duminică, 14 octombrie 2012

I rapporti economici dell’Europa occidentale col mondo nel secondo dopoguerra



   La decolonizzazione si accompagna alla definizione di nuovi legami tra l’Europa Occidentale da una parte e i vecchi territori coloniali e l’insieme dei paesi in via di sviluppo dall’altra. In effetti, l’Europa Occidentale non può disinteressarsi di essi. Sul piano economico i paesi del Terzo Mondo rappresentano degli sbocchi per i prodotti industriali e posseggono riserve di materie prime e di fonti di energia – specialmente il petrolio – necessarie alla crescita economica dell’Europa Occidentale che avverte la necessità di esercitare un certo controllo sullo sfruttamento e il trasporto di tali prodotti; da qui l’importanza per gli europei del golfo arabo-persico e dell’Oceano Indiano. Sul piano politico, la decolonizzazione ha sottratto all’influenza diretta dell’Europa i paesi coloniali e semi-coloniali, che ora rappresentano una pedina considerevole nel confronto tra Est e Ovest; da qui la necessità di trovare altre formule per legarli all’Occidente e mantenere in essi l’influenza europea. Queste formule vengono ricercate sulla base del principio dell’aiuto per lo sviluppo.
   Da un lato, accordi bilaterali tra ex “paes metropolitani” ed ex “colonie” danno vita a una cooperazione sul piano finanziario, economico, commerciale, tecnico, culturale, militare, consentendo il mantenimento della presenza europea; da qui deriva l'accusa di neo-colonialismo rivolta all'assistenza economica, tecnica e culturale.
   Dall’altro lato viene instaurata una cooperazione multilaterale tra la CEE e un certo numero di paesi del Terzo Mondo. La sua origine va ricercata nella associazione al Mercato Comune degli ex-territori coloniali dei paesi dell’Europa dei Sei, al momento della conclusione dei trattati di Roma del 1957, con misure doganali preferenziali e assistenza finanziaria tramite un Fondo Europeo di sviluppo. Questa cooperazione viene poi estesa, per quel che concerne il numero dei paesi beneficiari del terzo mondo e le modalità degli aiuti, per mezzo delle convenzioni di Yaoundé I (1963) e Yaoundé II (1969) tra la CEE e gli Stati africani e malgasci associati, e poi per mezzo di quelle di Lomé I (1978) e Lomé II (1979) con gli ACP (paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico).
   Nonostante l’aiuto fornito dai paesi della CEE (finanziamento degli investimenti, vantaggi tariffari, stabilizzazione del corso delle materie prime) il “dialogo” tra Nord e Sud si trova a urtare contro parecchie difficoltà: insufficienza degli aiuti per gli investimenti, tra l’altro assai mal ripartiti; aiuto contro-bilanciato da uscite di capitali sotto forma di beni industriali che occorre acquistare dai paesi prestatori-donatori (sistema dell’aiuto vincolato), da pagamento di salari al personale dei quadri e dell’assistenza e da redditi pagati ai capitali investiti, degrado dei termini di scambio poiché i prodotti di base del Terzo Mondo, richiesti dai mercati europei, tendono a farsi quantitativamente meno numerosi e i loro prezzi calano rispetto ai prodotti di consumo venduti dall’Europa, che sono sempre più cari con i progressi della tecnologia. I paesi del Terzo Mondo tendono a essere dominati dall’economia occidentale a causa del loro indebitamento, della riduzione della loro capacità d’importazione risultante dall’ineguaglianza nelle strutture politiche, sociali ed economiche che presiedono al gioco degli scambi.

