luni, 22 octombrie 2012

Imperialismo



1. Definizioni – 2. Gli imperi “classici” – 3. L’Imperialismo dei secoli XIX e XX – 4. Caratteri economici – 5. Imperialismo e parassitismo.


     The Cape-to-Cairo flag fu la manifestazione grafica dei sogni di Cecil Rhodes, uno dei principali artefici dell'Impero britannico. Rhodes avrebbe voluto costruire una ferrovia che congiungesse i due punti estremi dei domini britannici in Africa.

   1.      “Il potere o il sistema di governo di un imperatore” (Winston Dictionary, 1930). “La credenza nel valore delle colonie [...] la politica dell’estensione del potere nazionale, attraverso l’acquisizione di nuovi territori o attraverso una più stretta unione di territori di cui si è già in possesso” (ibidem). “La politica o la pratica dell’estensione del governo di uno Stato su altri territori” (Collins Dictionary, Londra 1988). “L’Imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo [...]. L’Imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici. [...] L’Imperialismo [...] rende economicamente possibile la corruzione degli strati superiori del proletariato”. (Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, 1917). Dopo l’ultima parte di questa definizione, Lenin cita la lettera di Engels a Marx del 7 ottobre 1858, alla vigilia dell’Imperialismo: “Il proletariato inglese sta di fatto diventando sempre più borghese, così che la più borghese fra tutte le nazioni mira evidentemente al possesso di un’aristocrazia e di un proletariato borghesi". “Quest’epoca è caratterizzata non solo dai due principali gruppi di paesi, quelli che posseggono colonie e quelli che sono colonie, ma anche dalle diverse forme di paesi che politicamente sono formalmente indipendenti, ma che di fatto sono impigliati nella rete di dipendenza finanziaria e diplomatica” (ibidem, corsivo di Lenin). 
   2.      Gli imperi greci e romani “classici” erano fondati sugli schiavi, sui tributi e tendevano alla privatizzazione. Il sistema tributario era centripeto in quanto faceva convergere verso il “centro” schiavi, grano e minerali provenienti dai territori conquistati come la Persia, la Turchia e l’Africa mediterranea. La privatizzazione era centrifuga perché creava mercati di schiavi e schiavi stessi nelle “periferie”. D’altro canto, gli imperi incas, azteco, arabo, turco, moghul, mongolo e cinese redistribuivano i tributi per stabilizzare le formazioni sociali che dipendevano da una stabile co-dipendenza reciproca tra la classe-stato dispotica e i produttori comunitari presenti nelle terre statali/comuni. Fino alle “scoperte” europee del secolo XV questo sistema redistributivo non presentava la distinzione greco-romana tra le terre e popolazioni straniere e quelle indigene. La relazione “centro-periferia” era infatti tipica dei modi di produzione europei fondati sulla proprietà privata. Le monarchie azteca e incas governavano ovunque venissero redistribuiti i tributi. Le Ande e le strade nelle foreste costituivano una rete non radiale. Il dispotismo commerciale che seguì a Maometto dal secolo VII al XV non portava verso i “centri” della Mecca o di Baghdad i tributi dell’Egitto, del Marocco, della Sicilia, della Spagna, del Portogallo, ma creò invece una “rete” di commercio e di scambi, di cultura e di strade sahariane e iberiche con cui veniva decentralizzato e distribuito lo “Stato” stesso. Il modo commerciale arabo di comunismo dispotico e le piccole dimensioni della popolazione dell’Arabia arginarono la diffusione massiccia dei coloni.
