sâmbătă, 6 octombrie 2012

Il colonialismo precolombiano come genesi del capitalismo



   Liberazione, nella sua accezione moderna, significa libertà politica ed emancipazione economica dal colonialismo capitalista. Ogni analisi corretta del concetto di liberazione presuppone un'analisi della sua antitesi: il colonialismo capitalista. Il capitalismo è un sistema internazionale di produzione e distribuzione delle merci, in cui lo sfruttamento della forza lavoro, che ne costituisce la merce principale, mira alla massimizzazione del plusvalore. In questo sistema la forza lavoro più sfruttata è quella delle colonie (che sono proprietà politica di nazioni capitaliste ricche i cui governi ed aziende ne sfruttano la forza lavoro) e delle semicolonie (che sono politicamente indipendenti ma appartengono o sono controllate economicamente da una o più potenze ricche o compagnie monopolistiche). La forza lavoro nelle nazioni ricche produce la maggior parte del valore di scambio, espresso nel prezzo globale delle merci; tuttavia nelle colonie e nelle semicolonie la forza lavoro continua, oggi come in passato, a produrre gran parte del plusvalore mondiale. In genere i profitti delle aziende e degli stati capitalisti rappresentano, oggi come in passato, superprofitti derivanti dal supersfruttamento della forza lavoro nelle colonie e semicolonie.
   Sin dalle sue lontane origini, che risalgono alle Crociate contro gli arabi mille anni fa, il capitalismo ha diviso le nazioni in classi ricche e povere e il mondo in nazioni ricche e povere. Il capitalismo non è solo un sistema di classi e sfruttamento di classi ma anche un sistema di nazioni e di oppressione di nazioni. Questo concetto rappresenta la giustificazione storica della teoria della liberazione nazionale.
   Il capitalismo, ovviamente, non fu il primo modo di produzione né la prima formazione sociale colonialista. Anche il colonialismo precapitalista (ad esempio quello dei greci e dei romani) ricavava il super-plusvalore dalle colonie ma lo utilizzava per i propri lussi personali o per quelli dello stato. Il colonialismo capitalista faceva dei profitti lo stesso impiego ma reinvestiva gran parte del plusvalore derivante dalle colonie. In questo modo non può far altro che espandersi o estinguersi. Il suo colonialismo è sia genetico - dimostreremo che il capitalismo è nato nella culla coloniale - sia caratteristica essenziale. In altre parole, il capitalismo è costituzionalmente internazionale e autoglobalizzante.
   A causa di questa natura autototalizzante, solo una metodologia olistica è in grado di comprendere il funzionamento del capitalismo. Il principio filosofico che sta alla base di questo studio è la predominanza e il determinismo del tutto sulle sue parti. In primo luogo, il mondo capitalista è più grande della somma delle sue parti perché, se fosse altrimenti, cosa potrebbe tenerlo unito ad esse in un tutto? In secondo luogo, la legge capitalista del valore delle merci, compreso il valore della sua merce più preziosa ovvero la forza lavoro, permea e controlla tutte le sue parti. Queste sono formate dalle nazioni imperialiste del Primo mondo, che comprendono circa un miliardo di persone, dal Terzo mondo, con circa tre miliardi di persone, e da ciò che resta del «mondo» socialista, con circa un miliardo e mezzo di persone. Il colonialismo e il processo di liberazione formano un binomio tesi-antitesi in tutte e tre le parti del mondo dominato dal capitalismo.
   La natura olistica e globale del capitalismo, ovvero la subordinazione delle sue parti alla sua principale ragion d'essere - superprofitti derivati da supersfruttamento - getta le basi oggettive dell'internazionalismo moderno. Sebbene i movimenti di liberazione coloniale siano comunemente definiti «nazionalistici», in quanto rivendicano la libertà nazionale dall'oppressore straniero, tuttavia la lotta anticoloniale è per sua natura rivolta contro un sistema globale e quindi internazionalista. Ogni lotta anticoloniale di liberazione contro una data potenza rappresenta una sfida a una parte di un sistema globale. Come un animale che abbia ricevuto una ferita in una parte del suo corpo reagisce a questa ferita con tutto il suo organismo, analogamente ogni sfida induce una reazione non solo all'interno di quella particolare nazione contro cui la sfida è rivolta, ma nell'intero corpo coloniale.
   In questa maniera la natura globale del capitalismo trasforma il nazionalismo anticoloniale in una qualche forma di internazionalismo. Per fare un esempio recente, basti ricordare ciò che accadde negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta quando gli Stati Uniti invasero il Vietnam. La guerra contro una nazione fece sì che si schierassero a favore di quella nazione non solo l'Unione Sovietica e la Cina, ma anche lavoratori e studenti nel paese aggressore stesso, seguiti da quelli di molti altri paesi. La ragione oggettiva che si cela dietro a questo fenomeno è la globalità del capitalismo.
   Questo olismo sistemico del capitalismo non è affatto moderno, poiché ebbe inizio con la lunga agonia della nascita del capitalismo stesso, un'agonia che coincide con le Crociate, iniziate mille anni fa, per continuare con le «scoperte» e le conquiste da parte di Enrico il Navigatore e Cristoforo Colombo nel quindicesimo secolo.
   Il «marxismo» eurocentrico sostiene, peraltro erroneamente, che Marx considerasse la nascita del capitalismo come un prodotto delle lotte di classe all'interno di diversi paesi dell'Europa occidentale. Marx non ha mai detto questo. Nel suo famoso capitolo del primo volume del Capitale, così come in Per la critica dell'economia politica e nei Lineamenti, Marx riconduce la nascita del capitalismo al fenomeno di «accumulazione originaria» non solo all'interno dell'Europa ma su scala mondiale. In questa nostra epoca così stantia, ciò che Marx scrisse più di un secolo e mezzo fa nel Manifesto del Partito Comunista ci appare come una ventata di aria fresca:

 «La scoperta dell'America, la circumnavigazione dell'Africa crearono alla sorgente borghesia un nuovo terreno»

 e

 «La scoperta dell'oro e dell'argento in America, la schiavitù e la sepoltura nelle miniere della popolazione aborigena, le conquiste e i saccheggi nelle Indie orientali, la trasformazione dell'Africa in un fitto terreno di caccia per il commercio dei negri, segnarono il roseo inizio dell'era della produzione capitalista» (Il Capitale, 1, cap. 31)

 e ancora

 «L'improvvisa espansione del mercato mondiale, l'intensificarsi della circolazione delle merci, lo zelo competitivo che animava le nazioni europee ad entrare in possesso dei prodotti dell'Asia e dei tesori dell'America, il sistema coloniale, tutto ciò contribuì materialmente alla distruzione delle pastoie feudali sulla produzione» (Il Capitale, 3, cap. 20).

   Appare chiaro che Marx elaborò l'immagine di un vettore socioeconomico che va dal colonialismo ai «centri» capitalisti, una sorta di forza centripeta così potente e complessa da influire, dal suo punto di vista, sulla struttura della borghesia e delle classi feudali. La storia della forza coloniale esercitata sulle strutture di classe, e quindi sulle lotte di classe, all'interno delle potenze coloniali stesse e del riflusso sulla matrice coloniale stessa è un elemento essenziale per elaborare una teoria marxista della liberazione.
   Il colonialismo è il termine generale di cui l'«accumulazione originaria», in quanto genesi del capitalismo, costituiva un elemento. Sebbene Marx collochi la nascita del capitalismo vero e proprio intorno al 1500, ovvero all'epoca delle prime scoperte, tuttavia il processo di accumulazione originaria capitalista su vasta scala ebbe inizio a partire dalle Crociate, cioè poco dopo l'anno Mille. A conti fatti il capitalismo ha praticamente mille anni.
   La storia del colonialismo capitalista precolombiano, dalle Crociate all'epoca delle scoperte, mostra che sin dallo stato embrionale il capitalismo possedeva connotati colonialisti. Una componente innata del colonialismo era il concetto e la pratica della «razza». La natura intrinsecamente colonialista e razzista del capitalismo ha continuato a caratterizzare il periodo delle conquiste colombiane sino all'epoca moderna dello sfruttamento globalizzato. Questa è la ragione per cui la lotta antirazzista è una componente essenziale della politica della liberazione.