P. Guillen


I rapporti economici dell’Europa occidentale col mondo nel secondo dopoguerra


1.      Le basi extra-europee della ripresa economica dell’Europa occidentale

    Alla fine della seconda guerra, la maggior parte dell’economia europea era a pezzi. Tuttavia, benché la parte orientale dell’Europa fosse stata separata dall’occidente dalla linea tracciata attraverso la Germania dalle superpotenze USA e URSS, le nazioni occidentali conservano le loro colonie, semicolonie e sfere d’influenza d’anteguerra in America “latina”, Africa ed Asia. Malgrado la perdita della Cina nel 1949, della Corea del Nord e di gran parte dell’Indocina ex-francese, nonché della parte d’Europa che vide rivoluzioni od occupazioni socialiste, il mantenimento della “periferia” africana, americana ed asiatica rese possibile al “centro” europeo occidentale di ricostruirsi sulle rovine della guerra e dell’olocausto. La guerra non diminuì la differenza tra nazioni ricche e popoli poveri – allargò la differenza in un abisso.
   La ripresa economica, e la sostituzione del nazismo, del fascismo, in seguito anche del franchismo, con governi democratici, fu un aspetto di un processo mondiale, la cui altra faccia comprendeva impoverimento economico e dipendenza crescenti – anche in Brasile, Argentina, nel gruppo dei cosiddetti “stati di recente industrializzazione” (Singapore, Corea del sud, Hong-Kong, Taiwan) – nonché dittature, colpi di stato e repressioni.
   Il legame ovest-sud, e le relazioni occidente-oriente erano fondati nella natura di sistema mondiale propria al capitalismo. Ogni tentativo di sfuggire a questo sistema destò una potente reazione di riflesso nel “centro” del capitalismo mondiale, teso a reintegrare l’Europa orientale, compresi l’URSS, la Cina e i minori stati socialisti, nell’economia mondiale capitalista, di regola come parte della sua “periferia” neocoloniale. L’Europa occidentale fu il “centro del centro” di tale reazione riflessa.
   La struttura essenziale di questo riflesso, che tendeva ad inserire le relazioni occidente-oriente in quelle ovest-sud ha avuto due linee di sviluppo: l’esportazione da occidente ad oriente del capitale accumulato tramite precedenti trasferimenti di plusvalore da sud, e l’estrazione di plusvalore dall’oriente e il suo trasferimento ad occidente. Questo flusso bidirezionale di capitali e di plusvalore accompagnò da una parte i trasferimenti tecnologici, e dall’altra l’indebitamento crescente di URSS, Polonia, Romania ecc. presso gli stati e le banche d’occidente. Questi due vettori erano paralleli a simili vettori tra occidente (compresa l’Europa occidentale) e sud. Essi sono le forze centrifughe e centripete che reggono il sistema mondiale come un sistema “centro-periferia” dominato da Europa occidentale, America del nord e Giappone. La natura di sistema mondiale del capitalismo lega l’Europa alle sue dipendenze o semidipendenze africane, asiatiche od anche “socialiste”, per mezzo di rapporti di produzione che sono anzitutto inter-nazionali, ed hanno i loro poli antagonistici situati in diversi paesi, o continenti. La vera borghesia dell’Africa, ad esempio, è in Europa, ed il vero proletariato creatore di plusvalore dell’Europa è in Africa, America latina, Asia, e, in misura piccola ma crescente, in Europa orientale, URSS, Cina, ed altre nazioni socialiste.
   Questa evoluzione espresse la superiorità dell’Europa occidentale, specie della risorgente Germania occidentale, sull’Europa orientale grazie al fatto – ignorato dagli economisti sovietici – che l’Europa occidentale aveva basi coloniali in tre continenti, mentre l’Europa orientale non aveva simili colonie, quindi non disponeva dei trasferimenti di surplus che resero possibile la ripresa occidentale dopo la guerra. Il fattore non-europeo sostiene le evidenti differenze nei livelli di vita – ma non sempre nella qualità – tra Germania occidentale ed orientale. Il reddito pro-capite della Germania orientale è cresciuto sempre meno di quello della Germania occidentale, finché nel 1980 il rapporto fu di 1:2. Le “colonie nascoste” della Germania occidentale facevano ben più che compensare l’economia pianificata e più egualitaria della parte orientale. In generale, gli europei ne trassero un’altra conclusione: la superiorità del capitalismo sul socialismo. Solo nel campo militare il blocco URSS-Europa orientale fu capace di competere con il blocco NATO ed OECE. Gli investimenti in armi hanno compresso gli altri settori dell’economia e la struttura politica. Malgrado la destalinizzazione è rimasta la burocrazia, e l’occidente poté vantarsi di essere più democratico dell’est, per meglio allontanare lo sguardo dal proprio sud.
