luni, 22 octombrie 2012

Il colonialismo




1. Definizioni e origini – 2. Colonialismo e capitalismo – 3. La schiavitù – 4. Il razzismo – 5. Tipi di colonie.






1. Con Colonialismo (dal fr. del secolo XVI ‘coltivatore’ o ‘abitare’) si intende la politica e la pratica di conquistare, sottomettere, sfruttare economicamente e opprimere politicamente un paese, una nazione o un popolo, o un gruppo di paesi, di nazioni o di popoli ad opera di uno Stato o un gruppo di Stati stranieri, a prescindere dall’eventuale insediamento di coloni provenienti da questi ultimi o dalla formale sottomissione diretta ad un impero. Il neocolonialismo è una forma specifica di Colonialismo in cui “un potere esterno esercita, soprattutto tramite il dominio dell’economia, il controllo politico su un paese in linea teorica sovrano e indipendente” (Collins English Dictionary), paese che può essere denominato semicolonia secondo la definizione dell’ormai classica opera di Lenin L’imperialismo fase suprema del capitalismo del 1916.
Sebbene il termine moderno abbia un’origine europea capitalistica, che può essere fatta risalire alla conquista delle isole Canarie da parte del commerciante-conquistatore normanno Jean de Béthencourt già nel 1402, il termine fu utilizzato anche per indicare l’espansione in Persia, Egitto e India degli Stati greci schiavisti e l’espansione di Roma contro i Galli, i Celti, i Franchi, le popolazioni balaniche, i Cartaginesi, i Libici, gli Egiziani e le popolazioni e gli Stati mediterranei sia in epoca pagana sia all’inizio dell’era cristiana. Allo stesso modo il Colonialismo può essere impiegato per definire le numerose spedizioni coloniali, comprese quelle dei Crociati e quelle delle città marinare di Genova, Pisa e soprattutto Venezia, protrattesi per tutto il millennio feudale, dal secolo V al XV, dalla conquista alla perdita di Costantinopoli. Il termine, tuttavia, non è normalmente utilizzato per indicare le espansioni massicce e violente in quella che poi fu conosciuta con il nome di Europa da parte di Stati non-europei a formazione sociale di comunismo dispotico, come ad esempio la Mongolia di Gengis Khan o gli Arabi, che nel secolo VIII conquistarono la Sicilia, la Francia, la Spagna e il Portogallo o i Turchi, che nella metà del secolo XV occuparono la Bosnia e i Balcani. Il motivo di tale esclusione è imputabile al fatto che queste espansioni, sebbene di lunga durata nel caso degli Arabi e dei Turchi, non richiedendo o implicando significativi trasferimenti di ricchezza materiale dalle “periferie” ai “centri” quali, ad esempio, Pechino, Istanbul e Bagdad, non presentavano quel carattere di sfruttamento economico essenziale per il Colonialismo vero e proprio.

2. Nel Contributo dei popoli non-europei alla civilizzazione del mondo, del 1953, lo studioso-liberatore sudafricano B.M. Kies ha definito le Crociate dei secoli XI-XIII come le “prime spedizioni di saccheggio del capitalismo”. Nel capitolo sulla “Accumulazione originaria” del primo volume del Capitale, Marx ha datato la nascita del capitalismo dall’espulsione degli Arabi dalla Spagna e dal primo viaggio di Cristoforo Colombo del 1492. Fin dalla sua nascita il sistema capitalistico fu colonialista. Di fatto il capitalismo divenne un sistema proprio come risultato del colonialismo. I finanzieri, i commercianti e i produttori divennero una classe sufficientemente forte da rovesciare il feudalesimo nei propri paesi grazie alla forza economica che proveniva loro dal Colonialismo. Il Portogallo, la Spagna, la Francia e persino l’Inghilterra e l’Olanda divennero potenze coloniali molto tempo prima delle “rivoluzioni borghesi” dei secoli XVII e XVIII.
