vineri, 26 octombrie 2012

Il sistema economico mondiale




1. Dinamica strutturale dell’economia mondiale – 2. Colonialismo, multinazionali e globalizzazione – 3. Dinamiche del centro e della periferia



   1.   L’accentuarsi dei rapporti fra le diverse economie nazionali e il diffondersi di mercati dall’ampiezza sovranazionale nel secondo dopoguerra giustificano sempre più una visione sistemica dell’economia mondiale, con componenti funzionalmente differenziate e dinamiche interne volte a ridefinirne periodicamente fini complessivi e compatibilità. Una tale concezione potrebbe far pensare, a prima vista, ad un meccanismo efficiente ed equilibrato sottoposto a regole più o meno naturali e condivise, ma riflettendo sul contesto dinamico e sempre più interrativo che costituisce la dimensione spazio-temporale di azione del sistema, ci si rende conto del diverso peso delle economie e delle caratteristiche istituzionali (piuttosto che naturali) delle regole del comportamento economico al suo interno, ossia di una ripartizione dell’economia mondiale in due sfere. Anche i dati sulla dinamica strutturale dell’economia mondiale nell’ultimo trentennio giustificano tale impostazione.
Una prima informazione statistica sintetizza il panorama economico mondiale: negli anni ’80 la popolazione dei paesi in via di sviluppo è passata dal 74 al 76% del totale, mentre il reddito da essa prodotto è sceso dal 23 al 17%. Di conseguenza la distanza fra paesi sviluppati e paesi sottosviluppati è aumentata, non solo per il differente tasso di crescita del reddito pro-capite negli anni ’80 (pari al 2% nei primi e all’1% nei secondi) che ha creato una polarizzazione nel sistema, ma soprattutto per le caratterizzazioni strutturali dei sistemi produttivi e di quelli relativi al welfare dei diversi paesi. Così mentre le econonomie avanzate si terziarizzano sempre più aumentando anche la produttività per addetto, quelle arretrate vedono crescere il peso dell’industria e del terziario (a scapito dell’agricoltura) senza un contemporaneo aumento della produttività per addetto, il che le pone in situazioni sempre più precarie nell’interscambio mondiale a causa dell’inefficienza delle loro produzioni. Certo esistono anche casi che mostrano tendenze contrarie, ma sono presenti in entrambi i gruppi: a fronte di alcuni paesi sottosviluppati (Perù, Corea, India, Filippine, Thailandia, Cile e Uruguay) che negli anni ’80 mostrano traiettorie positive, ve ne sono altri in fase di avvicinamento ai paesi sviluppati negli anni ’60 che hanno poi drasticamente invertito la rotta divenendo pienamente sottosviluppati (Argentina, Turchia, Venezuela, Egitto, Marocco, Tunisia, Pakistan e Messico).
La variabile che assieme al reddito pro-capite è in grado di mostrare le differenze qualitative fra i due gruppi di paesi è la spesa pubblica. Nelle economie avanzate essa si presenta con trends quali-quantitativi simili e strettamente dipendenti dalle condizioni economiche, il che la pone come variabile strutturale stabile ed endogena. Nei paesi arretrati, invece, essa è una componente esogena, erratica e molto legata a determinanti politico-sociali, talché ha una funzione spesso di tipo assistenziale; se nei paesi sviluppati essa genera benessere attraverso il sistema economico, in quelli sottosviluppati cerca di promuoverlo prescindendo dall’economia, con modalità di sussidio che la rendono improduttivà nel lungo periodo.
La tendenza alla divaricazione sembrerebbe contraddetta dalla struttura dell’interscambio internazionale. Infatti si registra al suo interno una omogeneizzazione fra i due gruppi di paesi che vede un aumento del peso delle esportazioni di manufatti provenienti dal Terzo mondo. Senonché, a livello disaggregato, si nota che l’incremento di esport secondario da parte di quei paesi nel trascorso decennio (a seguito del quale la quota passa dal 19% al 25% del totale) è interamente coperto dai 4 NIC (New Industrial Countries: Corea del Sud e tre piccole economie come Hong Kong, Singapore e Taiwan), e che l’80% di quella quota è esportata da 10 paesi ed è costituita essenzialmente da produzioni intensive in lavoro (abbigliamento, calzature ecc.). se poi si considera la condizione della manodopera in quei paesi (quasi totale mancanza di “ammortizzatori sociali”, settimane lavorative inaccettabili nei paesi sviluppati, scarsa sicurezza sul lavoro), ne risulta confermata la tesi generale. Infine occorre tener presente che sono le ragioni di scambio l’indicatore di reale capacità competitiva delle economie, e queste dopo un miglioramento negli anni ’70 sono peggiorate per i paesi in via di sviluppo.
Le tendenze alla divaricazione e all’omogeneizzazione per gruppi, appena illustrate, giusficano una struttura dicotomica dell’economia mondiale, con un centro e una periferia che seguono dinamiche diverse in relazione al rapporto egemonico praticato o subito. E in effetti, storicamente, i mutamenti nella struttura dell’economia mondiale sono indotti da quel rapporto.