   Nel cuore occidentale di queste relazioni est-ovest, ci fu il cosiddetto “miracolo economico della Germania occidentale”. La sua ripresa non fu dovuta al mito del tedesco “duro lavoratore” (il cui lavoro dopo la guerra fu svolto vieppiù da Gastarbeiter mal pagati, che i sindacati tedeschi discriminavano razzialmente) ma da due fattori. Innanzitutto gli aiuti Marshall da parte del reale vincitore della guerra, gli USA, che divennero la nazione capitalista egemone e sostennero la Germania occidentale contro l’URSS. Questi aiuti, più l’annullamento delle indennità di guerra alla Gran Bretagna, la grande perdente della pace, indeboliranno in seguito gli USA rispetto ai rivali imperialisti resuscitati – Germania occidentale e Giappone. Durante la crisi degli anni Settanta l’egemonia degli USA inizierà a declinare in termini economici (anche se non militari) e Germania e Giappone tenderanno a colmare il distacco dagli stessi donatori del piano Marshall. In secondo luogo la ripresa tedesca, che in una generazione avrebbe reso la Germania il secondo potere economico mondiale, fu finanziata da riserve d’oro, sterline e dollari trasferite durante la guerra da Schacht, il ministro delle finanze di Hitler in Sud America, Medio Oriente, Sud Africa, Svizzera e altrove. Queste riserve dettero alla Germania occidentale il sostegno che il Deutschmark abbisognava per convertire un’economia di mercato nero in un’accumulazione regolare. La sconfitta tedesca non ha toccato i detentori stranieri di capitale tedesco; la Germania non perse colonie, salvo le aree colonizzate dell’Ucraina, della Polonia e del resto dell’Europa orientale occupata dai nazionalsocialisti.
Nel 1949 l’economia e lo stato tedesco furono abbastanza ricostruiti per lanciare la NATO, a cui la Germania occidentale si unì ufficialmente nel 1955 e che univa l’Europa occidentale agli USA e al Canada. Anche se limitata all’emisfero settentrionale sopra il Tropico del Cancro, essa aveva un protocollo segreto con i regimi razzisti del Sud Africa e del Sud America. L’unificazione militare dell’occidente contro l’est avvenne durante la separazione de jure di maggior parte dell’Europa orientale, la rivoluzione cinese del 1949, l’indipendenza dell’India del 1948 e dell’Indonesia dall’Olanda, delle lotte dell’Indocina contro la Francia, che fu sconfitta a Dien Bien Phu nel 1952. L’indipendenza africana iniziava allora in Ghana, e il governo socialista francese dichiarò e concluse la guerra contro gli algerini che lottavano per l’indipendenza (1952-62). L’Italia, con sanzione dell’ONU, aveva riportato il fascismo in Somalia sotto la copertura dell’amministrazione fiduciaria, è reinvestita economicamente e culturalmente in Etiopia e poi nel movimento di liberazione dell’Eritrea per riprendere l’impero del Corno d’Africa, che la resistenza etiopica e gli alleati le avevano preso durante la guerra.
L’unità militare NATO, diretta contro l’oriente, fu completata da un’unità economica e potenzialmente anche politica, diretta questa volta contro il sud. Tale unità prese forma nel 1957 con la creazione a Roma della Comunità Economica Europea. Gli spiriti motori della CEE furono quelli dei due poteri economici leader, la Francia e la Germania occidentale: Schumann, Monnet, Adenauer. Socialisti come Spak, che si oppose all’indipendenza dello Zaire fino alla vittoria di Lumumba, collaborarono con conservatori come De Gasperi per una “Europa unita”. La base economica rendeva urgente l’attuazione del progetto: dopo la guerra era iniziato un ciclo espansivo che si muoveva verso il suo apice, e Germania, Francia, Italia, Belgio e Lussemburgo avevano fretta di “non perdere il treno” ancora trainato dagli USA. Tale urgenza non era stimolata solo dalla necessità di sfidare l’egemonia economica americana, ma anche dalla necessità di volgere a vantaggio dell’Europa occidentale i movimenti di indipendenza che crescevano in Africa ed Asia. Per questa ragione, appena la CEE fu formata, e in piena guerra coloniale in Algeria, i gollisti e i socialisti francesi tentarono di erigere le colonie africane occidentali e sahariane in blocchi regionali dipendenti, sotto l’egida di Parigi. Questi tentativi furono rifiutati dalla Nigeria e da altri paesi indipendenti ex-britannici, e dall’Organizzazione per l’Unita Africana, dopo che fu creata ad Adis Abeba nel 1962.