C’erano capitalisti in Africa, Asia e America, ma solo in Europa divennero realmente una classe dirigente. Fu il Colonialismo a garantire loro questo trionfo. Arricchiti e incoraggiati dal patrimonio coloniale accumulato a partire dall’incoronazione a Gerusalemme nel 1099 del crociato Goffredo di Buglione, e accresciutosi prima con il saccheggio veneziano dell’Egitto e delle città dell’Adriatico, poi con le prime conquiste in Africa dal 1415 al 1460 del portoghese Enrico il Navigatore, i capitalisti in Europa, e non solo in Europa, diedero il via a un processo mondiale di accumulazione originaria. Con le conquiste e la pratica dello schiavismo cominciate da Colombo, Hernán Cortes, Francisco Pizzarro e Pedro Alvares Cabral tra il 1492 e il 1520 in America e da Bartolomeo Diaz, da Vasco da Gama e Ferdinando Magellano tra il 1487 e il 1520 in Africa e in India, il processo di accumulazione originaria delle terre feudali e straniere e la separazione della manodopera dalla proprietà dei mezzi di produzione nella madrepatria e nelle colonie raggiunsero una dimensione tale da consentire ai capitalisti di diventare una classe dominante nazionale e mondiale. Nella gran parte dei casi, prima di diventare una potenza nazionale, essi divennero una potenza mondiale su terra e su mare.
Tre sono i motivi per cui solo i capitalisti europei divennero colonialisti. In primo luogo, perché solo nell’area che divenne in seguito l’Europa i modi di produzione seguirono la sequenza post-tribale/comunista fondata sulla proprietà privata di terra e forza lavoro, e precisamente la sequenza: schiavitù-feudalesimo-capitalismo. Nelle Americhe, in Africa, in Asia e nelle isole oceaniche, la proprietà privata di terre e uomini rappresentava un’eccezione. In quei continenti, come pure nell’Europa settentrionale e in gran parte dell’Europa orientale, la proprietà dei mezzi di produzione umani e geo-economici era normalmente comunitaria, tanto nel caso di formazioni sociali caratterizzate dal “comunismo primitivo”, quanto in quelle tribali, o a comunismo dispotico. Tuttavia le condizioni geo-economiche dell’Europa mediterranea favorirono la proprietà privata di terre e di uomini. Il capitalismo, in quanto conditio sine qua non della proprietà privata, non avrebbe potuto diventare un modo di produzione o una formazione sociale nell’Asia, nell’America o nell’Africa “comunitarie”. La culla e la terra di coltura del capitalismo, cioè la proprietà privata, esistevano solo nell’Europa meridionale. E fu proprio lì che il capitalismo attecchì e divenne un modo di produzione possibile.
Tuttavia, già dalle sue origini e dal suo primo sviluppo, il capitalismo ha necessariamente dovuto confrontarsi con l’antitesi della proprietà privata sino a dare origine a un antagonismo inconciliabile. Tale antitesi esisteva nelle formazioni sociali dell’America, dell’Africa, dell’Asia e nei modi di produzione non privati e comunitari. Il capitalismo conterrebbe quindi un intrinseco antagonismo dialettico tra i modi di produzione privati e quelli comunitari, un antagonismo il cui polo attivo sarebbe costituito dall’”Europa” e il cui polo passivo sarebbe il mondo non-europeo. Questa dialettica implicherebbe quindi che la vera natura del capitalismo sia colonialista, ma che tale Colonialismo sarebbe stato destinato ad assumere la forma di una divisione razziale del mondo e dell’umanità.
La seconda ragione dell’equazione capitalismo = colonialismo è rinvenibile nel paradosso per cui l’Europa, che in seguito sarebbe diventata la regione socio-economica più ricca del mondo, era per sua natura il subcontinente più povero. L’Europa possedeva il carbone e il ferro per le costruzioni di armi e macchinari, ma era povera di spezie, coloranti e di materie prime di base, quali il cotone, da utilizzare industrialmente da tali macchinari.
I conquistatori, i mercanti di schiavi, i soldati, i missionari, i commercianti diedero ai capitalisti europei la terra, le materie prime, i metalli preziosi e la manodopera a basso costo di cui avevano bisogno per l’accumulazione originaria e in seguito per quella regolare. In Europa non era disponibile nessuna di queste risorse a così basso costo e su così vasta scala. Il Colonialismo offrì al capitale gli altri continenti al prezzo di una proprietà feudale nella madrepatria europea. In particolare, il Colonialismo fornì al capitale gran parte delle proprietà fondiarie e della forza lavoro. Il prezzo di tutto questo fu, a partire dal secolo XVI, il genocidio perpetrato nelle colonie che, con la guerra o il denaro, sterminò ogni secolo un numero di uomini pari a quello della popolazione media europea di quello stesso secolo. Il Colonialismo distrusse inoltre un numero maggiore di città, di edifici, di lavori di irrigazione, di opere d’arte, d’artigianato e di cultura di quanto non furono distrutti in precedenza da tutti gli imperi pre-capitalistici.