   Un modello simile si è sviluppato nel secolo XIII con l’espansione mongola sotto Gengis Khan e con la Persia nella lotta contro una Bisanzio medievale feudale/schiavista. Tra i secoli XV-XIX anche il governo turco nei Balcani e in Nord Africa, sulla scia dell’esempio arabo, non fornì tributi diretti a Istanbul e agli altri “centri”. I turchi perseguirono una politica di proselitismo religioso e politico, differenziandosi sensibilmente dalla colonizzazione schiavista dei greci e dei romani, da Filippo e Alessandro fino a Cesare e Costantino. I moghul in India fecero lo stesso convertendo gli indù all’islamismo. Non trassero tributi dall’India a favore di un “centro” asiatico occidentale, ma preferirono stabilirsi a Delhi. Per tremila anni, cioè fino alle “scoperte” portoghesi dell’inizio del secolo XVI, gli imperatori cinesi controllarono un commercio non-centralizzato, “eguale” e non-tributario con l’India, l’Africa orientale e il Mediterraneo. Questi imperi, le cui attività commerciali venivano esercitate tra molte città, erano fondati su un modo di produzione che Marx chiamava “dispotismo orientale” e non erano quindi imperialisti nel senso in cui lo erano gli imperi “centro-periferia” dello schiavismo greco-romano o l’Impero feudale romano-germanico. I grandi imperi dell’era pagana fondati sulle opere idrauliche, come l’Egitto, la Babilonia, l’India e la Cina, si collocano tra questi due tipi di impero.
   3. Negli Stati/paesi dell’Imperialismo “possessori di colonie” vive nel 1992 il 20% della popolazione mondiale. Si tratta degli Stati Uniti, del Canada, del Giappone, dei 12 paesi della Comunità Europea, guidata dalla Germania, della Scandinavia, della Svizzera, dell’Austria, dell’Australia, della Nuova Zelanda, di Israele e del Sud Africa “bianco”. Sono tutti il prodotto di secoli di colonialismo. Alla metà del secolo XIX il colonialismo si apprestava a intraprendere le ultime conquiste in Africa e in Asia, aprendo così nuovi mercati di capitale e di manodopera a basso costo attraverso le ferrovie, il canale di Panama e di Suez (realizzato dai socialisti francesi seguaci di Charles Fourier per i capitalisti di Napoleone III), e unendo, in virtù di un medesimo interesse coloniale, i principali Stati europei alle grandi banche, alle borse, ai monopoli industriali, minerari e commerciali, ai cartelli e ai trusts oligopolistici delle materie prime. Questo processo costituì la precoce fase introduttiva dell’Imperialismo.
   Tra la metà e la fine del secolo XIX si verificarono i primi atti dell’Imperialismo vero e proprio: gli Stati Uniti, divenuti potenza coloniale dopo la dichiarazione della propria indipendenza dall’Inghilterra nel 1776, conquistano la parte settentrionale del Messico; esplode la “corsa verso l’Ovest”, che con la penetrazione della ferrovia e l’insediamento di uomini e capitale negli Stati Uniti in seguito alla vittoria di Abraham Lincoln nella Guerra Civile del 1863 fu portatrice di morte e diede origine alla lotta per la terra e per l’oro; si accende la “contesa per l’Africa” tra le vecchie potenze coloniali europee (Inghilterra, Francia, Spagna, Portogallo) e le nuove potenze di più recente formazione (in Italia, il Risorgimento e Cavour mandano in Egitto e in Etiopia il loro primo colonialista nelle vesti del cardinale cappuccino Guglielmo Massaia, e in Germania l’unificazione e Bismarck spediscono in Africa meridionale Karl Peters e il padre del nazista Hermann Göring in “missioni civilizzatrici” portatrici di genocidio); si reprime la principale lotta di classe del secolo XIX, la rivolta dei T’ai-p’ing del 1850-1864, e la rivolta dei Boxer in Cina che coinvolse milioni di persone nel 1899-1901. Tra tutto questo la guerra boera, più volte citata da scrittori anti imperialisti come John Atkinson Hobson, fu un evento di minore rilievo, se si eccettua il fatto che essa consentì al monopolio De Beers di Cecil John Rhodes e alla Regina Vittoria di riabilitare i boeri sconfitti facendoli diventare i dirigenti politici del territorio britannico in Sud Africa.
