Spagna, Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Irlanda, Grecia, Israele e in modo unico, il gruppo razziale dei “bianchi” sudafricani. La maggior parte di questi paesi, più l’anomala Turchia, sono membri dell’organizzazione imperialista OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). Gli altri 166 sono, da una parte (i) paesi  ex coloniali che hanno fatto rivoluzioni socialiste nel XX secolo, come Cina, Vietnam, laos, Cambogia e Cuba (alcuni dei quali sono stati declassati nel tipo coloniale del “Terzo Mondo”), oppure (ii) paesi ancora coloniali o semi-coloniali in Africa, America, Asia e isole oceaniche.
   Abbiamo visto che fin dalla sua nascita il sistema capitalista era colonialista. In effetti il capitalismo divenne un sistema grazie al colonialismo. I finanzieri, commercianti e industriali colonialisti divennero una classe sufficientemente forte per sconfiggere il feudalesimo in casa propria a causa della potenza economica che diede loro il colonialismo. Si tratta già di potenze coloniali ancor prima di conquistare il potere politico nei rispettivi paesi. Utilizzando le tre grandi invenzioni cinesi, la polvere da sparo, la bussola e la stampa, i capitalisti europei, con l’appoggio anche della Chiesa e delle monarchie feudali, saccheggiarono il resto del mondo. I conquistadores, i mercanti di schiavi, gli schiavisti, i soldati, i missionari e i mercanti diedero a questi capitalisti la terra, le materie prime, i metalli preziosi e il lavoro a basso costo di cui avevano bisogno per rovesciare il feudalesimo e diventare la classe dominante in Europa. Nessuna di queste risorse strategiche era disponibile in quantità sufficiente in Europa. L’Europa era carente per natura di tutti questi elementi e aveva a disposizione al suo interno solamente ingenti quantità di ferro. D’altra parte va ricordato che le più decise critiche al colonialismo nascente furono dovute a figure come Las Casas e Vitoria per l’America Latina, Francesco Saverio, Nobili e Ricci per l’Asia (le stesse costituzioni di Propaganda fide, poi dimenticate, intendevano porre un’opposizione tra incontro missionario e invasione coloniale).
   La ricerca delle risorse di capitale di base per mezzo del colonialismo causò le guerre e il genocidio coloniale che, a loro volta, distrussero grandi civiltà non-europee. Queste civiltà pagarono con la distruzione di massa e con la loro stessa esistenza il fatto di aver fornito al capitalismo europeo il principale capitale fisso (la terra) e variabile (il lavoro)6. 
   Nel 1800 la popolazione dell’Africa era di 100 milioni di persone, la metà di quella europea, 190 milioni. Oggi, due secoli dopo, la popolazione africana è quattro volte superiore a quella del 1800, mentre quella europea (fino agli Urali) è di tre volte e mezzo superiore, malgrado l’esodo verso le Americhe della metà della propria popolazione7.
   Il genocidio europeo fu perfino maggiore nelle Americhe. Già nel marzo 1495, durante il secondo viaggio di Colombo, suo figlio Hernando raccontava gli scontri tra razzismo e resistenza armata. “Ogni spagnolo si gettò sugli indiani rubando e catturando le loro donne. Il cacicco di Magdalena, il cui nome era Guatigana, uccise dieci cristiani... Tutti i cacicchi e re erano d’accordo di non rinnovare l’obbedienza alla Spagna”8.
   L’inconciliabile lotta tra i non-europei e gli europei era allo stesso tempo una lotta di classe e quello che potremmo chiamare una lotta modale (cioè fra modi irrimediabilmente antagonistici di produzione, per esempio tra la modalità capitalistica europea e la modalità comunitaria).


Le guerre di conquista coloniale in America (1492-1900)

   Il capitalismo coloniale europeo non sarebbe mai riuscito a conquistare le Americhe senza l’aiuto dei suoi emigranti. Nel caso del Brasile, occupato dal 1500 quando vi sbarco Cabral, portoghesi, tedeschi, britannici, ebrei espulsi dalla Spagna e dal Portogallo nel 1492 furono tra i più antichi colonizzatori, razziando schiavi dalle coste dell’Africa Occidentale e spedendoli ai proprietari di piantagioni in Brasile. I brasiliani europei furono sfruttatori razzisti degli amerindi per circa cinque secoli. Non e possibile comprendere il colonialismo in Brasile senza una conoscenza approfondita della storia dei colonizzatori europei del Brasile9. Fra i coloni c’erano ebrei perseguitati nei ghetti anti-arabi e anti-ebrei e nelle espulsioni dal Portogallo nel XIV e XV secolo. Gli ebrei perseguitati divennero schiavisti e persecutori degli indios e degli africani in Brasile, nelle Azzorre e nelle Canarie. Perfino Rembrandt illustro libri per gli ebrei che scappavano dall’anti-semitismo di Amsterdam per diventare “Signori degli schiavi” nelle Indie Orientali olandesi10. In modo simile i lavoratori viticoli non-europei colonizzati in Sudafrica sono stati per tre secoli vittime degli ugonotti che erano scappati al Capo dai massacri seguiti alla revoca dell’Editto di Nantes nelle città del Languedoc e nella stessa Parigi.
   Malgrado le presunte ragioni (povertà, persecuzuibu religiose, ecc.) dell’emigrazione di francesi, italiani, inglesi e altri colonizzatori dell’America e dell’Africa, non può esserci giustificazione nei casi in cui gli occupanti, che pure scappavano dalla loro miseria, hanno commesso genocidio ed espropriato gli indigeni come in Brasile, Argentina, Canada, Australia e Stati Uniti. Questi sono alcuni dei nostri “limiti” riguardo agli emigrati e contadini europei, inclusi quelli dell’Italia del Sud. Per noi questi territori di sfruttamento sono stati e sono tuttora largamente di natura colonialista, molto dopo che l’imperialismo ha trasformato contadini poveri in piccoli borghesi.
   Fino a tutt’oggi l’emigrazione europea ha fatto sì che la popolazione brasiliana diventasse la metà di quella del Sudamerica. Gli emigranti che arrivarono dopo la “scoperta” del Brasile da parte del navigatore portoghese Pedro Alvares Cabral e poi dai viaggi di Amerigo Vespucci (1451-1512) usarono gli “indiani” come soldati (contro i rivali olandesi e francesi) e come schiavi. Quelli che scapparono furono cacciati e uccisi dai coloni dal XVI al XVIII secolo. “La colonizzazione portoghese causo la scomparsa di varie tribù e in generale la diminuzione della loro consistenza numerica, la quale scese da alcuni milioni nel XVI secolo a poche centinaia di migliaia alla fine del XX secolo”11. In pratica la conquista del Brasile sterminò una popolazione che sarebbe stata, oggi, uguale a quella attuale del Brasile.