In terzo luogo, l’esteso processo dissoluttivo, che ha elevato l’Europa e depresso il resto del mondo, ha ritardato la crescita dei capitalisti indipendenti non-europei, con la sola e tardiva eccezione del Giappone (metà del secolo XIX). Per questo, il Colonialismo diede all’Europa il monopolio del capitalismo. Gli Stati capitalistici divennero o paesi ospitanti o parassiti. I paesi capitalistici non avrebbero potuto assumere nessuna altra forma se non quella di potenze coloniali, grandi o piccole, o di colonie extra-europee, o infine di insediamenti di coloni europei come nel caso dell’Australia, della Nuova Zelanda, del Sud Africa “bianco”, del Canada e degli Stati Uniti.
Il mancato sviluppo industriale rappresenta il lato più deteriore del Colonialismo. Alla metà del secolo XIX, alla vigilia cioè della fase imperialista del Colonialismo, una città europea di medie dimensioni possedeva più impianti industriali di tutta l’Africa, o l’Asia o i Centro/Sud America. Nelle colonie la repressione razzista si espresse sia nella politica sia nell’istruzione e inibi ulteriormente qualsiasi crescita indipendente di una borghesia nazionale indigena, che fu invece utilizzata dalle potenze coloniali al pari dei capi, dei capitribù, dei re, dei maraja, dei sultani, degli emiri e degli sceicchi, per un’ulteriore sottomissione attraverso dittature brutali. La democrazia divenne prerogativa esclusiva della “madrepatria”. Dopo il 1848, quanto più tutte le classi europee, sia in patria sia nelle colonie, abbracciavano e godevano di questa democrazia, tanto più questa stessa democrazia attingeva al sostegno ideologico, materiale e finanziario delle dittature del Colonialismo.

3. La prima e principale forma di manodopera coloniale-capitalistica fu la schiavitù. Come ha indicato Cairnes nel suo studio del 1862, The Slave Power, la schiavitù capitalistica associava agli elementi della schiavitù della Grecia e della Roma classica (le case per gli schiavi, il mercato degli schiavi, le prigioni per gli schiavi e la disciplina) fondata sul lusso della campagna e sui piaceri della città, il motivo capitalistico del profitto. Il Colonialismo capitalista si è fondato sulla schiavitù per quasi cinquecento anni: dal 1402, quando Jean de Béthencourt creò le piantagioni nelle Canarie, fino alla abolizione della schiavitù che avvenne nell’Impero Britannico nel 1834, negli Stati Uniti il 1º gennaio 1863 e venticinque anni più tardi in Brasile. Già a partire dal 1364 i mercanti di Dieppe e Rouen catturavano schiavi sulla costa occidentale africana, seguiti nel 1400 dalle corporazioni di Tolosa e dalle Compagnie reali portoghesi. Dal 1450 si aggiunsero i commercianti di schiavi genovesi e veneziani, nel 1469 la Compagnia commerciale reale di Gómez, mentre nel 1470 una compagnia fiorentina iniziò a commerciare i tessuti e schiavi a Timbuctu. La Compagnia reale del re Joao del Portogallo monopolizzò il “commercio” della Guinea dal 1480 al 1500 e la Spagna detenne un asiento universale sul monopolio della schiavitù.
La schiavitù sotto il Colonialismo divenne sistematica dopo l’espulsione dalla Spagna dei mussulmani e gli arabi ebrei nel 1492. La monarchia spagnola utilizzò poi gli ebrei, che la Spagna e il Portogallo avevano perseguitato durante i trecento anni delle guerre di “riconquista” contro gli arabi, come schiavi per le colonie. Un terzo del primo equipaggio di Colombo era costituito da ebrei, reclutati poche ore dopo l’entrata in vigore dell’ordine che intimava a tutti gli ebrei di lasciare la Spagna imperiale. Gli ebrei erano i principali proprietari di schiavi in Brasile fino alla loro espulsione nel 1755 circa per ordine del governo Pombal di Lisbona. Rembrandt, che ad Amsterdam si oppose all’antisemitismo, dedicò quattro schizzi (“Conciliader” del 1641 e “Piedra Gloriosa” del 1655) ai proprietari di schiavi ebrei: A los Nobilísimos Muy Prudentes y Insólitos Señores del Consejo de los Indios Occidentales. Allo stesso modo i protestanti ugonotti, che fuggirono da Parigi dopo il massacro della notta di san Bartolomeo (1572) per mano dei cattolici, divennero nel 1688 proprietari di schiavi nei bigneti della colonia olandese del Capo e nelle piantagioni di cotone americane.