   2. Prima della nascita del capitalismo, secondo Bairoch e Maddison, la quota percentuale di manufatti prodotti dall'attuale gruppo dei paesi del "Terzo mondo" sul totale era superiore a quella dell'Europa, e fu solo in seguito all'espansione economica di quest'ultima e alla concorrenza dei suoi prodotti che si invertì la tendenza e si deindustrializzarono quei paesi. Questo cambiamento strutturale fu dovuto al colonialismo.
Il colonialismo, cioè la conquista dei paesi extraeuropei da parte degli Stati del vecchio continente, rappresenta una fase di progressiva integrazione delle economie del pianeta. Tuttavia, mentre il colonialismo pre-capitalistico tende ad asportare ricchezze dai paesi assoggettati con mezzi leciti (tributi e monopoli commerciali) o illeciti (razzie, pirateria, saccheggio, ecc.), quello capitalista rende l'economia della colonia funzionalmente integrata a quella dominante attraverso l'importazione delle sue materie prime o l'esportazione sui suoi mercati di manufatti. Si apre così uno scenario storico articolato in cinque tappe che fino al 1860-70 è prevalentemente costituito dal commercio di materie prime provenienti dalle colonie e distribuite attraverso due sistemi di traffico: quello triangolare (fra Europa, Americhe e Africa) e quello euroasiatico (che univa Europa e Sud Est asiatico attraverso l'India).
La crisi delle economie industrializzate della fine del secolo determinò una svolta nella divisione economica internazionale: gli investimenti di capitale che fluivano da quelle economie verso le colonie, a causa dei più alti tassi di rendimento, si tradussero in produzioni funzionali al sistema economico di provenienza. Si ebbe così una specializzazione delle economie coloniali nelle produzioni di materie prime, di generi alimentari, di tabacco ecc., che diede vita ad un fiorente commercio internazionale: si pensi che il volume di traffico del 1913 sarà nuovamente raggiunto solo nel 1970, e che il contributo alle esportazioni mondiali di Asia e Africa era a quella data pari a quello di Gran Bretagna e Irlanda o di Stati Uniti e Canada. La crisi delle economie nel periodo fra le due guerre mondiali minò quell'assetto sia perché generò una sovrapproduzione di materie prime e di colture da esportazione (con conseguente diminuzione dei loro prezzi), sia perché determinò l'uscita della Gran Bretagna dal ruolo di protagonista di quel sistema di scambi (fra l'altro anche l'industrializzazione di Cina e India aveva contribuito alla sua espulsione dai mercati manifatturieri asiatici).
È solo dopo la seconda guerra mondiale che, con la ripresa delle economie industrializzate, si è determinato un nuovo ordine internazionale. La caduta dei prezzi delle materie prime e la conquista dell'indipendenza da parte di tutti i paesi colonizzati hanno indotto le loro classi dirigenti a promuovere lo sviluppo industriale (per sostituire le importazioni con produzione interna) attraverso gli investimenti di imprese estere. D'altro canto nelle economie industrializzate la concentrazione dell'attività produttiva in grandi imprese conglomerate (con attività in più settori), la saturazione dei consumi e la standardizzazione delle produzioni di beni di consumo, hanno imposto la ricerca di nuovi mercati e di nuove politiche merceologiche. Tutto ciò ha condotto alla crescita di consociate estere delle multinazionali (il cui fatturato globale è spesso superiore al reddito del paese in via di sviluppo) e al conseguente instaurarsi di un fitto rapporto commerciale con la madrepatria. L'assetto mondiale che ne è scaturito segue la traiettoria localizzativa ipotizzata dalla teoria del ciclo del prodotto: le produzioni nuove, tecnicamente avanzate e più redditizie, si collocano al centro, mentre i settori maturi, con prodotti standardizzati che possono dare ancora alti profitti se hanno bassi costi per la manodopera, si localizzano nelle economie della periferia.
Ma dalla metà degli anni '70 questa dipendenza dalle economie del centro entra nell'ultima fase. Le imprese dei paesi industrializzati vanno in crisi per la rigidità del mercato del lavoro e gli alti costi salariali, per l'aumento dei prezzi dei prodotti energetici e per la crisi del consumo di massa. D'altro canto la domanda privilegia le produzioni di nicchia (beni personalizzati e con alto contenuto tecnologico o di moda) ed è altamente volubile, il che richiede flessibilità e innovazioni produttive. I diminuiti costi di trasporto, le nuove tecnologie informatiche, le caratteristiche di "separabilità in vari segmenti" e di "compattezza" dei componenti che caratterizzano i nuovi processi produttivi, offrono una soluzione ai problemi delle economie industrializzate e, al tempo stesso, determinano una ridefinizione della struttura economica mondiale. Infatti le imprese transnazionali cessano la duplicazione dei loro impianti nel Terzo mondo e procedono ad una riallocazione delle fasi produttive in ambito mondiale. Così le fasi tecnologiche più avanzate, insieme ai servizi tecnico-finanziari, rimangono nel centro, mentre la periferia si specializza nelle fasi ad alto contenuto di lavoro.