Il Mediterraneo: fons e origo colonialista del capitalismo

   Il processo coloniale del capitalismo ebbe inizio nel Mediterraneo. La storia del Mediterraneo precolombiano rivela la natura essenzialmente colonialista del capitalismo, che non fu il risultato delle lotte di classe in Francia, nei Paesi Bassi, in Germania o in altri paesi dell'Europa centrale e settentrionale. All'epoca della grande «rivoluzione borghese» in Francia nel 1789, la borghesia francese aveva conquistato il potere economico già da lungo tempo, dapprima, su scala ridotta, trasformando i servi e i contadini nei villaggi e nelle città in lavoratori salariati e, su vasta scala e per un periodo protrattosi per oltre tre secoli, impadronendosi del potere economico dell'aristocrazia feudale tramite l'organizzazione di colossali spedizioni transoceaniche in America, Africa e Asia. Questa fu la vera lotta di classe, portata avanti su grande scala, tra l'emergente borghesia e il feudalesimo francese in declino: si trattava di una lotta di classe basata sul colonialismo.
   Come cercheremo di dimostrare, l'epicentro di questa come di altre lotte di classe che videro opporsi borghesia e feudalesimo, fu il Mediterraneo. Dopo la sua chiusura, a seguito della conquista di Bisanzio/Istanbul da parte degli Ottomani, questo epicentro si spostò per collocarsi in tre luoghi distinti: in Africa, in Asia e quindi in America. Questi epicentri, pur essendo molto lontani dall'Europa, ebbero tuttavia degli effetti all'interno di essa, modificando la struttura di classe di nazioni preminenti come la Francia, l'Olanda, il Portogallo, la Spagna e, soprattutto, la Germania. Ciò che ci preme sottolineare è in sostanza questo: i rapporti tra queste nazioni e i cambiamenti a livello di potere delle classi all'interno di esse erano prodotti a «distanza» delle conquiste coloniali da parte degli stati e delle compagnie monopolistiche (le prime imprese «transnazionali») appartenenti ai paesi interessati, ad esempio l'olandese Compagnia delle Indie Orientali - che governava Giava e il Sudafrica e conduceva un colossale traffico di schiavi -, la Slaving English Royal Africa Company.
   A partire dalle Crociate e fino all'epoca delle «scoperte» le classi e le lotte di classe a nord del Mediterraneo furono in gran parte prodotti dall'espansione delle economie colonialiste di città mediterranee come Genova e Venezia, dei loro conflitti e della loro riproduzione ad Anversa, Amsterdam e lungo il Reno. Il modo di produzione del capitalismo fu poi pienamente messo in moto dal nuovo sviluppo dato da Colombo al processo coloniale che rese fruttiferi i processi precolombiani in città capitaliste come Venezia, Pisa e Genova e i rapporti che queste ebbero con altre città e stati che praticavano ciò che Marx chiamava il «dispotismo orientale».
   I capitalisti e i lavoratori salariati esistevano anche nel «comunismo primitivo», il cosiddetto «tribalismo», e in società dispotiche come quelle dell'antico Egitto pretolemaico, in Babilonia, India, Cina e persino nelle civiltà azteca e inca, per non parlare del Mediterraneo arabo dall'ottavo al sedicesimo secolo e dell'impero turco.
   Singoli capitalisti ma anche e addirittura città capitaliste esistevano ancor prima che il capitalismo raggiungesse la sua piena maturità. Benché Marx faccia coincidere la nascita del capitalismo con le spedizioni di Colombo, occorre notare che quando Colombo salpò Siviglia possedeva già una laboriosa classe di capitalisti e lavoratori salariati. Tuttavia, i capitalisti e i lavoratori salariati diventano una componente fondamentale del capitalismo solo quando esiste un processo chimico in grado di classificare i capitalisti individuali e i lavoratori e di amalgamare queste classi in un sistema. Questo sistema è ciò che Adam Smith, Ricardo, Marx e altri hanno definito capitalismo.
   Il processo chimico che ha combinato questi elementi in un sistema non fu semplicemente il colonialismo, bensì un tipo di colonialismo intrinsecamente legato alla produzione di merci con l'unico scopo di creare plusvalore dallo sfruttamento di forza lavoro a basso costo. In Europa questa forza lavoro era rappresentata da ex contadini e da ex artigiani delle corporazioni divenuti lavoratori salariati.
   In Africa, nelle Americhe e in Asia la principale fonte di forza lavoro e plusvalore era costituita dagli schiavi e dai contadini espropriati della terra. Il processo di espropriazione a seguito delle conquiste e di supersfruttamento, oppressione e assoluta povertà culturale esercitati da parte di coloni e compagnie capitalisti è ciò che noi chiamiamo capitalismo.
   Secoli prima di Cristoforo Colombo la prima grande guerra coloniale è rappresentata dalle Crociate, di cui la reconquista in Spagna e Portogallo fu uno degli aspetti più importanti. Il capitalismo legato alle Crociate fu in sostanza una guerra colonialista contro gli Arabi nel Mediterraneo. Essa ebbe inizio con la crociata dell'undicesimo secolo e si concluse con la sconfitta del regno di Granada nel 1492. La seconda lunga guerra del capitalismo emergente, parallela alle numerose guerre condotte in suo nome contro le società indigene in America, Africa e Asia, fu quella contro l'impero ottomano, iniziata con l'inaspettata sconfitta dei mercanti occidentali a Costantinopoli nel 1453, continuata oltre la vittoria sull'impero ottomano a Lepanto nel 1571.
