luni, 15 octombrie 2012

È stato comodo per gli euroimperialisti identificare l’imperialismo con gli USA


Le "masse" dell'Europa occidentale non aiutarono né protessero la prima rivoluzione socialista, quella russa, mentre parteciparono attivamente e passivamente al colonialismo con oppressione, profitti, strategie politiche e guerre. Un risultato furono il fascismo ed il nazismo. Un altro lo stalinismo, che fu più il prodotto dell'accerchiamento dell'URSS che non della sua "arretratezza". Ancora un altro risultato fu il neocolonialismo post-bellico, senza il quale nessuno stato occidentale potrebbe reggersi oggi in piedi, né tantomeno gioire e soffrire di sovrapproduzione, di iperconsumismo e della sua sedicente democrazia. Gli scioperi, le marce, il 1926, il 1968, per quanto meritevoli, furono eventi "interni" al sistema, che ridistribuirono oggettivamente il plusvalore neo-coloniale e le ricchezze materiali del e dal Sud.
L'Europa occidentale, sia la parte maggioritaria aderente alla CEE che quella dei paesi scandinavi, insieme all'Austria neonazista, è diventata socialmente e politicamente sempre più immobile, nonostante la crisi mondiale. Il patto sociale tra lavoro salariato e capitale, cementato dalla mediazione delle classi medie professionali e tradizionali, ha reso l'Europa occidentale sempre più sistemica, conservatrice e persino reazionaria. In Giappone il patto sociale, che assume la tradizionale forma "familiare", ha rafforzato lo sciovinismo dietro la maschera di un antiamericanismo di circostanza. Nell'Europa meridionale il mediterraneismo in declino è diventato un'arma neocolonialista dell'europeismo transalpino, ed il vecchio "Mattei-ismo" ha dato luogo ad una nuova subalternità sotto l'ala dell'aquiila germanica. La CEE ha ingoiato tutta la "sinistra", parte della quale ancora negli anni sessanta si richiamava a parole alle dottrine maoiste e krusceviane che definivano la CEE un'alleanza multinazionale imperialista contro l'Est ed il Sud. Le contromanifestazioni anti-Colombo hanno un carattere antiamericano più che anticolonialismo europeo e riprendono l’eurosciovinismo dell’antiamericanismo delle manifestazioni di solidarietà per il Vietnam della fine degli anni ’60 nell’Europa occidentale. È stato comodo per gli euroimperialisti identificare l’imperialismo con gli USA. Se anche le proteste di solidarietà per il Vietnam nell’Europa occidentale, specialmente in Francia e in Italia, aiutarono effettivamente il Vietnam, il loro contributo fu comunque inferiore a quello degli studenti e dei “neri” negli Stati Uniti (Mohamed Ali rifiutò la coscrizione in Vietnam). I lavoratori degli USA, d’altra parte, furono o passivi o pro-America e si limitarono a rimescolare le carte del loro patto sociale con i loro padroni imperialisti; questo fu, a grandi linee, anche il ruolo della “classe lavoratrice” dell’Europa occidentale e della sua ugualmente collaborazionista “lotta di classe”.

L’Occidente, al contrario dell’Est, ricava buona parte della sua ricchezza materiale e di valore dal Sud e non deve quindi interamente contare sulla sua forza lavoro e sulle sue risorse interne. Le ricche nazioni occidentali non hanno nulla a che vedere con la democrazia, perché sono tutte paesi imperialistici e l’imperialismo è la negazione della democrazia sotto tutti gli aspetti. Eppure persiste questa visione illusoria della “democrazia occidentale” e la glasnost la sta diffondendo, anche oltre quelle che sono le sue intenzioni e i suoi interessi.

Il modello centro-periferia può dare l’impressione che il primo dipenda dalla seconda. Ma quando osserviamo una piramide – in questo caso la piramide delle nazioni – dall’alto, vediamo la base come la periferia e il vertice come il centro. Questa è la rappresentazione tridimensionale del sistema-mondo: la periferia è realmente la base su cui il centro, che in realtà è il vertice, si regge come un parassita e da cui esso dipende per far affluire verso l’alto il plusvalore, le materie prime, le fonti energetiche e, più di recente, da quando esistono i NIC, anche la vaste forniture di beni di consumo ed industriali. Questo è il vero rapporto di dipendenza materiale della piramide capitalistica mondiale delle nazioni. L’Ovest è quasi assolutamente dipendente dal Sud. Sganciamento e liberazione dalle catene significano, per entrambi e non solo per il Sud, la fine della dipendenza. Questo significa anche che l’Ovest diventerà “indipendente”, non-dipendente, fiducioso in sé, non parassita, sano, normale, libero e liberato. Quando lo schiavo getta via le catene anche lo schiavista diventa “libero” e spetta a lui rendere positiva questa libertà negativa.

Il mondo non può essere libero se non si libera dell’Ovest e questo non può accadere se non quando l’Ovest si libera da se stesso.
Nonostante i progressi in fatto di dignità (gli europei non possono impunemente prendere a calci gli africani sul marciapiede), nella scolarizzazione e nella lotta alle malattie, l’indipendenza post-bellica è stata un fallimento per l’Africa e l’Asia, ma un grande successo per l’Europa occidentale, gli USA e il Giappone. Una causa fondamentale di questo fallimento sono state l’idea occidentale e l’applicazione della formula: “tecnologia (ma senza know-how) uguale progresso”. Invece dello sganciamento, dell’autogoverno, dell’indipendenza decisionale, della conservazione delle risorse naturali ed umane, vi fu un riaggancio con l’Ovest. Il riaggancio ha rovinato il Sud e gettato l’Est in una trappola di debiti che a sua volta ha esacerbato i preesistenti problemi delle nazionalità in parecchi paesi.

-- Hosea Jaffe - "Progresso e nazione: economia ed ecologia" (Jaca Book, 1990)

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