 Brasile, città Natal, stato Rio Grande do Norte (2010). Baraccopoli, palafitte, bambini in condizioni di povertà, mancanza di sistemi de depurazione delle acque reflue


   3. Nonostante la globalizzazione e l’interdipendenza, e nononostante alcuni problemi si presentino su scala planetaria, le dinamiche strutturali all’interno del centro e della periferia non sono le stesse. Le imprese dei paesi industrializzati sono sempre più sottoposte ad una concorrenza globale che possono fronteggiare solo introducendo innovazione tecnologica e qualità. Questo genera espulsione di manodopera nei settori maturi ed una sostanziale scomparsa della tradizionale classe operaia, in quanto il nuovo rapporto di lavoro è sempre più coordinato, piuttosto che subordinato. L’invecchiamento della popolazione, la disoccupazione giovanile e l’”obsolescenza” (con la conseguente uscita dal mercato) di molti lavoratori richiederebbero politiche statali di assistenza che non possono essere messe in atto perché si sono ridotti i bilanci pubblici. Infine l’immigrazione dai paesi del Terzo mondo verso le economie industrializzate creano problemi sociali di enorme portata, anche perché questa nuova tratta (a differenza di quella dell’era pre-industriale) è spesso consenziente e lucrativa per la criminalità organizzata internazionale.
Nei paesi sottosviluppati la dipendenza strutturale delle economie non si manifesta soltanto nelle forme viste in precedenza, ma anche attraverso il debito estero e le condizioni dei mercati delle materie prime, di cui il Terzo mondo è ancora largamente esportatore. La riduzione dei prezzi internazionali si è verificata sia per i prodotti energetici (compreso il petrolio, che nel 1973 aveva scatenato la riconversione delle economie industriali) che per i cereali: relativamente a questi ultimi l’ingresso nel mercato mondiale dei produttori statunitensi, che hanno alte rese per ettaro, ha ridotto l’export di molti paesi sottosviluppati. Soltanto sui mercati dei minerali si sono verificati prezzi buoni per alcuni paesi della periferia (per esempio il Cile).
 


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI: S. Amin, “The Ancient World system versus the Modern Capitalist World-System”, Review, n. 3, 1991, pp. 349-386; E. Dal Bosco, L’economia mondiale in trasformazione, Il Mulino, Bologna 1993; P. Knox, J. Agnew, Geografia economica, Franco Angeli, Milano 1996; P. Palazzi, Dinamica della struttura economica mondiale e i suoi effetti sulle relazioni Nord-Sud, Giappichelli, Torino 1997.


[Hosea Jaffe, 1998]



Vedi anche: Un’analisi non convenzionale del commercio internazionale e dello scambio ineguale
http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2012/10/unanalisi-non-convenzionale-del.html

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