   L’antagonismo dentro e riguardo all’Africa e all’Asia portò ben presto alla prima guerra imperialista, quella del 1914-18, che oppose gli inglesi e i francesi ai tedeschi. La grande crisi post-bellica alimentò i fuochi dell’Imperialismo: i nazisti tedeschi invadono la Polonia e la Russia; i fascisti italiani massacrano in Etiopia un milione di persone; i falangisti spagnoli, guidati dai generali coloniali, invadono il Marocco; i salazaristi portoghesi occupano l’Africa e il Brasile; il Sole Nascente del Giappone getta un’ombra sul paese più popolato del mondo, la Cina. Questi fuochi confluirono nel 1939-1945 nella Seconda guerra mondiale dell’Imperialismo.
   Dopo questa guerra, portatrice di morte sia per le azioni belliche sia per l’olocausto nazista (che secondo le ricerche di Simon Wiesenthal ha assassinato ben più di sei milioni di ebrei), l’Imperialismo prese tre strade. La prima si indirizzò verso una serie di nuove guerre: la nascita di Israele nel 1947, utilizzando le Nazioni Unite, diede il via alle guerre sioniste contro l’Egitto e i palestinesi nel 1962, e agli scontri a Beirut nel 1973 e a Gaza e in Cisgiordania nel 1990-1992; la guerra francese contro Laos, Vietnam e Cambogia, seguita dalla guerra americana voluta dal presidente John Fitzgerald Kennedy nel 1962, che terminò solo con la vittoria del Vietnam nel 1973; l’invasione franco-britannico-israeliana dell’Egitto nel 1956; la guerra britannica delle Falkland contro l’Argentina semicoloniale; l’invasione statunitense di Grenada e di Panama negli anni Ottanta; la guerra portoghese contro l’indipendenza della Guinea-Bissau, dell’Angola e dal Mozambico dal 1960 al 1975; la guerra di Rhodesia tra il 1970 e il 1980 contro l’indipendenza dello Zimbabwe; la “guerra del Golfo” euroamericana del 1991 contro l’Iraq, nuovamente sotto l’egida dell’ONU; la guerra in Afghanistan combattuta dai mujaidin fondamentalisti e dal Pakistan nel 1980-1992 per conto degli Stati Uniti e della Comunità Europea, la guerra sostanzialmente francese contro l’Iran nel 1980-1990 ma combattuta dal regime iracheno di Saddam Hussein; la guerra della Comunità Europea contro la Jugoslavia (“la terza guerra della Germania contro la Jugoslavia”) nel 1991-1992 scoppiata con il pretesto di difendere la secessione di Slovenia, Croazia e Bosnia e sostenuta da diciassettemila soldati delle truppe dell’ONU.
   Una seconda strada, che, come la prima, ha una sembianza “sud-occidentale”, è quella del genocidio economico e del drenaggio delle ex ecolonie (e delle colonie restanti come quella britannica di Hong Kong, quella portoghese di Macao e i “Territori d’Oltremare” francesi). Il drenaggio è alimentare (dai paesi africani e asiatici che muoiono di fame), agricolo e di materie prime minerarie. Poiché tali risorse rappresentano enormi profitti, sono ottenute con la forza al prezzo della manodopera a basso costo, ma rientrano nei prodotti finiti in funzione dei prezzi dei tempi di lavoro euroamericani, così che questo drenaggio materiale causa un trasferimento di “plusvalore nascosto” dai paesi sfruttati a quelli sfruttatori. Tale drenaggio è da tempo diventato lo strumento principale del trasferimento mondiale di plusvalore “da Sud verso Ovest”. Gli economisti moderni anti-imperialisti calcolano che il trasferimento di plusvalore ammonti al 10% annuo del “reddito nazionale” mondiale. Questo trasferimento costituisce il 12% del reddito totale dei venticinque Stati imperialisti e il 33% del reddito totale di centoventi vecchie colonie e semicolonie. Se a queste ultime si aggiungono gli ex paesi socialisti dell’Europa orientale e la ex Unione Sovietica, considerati ora nuovi Stati membri del “Meridione” semicoloniale, queste percentuali raggiungono rispettivamente il 14% e il 36% circa.