   Durante questo genocidio i coloni importarono circa quattro milioni di schiavi dalle colonie portoghesi dell’Africa Occidentale dal XVI al XIX secolo. Molti scapparono verso l’interno (“quilombos”). Solo nel XIX secolo cinque milioni di europei emigrarono in Brasile. Molti si dedicarono alla caccia agli schiavi con spedizioni militari verso l’interno, attrati dalle “corse all’oro” e dai prezzi della merce brasiliana (zucchero, caffè) sui mercati mondiali. In tutto questo, la ricerca di forza lavoro a basso costo da parte dei coloni fu agevolata dagli aiuti delle missioni gesuite.
   Dalla meta del XIX secolo, quando gli schiavi furono liberati, divenne pratica comune per il 62% dei coloni brasiliani “bianchi” di tutte le classi sociali non impiegare schiavi liberati, che furono lasciati morire di fame e di stenti fino a che si riorganizzarono nelle grandi città di San Paolo, Rio de Janeiro e Bahia. Questa migrazione ha causato il raddoppio della popolazione urbana, che ha raggiunto il 66% di quella totale nel 2000. La tirannia razzista della colonizzazione era continuata dopo le vittoriose lotte per l’indipendenza che nel 1822 diedero vita all’”impero del Brasile”, sotto il principe Dom Pedro, discendente della monarchia portoghese.
   Il genocidio praticato dai coloni in Brasile fu il modello per il resto del Sudamerica, ad eccezione dell’impero inca. Quest’ultimo era un modello di produzione e di formazione sociale di tipo dispotico-comunitario, a differenza della maggior parte del resto del Sudamerica dove i coloni sfruttarono un modo comunitario di produzione composto da raccoglitori, cacciatori e pastori organizzati in domini comunitari (le cosiddette “tribù”), reami e anche società matriarcali. I coloni trovarono più facile spazzare via la resistenza in queste società “comuniste primitive” (così come individuate da Marx) comparate con le più grandi e socialmente più evolute società comunitarie dispotiche come gli inca, i maya e gli aztechi.
   In Argentina, Uruguay, Paraguay, Venezuela, Colombia, Cile, Guyana e Suriname la caccia sanguinaria agli schiavi e il genocidio degli indios furono il primo compito degli emigranti dall’Europa, specialmente spagnoli e italiani, il cui “lavoro” principale e specializzato era l’attuazione di un vero progetto di genocidio pianificato degli indios; si pensi che questi ultimi erano mezzo milione prima dell’inizio della colonizzazione dell’Argentina nel 1500, ma che ora sono ridotti a meno di 100.000 (invece delle decine di milioni che costituirebbero la popolazione normale dopo 500 anni).
   In Argentina gli immigranti venivano soprattutto dalla Spagna (31%) e dall’Italia (44%), ma anche dal Cile e da altri Stati sudamericani. Nel 1800 i “bianchi” erano una minoranza di circa 400.000 abitanti, ma dal 1857 al 1939 si erano aggiunti un totale netto di tre milioni e mezzo di coloni europei12. Il genocidio degli “indiani” da parte dei coloni fu una normale attività in Argentina, Cile13, Uruguay e Paraguay dopo la conquista spagnola nel XVI secolo, e in Suriname dopo la conquista da parte dell’Olanda e la messa in schiavitù. In queste colonie il sistema sociale sconfitto era quello del “tribalismo” o del “comunismo primitivo” di cacciatori, pastori e raccoglitori e coltivatori stagionali. La presenza contemporanea di coloni e società comunitarie (e schiavi nel caso del Suriname sotto il dominio della Dutch West Indian Company nel XVII e XVII secolo) permise la formazione di un tipo di colonizzazione razzista e genocida, sul modello selvaggio del Sudafrica.
   D’altra parte, quando gli spagnoli conquistarono strutture sociali dispotiche comunitarie, come quelle degli incas in Peru, degli aztechi in Messico e la grande civilta andina in Bolivia14, Venezuela, Colombia ed Ecuador, non riuscirono a spazzare via la massa dei popoli conquistati malgrado genocidi barbarici (menzionati, come abbiamo visto, dallo stesso Marx). In queste colonie le guerre di conquista del XVI secolo divennero motivi di rivalsa nel XX e XXI secolo.
   I preti cattolici che misero a morte i ribelli maya inventarono la teoria di una rivolta contadina contro una teocrazia per spiegare il collasso imposto ad una grande civilta. In realta Chichén-Itzà, Copán, Tajìn e altre città-Stato dei maya erano molto laiche e il loro Dio principale era “il tempo”. I numerosi sopravissuti furono massacrati dagli stessi spagnoli che avevano ammirato le loro città15.
   De Alvarado, de Cordoba, de Montejo e lo stesso Hernan Cortes intrapresero una sanguinosa conquista nel 1521 che alla fine sconfisse la resistenza dei maya nel 1546. La Spagna uso la regola del “divide et impera” nella suddivisiona delle tribù per evitare focolai di resistenza. “I maya della penisola (Yucatán) furono atterritidalla crudelta spagnola, le truppe spagnole insieme con i coloni e i preti massacrarono i loro convertiti maya durante la luna piena dell’8 novembre 1546. La città-Stato guatemalteca dei quiché, Utatlán, cadde di fronte agli spagnoli e ai loro alleati messicani nel 1524, ma il sole nel cielo divenne rosso a causa del loro sangue” scrissero gli scribi quiché. I maya furono condotti in schiavitu nelle miniere d’oro e d’argento, spediti come schiavi nei Caraibi, uccisi dal vaiolo, dal morbillo e dal tifo degli europei e “Dopo un secolo di occupazione spagnola di quello che oggi e il Messico forse il 90% della popolazione indiana e scomparso”16, questo significa circa 50 milioni di persone (più della popolazione europea dell’epoca).
   Il destino della civilta azteca (1168-1521) nelle mani di conquistatori spagnoli fu simile. Per distruggere la metropoli di Tenichtitlan, che contava 60.000 commercianti e 300.000 abitanti, la Spagna non colpi al corpo ma alla testa del Messico: cioe l’imperatore Montezuma Xocoyotzin, il quale all’eta di 34 anni era stato incoronoato alla morte del fondatore dell’impero, Ahuitzotl (atrocemente accusato da fra’ Diego Duran di aver sacrificato 80.000 persone nel 1487 nelle celebrazioni del grande tempio di Tenochtitlan).