   Queste guerre coloniali rivoluzionarono le tecnologie, la composizione e la cultura vera e propria dei capitalisti e dei loro rivali feudali, che spesso finirono col diventare loro alleati nelle spedizioni e guerre coloniali. Senza queste due vittorie il sistema capitalista probabilmente non sarebbe mai nato o non avrebbe acquistato la forza necessaria per poter sopravvivere oltre la fanciullezza. Le guerre epocali delle Crociate e della reconquista in Portogallo e in Spagna si conclusero definitivamente a Granada alla vigilia della prima spedizione di Cristoforo Colombo. La guerra contro i turchi si protrasse anch'essa per lunghissimi anni (quattro secoli), dopo che il 1453 vide la chiusura della porta orientale sul Mediterraneo. Essa non si concluse affatto con Lepanto, dato che gli austriaci e i russi dovettero combattere molte battaglie per cacciare i turchi dai Balcani dopo la guerra di Crimea verso la metà del diciannovesimo secolo.
   Queste guerre modificarono non solo i rapporti di classe in Europa ma anche le relazioni tra il nord del Mediterraneo e il Nordafrica e l'Asia occidentale. Questi cambiamenti rappresentano solo due delle molteplici conseguenze prodotte dalla divisione colonialista del Mediterraneo in ciò che viene comunemente detto il «Nord» e il «Sud». Questa divisione ebbe inizio in Spagna e Portogallo con la reconquista e la cacciata degli arabi e contemporaneamente, con connotati del tutto simili, nel Mediterraneo orientale dove, quarant'anni prima della spedizione di Colombo, gli ottomani cacciarono i bizantini da Costantinopoli chiudendo così la porta orientale del Mediterraneo. I turchi continuarono ad occupare i Balcani per altri quattro secoli, ma la chiusura del Mediterraneo dopo Lepanto ne impedì l'espansione verso occidente e fece sì che si arrestassero in quella che più tardi sarebbe divenuta la Jugoslavia.
   Questa chiusura modificò le strutture e i rapporti di classe a Siviglia, Genova e Pisa e, soprattutto, trasformò il commercio coloniale e le città d'arte di Firenze e Venezia. La conquista di Costantinopoli nel 1453 costrinse le città del Mediterraneo a guardare al mondo attraverso lo stretto di Gibilterra piuttosto che attraverso il Bosforo e Alessandria.
   Le città del Mediterraneo cercarono allora di raggiungere l'India doppiando l'Africa e trovando così la via per l'America. La polarizzazione del Mediterraneo aprì la porta attraverso la quale avvenne la polarizzazione del mondo.
   Oggi il Mediterraneo, da Gibilterra al Bosforo, è circondato da società ed economie privatizzate derivate dalle conquiste condotte in nome dello schiavismo dalla Grecia di Alessandro Magno e dei Tolomei e dalla Roma di Scipione, Cesare, Antonio e Augusto. La politica schiavista esercitata dai greci e dai romani era direttamente collegata alle loro prodezze coloniali precapitaliste, che finirono col portare a Roma una quantità tale di ricchezze e fastidi da provocare una implosione del sistema della schiavitù. Questa sistematica privatizzazione schiavista della terra e del lavoro assunse connotati feudali dopo che «barbari» provenienti dal Nord e dall'Est dell'Europa diedero il colpo di grazia a una Roma che stava crollando sotto il peso del proprio colonialismo.
   Le Crociate, che rappresentarono «il primo colossale saccheggio del capitalismo»1, finirono col mandare in rovina i signori feudali che le avevano condotte e arricchirono la nascente borghesia, che approvvigionava e riforniva gli eserciti sia dei Crociati che dei Saraceni. Il colonialismo, in questo caso feudale e allo stesso tempo protocapitalista, modificò ancora una volta i rapporti di proprietà all'interno di quei paesi che sarebbero poi divenuti l'Europa. Infine, il colonialismo colombiano avviò il modo di produzione capitalistico che in sostanza riaffermava il principio fondamentale dello schiavismo, proprio sia dei capitalisti che dei signori feudali, ovvero la privatizzazione della terra e delle persone.
   La prima potenza coloniale affermatasi nell'epoca successiva alle Crociate, fu il Portogallo. A Sagres, nell'Algarve, Enrico il Navigatore (1394-1460) progettò le prime «scoperte» moderne. A Portomao, città dell'Algarve, si trova un monumento che ricorda l'invasione di Ceuta, in Marocco, guidata da Enrico il Navigatore all'inizio del quindicesimo secolo. Da Ceuta e da Arguin, conquistata nel 1441, proveniva l'oro. Oggi Ceuta, che gli Spagnoli hanno sottratto ai Portoghesi, è il confine più meridionale della multinazionale colonialista che va sotto il nome di Unione Europea. Il Tableau géographique de l'Ouest africain au Moyen Âge (Dakar, 1961) di R. Mauney, spiega che fino al 1600 furono portate via dalle coste del Sudan e della Nigeria più di 13500 tonnellate di oro, destinate ai porti europei. Questa era una ricchezza coloniale equivalente a tutto l'oro estratto dai giacimenti del Witwatersrand fino al 1950.
   Nel 1441, dopo i «viaggi di esplorazione» nel Nordovest dell'Africa, guidate dal Principe Enrico, Gil Eannes e Goncalves (o de Silva), venne aperto a Lagos, nell'Algarve, il primo mercato adibito alla vendita di schiavi (oggi una galleria d'arte). Il Papa ricevette in dono degli schiavi e nell'Europa occidentale sorse una classe di capitalisti proprietari di schiavi. Il colonialismo stava modificando la struttura vera e propria dell'emergente borghesia, attorno alla quale si andava formando una catena di piccolo borghesi e proletari. Nonostante fosse ancora in una fase solo iniziale, l'importazione di prodotti dalle colonie modificò i rapporti tra città e campagne e, insieme ad essi, i rapporti feudali di proprietà e lavoro in Portogallo.