2. La reazione alle indipendenze

   Durante il boom degli anni Sessanta la CEE riuscì a canalizzare le nazioni indipendenti ex-francesi nella Convenzione di Yaoundé, che le fornì una disponibilità illimitata e a buon mercato di materie prime, ed un mercato per investimenti di capitali nel lavoro africano a basso costo, tramite il meccanismo degli “aiuti”. Questo fu il retroterra del dibattito iniziato in Europa da A. Emmanuel sullo “scambio ineguale”, e del fallimento dei “programmi di aiuto” di Emmanuel e Bettelheim rispettivamente a Lumumba in Zaire ed a Keita in Mali. Nel 1974 alla Convenzione di Yaoundé seguì quella di Lomé in base alla quale i dieci paesi ricchi della CEE ottennero mercato di materie prime, lavoro a basso costo e capitali in più di settanta paesi africani, pacifici e caraibici. La Convenzione di Lomé sta attualmente inghiottendo Mozambico ed Angola, le cui lotte contro il Portogallo di Salazar sono sempre state condannate dalla CEE. Lomé è il maggior perno del meccanismo economico occidente-sud, tramite il quale l’Europa occidentale estrae ed importa super plusvalore. Il “proletariato borghese” dell'Europa occidentale e la borghesia imperialista hanno interessi acquisiti nell'indipendenza asiatica ed africana. Il maggior motore dei movimenti e delle guerre d’indipendenza fu la lotta dei lavoratori coloniali, compresi i contadini produttori di plusvalore (una classe abbastanza diversa dai “farmers” assistiti dalla CEE) contro i loro supersfruttatori ed oppressori stranieri. In queste lotte i contendenti sono collocati in paesi diversi ed antagonisti: il proletariato appartiene alla “periferia” e la borghesia al “centro”. Questa lotta corrisponde al carattere internazionale dei rapporti sociali di produzione, ed alla divisione internazionale del lavoro. Essa coinvolse Gran Bretagna, Francia, Portogallo, Olanda, Belgio e indirettamente la NATO in dispendiose guerre contro i contadini di Burma ed i Mau Mau, i Viet Cong, gli Khmer, i Laotiani, guineani, angolani e mozambicani, ed in dispendiose repressioni politico-militari della popolazione d'India, Malesia, Indonesia e delle colonie africane delle nazioni europee. Queste spese non poterono essere poste tutte sulle spalle degli “schiavi” africani ed asiatici da parte dei governi conservatori, cattolici e socialisti d'Europa. Le lotte in Africa ed Asia contro l'Europa furono mosse da un saggio alto e crescente di plusvalore coloniale, da un alto saggio di profitto coloniale corrispondente. Questo saggio di profitto fu ridotto dalle lotte, che destabilizzarono il regolare supersfruttamento coloniale. Le nazioni colonialiste dell'Europa occidentale compresero che l'indipendenza - purché non fosse del tipo cinese, vietcong o cubano – poteva ristabilire e restaurare il saggio di profitto in Africa ed Asia. Per ricreare la dipendenza tramite l'indipendenza, i poteri della CEE usarono due classi mediatrici ed i loro partiti politici — i lavoratori europei ed i loro sindacati e partiti socialisti ed anche comunisti — e i capi, i burocrati e la borghesia africana ed asiatica. Questi ultimi strati sociali si assunsero i problemi ed i costi di gestire il capitale e la proprietà degli europei. La dipendenza indipendente divenne un governo poco costoso. I razzisti europei si tolsero dalla vista, convinti che «i lavoratori negri non combatteranno i governi negri». Nel complesso la strategia politico-economica funziono: Africa ed Asia sprofondarono sempre più in basso nel consumo pro-capite, mentre in Europa crebbe un consumismo senza precedenti. La “borghesizzazione” del proletariato europeo divenne un fenomeno generalizzato, e non semplicemente un’incrostazione superficiale, nutrito dagli ampi trasferimenti di plusvalore resi possibili dalla “indipendenza” diffusa in Africa ed Asia.


3. L’arricchimento del proletariato europeo occidentale

   La borghesizzazione delle classi inferiori dell’Europa – operai e cosiddetti contadini – portò a movimenti radicali, come il femminismo e il movimento del ’68, ma quando la crisi degli anni Settanta seguì al boom degli anni Sessanta, i movimenti rossi divennero verdi, e le classi lavoratrici e medie tentarono di distribuire uniformemente possibilità e conforts, livelli e toni di vita che lo sviluppo del sottosviluppo di Africa ed Asia aveva reso possibile per tutta la fase di espansione economica del dopoguerra. Per il sistema mondiale tuttavia, consumismo e borghesizzazione ebbero un effetto negativo: costituivano infatti forme di sovraccumulazione di capitale variabile la quale, unita alla sovraccumulazione di capitale costante ed alle esportazioni di capitale effettuate dalle multinazionali, creò ed approfondì la crisi mondiale manifestatasi nel 1973 come “crisi del petrolio” (di fatto un sintomo, ma non la malattia).
   Le statistiche nazionali danno i seguenti valori per il saggio di plusvalore* per i dieci paesi della CEE dal 1960 al 1980, con dati comparati per USA e Giappone