   Lungi dal soccombere di fronte alla Spagna gli aztechi resistettero fino a che furono sopraffatti dalla caduta dei loro alleati tlaxcaltechi per mano dell’armata di Cortés17; avvenne cosi il massacro di migliaia di combattenti nella corte di Cholula e l’assassinio di Montezuma dopo che Cortés arrivo sulla strada principale di quella che confesso essere di gran lunga più grande di qualunque città spagnola. Montezuma diede doni in oro e sistemo i suoi “ospiti” nel palazzo del suo padre, Axayácatl. Cortés tenne l’oro lavorato per Carlo V, re di Spagna, e ne fuse molto altro in lingotti, quel “bene universale” che stava per trasformare il commercio e l’industria europea anche attraverso il grande arricchimento di nuove classi mercantili. Fra queste le gilde della zona del Reno, gli usurai e i mercanti della lega anseatica, i monopoli mercantili che dominavano il commercio via mare, le casate finanziarie dei Ravensburg, la famiglia Meutling ad Anversa dal 1479, la famiglia Hochsetter dal 1486 e i potenti Fugger e Welser che finanziarono l’invasione armata del Venezuela nel 1527; tutto cio interesso molto Marx. Durante un tributo religioso al dio azteco, Huitzilopochtli, gli spagnoli chiusero le uscite e, come a Cholula, massacrarono la congregazione. Molti aztechi considerarono Montezuma un traditore e lo sostituirono con suo fratello Cuitlahuac, un figlio di Ahuitzotl, che come alcuni dicono feri a morte gli spagnoli. Altri dicono che Montezuma fu ucciso da Cortés il 30 giugno del 1520, quando gli spagnoli, timorosi della vendetta degli aztechi lasciarono la città, solo per essere uccisi nelle centinaia di canali e lagune dei dintorni.
   Nel gennaio del 1521, Cortés, dopo aver messo in schiavitu 20.000 abitanti di Tlaxcala per costruire una flotta di brigantini a Texcoco, guido 20.000 uomini, inclusi i suoi alleati messicani, a Tenochtitlan, distrusse la flotta messicana a cannonate e frantumo le mura della città. Gli aztechi resistettero strada per strada, laguna per laguna, giustiziando i prigionieri spagnoli catturati e sacrificandoli al loro dio del sole. Cuauhtémoc che guidava la riscossa azteca fu catturato in battaglia dopo una resistenza di quattro mesi. Cortès lo fece impiccare. Cuauhtémoc e venerato in Messico, e Cortès in Spagna, dove il grande artista veneziano ne fece il ritratto.
   Il cronista dei conquistadores, Pedro Cieza de León, scrisse nel 1540 a proposito della città inca di Cuzco: “nessuna strada maestra e grandiosa come questa... è pulita e lustra dovunque, con alloggi, negozi e templi... Oh, si potesse dire altrettanto della grandezza di Alessandro... Le strade romane che attraversano la Spagna di cui abbiamo letto non sono niente rispetto a questa”18.
   Nel 1527 Pizzato vide i palazzi reali a Cuzco e capi che distruggendoli l’intera economia politica, non solo quella della famiglia reale, sarebbe crollata da cima a fondo. Quando l’Inca torno da una campagna in Ecuador trovo Cuzco nella morsa del vaiolo e del morbillo. L’Inca morì nel 1530 insieme a 4.000 cittadini del Cuzco che non erano immuni dalle malattie europee.
   Nel 1532 l’analfabeta Francisco Pizarro giustiziò i capi locali, piazzo spie dietro i fratelli reali Atahuallpa e Huascar e attacco Cajamarca dove Atahuallpa era accampato con 6.000 nobili sulla via della sua incoronazione a Cuzco. Su consiglio del loro sacerdote, Vicente de Valverde, gli spagnoli catturarono Atahuallpa e ottennero un riscatto in oro che riempiva una stanza di 5 per 7 per 2 metri, più altre due stanze simili piene di argento, per un totale di 40 tonnellate di metalli preziosi, una fortuna per qualunque Stato europeo19. Ad ogni soldato spagnolo furono dati 20 chilogrammi di oro e 40 di argento da presentare al re di Spagna. Padre Valverde supervisiono l’esecuzione di Atahuallpa, il quale “accetto il battesimo” per salvarsi dall’essere bruciato vivo, il che secondo lui gli avrebbe impedito la mummificazione e l’immortalita. Fu garrotato e il suo corpo distrutto per impedire alla sua mummia di riunificare il Tahuantinsuyu. Topa Huallpa fu messo sul trono come Inca fantoccio a Cuzco nel 1533. Il pretendente Inca, Manco Inca Yupanqui, fratello di Huascare, guido una rivolta popolare nel 1535, ma si ritiro mentre Tupac Amarui governava sull’ombra dell’impero distrutto. Da allora in poi gli incas e i loro alleati divennero forza lavoro schiavizzata per gli spagnoli e i loro coloni.


Gli USA come colonia (1609-1776)

   I futuri Stati Uniti d’America (USA) erano una colonia britannica virtualmente gia dal fallito insedimaneot capeggiato da Sir Walter Raleigh nel 1583 sull’isola di Roanoke al largo delle coste della Carolina, seguito dalla fondazione di una colonia in Virginia nel 1607 (un anno prima che Champlain prendesse il Quebec agli “indiani”).
   Nel 1609 Sir Thomas Dale dichiaro gli “indiani” in Virginia una razza infeiore che occupava “terra a basso costo” che lui reclamava per i coloni. Nel 1610 l’Inghilterra nomino Lord Deleware governatore della Virginia, dichiarandola di fatto la prima colonia britannica in America. Nel 1618 il “capo indiano” Powhatan (1550-1618) mori lottando contro i coloni.
   Nel 1619 i primi schiavi africani furono sbarcati in Virginia, rendendo cosi il traffico di schiavi e la schiavitu stessa parte integrante del colonialismo britannico. Proprio nello stesso anno, il 1619, dopo che Sir Samuel Argall fu nominato governatore, i coloni tennero la loro prima “assemblea legislativa” a Jamestown in Virginia, di fatto unificando il colonialismo e lo schiavismo con la “democrazia”. Il 21 dicembre 1620 i padri “Pellegrini”, puritani cristiani inglesi, sbarcarono a Plymouth nel futuro New England, vicino alla futura New York. Nel 1622 “la colonia in Virginia fu quasi sterminata dagli indiani”20: intanto l’anticolonialismo si era diffuso dal Sud e Centro America verso il Nord America.
   Nel 1623 la Massachusetts bay Colony divenne una “Compagnia Privilegiata” e fece i suoi primi insediamenti di coloni a Salem nel 1629. Un’altra compagnia coloniale fu fondata da Lord Baltimore nel Maryland nel 1632 e gli occupanti comprarono la colonia di Plymouth dall’Inghilterra nel 1637. I coloni europei furono il braccio del genocidio e il tallone schiavista del dominio europeo. Cosi nel 1637 i coloni “sterminarono” gli indiani pequot come se fossero animali selvatici21. Nel 1625 l’invasione genocida dei britannici raggiunse il Mainte, al confine con il Canada, dove gli “indiani” resistevano tenacemente ai francesi.