   Nel Mare Adriatico, colonizzatori veneziani saccheggiarono la Turchia e l'Egitto durante e dopo le Crociate. Il trafugamento del corpo di san Marco da Alessandria d'Egitto a Venezia nel 829 da parte di Malmocco e Trocallo fu solo uno degli episodi di intrusione dell'emergente mercantilismo nell'area del Mediterraneo a spese delle economie dispotiche basate sul commercio a lunga distanza praticate per lungo tempo da arabi, turchi e persiani. Liberatasi dal giogo di Bisanzio nell'887, Venezia andava trasformandosi da villaggio circondato dal mare in «Repubblica Serenissima», rivaleggiando con Genova e Pisa. Nel 1204, nel corso della Quarta Crociata, Enrico Dandolo conquistò Costantinopoli e le galere veneziane fecero ritorno dalla   Dalmazia, dalla Grecia e dall'Albania cariche di tesori.
   Il commercio coloniale ineguale di Venezia con il Levante arricchì non solo questa città ma anche, grazie ai traffici oltre il Brennero e la Valcamonica, i banchieri e i commercianti che nel quattordicesimo secolo formavano la Lega Anseatica lungo il Reno e il Mare del Nord. Le città tedesche che capitalizzavano le merci scaricate a Venezia, ripeterono il processo quando si trattò di capitalizzare i preziosi metalli aztechi e inca che arrivavano dalla Spagna, passando via Milano attraverso le Alpi.
   I comuni e gli stati regionali di Venezia, Verona, Padova, Genova e Pisa non erano i soli a partecipare a questo processo colonialista che andava costruendo un nuovo modo di produzione sulle rovine di quello vecchio. I mercanti capitalisti nelle città-stato italiane e i loro co-finanziatori tedeschi, ottennero dal re Giovanni Secondo di Portogallo delle «Concessioni Reali» destinate a finanziare la spedizione che doveva scoprire la via per l'India. Il colonialismo stava cambiando il sistema finanziario stesso in Portogallo, Italia e Germania.
   Martin Behaim, un manifatturiero di Norimberga, fornì dettagli sulla rotta africana verso l'India dalla Germania a Lisbona tra il e i 1495. I banchieri tedeschi seguirono attentamente le spedizioni di Cao, Diaz e de Gama lungo la costa occidentale dell'Africa. La Lega Anseatica delle città lungo il Reno diede ai viaggi di da Gama, Cabral e da Almeida, partiti da Lisbona, ai confini del Mediterraneo, un carattere «europeo».
   Questo colonialismo consolidò un processo iniziato già in epoca precolombiana. I capitalisti sono esistiti in tutte le società precapitaliste. Già all'epoca delle Crociate, mercanti provenienti dalla terraferma mediterranea si erano stabiliti a Palermo e nel tredicesimo secolo mercanti genovesi risiedevano a Castelsardo in Sardegna. I loro discendenti andarono a Siviglia e finanziarono le spedizioni di Cristoforo Colombo. Venezia possedeva colonie lungo l'Adriatico fino a Dubrovnik e i suoi mercanti, come la famiglia Polo, intrattenevano commerci con la Persia, l'Arabia e la Cina. Nel 1341 mercanti italiani avevano raggiunto le Canarie, le Isole di Capo Verde nel 1466, Timbuktu, nel Sahara del Nord, nel 1470 e nel 1464 importavano oro dal Sudan occidentale. All'inizio del quattordicesimo secolo, Zarco colonizzò una Madeira allora disabitata e importava schiavi dall'Africa nordoccidentale. In quegli stessi anni Bettencourt conquistò Tenerife, strappandola agli africani guancho, e da Bordeaux, come da altri porti francesi, entravano e uscivano navi cariche di schiavi. Ancora prima delle prime spedizioni di Colombo nel 1492, questa forma di colonialismo stava trasformando radicalmente la struttura e i rapporti di classe nelle città e nei paesi dove esso era arrivato.
   Ma il colonialismo fondato sul commercio e sugli schiavi mise in atto anche una riorganizzazione dei rapporti tra paesi e nazioni. Il terreno di coltura del capitalismo furono le città marinare dell'Europa, che comprendevano, oltre a Brema, Amburgo, Amsterdam, Bordeaux e Lisbona sulle coste atlantiche, le città mercantili emergenti di Granada, Cadice, Siviglia e Barcellona in Spagna, Montpellier e Marsiglia in Francia, Venezia e le vicine Padova e Verona, Genova, Pisa, Palermo e, in misura minore, Atene. Tutte queste città si trovano sulla riva europea, sul versante nord del Mediterraneo.
   Le città arabe e turche del Mediterraneo meridionale e orientale rappresentavano il terreno di caccia e di distruzione per le città europee del nord. Senza la cacciata degli arabi dalla Spagna, dalla Francia e dalla Sicilia, e la vittoria di Venezia sui turchi, le città del nord non avrebbero potuto portare a termine il loro sviluppo protocapitalista. Senza questo rapporto predatorio e le sue ramificazioni nel resto dell'Africa e dell'Asia, per non parlare dell'America, il capitalismo non avrebbe potuto trionfare sulla riva nord del Mediterraneo e quindi nell'Europa occidentale.
   Seguendo le orme di Venezia nel sedicesimo secolo, Genova divenne una potenza mondiale nel diciassettesimo secolo, entrando a far parte di questo processo globale. Nel diciottesimo secolo era in grado di investire metà dei propri capitali all'estero. Nel sedicesimo secolo la popolazione della città e dei suoi sobborghi contava mezzo milione di abitanti, la maggior parte occupata nella manifattura e commercio legati al pepe, le spezie, le sete, l'oro e l'argento. Già nel 1261 i mercanti genovesi si erano spinti sino a Costantinopoli e sul Mar Nero. Genova scambiava il grano con l'oro proveniente da Tunisi e da Tripoli. Coloni genovesi si stabilirono a Siviglia, Lisbona, Bruges, Anversa e persino nel Nordafrica. Capitali genovesi a Siviglia finanziarono le spedizioni navali in America e, nel 1557, fu grazie ai prestiti ricevuti dai genovesi, che Filippo Secondo di Spagna poté finanziare le sue spedizioni coloniali. Le miniere spagnole in America riversavano oro e argento, attraverso la Spagna, in città come Genova, la cui ascesa e declino rispecchiavano l'andamento dei suoi interessi coloniali, tant'è che la sua decadenza ebbe inizio quando i preziosi metalli furono dirottati ad Anversa ed Augusta (la città dei banchieri Imhoff e Fugger).