    Questi dati sono da confrontare con saggi del 250% e anche più in Africa, Asia ed America. Secondo i metodi usati da Amin e Jaffe, il trasferimento di plusvalore da sud ad occidente, che permette il basso grado di sfruttamento in occidente (che, come mostrano i dati, sta tendendo a zero) e l’alto livello di vita, è cresciuto stabilmente dopo la guerra, ed ora ammonta a circa 1000 miliardi di dollari l’anno, dei quali circa 300 miliardi, ovvero 4000 dollari per famiglia di quattro persone, per l’Europa occidentale. Il reddito reale medio per famiglia in Europa occidentale, confrontato con quello dell'Africa e dell'Asia è cresciuto sia in termini assoluti che relativi. L'Organizzazione Internazionale del Lavoro di Ginevra ha mostrato che per lo stesso lavoro e produttività i salari europei occidentali sono dieci volte maggiori di quelli asiatici ed africani. Per la maggior parte del miliardo di lavoratori del sud, un mese di lavoro è retribuito con lo stesso salario che i lavoratori d’Europa ricevono in un giorno. I lavoratori scandinavi, francesi “bianchi”, belgi, olandesi e tedeschi guadagnano più di quanto producono e, come i lavoratoribianchi” degli USA e del Sud Africa, non producono ma ricevono plusvalore. Lo stesso vale per settori del proletariato dell'Italia del Nord, e per lavoratori italiani ed europei occidentali in Africa e in Asia. La borghesizzazione ha altri parametri secondari, come l'aumento dei lavoratori nei servizi rispetto ai lavoratori produttivi (una tendenza opposta si è verificata in tutti i paesi socialisti), l’aumento dei “colletti bianchi” e la diminuzione dei “colletti blu”, il rapido incremento della proprietà di abitazioni e l'alta densità di auto, la maggior urbanizzazione (la popolazione rurale italiana è caduta dal 35% alla fine della guerra, a circa il 12% nel 1980).
   La borghesizzazione assume coloriture razziste, compresi gli assalti contro i west-indians e i pachistani in Gran Bretagna negli ultimi anni Cinquanta e negli anni Settanta, esplosioni simili a Marsiglia, presso le fabbriche Talbot e da parte del partito comunista francese contro i lavoratori algerini, marocchini, del Mali e di altri paesi africani, attacchi violenti contro i lavoratori turchi in Germania occidentale, contro i lavoratori africani e indonesiani ad Amsterdam e Rotterdam, contro gli studenti zairesi a Bruxelles, ed esclusione dai diritti civili in Italia di circa un milione di lavoratori etiopici, giordani, libici e di altri paesi. Il numero totale dei lavoratori non europei, che formano una sorta di “colonia interna”, è arrivato a circa 10 milioni, e milioni furono rimpatriati dai governi e dai sindacati razzisti durante gli anni di crisi dal 1973 al 1983, col pretesto di ridurre la disoccupazione. Lo stesso razzismo economico era stato praticato in Sud Africa durante la Grande Depressione degli anni Trenta, per risolvere il problema dei bianchi poveri.
   I mutamenti del proletariato europeo nel dopoguerra furono accompagnati da cambiamenti nella struttura e nelle politiche della grande borghesia dell’Europa occidentale. Entrambi questi cambiamenti, a loro volta, produssero cambiamenti nelle classi medie, che divennero più urbane, meno contadine ed artigiane, più tecnocratiche, burocratiche e professionali. Il peso accresciuto dei cambiamenti della classe media grava sul deficit statale e sul debito pubblico, già appesantiti dagli aumenti dei “costi sociali” del lavoro in pensioni, sussidi di disoccupazione, salute ed educazione. Nel contempo la “nuova” classe media è divenuta più eterogenea, e una sezione di essa si concentra nelle economie “secondarie” e “nere”, che non sono rispecchiate nei dati ufficiali fiscali e del reddito nazionale.


4. La partecipazione europea al controllo finanziario del mondo

   Il secondo dopoguerra ha visto due importanti cambiamenti nel funzionamento e quindi nella struttura della borghesia, quanto a forma di esportazione dei capitali, ed a relazione tra mezzi fisici di produzione e capitale finanziario.
   Per il colonialismo inglese, tedesco e francese agli inizi del secolo (i dati pubblicati nel 1902 e nel 1914 furono usati da Lenin nel suo Imperialismo) la forma usata per esportare capitali era per la maggior parte investimento diretto e privato. Tra le due guerre, gli investimenti diretti furono superati dagli investimenti in titoli, che riflettevano il ruolo crescente delle borse, e permettevano la figura sociale del redditiero, che viveva delle cedole di investimenti in piantagioni, ferrovie e miniere coloniali. Dopo la seconda guerra mondiale gli investimenti statali neocoloniali si affiancarono e spesso superarono le esportazioni dirette ed i titoli. La distribuzione del capitale occidentale esportato nel sud mostra il movimento dall’investimento diretto privato ai titoli, agli investimenti sostenuti dallo stato. Quest’ultima tuttavia era ed è finanziato largamente da banche o consorzi di banche private multinazionali ed eseguito tramite contraenti multinazionali o monopolistici nazionali che operano col sistema del “prestito”, tramite il quale banche di stato o consorzi concedono prestiti ai paesi “in via di sviluppo” e poi danno il capitale prestato ad imprese italiane, francesi, tedesche eccetera per eseguire opere in Asia, Africa, Brasile... usando lavoro e materie prime semicoloniali a basso costo. Questo sistema di prestiti è responsabile dell’attuale debito di oltre mille miliardi di dollari del sud e dell’est verso l’occidente, e si è sviluppato parlallelamente ai debiti da prestiti prodotti dal trasferimento di settori non strategici dell’industria in Corea del Sud, Singapore, Taiwan, Brasile, Argentina, Messico eccetera.


