marți, 23 octombrie 2012

La dominazione dell’Etiopia da parte dell’imperialismo celata sotto la leggenda dell’indipendenza



   Gli studenti Etiopici in patria e all’estero ora si sono accorti che il presente governo non soddisferà mai le più elementari esigenze dei lavoratori e dei contadini.
   Esso non porrà fine alla loro abissale povertà, né cancellerà il diffuso analfabetismo, né leverà i gravami fiscali o farà cessare la cronica mancanza di proprietà immobiliare.
   Anni di discussione, persecuzione e lotta hanno loro insegnato la stessa lezione e ora sono giunti a tre conclusioni.
   Primo, che ci deve essere un radicale mutamento della società nel loro paese.
   Secondo, che questo cambiamento deve essere fatto negli interessi dei lavoratori e dei contadini.
   Terzo, che questo non può essere raggiunto con riforme o un colpo di stato.
   L’inevitabile conclusione che segue da ciò, è che la nuova Etiopia può essere costruita solo dal risultato di una lotta popolare, di lavoratori e contadini uniti a una leadership rivoluzionaria, contro il regime immorale, feudale e semicoloniale.
   Il proposito di questa grande lotta dovrebbe essere lo stabilirsi di un governo dei lavoratori (La traduzione della parola Amarica di “popolar” è più vicina al termine “lavoratori” di qualunque altra. Sebbene qui non sia minimamente usata come sinonimo di Fronte Popolare, ma è equivalente a “lavoratori e contadini” come contenuto e significato).
   Ricapitolando questo programma, che è tra i più avanzati dell’Africa di oggi, la rivista “Tegilatchin” dell’Unione degli Studenti Etiopici in Europa (ESUE) riporta il seguente slogan sulla sua copertina:
   “Studenti e intellettuali unitevi ai contadini e ai lavoratori. Imparate da loro e in cambio insegnate loro marciando uniti; costruite una nuova Etiopia” (Thegilatchin, copertina tradotta dall’originale Amarico).
   Fino al 1968 c’erano annuali deliberazioni dell’Unione Studenti sull’Etiopia e sugli affari internazionali. Il punto di vista generale del movimento degli studenti è riassunto da queste risoluzioni e discussioni. Noi riportiamo solo una breve sinossi di queste.
   Durante l’intervento dell’imperialismo nel Congo nel 1964 gli studenti dimostrarono contro l’Organizzazione per l’Unità Africana che, in quel momento, spalleggiava Ciombé e più tardi doveva sostenere Mobutu.
   Nel 1967 l’OUA fu biasimato per il suo modo di trattare la secessione del Biafra, per aver disorientato il popolo africano su questa questione, e per il suo sostegno all’intervento inglese “contro” Smith in Rhodesia. Essi dissero, in questo caso, che l’Inghilterra poteva intervenire soltanto dalla parte della supremazia bianca.
   Vietnam. Per quanto riguarda il Vietnam l’Unione richiese la vittoria totale del Fronte di Liberazione Nazionale e il completo ritiro dei soldati americani.
   Biafra. L’Unione condannò il “Biafra” come uno stato secessionista orgoglioso e imperialista rivolto contro l’unità africana. Condannò il regime di Governo per i suoi legami con l’Inghilterra imperialista e altri stati imperialisti e considerò che questo governo non era la vera e propria forza per riunire la Nigeria.
   Nell’Agosto del 1968, alla conferenza di Zagabria, l’ESUE dichiarò: “L’associazione crede che, affinché le forze imperialiste siano eliminate e distrutte nell’economia nazionale africana, la forza dovrà coinvolgere tutta l’Africa (in questo senso Pan African)”.
   La risoluzione di Zagabria dell’ESUE condannò la leadership biafrana come banditi imperialisti e stabilì che l’indipendenza del popolo del Biafra e della Nigeria poteva essere garantita solamente da lotte basate su un progressivo e unitario movimento proletario (Zagabria, risoluzione Agosto 1968, pubblicazione ESUE).