   Genova faceva parte di un mondo fondato sulla proprietà privata. La privatizzazione dello sfruttamento di classe esisteva da tempo in città come questa, molto meno nelle città degli ottomani come Belgrado, oppure Tripoli o Beirut, che possedevano sì dei mercati fiorenti ma erano assoggettate a governi dispotici e caratterizzate da vaste zone di terre comunali e lavorate collettivamente. Nelle città del Mediterraneo del Nord, i patrimoni potevano essere ereditati, permettendo in questo modo la formazione di dinastie commerciali, finanziarie, terriere o manifatturiere. Nel Mediterraneo del Sud la proprietà privata e la prassi dell'eredità erano ostacolate e contrastate dai sultanati, come peraltro in Cina dalla burocrazia stabilita dai Mandarini e in India dai dispotici maharaja e mogol. Su questo diverso modo di trasmissione dei beni si reggeva lo sviluppo del capitalismo in porti come Genova e Venezia e il suo fallimento nell'impero ottomano.
   Un aspetto di questa differenza era costituito dalla quantità di offerta di moneta e dalla forza della borghesia mercantile. A Napoli lo stock di moneta passò dai 700 mila ducati nel 1570 (quando la città contava già 300 mila abitanti) ai 18 milioni nel 1751, mentre lo stock di moneta a Genova alla fine del diciassettesimo secolo era così imponente da permettere prestiti a stranieri ad un tasso del 2-3%. La Roma medievale aveva degli argentarii che si occupavano di complessi registri contabili correnti. Già nel tredicesimo secolo le città italiane trattavano cambiali internazionali. Nel 1167 Venezia emetteva prestiti pubblici e alla fine del dodicesimo secolo Genova coniò il genovino d'oro. Compagnie commerciali sorsero nelle città mercantili del Mediterraneo del Nord e questo mercantilismo precoce fu causa di guerre tra Firenze e Pisa nel 1406 e tra Genova e Savona nel 1525.
   Queste città mediterranee possedevano tutte un sistema di classi strutturato dalle attività coloniali e in funzione di esse. Roma stessa era al centro di un commercio di pepe e spezie così antico che quando Alarico conquistò la città nel 410, si impadronì di due tonnellate di pepe. Le spezie che Venezia portava dal Levante erano poi vendute fino ad Anversa e Amsterdam. Dal nono al tredicesimo secolo, i mercanti veneziani sfruttarono il colonialismo bizantino da veri e propri parassiti. Quando i turchi conquistarono Costantinopoli, Venezia era la potenza dominante nel Mediterraneo. Per costringere i mercanti tedeschi a venire a Venezia, il Doge proibì ai veneziani di esercitare i loro commerci in Germania, tanto che i tedeschi furono virtualmente ghettizzati nel Fondaco dei Tedeschi vicino a Rialto.
   Sebbene la conquista di Caffa, in Crimea, da parte dei turchi nel 1475, avesse chiuso il Mar Nero al colonialismo veneziano (e anche genovese), Venezia continuò ad essere una grande potenza per un altro secolo. Nel sedicesimo secolo Venezia divenne uno dei principali distributori della seta proveniente dalla Sicilia e dall'Andalusia e controllava l'85 % del pepe venduto a Lione. Importava bestiame a basso prezzo e spesso ricorrendo alle armi. In seguito alle spedizioni commerciali della famiglia Polo, divenne uno dei più grandi fabbricanti e venditori di polvere da sparo, che la Repubblica Serenissima usava in battaglia nelle sue colonie lungo la costa dei Balcani. La battaglia di Pavia del 1525 fu combattuta con la polvere da sparo. Cannoni di ghisa si fabbricavano a Venezia e a Brescia, e alcuni di questi andarono ad armare l'esercito spagnolo nel sedicesimo secolo.
   Il commercio del grano era una delle attività principali dei mercanti di Palermo e Firenze già nel quattordicesimo secolo. Milano, che molto più tardi, assieme a Genova, guidò la rivoluzione industriale italiana del diciannovesimo secolo, ebbe vantaggi e svantaggi dall'essere il crocevia del commercio tra Spagna e Germania e tra Venezia, Genova e Siviglia. Nel vitale quindicesimo secolo, quando il capitalismo «decollò» su vasta scala, Milano era padrona della Lombardia e  quindi di una rotta importante per le città-mercato marittime e fluviali del nord dell'Europa.
   Questo processo protocapitalista non era limitato al Mediterraneo italiano, Roma compresa. «Il mercato urbano avrebbe potuto essere un'invenzione dei fenici», scriveva Fernand Braudel2. Atene «importò» il principio e la prassi del mercato all'epoca classica, quando dominava il modo di produzione basato sulla schiavitù. Dopo la romanizzazione di Costantinopoli nel quinto secolo, il mercato ateniese cominciò ad assumere un'importanza via via crescente più per i mercanti che per gli artigiani e i contadini.