    Questi cambiamenti riflettono la crescente monopolizzazione e statizzazione del capitale in occidente. La quota europea occidentale di questi investimenti è caduta dal 100% nel 1900-1914 (i dati di Lenin erano relativi solo ad alcuni paesi) a un terzo nel 1976, con cadute nel 1918 e nel 1945, quando la quota USA crebbe enormemente. Durante l’attuale crisi tuttavia il potere crescente della Germania occidentale e del blocco CEE, nonché del Giappone, e il corrispondente declino dell’egemonia degli USA ha arrestato la caduta della quota europea occidentale negli investimenti neocoloniali. La competizione interna all’occidente ha avuto il sud come suo grande campo di battaglia, ed ha modificato quindi la distribuzione dei poteri economici in favore di Europa occidentale e Giappone.
   L’evoluzione delle forme di esportazione di capitale da occidente a sud è stata parte della nuova dipendenza nota come indipendenza, e del relativo allargamento del gap nella divisione internazionale/intercontinentale del lavoro e del reddito. Questa indipendenza ha richiesto non solo crescente statizzazione e monopolizzazione dei prezzi e dell’altro capitale esportato, ma anche nuove forme e concezioni della proprietà e del controllo dei mezzi di produzione. Il passaggio di proprietà delle piantagioni, miniere, industrie, fonti energetiche dalle mani dei colonialisti europei agli stati indipendenti ha reso obsoleta la classica definizione “euromarxista” del capitalista come “colui che possiede i mezzi di produzione”. Gli stati che ora posseggono grandi mezzi di produzione ed occupano grandi quantità di lavoratori non sono i capitalisti “reali”, ma solo formali, giuridici. I capitalisti reali sono in Europa occidentale, USA, Giappone; essi non possiedono i mezzi di produzione asiatici ed africani, o, meglio, hanno una proprietà privata diminuita e controllata, oppure quote del 49%, parimenti controllata, nel capitale fisico “nazionalizzato”. Ciò che i capitalisti d’Europa e non, posseggono quasi esclusivamente è il capitale finanziario mondiale. La proprietà del capitale finanziario, tramite la quale l’OECE (salvo Jugoslavia e Turchia che sono membri marginali) capitalista controlla i mezzi di produzione africani ed asiatici – quindi anche gli stati africani ed asiatici -, individua oggi la classe capitalista. Quest’ultima ha il suo peso predominante in Europa occidentale e nel resto del “centro”. Nella periferia la borghesia nazionale è o assolutamente dipendente da questa classe capitalista, oppure, come in maggior parte dell’Africa, è interamente o parzialmente assente, e il suo posto è preso da una burocrazia sostenuta dalla CEE, l’FMI, la World Bank, l’ONU, esperti e consulenti non ufficiali della NATO e della CIA, compresi migliaia di socialisti e comunisti europei occidentali, la mano sinistra dell’occidente nel sud.