   Nel 1620 Peter Minuit “acquisto” l’isola di Manhattan dagli “indiani” e “fondo” l’insediamento olandese di New Amsterdam che divenne poi la città di New York quando fu occupata dall’inglese Duca di York nel 1664. Il governatore olandese di New York, Stuyvesant, fondo la Nuova Svezia su terra “indiana” nel 1655. Nel 1662 il re Carlo II concesse al Connecticut un Royal Charter, anticipando cosi la futura indipendenza dei coloni. Questi coloni massacrarono gli indiani che si erano ribellati in massa nel 1675-’76 sotto il loro re Metacomet (morto nel 1676), conosciuto anche come “re Philip”. La civilta europea avanzo con passi sanguinari in Virginia, Maryland, Georgia e Massachusetts ma sembro pacifica quando William Penn fondo la colonia della Pennsylvania per altri coloni cristiani nel 1682. Ma sia i coloni inglesi sia quelli tedeschi (come gli amish e i menoniti) presero le terre indiane con la frode e l’inganno, e se non bastava con la forza delle armi. I quaccheri che si rifiutarono di uccidere i nativi furono processati e impiccati a Boston nel 1659.
   In Canada gli inglesi e i francesi si combatterono sulle terre indiane e usarono i nativi come soldati per piu di un secolo, fino a che nel 1759 entrambi i generali, Wolfe per gli inglesi e Montcalm per i francesi, morirono nella battaglia per il Quebec. Il Canada divenne una colonia britannica nel 1760. I coloni combatterono e vinsero la guerra di Indipendenza (dal 1774 fino al trattato di Parigi del 1903) con lo scopo di diventare essi stessi una presenza coloniale. Erano razzisti, schiavisti e genocidi mentre gli Stati Uniti erano ancora una colonia.
   La ragione per cui, a differenza di Brasile, Argentina e altre colonie, gli Stati Uniti spezzarono la barriera fondamentale fra una colonia e il potere coloniale, fu perche, diversamente da queste altre colonie, gli Stati Uniti avevano una regione internazionale, centrata su New York, che mediava i commerci fra gli altri Stati della Federazione e il resto del mondo, che investiva i profitti della schiavitu nel Sud e dal commercio degli schiavi. New York era il centro che connetteva il capitalismo coloniale in tre continenti: Europa, Africa e America.
   Durante la guerra di Indipendenza l’odio degli indiani per i coloni era cosi forte che molti indiani si arruolarono con gli inglesi (per esempio i cosiddetti Tories e la guerra indiana del 1778, in cui le truppe americane furono massacrate in Wyoming e nelle Cherry Valleys in Pennsylvania). Il colonialismo USA fu fondato di fatto con una Dichiarazione dei Diritti e una Costituzione che escludeva gli schiavi, gli africani e gli amerindi dalla cittadinanza e dall’uguaglianza. Al culmine della schiavitu, intorno al 1859 c’erano 347.525 possessori di schiavi negli USA su un totale di 6 milioni di “bianchi” negli Stati schiavisti del Sud. Solo 1.800 possedevano piu di 100 schiavi. Molti di questi proprietari di schiavi erano “bianchi poveri” (tanto giustamente disprezzati da Karl Marx). Negli Stati del Sud c’erano solo 250.000 “neri liberi”.
   Ci furono varie rivolte degli schiavi, fra le quali quella guidata da Negro Gabriel in Virginia nel 1800, da Denmark Vesey nel 1822 in South Caroline e da Nat Turner nel 1831 in Virginia. Assieme alla complessa resistenza e rivolta degli schiavi c’era anche la resistenza sostenuta e l’insurrezione dei cosiddetti indiani o “nativi”, sia quando gli Stati Uniti erano una colonia sia dopo che l’indipendenza l’aveva resa una potenza coloniale.
   Fra le piu importanti rivolte che hano espresso alti livelli di resistenza si possono ricordare:
1811:   Una massiccia rivolta capeggiata da Tecumseh, soffocata dai coloni e dall’armata statunitense a Tippecanoe.
1818:       Insurrezione delle popolazioni seminole in Florida.
1832:       Guerra capeggiata da Black Hawk (Falco Nero) in Illinois e Wisconsin.
1835-’42: Guerra dei sette anni in Florida.
1873:       Massiccia sollevazione delle popolazioni madoc in Oregon.
1876:       Pesante sconfitta dell’armata del Generale Custer a Little Big Horn.
1890:       I sioux scendono in guerra. Sitting Bull (Toro Seduto) muore.
   Un metodo significativo per sterminare gli indiani fu la mattanza di milioni dei loro bisonti da parte dei coloni bianchi “cacciatori”. Lo sterminio era accompagnato dall’insediamento di coloni bianchi nelle terre ripulite dagli indiani e dai bisonti. L’insediamento dei coloni raggiunse 5 milioni di europei dal 1820 al 1860, il 90% dei quali erano britannici, irlandesi e tedeschi. La colonizzazione sali rapidamente a 30 milioni di coloni europei occupanti dal 1820 al 1920, la maggior parte dei quali dell’Italia, dalla Russia zarista, dalla Polonia e dai Balcani. Dal 1880 al 1900 i coloni bianchi erano cresciuti da 50 milioni a 76 milioni. Il 35% (9 milioni) dell’incremento derivo dall’immigrazione europea. Nell’anno 2000 il 78% della popolazione degli USA era di origine europea, contro il 14% ancora razzialmente classificati come neri o afroamericani e l’8% di “ispanici”, principalmente dal Messico. La maggior parte dei coloni erano protestanti, seguiti dai cattolici, poi dai greco-russi ortodossi e infine da 6 milioni di ebrei.


Il colonialismo globalizzato (in Africa e in Asia) dal 1400 al 1900

   Nel 1402 de Bethencourt e de la Salle, originari della Francia Occidentale, sconfissero gli africani, ex marocchini, alle Canarie e nel 1418 le loro familige cedettero tali isole alla Spagna.
   Nel 1425 il Portogallo sfido la Spagna con la guerra per le Canarie e le occupo nel 1431. Nel 1441 Gonsalves e tristao, tornando da una caccia agli schiavi nel Rio de Oro, offrirono 10 schiavi al principe del Portogallo, Enrico, che, a sua volta dono gli schiavi al papa Martino V, di fatto santificando il traffico di schiavi.