   Marsiglia possedeva dei mercati specializzati per le merci provenienti dal Levante, vendeva grossi quantitativi di grano e il suo porto era il centro di una catena di città-mercato della Provenza. Alla fine del diciassettesimo secolo Marsiglia vantava un luogo di scambio, che sarebbe in seguito divenuto la Borsa, dove si incontravano i grandi mercanti per le loro contrattazioni. A Valencia e a Barcellona la Borsa esisteva già nel quattordicesimo secolo. La Borsa e le «fiere» interagivano per espandere il mercato commerciale e finanziario in Spagna, Francia e Italia ed erano in stretto contatto con altre Borse e le Grandi Fiere.
   Nel ventesimo secolo la Borsa divenne un importante istituto al servizio della globalizzazione capitalista. Nel quindicesimo e sedicesimo secolo luoghi di riunione per mercanti, come la Loggia di Palermo, furono edificati anche a Genova, Piacenza, Firenze, Venezia e Milano, e la fiera divenne un «evento» anche in piccole città come Lanciano nello stato pontificio.
   Imperi commerciali si formarono e svilupparono attorno alle Borse; mercanti e finanzieri non solo di Lucca, Firenze, Genova e Venezia, ma anche di altre città, «colonizzarono» le città del Mediterraneo. I mercanti genovesi commerciarono nel Mar Nero per un quarto di secolo dopo aver perso Costantinopoli nel 1453, ed alcuni continuarono i loro traffici in quelle zone per un altro secolo. Tuttavia, la chiusura della porta orientale del Mediterraneo spostò le loro attività in Marocco, Egitto e nelle Indie occidentali e orientali.
   Il commercio coloniale promosse la creazione di «istituti» finanziari amministrati, tra gli altri, dai patrizi veneziani e dai facoltosi «nobili vecchi» genovesi. I mercanti e i finanzieri di Lucca, Livorno, Genova, Firenze e Messina erano tra loro in concorrenza, spesso spietata, per ottenere il controllo di questa combinazione di finanza e commercio, soprattutto quando si trattava di merci preziose come la seta, ad esempio imponendo tariffe ai mercanti di seta francesi. Questi processi portarono alla creazione di monopoli, destinati ad avere una parte determinante nel processo più ampio della globalizzazione coloniale del capitalismo.
   Già nel dodicesimo secolo Firenze possedeva un sistema creditizio che accelerò ed estese le sue imprese marittime. Nel tredicesimo secolo mercanti genovesi si erano spinti fino al Mar Caspio e al Mar Nero, i veneziani avevano raggiunto l'India e la Cina e navigatori liguri commerciavano l'oro proveniente dal Sudan occidentale nei porti del Marocco.
   A metà del sedicesimo secolo navi di mercanti di Siviglia andavano e venivano dalle Canarie, dalle Isole Azzorre e dalle Bahamas, mentre mercanti dell'Europa centrale e settentrionale si affollavano a Cadice e Siviglia attratti dai metalli e dalle merci provenienti da questo commercio atlantico di mercanti mediterranei.
   Investitori genovesi e del Nordeuropa possedevano magazzini e uffici a Siviglia, manifatturieri dal Mare del Nord si erano insediati nel Mediterraneo e la concorrenza determinò un livellamento dei prezzi delle spezie, dei metalli e anche delle manifatture. Si costruivano navi più grandi, più solide e attrezzate per poter trasportare sugli oceani merci, grano, legno, riso, metalli, tinture, caffè, zucchero e, spesso, anche schiavi. Mentre l'affidabilità delle traversate dipendeva dalle condizioni climatiche, in particolare dai monsoni, per rendere i trasporti marittimi e terrestri più accurati, veloci e sicuri si diede impulso agli studi di astronomia, navigazione e meteorologia nonché all'industria e alla scienza delle assicurazioni.
   Il capitale varcava i confini delle città e degli stati nazionali. Questo tipo di internazionalismo, endogamo alla globalizzazione originaria, rimase accettato come parte di essa quando si sviluppò e maturò. I concorrenti più forti cercarono di creare monopoli nell'ambito delle spedizioni navali e nel trasporto dei beni primari e dei metalli preziosi. Il processo di globalizzazione stava prendendo il via e il suo principale centro di irradiazione era l'area del Mediterraneo.
   Oltre le coste del Mediterraneo, mercanti, manifatturieri e finanzieri di Lisbona, Genova, Venezia, Firenze, Roma, Lione e Siviglia, intrattenevano rapporti con mercanti, corporazioni e banchieri olandesi e tedeschi. Nel 1503 mercanti finanziari di Bruges e le potenti casate di banchieri tedeschi dei Welser, Voblin e Fugger, Höchstätter, Imhof e Hirschvogel, controllavano le industrie e il trasporto navale di Lisbona3, tanto che Jacob Fugger era il banchiere di Carlo Quinto. Nel 1515 i Fugger e Welser detenevano il monopolio del commercio da Anversa e Lisbona diretto a Calcutta e le spedizioni in India guidate da Vasco da Gama e da Almeida all'inizio del sedicesimo secolo erano finanziate con i capitali dei banchieri di Augusta, Norimberga e altre città tedesche.
   Nel Mediterraneo meridionale e orientale, i mercanti ebrei e musulmani si servivano di carovane per far giungere le merci dal Mediterraneo del Nord oltre Damasco, Tangeri, Ceuta o Il Cairo. Quando Istanbul reagì alle pressioni economiche esercitate da Venezia e Ragusa, ne beneficiarono non solo i mercanti cristiani greci ma anche i loro colleghi armeni ed ebrei. Nel periodo che va dalle Crociate alla caduta di Costantinopoli, questo «commercio esterno» passò via via dalle mani arabe e turche in quelle europee. Una delle debolezze intrinseche degli ottomani, rispetto al Mediterraneo del Nord, era il fatto che il denaro non era considerato un aspetto essenziale dei loro «modi di produzione orientale». Il denaro che passava attraverso gli stati turchi andava poi all'estero o serviva alle casse del sultanato per finanziare il commercio con l'estero controllato dallo stato.