I Fugger, i Welser e le altre banche tedesche della Lega Anseatica, che finanziarono la conquista del Mozambico, di Zani e di Goa ad opera di Vasco da Gama nel 1498-1500, divennero le prime “multinazionali” e fissarono un tasso di profitto concorrenziale, la prima leva del modo di produzione capitalistico. Verso il secolo XVII, quando l’Olanda e l’Inghilterra si contrapposero e sostituirono il Portogallo, la Spagna e la Francia come potenze marittime, si formarono nuove multinazionali che commerciavano schiavi. Tra queste: i commercianti di schiavi dei gesuiti di Loyola, la Compagnia olandese delle Indie Occidentali che conquistò l’Indonesia, lo Sri Lanka e il Capo, le Compagnie delle Indie Occidentali e Orientali fondate dalla regina Elisabetta d’Inghilterra quando Francis Drake, Walter Raleigh e Hawkins fecero dell’Inghilterra una grande potenza marittima che commerciava schiavi, le Compagnie francesi che conquistarono nel 1624 il Gambia e il Senegal, la Compagnia del Senegal di Richelieu fondata nel 1633, la Compagnia domenicana presente dal 1650 in Mozambico, la Compagnia svedese che commerciava schiavi nella Costa d’Oro dal 1657, la Compagnia di San Luigi di Luigi XIV fondata nel 1659, la Compagnia reale dell’Africa Britannica di Carlo II fondata nel 1672, la Compagnia prussiana di Frederico Guglielmo creata nel 1677 per commerciare schiavi, l’Asiento reale spagnolo, monopolio di commercio di schiavi acquistato dalla monarchia britannica nel 1713 e la Compagnia danese.
La forza e il motivo trainante di queste compagnie che commerciavano schiavi era il profitto capitalistico. Proprio come la mandopera salariata, la manodopera degli schiavi aveva un tempo-lavoro “necessario” e uno che generava surplus in senso marxista. Il prezzo di uno schiavo era calcolato in modo capitalistico. Il prezzo era la capitalizzazione scontata del plusvalore atteso dalla produzione dello schiavo, con un tasso di sconto determinato dal tasso di profitto vigente sul mercato. La pratica schiavista post-colombiana non era quindi un modo di produzione, ma una forma di lavoro che apparteneva strettamente al modo capitalistico.
La schiavitù e il commercio degli schiavi arricchirono città portuali come Washington, New York, Boston nel Nord America, Liverpool, Hull, Bristol, Londra in Inghilterra, Lagos, Faro e Lisbona in Portogallo, Cadice, Granada e Siviglia in Spagna, Dieppe e Bordeaux in Francia, Amsterdam, Amburgo, Brema, Anversa, Copenhagen, Stoccolma e persino San Pietroburgo. Questa crescita urbana era la continua conversione materiale in capitale costante degli enormi profitti coloniali tratti dallo schiavismo in Europa e negli insediamenti europei all’estero. Allo stesso modo, come descritto nel 1944 dallo studioso e uomo politico caraibico Eric Williams in Capitalism and Slavery, le piantagioni di cotone schiaviste degli Stati Uniti costituirono le basi della Rivoluzione industriale inglese. Lo zucchero, i coloranti brasiliani, le spezie, il cotone, il tabacco, il caffè, l’argento, l’oro del Colonialismo promossero il commercio marittimo europeo. Alla metà del secolo XVII, durante il Commonwealth di Cromwell, le navi di Bristol iniziarono un commercio che portò oltre oceano complessivamente duecentomila schiavi africani. La Compagnia reale africana ne trasportava una media di cinquemila all’anno. Al 1760 centoquarantasei navi di schiavi britanniche avevano spedito da sole trentaseimila schiavi all’anno e durante il suo primo secolo di vita il commercio britannico degli schiavi trasportò in America due milioni di schiavi africani. Nel 1800 il 33% della flotta britannica era ormai costituita da navi per il trasporto di schiavi, mentre l’80% delle importazioni britanniche proveniva esclusivamente dalle piantaggioni di schiavi delle Indie Occidentali. Dalla sola piccola isola di Goree, vicino a Dakar; nel Senegal, le navi dei commercianti di schiavi europei condussero 20 milioni di persone verso la schiavitù.