   Nel 1445 portoghesi armati attaccarono il Senegal e cominciarono a utilizzare l’isola di Goree, al largo di Dakar, come base per il traffico di schiavi, prima verso lagos in Algarve, poi verso il Brasile. Nel 1456 la compagnia genovese Usodimare e la veneziana Ca’ da Mosto “scoprirono” Capo Verde. Nel 1460 i gesuiti costrinsero Ngola, re dell’Angola congolese, a dare a Diaz de Novais il permesso di catturare schiavi e spedirli a Lisbona. La Corte di Giustizia di Lisbona dichiaro Diaz “donatario” dell’Angola. Gli italiani e il Portogallo iniziarono a contrabbandare oro da Orano, Tunisi, Bona, Ceuta, Agadir e Argun. Nel 1470 mercanti toscani vendevano vestiti a Timbuctu. Nel 1471 Fernando Po violo la legge tribale conquistando il Golfo di guinea e “scopri” il regno del Camerun. Dal 1450 al 1525 la resistenza africana tento invano di opporsi al crescente traffico di schiavi e di fermare il traffico di oro da Ashanti in Ghana. Nel 1476 il Portogallo invase Luanda e nel 1482 costrui fortezze per reprimere la resistenza africana a Sao Jorge da Mina, sulle isole della Guinea e Sao Miguel a Luanda. Da allora il Portogallo invio spedizioni a caccia di schiavi lungo la costa occidentale dell’Africa al comando di Diego Cao (1484), Aveiro, che era accompagnato da Martin Behaim, l’astronomo di Norimberga (1485), e Bartholomeo Diaz ad Angra Pequina in Namibia (1487). Un anno dopo da Covilha entro in Etiopia per convertire il Negus copto. Nel 1490 il Portogallo invase Manicongo e Benin, invio missionari e mercanti alla corte del Congo, converti il re al cattolicesimo e gli fece firmare un “trattato” che il re comprese come usufrutto, mentre i portoghesi, naturalmente, intendevano come vendita del grande regno al re portoghese Giovanni II22. Nel luglio 1497 il conquistatore portoghese Vasco da Gama comincio il suo storico viaggio intorno al Capo di Buona Speranza, risalendo la costa orientale dell’Africa e proseguendo verso l’India. Nel marzo e aprile del 1498 de Gama vide le favolose città di Zinji, Pate, Malindi, Mombasa, Kilwa, Zanzibar, Pemba, Mozambique e Sofala. Il sultano di Malindi gli affianco una guida araba che condusse le sue navi fino a Calcutta, in India, che divenne la prima colonia portoghese. Nel 1500 Duarte Barbosa descrisse la distruzione quasi totale di Mombasa e della città di Kilwa agli ordini di Antonio Saldanha. Nel 1505 il nuovo viceré dell’India, Francisco de Almedia, si diresse su Zanj con 20 navi da guerra; Hans Mayr, a bordo della nave San Rafael per conto della compagnia tedesca che aveva finanziato la spedizione, e Joao de Barross descrissero la distruzione di Malindi e Kilwa da parte del viceré del Mozambico. Il saccheggio delle città fu benedetto dai francescani presenti a bordo. Mombasa cerco di resistere ma la popolazione fu massacrata indiscriminatamente da De Almeida. Nel 1509 sulla via del ritorno De Almeida sbarco nella baia di Mossel vicino al Capo di Buona Speranza. In una battaglia contro i locali Khoi-khoi, il viceré genocida fu trucidato insieme a 65 dei suoi soldati. Da allora in poi il Portogallo non si fermo piu sulle spiagge sud-africane e solo nel 1652 una potenza europea, questa volta l’Olanda, conquisto il Capo23.
   Nel 1515 la prima nave di schiavi fece rotta dalla Guinea all’America. Venti milioni di schiavi sarebbero seguiti, fino alla meta del 1800, dei quali cinque milioni in Brasile, nei Caraibi e nel Rio della Plata. Il costo di vite umane dovuto alla cattura e spedizione di schiavi fu di piu di centocinquanta milioni di morti. Nel 1530 il mercante di schiavi inglese Hawkins parti per la Guinea per la prima delle sue spedizioni, che durarono fino al 1555. Il traffico di schiavi lo fece diventare piu ricco delle monarchie di Enrico VIII e Elisabetta I. Nel 1550 dodicimila schiavi all’anno venivano venduti nella sola Lisbona. Nel 1561 i congolesi uccisero molti coloni bianchi. Nel 1573-’74 l’ex governatore dell’India, Francisco Barret e duecento dei suoi soldati morirono in seguito ad una rivolta in Mozambico.
   Nel 1592 il Portogallo difese l’Angola da costanti insurrezioni. Nel 1617 gli olandesi cominciarono il loro traffico di schiavi e nel 1624 i mercanti di Dieppe e di Rouen formarono la Compagnia Francese del Senegal e del Gambia. Nel 1631 una rivolta capeggiata dal sultano Yussuf Ibn Hassan spazzo via la guarnigione portoghese di Fort Jesus a Mombasa. Nel 1644 in Madagascar una rivolta uccise centoquaranta coloni nella baia di Sant’Augustin. Nel 1652 Jan Van Riebeck prese il Capo con tre navi da guerra e 116 soldati e diede inizio a 140 anni di potere coloniale razzista e schiavista a Citta del Capo, soffocando continue rivolte di schiavi e la resistenza delle tribù dei san, khoi-khoi e xhosa. La storia africana dal 1500 fino alla fine del XIX secolo, quando il colonialismo divenne imperialistico (secondo la definizione di Lenin, esportando capitali per spremere plusvalore dalle colonie), e una storia di guerre di conquista, schiavismo, resistenza e rivolte popolari.
   Queste guerre per i territori e per ottenere schiavi e lavoro a basso costo, coinvolsero il Portogallo in Congo, Senegal, Angola, Mozambico, Mombasa, Guinea e Ghana per tutti i cinquecento anni del suo colonialismo in Africa. Nel 1700 gli olandesi erano impegnati nel Capo e in Senegal, seguiti dagli inglesi nel Capo, Natal, Transvaal, Rhodesia, Ghana, Nigeria e lungo i Grandi Laghi Vittoria e Tanganyika.
   I francesi commerciarono schiavi in Senegal, Niger, Costa d’Avorio, Gabon, Dahomey, Guinea, Camerun, Marocco, piu tardi in Algeria (dopo la sua conquista nel 1830), Tunisia, Africa Centrale e Madagascar). Altrettanto fece la Germania in Camerun e, nel XX secolo, in Namibia, Tanganyika, Ruanda e Burundi. Il traffico attrasse anche gli spagnoli, in seguito i belgi, per non parlare ancora piu tardi dell’Italia in Somalia, Etiopia e in seguito in Libia, oltre ai commercianti e mercanti di schiavi danesi e svedesi.
   La resistenza dal XVI al XIX secolo mette in evidenza una serie di grandi eroi ed eroine: Witbooi contro i tedeschi, Dingaan, Ngounema, Maqomo, Ndlambe, Makanda, Moshoeshoe e altri contro gli olandesi o gli inglesi in Sudafrica. Tippoo Tib contro i belgi, Samorey, El Hadj Omar e Behanzin contro i francesi, Menelik che sconfisse gli italiani ad Adua, sono solo alcuni nomi di quella lunga lista24.