   Questa seconda strada comporta dei costi umani: i dati emersi dai lavori di Susan George, Lappe e altri indicano che ogni anno l’Europa occidentale, gli USA, il Giappone e gli altri membri attivi dell’Imperialismo commettono un genocidio di circa cinquanta milioni di persone. Ogni anno l’Imperialismo uccide lo stesso numero di persone morte nella seconda guerra mondiale. Tale genocidio si realizza attraverso il sovrasfruttamento, la sottoalimentazione, la morte per fame, la distruzione ecologica delle foreste, delle acque e delle città attraverso i “miglioramenti tecnologici” per mezzo di investimenti, “aiuti” abusivi e i trasferimenti “da Ovest a Sud” di rifiuti tossici, la sete di nuove terre, la morte dell’industria e dell’istruzione e la “trappola dei debiti” innescata dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e dai prestiti privati di capitale.
   La terza strada dell’Imperialismo post-bellico include una lotta economica, politica e ideologica ancora attiva operata dai monopoli e dalle potenze dell’Imperialismo contro i paesi socialisti. Questa lotta si aprì negli USA con la crociata anti comunista McCarthy, il bando del “comunismo” (incluso il “trockismo”) dal Sud Africa nel 1950, l’invasione della Baia dei Porci di Cuba ad opera delle forze di Kennedy dopo la rivoluzione cubana del 1959 e la cosiddetta “guerra fredda” contro l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia. Spinto dalla crisi mondiale ancora presente, che concluse il boom economico post-bellico nel 1970, l’Imperialismo ha conseguito importanti vittorie sul versante “Est-Ovest” con la sostituzione pacifica dello stalinismo con il capitalismo da parte della maggioranza dei tedeschi dell’Est, con la riunificazione tedesca nel 1989 e con l’attuazione di un cambiamento analogo in Polonia e Cecoslovacchia. Sebbene gli Stati balcanici abbiano continuato a resistere contro questa restaurazione modale con l’opposizione della Jugoslavia alle secessioni armate guidate dalle Germania e sostenute dall’ONU, la vittoria incondizionata è andata all’Imperialismo dall’agosto del 1991, quando cioè il modo di produzione socialista è stato ufficialmente sostituito dalla restaurazione, dallo smembramento e dalla “messicanizzazione” capitalistica del più potente paese socialista, l’Unione Sovietica.
   4. La principale caratteristica economica dell’Imperialismo è l’esportazione di capitale da parte di monopoli/società “multinazionali”/società “transnazionali” capitalistiche industriali-finanziarie e l'esistenza di stati o potenze che rappresentano e che sono uniti alle colonie e semicolonie capitalistiche con i produttori primari (del settore agricolo e minerario) e gli industriali secondari che impiegano mandopera a basso costo. Lenin, ne L’imperialismo fase suprema del capitalismo, indicava già nel 1902 un totale di 12 miliardi e 300 milioni di dollari destinati agli investimenti coloniali di Germania, Gran Bretagna e Francia, che aumentarono fino a raggiungere 16 miliardi e 300 milioni di dollari nel 1914. Le stime del rapporto tra investimenti diretti e di portfolio variano da 10/90 fino a 50/50 e tale rapporto è cresciuto fino a 63/37 nel 1971 (Banca Mondiale). Il rapporto pubblico-privato era allora del 75/25. Al 1966 gli investimenti privati e statali erano duplicati e al 1980 il valore contabile aveva raggiunto i 500 miliardi di dollari, mentre entro il 1992 i valori di mercato saranno cresciuti fino a oltre 1.000 miliardi di dollari. Al 1960 gli investimenti pubblici ormai ammontavano a 6 miliardi di dollari  annui, crescendo a una velocità doppia rispetto agli investimenti privati. Al 1967 l’afflusso di profitti coloniali era tre volte superiore alle uscite (Annuario del FMI, 1970). Al 1972 gli investimenti privati coloniali costituivano il 25% degli investimenti mondiali privati totali, e al 1976 rappresentavano il 7,6% del PNL dei paesi poveri. Il flusso di investimenti statali annuo netto delle potenze imperialiste salì da 1 miliardo e 700 milioni di dollari nel periodo 1960-1966 a 48 miliardi di dollari nel periodo 1976-78, mentre il flusso privato passò da 2 miliardi e 400 milioni a 9 miliardi e 400 milioni di dollari nello stesso periodo.