Lo schiavismo uccise cento milioni di africani, mentre un egual numero di indigeni americani fu sterminato nelle piantagioni degli Stati Uniti, del Brasile, dei Caraibi e in altre ancora, nelle miniere spagnole in Perù e in Messico. Un simile genocidio non solo ha alimentato l’industria e le scienze europee, ma anche la statistica e il cacolo delle probabilità, come calcolo dei rischi del commercio di merci e di schiavi propri del Colonialismo. Esso favorì inoltre le invenzioni nel settore del trasporto a vapore e delle macchina tessili. Persino grandi inventori quali Benjamin Franklin accettarono la schiavitù, al pari dei missionari calvinisti e cattolici che predicavano la dignità del lavoro degli schiavi e si opponevano al peccato della nudità. La schiavitù e lo schiavismo del Colonialismo, così come le “scoperte”, furono l’”altra faccia” del Rinascimento, della Riforma e dell’Illuminismo europei.

4. Le conquiste, le sottomissioni e la schiavitù caratteristici del Colonialismo si unirono per produrre la principale ideologia del Colonialismo stesso, e cioè il razzismo. Il Colonialismo tracciò una linea di separazione basata sul colore della pelle che divideva in modo visibile gli europei colonizzatori, conquistatori e schiavisti dagli africani, asiatici, americani e oceanici colonizzati, conquistati e schiavizzati. Il concetto e il termine “razza” emerse come la “novità” uscita dal grande conflitto internazionale tra il modo di produzione del capitalismo europeo e i modi non-europei del comunismo primitivo, del tribalismo e del comunismo dispotico. Questo conflitto planetario sul modo di produzione fu più profondo e pervasivo del conflitto sul modo di produzione tra feudatari e borghesia in Europa. Questo conflitto mondiale contrapponeva la proprietà privata alla proprietà comunitaria, un’alleanza feudale-capitalista di classi e Stati a nomadi, tribù, insediamenti comunitari e Stati-nazione a comunismo dispotico, come ad esempio, quelli incas, atzechi, hindu, moghul e quelli dell’Africa sahariana-sudanese. Una così estesa dialettica del materialismo storico ha dato origine ad un fenomeno che, tanto nella prassi quanto a livello spirituale, si manifesta a tutt’oggi, e anzi è, alla vigilia del secolo XXI, in continua crescita. Tale fenomeno si basa su un “assioma” così forte da essere acettato come ovvio anche nel mondo moderno, e cioè che la specie umana e costituita da “razze”.
Il Colonialismo creò in un processo unico e onnicomprensivo la trinità “capitalismo”, “Europa” e “razza”. Il termine “razza” risale all’italiano razza e allo spagnolo raza del 1500 circa, come corruzioni di quella lingua franca del tempo in cui il Mediterraneo era un “lago arabo”. Poiché sembrava che tutti gli schiavi fossero neri, il razzismo insegnò che i “neri” erano schiavi. Poiché sembrava che nessuno schiavo fosse bianco, il razzismo insegnò che nessun “bianco” avrebbe dovuto essere schiavo. Nel secolo XVIII “negro” in America ormai significava “nero, ignobile e sporco”. L’Oxford Dictionary moderno definiva “negro” come “uno appartenente ad una razza africana di pelle nera, con capelli crespi, naso piatto e grosse labbra sporgenti”. Dal 1450, dalle invasioni di Enrico il Navigatore, “indigeno” significava “uno nato in schiavitù”. A partire dal 1564 circa, “africano” significava “nero” e dal 1603 circa “europeo” significava “bianco”, proprio come succede oggi in Sud Africa. Paradossalmente, fu proprio nello Stato più razzista del mondo, il Sud Africa, che attorno al 1950, fu affermata per la prima volta la verità circa la “razza”, quando il Movimento di Unità Non-europeo dichiarò: “non ci sono razze umane. La specie umana è una razza indivisibile”. Nel 1967 questa affermazione fu confermata dall’ONU e nel 1980 dallo scienziato di Harvard S. Gould.