   La loro chiara presa di posizione sul Biafra fu dovuta principalmente alla loro personale esperienza di un tentativo da parte dello stato feudale e reazionario dell’Eritrea di staccarsi dall’Etiopia (Similmente la loro presa di posizione sull’OAU – pressoché unica in Africa – deriva dalla stessa associazione di Haile Selassie con l’OAU).
   Sul movimento per la secessione dell’Eritrea, gli studenti precisarono che ogni genuino movimento rivoluzionario sarebbe stato da essi sostenuto.
   Ma il movimento per la secessione dell’Eritrea non è un movimento genuino e il Fronte per la Liberazione dell’Eritrea, a dispetto delle rivolte contadine in Eritrea negli anni 60, non era un genuino movimento di liberazione.
   I diritti culturali degli abitanti dell’Eritrea dovevano essere ottenuti con la lotta, ma il compito era di rovesciare il feudalesimo e instaurare una repubblica unita con inclusa l’Eritrea. La secessione poteva solo fare il gioco di Haile Selassie deviando la lotta nei canali “nazionalisti” e nelle mani di certi poteri imperialisti (l’Italia, facilmente) e i loro agenti che hanno un interesse in un’Eritrea separata.
   L’Unione considera l’OAU e le Nazioni Unite come pericolo per la popolazione di Zimbabwe. La sola maniera per arrivare a sbarazzarsi del Regime di Smith proviene da una lotta miliatre massiccia di guerriglia unita a rivolte contadine e sommosse degli operai.
   L’”Embargo” delle Nazioni Unite fu progettato non per sopprimere gli interessi economici inglesi in Zimbabwe, né le basi economiche del regime di Smith, ma per confondere la lotta in Africa contro l’imperialismo.
   L’ONU è uno strumento dell’imperialismo, ostile all’Africa, Asia e America latina, dicono gli studenti.
   L’Unione proclama il diritto dei Negri alla rivolta. Nel contesto della situazione politica USA, assume forme di colore e i negri fanno parte del popolo coloniale. Il movimento del “black power” deve essere integrato in fronti anti-imperialisti contro l’America.
   Al convegno di Zagabria del 1968, l’Unione dichiarò che le idee pacifiste di Martin Luther King si erano dimostrate inesatte per l’assassinio di King stesso.
   Alcuni membri dell’Associazione, nella discussione, giudicarono i Mussulmani neri un pericolo alla lotta dei Negri per la eguaglianza a causa del loro razzismo.
   La questione dello “stato negro” non aveva alcun senso nella situazione reale e suscitava solamente idee di tipo segregazionista, e non poteva rappresentare il proposito della lotta di liberazione negli USA.
   L’unione degli studenti etiopi ha ripetutamente espresso la sua totale solidarietà con il Movimento per la Liberazione della Palestina contro il sionismo che è condannato come una “creazione, all’origine” e ora come un’”estensione dell’imperialismo americano nel Medio Oriente”.
   Essi denunciano la manovra USA di ottenere un aiuto etiopico per Israele come un attentato per accerchiare il movimento arabo di rivoluzione nel Medio Oriente. L’imperatore è apertamente pro-Israele, che ha interessi imperialisti economici e culturali in Etiopia. L’atteggiamento dell’Imperatore è anche basato sul fatto che egli ha paura della rivoluzione araba. Egli trascinò l’Etiopia in uno “stato di guerra” con la Siria per il suo atteggiamento con Israele, approfittando del sostegno siriano al movimento secessionista eritreo, come un paravento per la posizione pro-sionista.
   Allo stesso tempo ciò dà al regime feudale un mezzo per confondere la lotta contro l’imperatore, dal rinascere della vecchia paura di una guerra antietiopica, derivante dallo sbandamento a causa dell’Eritrea.
   (L’Italia per esempio invase l’Etiopia sulla base della sua conquista in Eritrea). Lo spauracchio arabo è un’arma nelle mani del governo feudale. Quest’arma è facile da usare per il semi-colonialismo di Nasser e di altri leaders arabi.