   Al 1980 gli investimenti al valore contabile del mondo imperialista nel “terzo mondo” erano superiori ai 500 miliardi di dollari. Il debito del “terzo mondo” ammontava alla stessa cifra. Nel 1992 gli investimenti imperialisti al valore di mercato superavano i 2.000 miliardi di dollari e l’indebitamento del “terzo mondo” si attestava attorno alla stessa cifra, includendo anche gli ex paesi socialisti. Una quota sempre crescente di investimenti coloniali ha assunto la forma di finanziamenti di contratti obbligazionari concessi dagli Stati, dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale o dalla Banca Europea degli Investimenti o dalle banche commerciali. I finanziamenti sono garantiti dagli Stati dipendenti “indipendenti” e i contratti sono stipulati dalle multinazionali della Comunità Europea, degli Stati Uniti e del Giappone, finanziate dalle banche, dalle società finanziarie e dalle obbligazioni di Borsa. Le multinazionali e gli Stati finanziatori hanno speso gran parte dei prestiti nei propri paesi utilizzando solo piccole quote di denaro per i salari e le materie prime sui luoghi degli investimenti. Hanno così raccolto non solo gli enormi profitti dello sfruttamento coloniale, ma anche gli interessi attivi e passivi sui finanziamenti concessi. Simili investimenti sono imposti agli stati “indipendenti” da trattati come il Trattato di Lomé firmato dalla Comunità Europea e settanta Stati africani, caraibici e del Pacifico. Le Convenzioni di Lomé del 1974-1992 garantiscono una fornitura illimitata di materie prime a bassi costi e un mercato di beni e capitali alla Comunità Europea, il più grande aggregato imperialista di Stati e multinazionali. Questo sistema di prestiti-contratti-trattati disloca temporaneamente nelle neocolonie “esperti”, Corpi di Pace, apprendisti, insegnanti, tecnocrati e missionari dei Servizi Volontari d’Oltreoceano.
   L’Imperialismo crea due tassi di profitto. Nel blocco imperialista il tasso medio dell’industria dell’estrazione è inferiore al 10%. Nonostante la quota dei produttori dell’OPEC, il tasso di profitto delle società minerarie e petrolifere all’estero ammonta al 30%.
Il basso tasso di profitto nel “centro” è sostenuto dall’alto tasso nella “periferia”. Di fatto, quindi, gli enormi profitti coloniali sostengono la tendenziale caduta del saggio di profitto. Mentre ne “L’accumulazione del capitale” di Rosa Luxemburg del 1912 si afferma che gli enormi profitti vengono creati nei “centri” imperialisti e fatti fruttare nelle “periferie” coloniali, le prove sembrano muoversi in direzione opposta: gran parte del plusvalore è generato nelle “periferie” a basso costo e viene fatto fruttare nei “centri” ad alto costo. La ricchezza dei G7, e di altri paesi imperialisti non è da attribuirsi ad una maggiore produttività della forza lavoro. Un minatore di rame negli Stati Uniti guadagna cinque volte di più di un minatore di rame nel Cile, nello Zambia o nello Zaire, ma hanno una uguale resa in tonnellate metriche per anno. I minatori di carbone britannici guadagnano sette volte di più dei minatori di carbone africani del Transvaal, ma la produttività dei primi è la metà di quella dei secondi.