5. Spinte al cambiamento degli equilibri economici mondiali

   Gli sviluppi nel dopoguerra delle relazioni economiche esterne dell’Europa, hanno come corollari di rilievo delle alterazioni dell’equilibrio del potere economico mondiale e l’aumento in certe aree e la diminuzione in altre della migrazione Europa occidentale-sud. Riguardo al primo aspetto, malgrado l’egemonia militare degli USA, confermata dall’installazione nel 1984 dei missili Cruise e Pershing a testata nucleare (contro l’Est, ma nascostamente anche anti-libici, anti-iraniani ecc.) l’Europa occidentale è divenuta abbastanza autonoma economicamente e politicamente da controbilanciare l’Alleanza atlantica con forti investimenti, commercio e politiche di distensione con l’URSS. Dall’altra parte gli USA, influenzati anche dallo scivolamento del potere industriale dalla costa atlantica a quella pacifica, hanno teso a muoversi verso una alleanza del Pacifico con Giappone e Cina. L’alleanza NATO è stata così indebolita da due opposte tendenze Ovest-Est, che comprendono l’URSS e, nell’altro caso un altro paese “socialista” come la Cina. Entrambe collaterali alla NATO esse si basano sulle tendenze a neocolonizzare i paesi “socialisti” come mercati del capitale e come mercati di lavoro a basso costo, o comunque a costo inferiore.
   Mentre l’Europa non ha un commercio ovest-est comparato con il suo commercio ovest-sud, e quindi manca del meccanismo per trasferire del plusvalore nascosto c’è stato ugualmente un inizio di trasferimento di plusvalore da est a ovest tramite rimborsi di debiti, divisione di profitti e joint-ventures. Per l’Europa occidentale il commercio con il sud comprende il trasferimento di plusvalore nascosto – la differenza tra il basso valore d’acquisto pagato in Africa, Asia e il prezzo di vendita – che ammonta a un valore stimato di 300 miliardi di dollari l’anno su tutte le importazioni. Questo trasferimento è mascherato da eufemismi come “termini di commercio favorevoli” (per l’Europa). Se le importazioni ricevessero un prezzo corrispondente al loro valore, la bilancia commerciale europea con il sud sarebbe fortemente in deficit. Ora come ora l’Europa importa sia i valori calcolati che il surplus di scambio prodotto da Asia, Africa e dal resto del sud. Questo vettore centripeto equilibra l’esportazione centrifuga di capitali.
   Gli “europei esterni” hanno cambiato numero, e parzialmente carattere, nel secondo dopoguerra. Da 1,5 a 2 milioni di “pied noirs” francesi e di coloni portoghesi si sono allontanati dopo le vittorie del Fronte Nazionale di Liberazione in Algeria, dell’MPLA in Angola, del FRELIMO in Mozambico. Gli efflussi maggiori vennero dall’Algeria e dall’Angola. Il movimento verso l’Europa, che corrispondeva alla decolonizzazione formale, fu più che compensato dalla emigrazione esterna verso le Americhe – la popolazione italiana in Argentina salì a 12 milioni su 25, in Brasile a più di cinque milioni – l’Australia, gli USA, il Sud Africa. I maggiori fornitori di quest’ultima emigrazione europea furono l’Olanda, la Gran Bretagna, la Germania e l’Italia. Parallelamente ci fu un’altra forma di neocolonizzazione a breve termine sotto l’apparenza di centinaia di migliaia di “esperti”, consiglieri, insegnanti, lavoratori qualificati – privati, statali, della CEE, dell’FMI, della World Bank, della FAO, dell’ONU – per controllare gli investimenti degli “aiuti”, normalmente limitati all’infrastruttura e all’agricoltura, e il lavoro africano ed asiatico a basso costo che essi sfruttano. Le imprese e i governi europei occidentali si sono costruiti un patrimonio con le infrastrutture senza industria in Africa, Asia e America meridionale e centrale, ben sapendo che in Europa l’infrastruttura era venuta dopo o contemporaneamente alla rivoluzione industriale. L’”agricoltura” divenne la pietra d’angolo della pianificazione africana, malgrado il fatto ben noto che, salvo alcune eccezioni sulla costa e sugli altopiani, l’Africa ha la maledizione di un suolo povero, ma la benedizione di minerali ed energia idraulica per l'industria, anche pesante, e che al contrario la natura ha reso l’Europa più adatta all’agricoltura che all’industria. I coloni europei di vecchio e di nuovo tipo andarono e vanno in Africa e in altre regioni del sud per capovolgere la natura e l’umanità, qui e di riflesso in Europa. Un aspetto di questo riflesso è stata la desertificazione delle campagne non sostenute da sussidi avvenuta in molte zone calabresi, siciliane, sarde, spagnole, francesi e portoghesi meridionali, e la formazione di ghetti sud europei nel nord Europa. Il rapporto con il Sud Africa, che era iniziato nel 1652 quando gli olandesi avevano colonizzato il Capo, e divenne fondamentale per gli esportatori di capitale europei dal 1870-90 ha continuato a svilupparsi malgrado l'indipendenza. Il Centro Euratom di Ispra, istituti italiani, francesi e tedeschi finanziati dallo stato, e il quartier generale della Commissione CEE hanno dato accesso agli scienziati nucleari sudafricani e li hanno addestrati. Organizzazioni CEE e franco-tedesche hanno importato tecnologia nucleare dal Sud Africa dopo che quest'ultimo nel 1979 fece il test della prima bomba nucleare tedesca occidentale. L'esperimento fu svolto a Palindabva in Sud Africa dal capitale statale e privato tedesco, ad uso del Sud Africa e di Israele. I metalli sudafricani erano così importanti per la Germania occidentale che il sindacato dei metallurgici vietò ogni azione di boicottaggio. Questo avrebbe provocato la chiusura di molte industrie pesanti, tra cui anche quelle spaziali e strategiche, avrebbe paralizzato il settore automobilistico e causato la disoccupazione di più di dieci milioni di lavoratori europei, raddoppiando la disoccupazione totale del 1983 per l'Europa occidentale. Dal lato delle esportazioni l'Europa è il maggior investitore nell'apartheid, per più di 50 miliardi di dollari nella sola industria mineraria. Il lavoro a basso costo africano, e di altri paesi non europei, rende profitti del 28%. Il Sud Africa resta la fortezza e il bastione economico, militare e politico dell’Europa occidentale in Africa. Questo rapporto è combinato con la convenzione di Lomé per porre tutta l'Africa a nord del Limpopo in una sorta di torchio estrattore di profitti, la cui pietra settentrionale è l’Europa occidentale, e la cui pietra meridionale è il Sud Africa dell'apartheid. Lomé fu creata nel 1973, dopo l’ingresso britannico nella CEE malgrado le proteste formali contro l’apartheid, le relazioni tecnologiche, commerciali e finanziarie tra gli europei dell’emisfero settentrionale e di quello meridionale si moltiplicarono e rafforzarono. Le nazioni europee occidentali hanno più capitale investito in Sud Africa che in ogni altro paese dell’Africa, Asia ed America.