   Gli studenti si oppongono ai regimi semi-coloniali degli stati arabi e sostengono la lotta di classe contro di loro a favore dei gruppi rivoluzionari palestinesi in Giordania, Siria, Libano e Egitto.
   Il loro aiuto, il loro sostegno alla rivoluzione araba antimperialista è di importanza interna. Poiché l’Etiopia, a dispetto della propaganda ufficiale e della leggenda europea, non è un paese “cristiano”.
   Soltanto il 30% appartiene alla Chiesa Ortodossa copta. Il più grande gruppo religioso è mussulmano e comprende il 40% della popolazione, il rimanente 30% “è pagano, protestante e cattolico”. La globale “politica estera” degli studenti è una diretta estensione della loro “politica interna”, faccia a faccia con l’imperialismo dell’Etiopia stessa.
   La dominazione del paese da parte dell’imperialismo è celata dall’Imperatore sotto la leggenda dei suoi tremila anni di indipendenza nazionale e la pretesa di essere il Leone di Giuda – il diretto discendente di Salomone e di Saba.
   Ma gli eventi del semicolonialismo devono essere, là, visibili a tutti e narrati più chiaramente che non questo romanticismo reazionario. Ed è sulla base di questi fatti che gli studenti chiedono la loro liberazione nazionale.
   I più importanti interessi imperialisti in Etiopia sono olandesi e inglesi.
   Anche gli americani hanno sostanziali interessi nel paese; oltre all’American Peace Corps e le loro basi militari, essi hanno là più di 200 compagnie. Queste comprendono: la Ralph Tearson Co. con un investimento di 45 milioni di dollari nel deserto Danakil, “due delle più potenti compagnie petrolifere del mondo” (Secondo il New York Times del 17 gennaio 1967) e una raffineria di petrolio che essi rilevarono dai russi quando questi furono cacciati da Assab dall’Imperatore.
   Infine gli Italiani posseddono banche, agenzie di esportazione e compagnie petrolifere.
   L’America è il principale importatore di prodotti “etiopici” (come è tipico per le semi-colonie, questi sono prodotti degli interessi stranieri e non di quelli “etiopi”, tranne i prodotti del loro artigianato).
   L’Italia è il più grosso esportatore verso l’Etiopia e l’Inghilterra e la terza potenza imperialista nel paese e integra i suoi interessi economici con “l’imperialismo culturale” attraverso insegnanti inviati appositamente, “consiglieri” del British Council e dei ministri ed “esperti” ECA.
   Gli American Peace Corps sono una delle più importanti missioni benedette da Kennedy, la missione Sehriever non solo entrò nella struttura della scuola superiore, ma anche indirettamente nella struttura universitaria dove gli americani, dopo il colpo di stato del 1960, costantemente soppiantarono i cattolici canadesi nella suprema direzione.
   L’interesse americano in Etiopia non solo è coinvolto con il diretto semicolonialismo, ma anche con la “guerra fredda”, poiché l’Unione Sovietica ha un’ambasciata, gestisce l’ospedale maggiore e una biblioteca con opere di Marx, Engels e Lenin e ha costruito una raffineria di petrolio vicino ad Assab sul Mar Rosso; la Cecoslovacchia ha una missione commerciale e la Jugoslavia amministra una cooperativa rurale.
   Riconoscendo questa battaglia per l’influenza al vertice, l’America scrisse nel 1964: “Uno dei più importanti sfoggi di potenza tra Est e Ovest è nella creazione dell’Etiopia... Da questo esito dipende se gli Usa perderanno o no l’Africa. Gli USA devono essere tra coloro che nel passato la sostennero – in questo caso l’imperatore Haile Selassie”. (Illinois State register, 12 Gennaio 1964, citato dal giornale degli studenti etiopi).