   Il rapporto tra PNL pro capite dei paesi ricchi e quello dei paesi poveri è salito da 9 nel 1960 a 1 nel 1970, e poi da 13 nel 1980 a 15 nel 1992 (10.000 miliardi di dollari per 800 milioni di persone = 1.200 dollari a testa rispetto a 3.000 miliardi di dollari per 400 milioni di persone = 750 dollari a testa). Il 75% del mondo coloniale detiene solo il 15% dell’industria secondaria come conseguenza dei trasferimenti da produttori a manodopera ad alto costo a produttori a manodopera a basso costo, cioè i “paesi di recente industrializzazione” (NICS), come ad esempio la Corea del Sud, Singapore, Taiwan, e le colonie come Hongkong. Sebbene principalmente monoculturale e minerario, il mondo coloniale detiene solo il 30% della produzione mineraria e petrolifera. Gran parte della proprietà coloniale è nazionalizzata e l’Imperialismo dispone degli enormi profitti senza rischi o costi diretti attraverso il controllo del capitale finanziario del mercato mondiale dei beni e attraverso il fatto che il 75% del commercio internazionale, sia delle materie prime sia dei manufatti finiti, è nelle mani delle multinazionali dell’Imperialismo. La “proprietà dei mezzi di produzione” è meno importante per l’Imperialismo capitalistico della proprietà del capitale finanziario.
   5. L'Imperialismo ha una reazione di feed-back parassita che si muove dalla "periferia" ospite "passiva" ai "centri" "attivi". Questo fenomeno fu notato ne La situazione della classe operaia in Inghilterra di Friedrich Engels e ne "L'imperialismo" di John Atkinson Hobson, in cui si afferma: "Abbiamo anche intravisto la possibilità di una più ampia alleanza di stati occidentali, una federazione europea di grandi potenze che, lungi dal promuovere la causa della civiltà mondiale, potrebbe presentare il gigantesco pericolo di un parassitismo occidentale, prodotto dall'esistenza di un gruppo di nazioni industriali avanzate, le cui classi superiori ricevessero grandi tributi dall'Asia e dall'Africa, con i quali manterrebbero vaste e docili masse di dipendenti, non più occupanti nelle principali attività dell'agricoltura e della manifattura, ma nei servizi personali o in attività industriali minori sotto il controllo di una nuova aristocrazia finanziaria". Lenin, nel suo Imperialismo si è opposto a questi "Stati Uniti d'Europa", oggi diventati realtà con la Comunità Europea.
   Questo parassitismo, che affonda le proprie radici nel colonialismo del secolo XIX, ha generato lo sciovinismo della Seconda Internazionale Socialista. L'unica voce di protesta fu quella del vecchio Wilhelm Liebknecht che si levò nel Reichstag per denunciare le atrocità tedesche in Africa; Arturo Labriola invece sostenne la conquista italiana della Libia, mentre i socialisti francesi plaudirono l'"impresa" di Marchand nel Sudan e i fabiani britannici esportarono il "socialismo bianco" a Johannesburg.