Il Colonialismo ha convertito in razze i “tipi” dell’oro, dell’argento, dell’ortone e del ferro della Repubblica di Platone. Il Colonialismo ha distorto in una teoria razziale del sangue l’idea di Aristotele secondo la quale i cicli mestruali scompaiono nella gravidanza perché confluiscono nel sangue del feto. Il Colonialismo ha trapiantato i temperamenti di Ippocrate nelle “razze” bianca, gialla, mora e nera di Linneo: i neri sarebbero “malinconici”, i mori “collerici”, i gialli “flemmatici” e, ovviamente, i bianchi “sanguigni”. Il biologo Sommering scrisse che gli africani sarebbero “per loro stessa natura tristi, di pessimo carattere, obbedienti e quindi nati solo per essere schiavi”.
Il razzismo contagiò Georges-Louis Buffon, Ernst Haeckel, Boca, il vecchio Thomas Henry Huxley, Georges Cuvier, Louis Agassiz (fondatore dell’”antropologia” bio-metrica di Harvard), Auguste Comte e persino Charles Darwin (attraverso lo scienziato colonialista Galton) e poi, nel secolo XX, Émile Durkheim, Franz Boas e il sovietico Nesturk non ne furono immuni.
Mentre prima del Colonialismo capitalistico gli storici come Erodotto e Marco Polo descrivevano le usanze invece delle caratteristiche biologiche delle popolazioni, a partire dalle grandi “scoperte” i cronisti divennero classificatori di razze giungendo così alla moderna mania “etnica”. Nel secolo XIX il razzismo era ormai diventato una filosofia politica di moda nelle opere di Joseph de Gobineau, Thomas Carlyle, Friedrich Nietzsche, Charles Kingsley, Huston Chamberlain e Müller (inventore del mito “ariano, di cui si pentì tardivamente). La teoria della razza è entrata nella psicologia attraverso Francis Galton a Londra e fu standardizzata nel secolo XX da Johannes Jensen negli Stati Uniti, Cyril Burt e Eysenck in Inghilterra e attraverso la sciocchezza non scientifica delle pratiche di misurazione del quoziente d’intelligenza in Europa, Giappone e Stati Uniti. È entrata nella criminologia, prima ancora delle impronte digitali e del test del DNA sugli individui, quando Cesare Lombroso “dimostrò” che i “neri” e i “gialli” nascevano delinquenti. Uomini politici come il poeta Milton (segretario di Stato di Cromwell), Benjamin Franklin, Payne, John Adams e Thomas Jefferson erano razzisti e Abraham Lincoln (nonostante l’influenza esercitata su di lui dal “negro” abolizionista Douglas), sosteneva la segregazione sociale, politica e giuridica. L’esploratore Richard Francis Burton disse che gli africani terminavano il loro sviluppo mentale dopo la pubertà. Rudyard Kipling, gli esploratori Barth, Peters, David Livingstone, Pietro de Brazza, Thys, Dapper, Marchand... erano tutti razzisti!
Nonostante Darwin abbia rifiutato l’esistenza di un legame tra il clima e il colore della pelle, la storiografia continua ad ascrivere la colonizzazione europea all’attratività del clima. Tuttavia la colonizzazione non ha avuto luogo in Cina o in Giappone e il clima non ha impedito ai coloni di recarsi nel torrido Brasile o in Florida e nel freddo Canada. Di fatto i coloni non erano attirati dal clima, ma piuttosto dalla mancanza di un modo socio-economico forte: essi si spostarono dove non esisteva una forte formazione sociale pre capitalistica di comunismo dispotico (il che escludeva l’India e la Cina), o dove gli europei avevano precedentemente decimato gli indigeni (per esempio gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e il Sud Africa).
Ogni colonia presentava non solo le caratteristiche generali del Colonialismo (fonte di materie prime, enormi profitti, mercato di beni e di capitale), ma anche le caratteristiche specifiche che derivavano dalla sua storia pre-coloniale. L’intensità della trasformazione capitalistica era inversamente proporzionale al livello e alle dimensioni della civiltà pre-capitalistica. Vi fu quindi una vasta gamma di trasformazioni, che spaziarono da cambiamenti minimi nel “dispotismo orientale” cinese fino ad un massimo nel caso del comunismo primitivo dell’Australia e del Canada, dove la brutalità dei coloni decimo societa antiche vecchie di cinquantamila anni e la colonia stessa divenne il suo contrario: un dominion imperialista indipendente.