6. Il contributo dei rapporti extra-europei all’uscita dalla crisi degli anni Sessanta

   L’Europa occidentale, salvo la Germania occidentale e la Svizzera, cassaforte d’occidente, soffrì per la crisi mondiale degli anni Settanta più del Giappone e degli USA-Canada. La disoccupazione crebbe a più di dieci milioni; durante la fase depressiva caddero il prodotto nazionale lordo reale, la produttività e il rinnovamento del capitale, mentre crebbero gli stocks e le riserve di petrolio, e la sovraccumulazione in capitale fisso divenne evidente in impianti che lavoravano al 70% o meno della loro capacità. Le eccedenze di magazzino per le materie prime di provenienza africana ed asiatica ne fecero scendere i prezzi ulteriormente sotto il loro valore. La sovraccumulazione di capitale costante fu combinata con sovrainvestimenti in capitale variabile, grazie alla borghesizzazione del proletariato europeo occidentale, ed in “contadini” assistiti. La crisi fu attenuata da massicci investimenti e commerci con Polonia, URSS, Romania e Cina. Questi paesi si indebitarono, ma lo sviluppo ovest-est salvo l’Europa occidentale dallo sprofondare in una depressione simile a quella degli anni Trenta. Nel contempo i membri della Convenzione di Lomé divennero sempre più sottosviluppati e dipendenti, un processo che aveva il suo lato positivo nella possibile ripresa economica dell’Europa occidentale. Gli efflussi di capitale e gli afflussi di plusvalore per i decenni del boom e della recessione furono i seguenti (in miliardi di dollari 1980):




I debiti del sud e dell'est crebbero da 19,3 miliardi (il solo sud) nel 1961 a mille miliardi di dollari (sud più est) nel 1983 (in dollari correnti). Il debito reale, in dollari costanti, crebbe più di dieci volte. Così durante la crisi i vettori basilari del capitale e del surplus non furono indeboliti, tantomeno spezzati. Economicamente l'Europa ha continuato a sopravvivere grazie alle sue neocolonie nel sud, ed ai suoi rapporti con l'est.


Hosea Jaffe in Storia d'Italia e d'Europa: comunità e popoli. L'Europa nell’orizzonte del mondo, tomo II; volume 8, a cura di M. Guidetti





Il ruolo controrivoluzionario del proletariato occidentale e dei suoi partiti socialdemocratici o stalinisti durante la fase imperialistica del capitalismo: http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2012/10/il-nazionalismo-dei-partiti-comunisti.html

È stato comodo per gli euroimperialisti identificare l’imperialismo con gli USA:
http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2012/10/e-stato-comodo-per-gli-euroimperialisti.html



Quando la teoria dell’”esercito di riserva” e le spiegazioni “economiciste” non rendono ragione del fenomeno dei bassi salari
http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2012/10/quando-la-teoria-dellesercito-di.html

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