   Il parassitismo insito nell'Imperialismo assume molte forme di "imborghesimento", che comprendono l'aumento della percentuale di PNL percepito dai lavoratori, la deproletarizzazione dall'industria a favore dei servizi, (dai "colletti bianchi" ai "colletti blu"). Tale parassitismo economico alimenta non solo lo sciovinismo sociale e l'opportunismo, che verso la metà del secolo XX si è diffuso dalla seconda alla terza, alla quarta Internazionale sotto forma di "eurocomunismo", ma importa anche il razzismo coloniale. Le leggi di "desegregazione" negli Stati Uniti in vigore dal 1955 e le "riforme" attuate dal 1985 in Sud Africa non sono state capaci di superare la dicotomia ghetto/sobborghi e la "segregazione sul posto" nella distribuzione degli alloggi, dei posti di lavoro, nell'istruzione, nelle cure ospedaliere, nelle attività ricreative, nei diritti e nella distribuzione effettiva del potere politico. In Gran Bretagna sono state promulgate nuove leggi razziste sull'immigrazione da parte dei governi conservatori e laburisti del dopo guerra. Alla vigilia del 1992, il quinto centenario del colonialismo europeo, i cristiani democratici, i socialisti e i "comunisti" in tutti i paesi della Comunità Europea hanno votato per la creazione di un cordone sanitario fondato sul colore della pelle attorno agli africani e agli asiatici. I sondaggi hanno indicato una crescita dei pregiudizi razziali negli Stati Uniti, in Giappone, in Europa, nell'ex Unione Sovietica e in Europa orientale, soprattutto durante la lunga crisi economica mondiale. Si sono verificate rivolte razziali negli Stati Uniti nel 1965 e nel maggio del 1992 una violenta esplosione razziale si è propagata da Los Angeles ad Atlanta, San Francisco e altre metropoli. Negli anni Ottanta vi sono stati pogrom di piccola scala nelle città francesi, tedesche e italiane contro gli "extra-comunitari" e i "vu cumprà", sfociati poi nei primi anni Novanta in attacchi nazisti e fascisti in seguito alle "rivoluzioni" a favore della democrazia nell'Europa orientale e in Unione Sovietica. In Sud America, in Africa e in Asia i coloni europei, statunitensi e giapponesi vivono in sobborghi lussuosi, assieme ai membri della burocrazia statale semicoloniale o della borghesia nazionale, ben lontani dai quartieri degli "indigeni". Il razzismo rimane insito nella "fisiologia" e nella "psicologia" dell'Imperialismo.
   La totalità dell'economia, delle strutture sociali, della politica e dell'ideologia dell'Imperialismo, produce, a livello mondiale, una "lotta di classe tra nazioni" che soppianta le "lotte di classe" nazionali. La storia di ogni società classista e composta da molte lotte di classe. Tuttavia, in ogni epoca ve n'è una più importante delle altre. Durante la schiavitù la lotta di classe tra schiavi e uomini liberi era alla base della lotta di classe tra patrizi e plebei. Nel feudalesimo la principale lotta di classe era quella tra servi e feudatari. Nel capitalismo la principale lotta di classe è tra il capitale imperialista e la forza lavoro coloniale.
   La concentrazione del capitale dell'Imperialismo negli enormi monopoli minerari, urbani e delle piantagioni ha reso i lavoratori e i contadini coloniali il perno dell'economia e del mondo capitalistico. L'Imperialismo ha trasformato i lavoratori coloniali nel gruppo più numeroso del proletariato mondiale, costituendone l'80%, prima che si aggiungesse la manodopera dell'ex Europa orientale socialista e dell'Unione Sovietica. La loro forza lavoro - capitale nei paesi imperialisti, come la lotta patrizi-plebei, si realizza "sulla pelle" di questa principale lotta di classe inter-nazionale. Fatte poche eccezioni, come quella della rivolta spartachista a Berlino nel 1919, i lavoratori nei paesi imperialisti hanno spalleggiato i capitalisti contro i lavoratori coloniali e le loro lotte anti-imperialiste per l'indipendenza.
   L'Imperialismo utilizza contro di essi non solo il "proletariato imperialista", ma anche la "borghesia coloniale", che ha servito l'Imperialismo prima e dopo l'indipendenza politica in Asia e in Africa. La presenza di questa borghesia o di una burocrazia semicoloniale schierata con il proletariato e i contadini semicoloniali nella lotta anti-imperialista ha indebolito anziché rafforzare questa lotta. Ha creato l'illusione che la lotta anti-imperialista fosse "borghese-democratica". Tuttavia, la lotta non è "borghese-democratica" perché il suo nemico non è il feudalesimo, ma l'Imperialismo borghese.



Hosea Jaffe in Politica. Vocabolario a cura di Lorenzo Ornaghi, Jaca Book, 1993 



Il colonialismo:
http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2012/10/il-colonialismo.html

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