   La lotta dell’Africa ebbe poco supporto da parte dei lavoratori europei e dei “socialisti”. Perfino Friedrich Engels assumeva atteggiamenti che possono essere considerati come colonialisti nei suoi articoli sull’Afghanistan nel 1858 e l’Algeria nel 185725. Nel 1882 in una lettera a Kautsky scriveva, evidenziando confusione, con un fraseggiare non tipicamente suo ma da liberale: “Io penso che le colonie propriamente dette, cioè i paesi occupati da popolazioni europee, Canada, Sudafrica, Australia diventeranno tutte indipendenti; d’altro canto nei paesi abitati da popolazioni native, che sono semplicemente soggiogate come l’India, l’Algeria, i possedimenti olandesi e portoghesi, il controllo debba essere preso in un primo momento dal proletariato e poi debbano essere guidati verso l’indipendenza il più rapidamente possibile”26. Peggio, quando Labriola, il marxista che aveva appoggiato la conquista italiana della Libia, chiese a un deputato italiano, Alfredo Baccarini, di sentire l’opinione di Engels sul sostegno che Labriola stesso aveva dato alla colonizzazione italiana in Eritrea, dichiarata colonia italiana nel capodanno del 1890, Engels rispose, il 30 marzo 1890: “Non vi è dubbio che il massimo che si possa chiedere all’attuale governo italiano è che nelle colonie dovrebbe assegnare la proprietà della terra a piccoli coltivatori diretti e non ai grandi monopoli... Noi socialisti possiamo dunque con chiara coscienza (gutten gewissen nell’originale in tedesco) appoggiare l’introduzione di piccole economie contadine nelle colonie...”. Le appoggiava “domandando che il governo nelle colonie garantisse ai contadini italiani che emigravano, gli stessi vantaggi che cercano e generalmente trovano a Buenos Aires27 (il corsivo è nostro). Che Engels abbia potuto assumere atteggiamenti da colonialista socialdemocratico è una triste testimonianza del monito di Lenin sulla capacità dell’imperialismo di confondere persino la propria classe lavoratrice e dunque i socialisti.


Il conflitto coloniale “modale” in Asia
   Il colonialismo in Asia dall’arrivo portoghese dell’India nel 1498 fino all’”ammutinamento indiano” contro i britannici a metà del XIX secolo e alla conquista francese dell’Indocina ai tempi della Comune di Parigi nel 1870 è essenzialmente una lotta tra il modo di produzione capitalistico e i modi di produzione del “dispotismo asiatico”. La caduta di quest’ultimo segnò la vittoria del primo. È per questo in generale che parliamo di conflitto di tipo “modale”, cioè incentrato sull’imposizione di un modo di produzione su un altro diverso.
   In India, dal 1639, quando la British East India Company (Compagnia Britannica delle Indie Orientali) costruì una fortezza a Madras e dal 1648, quando Cromwell ordinò la costruzione di una “fabbrica” in Rajapur, tre modelli lottavano per sopravvivere: un modello tribale-contadino basato sul modo comunitario, un modello comunitario-dispotico (“dispotismo asiatico”) e il modello coloniale capitalista invasore. Nello scontro finale, i primi due modelli si allearono contro il terzo, ma solo dopo che quest’ultimo aveva usato il secondo contro le comunità indiane.
   Gli inglesi si confrontavano con altri rivali, gli olandesi in Venguria e i portoghesi in Chaul. Gli inglesi utilizzarono i proprietari terrieri Jagiridar maratha e i Nizams maratha per trarre vantaggio da una guerra nel 1688 tra il Rajah Ram contro il governatore Moghul, Aurangzeb, e la vedova di Ram, Tara Bai, anche questa contro i signori Moghul nel 1700. I vincitori inglesi affidarono la riscossione delle tasse ai maratha in sei distretti Mogul, e 16.000 soldati e un tributo annuale all’imperartore Mogul stesso. Nel 1739 Nader Shah dell’Iran prese agli inglesi a Delhi il “Trono del pavone”, oro, argento e 30 crores di rupie in contanti. Lo stesso anno Peshwa Baji Rao sconfisse i portoghesi a Bassein. Nel 1772 gli inglesi sconfissero i maratha e presero Bombay con l’aiuto dei Moghul di Delhi. Era l’epoca dei famigerati colonialisti, Clive, Hastings, Cornwallis, Wellesley e la British East India Company, le cui bianchine portuali a Londra divennero la culla della “City” stessa di Londra.
  Malgrado la resistenza armata dei nawabs del Ouda e del Bengala e anche dei nizam di Hyderabad e l’eroica resistenza capeggiata da eroi nazionali come Tippoo Rib (1799), la politica inglese del “divide et impera” fu una combinazione di “comando diretto” e di “comando indiretto” per mezzo dei nizam e dei maharajas. Gli inglesi vinsero e un dispotismo assoluto, prima sconosciuto all’India, finì per regnare sopra un sesto dell’umanità28.
   I duemila anni di dispotismo comunitario delle civiltà di Sri Lanka-Ceylon ebbero un rapido epilogo quando il portoghese Lourence D’Almeida sbarco a Colombo. La strada era tracciata. I portoghesi furono seguiti dagli olandesi e poi dagli inglesi, tutti distruttori di civiltà non-europee.
   Pre tremila anni, dalla vicina India, la Birmania aveva ricevuto arte, commercio, religione ed emigranti, senza nessuna invasione. I francesi avevano usato la guerra tra i mon e i reami birmani nel 1758, ma furono respinti da Alaungpaya. Durante la guerra tra il Siam e la Cina, le forze birmane presero l’Assam solo per confrontarsi con gli inglesi. La Birmania resistette a tre guerre: dal 1824 al 1826, 1852 e 1878-’85, aiutata dalle rivolte contadine. Nel 1295 il Kublai Khan mongolo rispettò le tombe della capitale, Mien, descritte in dettaglio da Marco Polo29; seicento anni dopo gli inglesi della regina Vittoria le profanarono.
   Il colonialismo olandese erose l’interno buddista dell’Indonesia contro la costa musulmana. Gli sbarchi di Lancaster nel 1591 e nel 1601, di Van Houtman nel 1595 e 1598, di Van Neck nel 1599, il rappresentante reale della Dutch East India Company (DEIC) nel 1602, divennero sinonimo di sventura per tutti gli indonesiani. Essi resistettero valorosamente ai governatori di Coen, Van Diemen (1636-‘45) e Maetsuyker (1653-’78). Molti dei loro principi furono esiliati in Sudafrica. Nel 1641 l’Olanda cacciò i portoghesi dalla Malacca. Il re hindu di Mataram, il sultano Agung, assediò il forte olandese a Batavia nel 1620, ma nel 1674 un suo erede, Amangkurat I, fu obbligato a cedere Preanger ad ovest di Giava alla DEIC (VOC in olandese). Nel 1704 Pakubuwome I divenne un cliente della DEIC. Palembang e poi il principe Dip Negoro, che fu esiliato dagli olandesi durante le ribellioni del 1825-’30, Imam Bondjol e Bumatra Padri furono fra gli eroi della resistenza giavanese.