L'economia del primo mondo

   Nel quindicesimo secolo prese avvio il processo di europeizzazione del Mediterraneo, fenomeno che coincise anche con l'inizio di una economia mondiale nel senso non-braudeliano del termine. Partendo dalle opere di Johann Hesinrsich von Thunen (1780-1851), Braudel usa il termine «economia mondo» per rappresentare «un frammento del mondo, una sezione economicamente autosufficiente del pianeta», differente dall'«economia mondiale», ovvero «un'espressione afferente il mondo intero» che corrisponde, per usare le parole di Sismondi, 'al mercato dell'universo', 'alla razza umana'. Come esempi di «economie mondo» egli cita quelle «centrate» su Venezia, Genova, Anversa, Londra eccetera nonché sulle Americhe, l'«Africa Nera», la Russia, l'impero turco e l'«Estremo Oriente»4.
   Immanuel Wallerstein definisce i paesi appartenenti al primo gruppo «imperi mondo»5. Appare tuttavia scorretto e astorico parlare di economie mondiali a meno che queste non siano veramente globali. All'epoca precolombiana il mondo era diviso da una parte in economie diverse e disarticolate e dall'altra in paesi cosiddetti «civili», così come citati da Braudel, il quale considera il Mediterraneo «un'economia mondo».
   Molto tempo prima che il capitalismo imperialista si rafforzasse nel Mediterraneo alla fine del diciannovesimo secolo, città come Milano, Torino, Genova e Venezia dominavano l'economia di quest'area addirittura prima di Carlo Quinto di Spagna (1509-1555). Queste città dominanti erano tutte città colonialiste e possedevano marcati requisiti capitalisti.
   Nel quindicesimo secolo le città dominanti del Mediterraneo erano Siviglia e Venezia e nel diciassettesimo secolo Genova, che aveva ceduto il primato a Venezia. Dal 1294 Venezia possedeva un impero coloniale che si estendeva all'Adriatico e oltre e, dopo una serie di lotte con Genova per la supremazia, culminate con la guerra di Chioggia nel 1378-1381, divenne una potenza non solo nel Mediterraneo ma praticamente a livello mondiale.
   Molti dipinti di Carpaccio, Canaletto, Tintoretto e Veronese raffigurano l'impero coloniale di Venezia nel quindicesimo e sedicesimo secolo. La vittoria della Santa Lega contro i turchi a Lepanto nel 1571, virtualmente guidata da Venezia, celebra il colonialismo dei capitalisti veneziani al tempo dei Dogi. L'influenza di queste città mediterranee funzionò da catalizzatore per l'ascesa a potenze mondiali prima di Anversa e poi di Amsterdam. Dopo che gli interessi coloniali si erano spostati dal Mediterraneo all'Atlantico, per due secoli, ovvero dal diciassettesimo al ventesimo secolo, il centro del capitalismo divenne Londra. Questo spostamento di «centri» portò alla creazione di un centro mondiale polarizzato.
   La divisione del mondo diede impulso alla suddivisione delle metropoli in proletariato, borghesia e ciò che restava dell'aristocrazia feudale terriera, che invece, in Inghilterra, venne cooptata nelle compagnie coloniali finanziarie. La borghesia di Anversa si era talmente arricchita grazie ai suoi traffici coloniali da poter pagare a Carlo Quinto trecento tonnellate d'oro, in gran parte proveniente dal Sudan e dalle Americhe.
   Anche quando il mondo, dopo l'era glaciale, era stato caratterizzato da un unico modo di produzione, ovvero quello delle società comunali, non esisteva comunque un unico «centro» né il mondo era economicamente o culturalmente unito. In seguito, le società caratterizzate dalla redistribuzione del surplus, le cosiddette società «tributarie» o di tipo «dispotico orientale», non si diffusero in tutto il mondo e spesso rimasero prive di contatto tra loro (ad esempio quelle americane con quelle asiatiche). Nemmeno le conquiste più imponenti, come quelle guidate da Ramsete, Gengis Khan, i mongoli o Tamerlano, riuscirono mai a varcare i propri confini geografici, economici e culturali, né ad inaugurare un'economia globale o mondiale. Il primo e solo modo di produzione che unificò il mondo intero fu il modo coloniale e capitalista inaugurato da Cristoforo Colombo.
   Questo modo di produzione mondiale viene distinto da Frank, Amin, Wallerstein e altri in «centro» e «periferia». Tuttavia l'Africa, l'America Centrale, il Sudamerica e l'Asia, ad eccezione del Giappone, non occupano un posto periferico ma centrale rispetto all'«occidente» o al «Primo mondo», rappresentando la principale fonte di plusvalore. Poiché il plusvalore è la forza motrice «materiale» e «spirituale» del capitalismo, il termine «periferia» offusca la natura colonialistica della polarizzazione globale.
   L'immagine realistica è quella di un unico mondo suddiviso nei submondi imperialista e coloniale in contrapposizione tra loro. Il polo imperialista comprende gli Stati Uniti, la Germania e il Giappone ovvero Stati Uniti con Unione Europea e Giappone, nonché altre potenti transnazionali e monopoli che, di fatto, controllano il 70% del commercio mondiale e quasi l'intero mercato finanziario. Negli anni Novanta al processo di polarizzazione si è contrapposto quello della incorporazione multinazionale di società transnazionali un tempo nazionali. Alla fine del Millennio tutto l'«occidente» sarà e agirà come un unico polo. La NATO è l'espressione militare di questo processo, come hanno dimostrato i suoi interventi nella guerra del Golfo e, di recente, in Jugoslavia. Il «Sud» o «Terzo Mondo» non è polarizzato, e l'antagonismo tra «Primo Mondo» e «Terzo Mondo» sarà il punto cruciale della moderna liberazione.

  
1. B. M. Kies, The Contribution of the Non-Europeans to World Civilization, Cape Town 1953.
2. F. Braudel, La Méditerranée et le monde méditrranéen à l'époque de Philippe Deux, Paris 1949 (trad. it. Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo Secondo, Einaudi, Torino 1976).
3. F. Braudel, trad. ing. Civilization and Capitalism, London 1979, vol. 2. p. 228 (trad. it. Capitalismo e civiltà materiale, Einaudi, Torino 1977).
4. F. Braudel, Civilization and Capitalism, cit., vol. 3, «La prospettiva del mondo», p.p. 8-9 e 22-23. Braudel sopravvaluta enormemente l'opera di von Thunen quando scrive che questo mediocre agronomo tedesco «è, insieme a Marx, il più grande economista tedesco del diciannovesimo secolo».
5. I. Wallerstein, The Modern World System, New York 1974, (trad. it. Il sistema mondiale dell'economia moderna, Il Mulino, Bologna 1995).

 

Hosea Jaffe - La liberazione permanente e la guerra dei mondi (2000)

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