5. Il concetto di mutamento tramite lo scontro di opposti insiti nella storia rivela quattro tipi di colonie. In primo luogo, laddove il Colonialismo si scontrava con il “dispotismo”, il precedente classe-stato locale costituì la base sociale per l’Indirect Rule coloniale, che inibì una colonizzazione catatterizzata dall’insediamento di coloni. Inoltre, poiché la proprietà privata di uomini, e quindi la schiavitù, era aliena dalla storia pre-capitalistica  di quelle colonie, il Colonialismo non fu in grado di introdurre la schiavitù, ma costruì invece quello che Cecil Rhodes definì nel 1896: “un sistema di dispotismo, come quello che abbiamo in India”. Dato che gli insediamenti europei e la schiavitù erano le due condizioni inseparabili per una colonia intrinsecamente razzista, in questo tipo di colonia non si affermò uno Stato basato su un “colore” ufficiale, generale e istituzionale (India, Messico, Perù, Egitto).
Tuttavia la discriminazione e i pregiudizi fondati sul colore della pelle erano dilaganti in quei paesi come altrove.
Un secondo tipo di colonia si formò dove la civiltà precedente alla conquista era il comunismo primitivo (gli Stati settentrionali degli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, il Kalahari, l’Argentina, il Cile e l’Uruguay). In questi paesi gli indigeni furono decimati dalla guerra, dall’avvelenamento dei pozzi, dalla caccia ai bisonti e chi sopravvisse fu rinchiuso nelle riserve. Tali colonie divennero dominion imperialisti (Australia, Canada) con frontiere fondate sul colore, o le semi-colonie sud-americane governate dai coloni.
Un terzo tipo di colonia emerse dove le società tribali erano essenzialmente dedite alla pastorizia e all’agricoltura, assicurando così ai colonizzatori manodopera sfruttabile, ma dove era possibile fare diventare i capitribù e i re organi dell’Indirect Rule del governo coloniale. Qui vi era ben poco bisogno politico o sociale di una presenza massiccia di coloni (gran parte dell’Africa e dell’America centrale).
Il Colonialismo creò un quarto tipo di colonia negli stati meridionali degli Stati Uniti, in Brasile e in Sud Africa. Qui il genocidio degli indigeni fu attuato in quelle regioni dove erano possibili piantagioni basate sulla schiavitù (zucchero, caffè, cotone, vino), dove il clima (assenza di neve e di inverni molto rigidi) consentiva l’utilizzo della manodopera per tutto l’anno, e dove quindi gli schiavi furono importati in massa, mentre contemporaneamente cominciò la creazione massiccia di insediamenti di coloni. In questo quarto tipo di colonia esistevano le condizioni ideali per una società di caste fondate sul colore della pelle. In Sud Africa, ad eccezione delle società comuniste dei San dedite alla pesca, alla caccia e alla raccolta di cibo, vivevano le formazioni sociali tribali estremamente sviluppate dei Khoi-Khoin e dei Bantu basate sulla pastorizia e l’agricoltura che, a differenza delle società San (e gran parte degli amerindi), resistettero al genocidio o non soccombettero al lavoro forzato. Il loro ordine sociale era preclassista, tale quindi da non poter fornire alle potenze coloniali una classe superiore già pronta o uno stato capace di gestire i territori imperiali. Si creò quindi un vuoto socio-politico che fu riempito dai colonizzatori europei, i quali potevano disporre di una manodopera che, accresciuta dall’apporto di schiavi importati, costituì una base di schiavi per l’economia. Una barriera determinata dal colore della pelle tra gli europei e gli schiavi ha evitato la diffusione sociale. La confluenza dell’insediamento “bianco” e della schiavitù “nera” su suolo precedentemente tribale ha prodotto quella colonia sistematicamente basata sull’apartheid, di cui il Sud Africa rappresenta il caso estremo.



(uno dei testi con cui Hosea Jaffe ha collaborato al libro Politica. Vocabolario a cura di Lorenzo Ornaghi, Jaca Book, 1993)




Imperialismo:
http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2012/10/imperialismo.html

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