   Nel 1830 il governatore Van den Bosch iniziò il “Sistema di coltivazione” (Kultur Stelsel) che obbligava i villaggi a consegnare un quinto di tutti i loro raccolti per l’esportazione. Nel 1880 queste entrate costituivano un terso del bilancio olandese. Gli olandesi e i capi locali fedeli possedevano proprietà private ma il lavoro e i prodotti del sistema dei villaggi erano la base della colonizzazione olandese.
   L’occupazione napoleonica dal 1806 al 1811 apportò pochi cambiamenti alla politica coloniale olandese. Il sotto-governatore inglese Raffles (1811-’15) restituì la colonia intatta all’Olanda. Le Filippine furono scaraventare da una forma sociale comunitaria al capitalismo, senza nessun intervento “dispotico”. Malgrado le culture pre-coloniali sanscrite, indù e buddiste, l’ottanta per cento degli abitanti furono costretti a convertirsi al cristianesimo.
   Magellano, che aveva prestato servizio nella marina portoghese contro Mozambico, Mombasa, India, Cochin e Malacca dal 1505 al 1511, fu ucciso a Cebu nell’aprile 1521 mentre cercava di “cristianizzare” un capo locale. Il re spagnolo Filippo II inviò De Lagazpi a colonizzare Cepu nel 1565; si trovò a Manila nel 1751 e, usando cannoni e preti, prese Luzon e le isole fino a Mindanao contro una resistenza continua. Il vicere era un despota assoluto, privattizò parte del commercio dell’argento con i galeoni con i coloni messicani e controllava la più grande proprietà terriera, quella della Chiesa cattolica. I missionari governavano tramite il “datus”, principalmente su terre private. Le antiche terre comunali diventarono terre della Corona. Dal XIX secolo le esportazioni di zucchero, canapa (abaca), caffè e noce di cocco erano gestiti da mediatori cinesi per conto di poteri spagnoli e, dopo la guerra ispano-americana della fine del secolo, di poteri statunitensi. Dai dipendenti della cosiddetta sottoborghesia venne il Propaganda Movement, cappeggiato dal poeta Jose Rizal, che fu esiliato e poi giustiziato nel 1886. Un mercante, Andres Bonifacio, guidò il movimento successivo, il Katipunan in una rivolta di massa 1896-’97. Aguinaldao, un ribelle, andò in esilio a Hon Kong ma gli USA proibirono il suo ritorno. Gli USA scatenarono una guerra coloniale genocida contro la resistenza che aveva confiscato le terre dei frati durante la breve vita della Malolos Republic. Dopo che il Giappone proclamò una repubblica filippina nel settembre 1943, l’interregno fu un relativo sollievo dopo cinquanta anni di democrazia americana. Dopo l’indipendenza, il 4 luglio 1946 gli USA fecero presidente Manuel Roxas che era stato un agente segreto sia dei giapponesi sia degli americani.
   Il Giappone, che si era trasformato durante il XIX secolo da uno shogunato imperiale a una potenza capitalista coloniale, invase la Corea nel 1910. Il conflitto con i giapponesi era di antica data. Tutte le classi si erano unite sotto l’ammiraglio Yi Sun-shin per sconfiggere gli invasori nel periodo 1592-’98. Nel 1627 ci fu un’invasione delle truppe dei nomadi manchu, usati dai giapponesi e Seul cadde nel 1637. Le navi da guerra francesi furono respinte dall’esercito coreano nel 1864, così come, nel 1871, una flotta USA. Ma nel 1876 una monarchia divisa aprì i porti di Wonaan e Pusan al Giappone e firmò “trattati di amicizia” con Inghilterra, Francia, Germania, Russia e USA.
   Le forze armate giapponesi schiacciarono nel 1894 uno scontro di classe tra i poveri delle zone rurali e urbane e i colonialisti/imperialisti – la rivolta di Tonghak. -. Agenti giapponesi uccisero la regina e il Giappone proclamò un “protettorato” nel 1905.
   La Thailandia cadde sotto l’Olanda nel 1664 quando la DEC impose ai Thai un trattato che le dava il monopolio di parte del commercio con l’estero. La monarchia Thai sotto Ayuthaya chiese aiuto al re Luigi XIV di Francia, ma quando la Francia mandò una missione armata alla corte Thai, tutti gli europei non autorizzati furono banditi nel 1687. Questa decisione salvò la Thailandia dall’Europa per centocinquanta anni. Trattati semi-coloniali furono firmati nel 1826 e nel 1855 con l’Inghilterra, e nel 1833 e 1856 con gli Stati Uniti. Questi trattati davano ai colonialisti occidentali poteri extraterritoriali. Il dispotismo comunitario contadino/monarchico di Aythaya, vecchio di cinquecento anni, si stava perdendo all’interno del nuovo modello europeo di produzione.
   La Spagna provò il “controllo indiretto” tramite il re dei khmer cambogiani Satha; durante una guerra con il re thai Aythaya nel 1596, dopo che cadde Lovek nel 1594, missionari spagnoli e milizie saccheggiarono Phnom Penh, uccisero il re e suo figlio e misero un altro figlio sul trono come Barone Reaches II (1597-99), alla maniera di Pizzaro in Peru. I funzionari capeggiarono una rivolta popolare che spazzò via la guarnigione spagnola nel 1599, mettendo così fine all’”episodio spagnolo” in Cambogia. Circa tre secoli dopo, nel 1864, il re Norodom divenne un burattino nelle mani dei francesi. Una rivolta di massa seguì il trattato “reale” del 1884. I capitalisti e i “socialisti” francesi applicarono allora una strategia di “controllo indiretto” utilizzando il principe Sihanouk nel 1944, dopo che era stato messo sul trono dal generale Decaux nel 1941. Trentaquattro anni dopo, i khmer liberarono la Cambogia, pagando il prezzo del genocidio di Pol Pot, dal cui terrore il paese fu salvato dal Vietnam. Nel 1893, durante un conflitto fra le comunità della Thailandia e del Laos, August Pavie inviò navi da guerra francesi per assicurarsi il Laos come “protettorato”. La Francia mantenne la sostanza del tribalismo nei villaggi tramite capi e luogotenenti pagati dal Ministero delle Colonie di Parigi e la sostanza del dispotismo nelle città con il comando indiretto tramite la ex monarchia Lan Xang. Dal 1904 al 1934 la Francia comando tramite il re Sondet Prachao Sisavong Vong (1885-1959) che aveva un’armata privata di 10.000 uomini.
   Nguyen divenne re del Vietnam unito nel 1802, sotto il comando reale di Napoleone. Il “consigliere” di Nguyen Anh era Pigneau de Behaine, un missionario che veniva da una tradizione coloniale. Le missioni francesi lavorarono per la French East India Company contro i mandarini e l’opposizione popolare. De Behaine reclutò un’armata proveniente da altre colonie francesi (una tattica di “divide et impera” molto usata dagli inglesi in India) ma Minh Mang (1820-’41) giustiziò i missionari e i loro convertiti con l’accusa di tradimento. La Chiesa, allora, invocò l’aiuto francese alla vigilia della Rivoluzione del 1848. Da Nang fu bombardata e nel 1857 le navi di Napoleone III fecero invasione. Dopo una massiccia resistenza nazionale la flotta del generale Denouilly, aiutata dalla flotta spagnola proveniente dalle Filippine, occupò Saigon e Hue. Una nuova rivolta di massa fu schiacciata, utilizzando truppe algerine (la Francia aveva invece usato truppe senegalesi contro l’Algeria dal 1945 al 1954). La conquista venne formalizzata nel 1883. Un secolo dopo, la nazione che aveva sconfitto le armate mongole con 500.000 uomini sconfisse un’armata statunitense ancora più grande.
   Nessuna storia del colonialismo capitalista sarebbe completa senza descrivere la grande lotta di classe anti-europea della Cina, conosciuta cine la ribellione Taiping, il più grande scontro di classe fino a tutto il XIX secolo. Nel 1856, forza navali congiunte inglesi e francesi occuparono Canton nell’ambito della Guerra dell’Oppio. Nel 1858-’60, Inghilterra, Francia, Stati Uniti e Russia invasero Pechino e distrussero il Palazzo d’Estate. Il seguente inevitabile “trattato” diede ai “barbari occidentali” (come li chiamò la Cina fin dai tempi in cui questa decise di interrompere i viaggi in Africa a causa delle atrocità portoghesi a Zanj nel 1499-1502) diritti di libero commercio e riconobbe la Cristianità. Il cartello razzista “CINESI E CANI NON SONO AMMESSI” fu affisso dagli europei nei parchi e nei club di Shanghai e di Hong Kong.
   Nel 1851, minatori e contadini poveri dello Kwangsi formarono la “Associazione dei Godworshippers” e proclamarono lo Stato di TAIPING TIEN KUO, il “regno celeste della grande pace”. Il movimento occupò il porto di Nanchino che era stato invaso dagli europei nel 1853; fecero rivivere i defunti consigli di villaggio e la terra fu distribuita30. Dal 1861 al 1864 sotto il generale britannico Charles C. Gordon, la marina e l’esercito inglesi attaccarono i taiping. Nel 1864 i taiping persero Nanchino e la Cina fu definitivamente inghiottita dal sistema capitalista. Così finì quella che Suzuki ha chiamato “una delle più grandi guerre civili nella storia del mondo” 31. Nel 1900 la Cina fu presa in mezzo tra i “Giusti e Armonici Pugni” dei cinesi oppressi nella “rivolta dei boxer” contro tutte le potenze europee e gli Stati Uniti. La rivolta dei boxer portò a circa 30.000 cristiani cinesi uccisi e 200 missionari europei, ma gli europei e gli statunitensi rimasero nei gradni porti e a loro si aggiunsero i giapponesi che invasero il paese, uccidendo venti milioni di persone, a partire dal 1936 fino a che non furono scacciati dai lavoratori e contadini comunisti nel 1945-’47.


1   Erodoto, 1/3, 103, 2/16, 34, 3/115, 4/39, 1/27 ecc., citato in Jaffe H., in Colonialism Today, London 1962.
2    Ibid., Erodoto, 4/46-7.
3    Ariola J., Vasapollo L., La dolce maschera dell’Europa, Jaca Book, Milano 2004.
4    Marx K., Capital, vol. 1 (nostri corsivi).
5    Tawney, Religion and the rise of capitalism, Holland Memorial Lectures, 1922.
6    Jaffe H., Colonialism today, London 1962, pp. 2-3.
7    Jaffe H., The Pyramid of Nations, Luxembourg 1980, p. 28.
8    Bartolomé de Las Casas, Digest of Columbus’s logbook.
9    Jaffe H., Preface to Colonialism today, Luxembourg 1981, p.v.
10  Menasseh ben Israel’s Conciliador, Part II, Amsterdam 1641. Vedi i commenti in Jaffe H., The Contribution of the Europeans to World Civilization, 1492-1992, Bellville, South Africa, 18 ottobre 1991, pp. 8-9.
11   Encyclopaedia Britannica, vol. 15, Chicago 1987, p. 196.
12   Encyclopaedia Britannica, vol. 14, p. 46.
13   Ibid., vol. 16, pp. 23-29.
14   Ibid., vol. 15, pp. 165-169.
15  Stuart G., The Mysterious Maya, National Geographic Society, Washington D.C., 1977, p. 52.
16   Ibid., p. 122.
17   Stuart G.S. e Goidfrey M., in National Geographic Society, Washington 1981, p. 63.
18   P. Cieza de León, La Chronica del Perù (1553), trad. inglese V.W. von Hagen.
19   G.P. de Ayola (c. 1534), A 1200-page Letter to King Charles V (trad. A. Posnansky, 1944); e The Anonymous Conqueror, 1532 (Copenhagen Royal Library).
20   The Winston Dictionary, London 1930, p. 1386.
21   Ibid., p. 1387.
22   Jaffe H., Africa, movimenti e lotte di liberazione, Mondadori, Milano 1978, pp. 191-194.
23   Jaffe H., Colonial Despotism – a History of South Africa, London 1994.
24   Jaffe H., A History of Africa, London 1985, 1988.
25   Marx, Engels, On Colonialism, New York 1972, pp. 143-151.
26   Ibid., p. 341 (corsivi nostril).
27  The British Library, London. Lettere da Baccarini, Labriola, Achille Loria, Martinetti e Engels nel marzo 1890.
28   Jaffe H., Stagnazione e Sviluppo Economico. Modi di produzione, nazioni, classi, Milano 1985, cap. 5; K. Marx, Grundrisse, p. 467.
29   Marco Polo, Travels, capp. 14, 18, pp. 258-263.
30   G. Suzuki, in Encycolpaedia Britannica, 15a ed., vol. 4, p. 360°.
31  Ibid.




(Luciano Vasapollo, Hosea Jaffe, Henrike Galarza - "Introduzione alla storia e alla logica dell'imperialismo")

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