   Il numero complessivo di americani che attualmente sono impegnati nel lavoro semi-coloniale in Etiopia è superiore alle 10.000 persone. Con i loro dipendenti il numero è di 40.000. Essi vivono in quartieri residenziali americani ad Addis Abeba e altrove, che rivaleggiano con le ugualmente sontuose colonie italiane ad Addis Abeba, Asmara e in altre città.
   Il New York Times disse della base militare americana e della rete di comunicazione in Etiopia: “La stazione di Kagnew... è un’area di relativa libera interferenza, ed ha molti vantaggi, come il collegamento Africa e Medio Oriente nel sistema mondiale delle comunicazioni USA. È una delle più importanti stazioni del genere, al mondo”. (15 Maggio 1965).
   Il più vasto programma militare USA in Africa, in Etiopia è sostenuto da consiglieri militari, dall’Istituto Topografico e Geografico, dal Peace Corps e dal campo di esercitazione americano dei piloti dell’air force a Debre Zeit (Bishoftu); questi giocarono un ruolo decisivo nel sopraffare il colpo della Guardia del Corpo del 1960.
   Le grandi compagnie minerarie e petrolifere USA lungo la costa etiopica del Mar Rosso, come altre compagnie imperialiste, hanno privilegi sulle imposte e sulle tasse. Essi, come tutti gli investimenti imperialisti, sono protetti dalla legge dell’esportazione, dal momento che questo è il punto cruciale del programma e del movimento anti-imperialista in Etiopia, a causa della stretta alleanza della classe feudale con l’imperialismo, esso è decisivo anche per la lotta contro il regime di Haile Selassie.
   L’Imperatore si comporta come il guardiano del capitale straniero. Una legge speciale sugli investimenti n. 57 del 1963, “proposta” dai “consiglieri imperiali” e “approvata” dal parlamento fantoccio, concesse l’esenzione dalle tasse agli investimenti stranieri per i primi cinque anni; essenzione totale della tassa doganale di importazione; il diritto di incassare tutti i profitti di investimenti stranieri con il cambio straniero.
   Altri imprenditori stranieri (clausola 10) nell’industria avevano il diritto di acquistare territori in Etiopia.
   Il ruolo dominante dell’imperialismo americano si riflette nelle statistiche dell’esportazione; il 13% dell’esportazione va in America paragonato al 10% che va in Italia e l’8% in Inghilterra.
   Questi tre paesi imperialisti sono responsabili di quasi la metà delle esportazioni totali. (Ethiopian Economic Review, Ministero Governativo imperiale del Commercio e “Bolletini industriali”).
   Nel 1969, il caffè assorbì il 60% delle esportazioni e fu stimato circa 156 milioni di dollari Etiopi E$ sebbene questa industria “primaria” fruttò solo il 3% del prodotto nazionale.
   Ciò fu seguito nel GNP dai 36 milioni di E$ di pollame e 45 milioni di alimentari.
   I 158 milioni di E$ esportati negli USA, includevano l’ammontare del caffè tostato. Per raccogliere questa ricchezza gli americani lavorano insieme agli esportatori tradizionali italiani a Gibuti, al capolinea della linea ferroviaria Addis Abeba-Gibuti, che è tuttora l’unico collegamento ferroviario dell’Etiopia.
   Una delle maggiori esportazioni dell’Etiopia sono gli alimentari, compresi gli alimentari in scatola per Israele e Inghilterra. In questo modo le esportazioni stesse non solo impoveriscono il paese negandogli le industrie, ma attualmente incrementano la fame della popolazione (che secondo l’opinione più diffusa, in gran parte, sopravvive grazie alle proteine contenute nel principale cereale, il tef).
   L’Europa occidentale si accaparra 80 milioni di E$ di esportazioni mentre solo 12,8 milioni vanno a Gibuti, Kenia, Egitto e al resto dell’Africa, mentre l’Asia riceve solo 36,5 milioni E$ (Asia e principalmente il Giappone imperialista e un grande esportatore all’Etiopia).
   Tali sono i contributi dell’Etiopia all’economia unita dell’Africa e una indicazione della sua subordinazione al mercato mondiale dominato dall’imperialismo.
   Il controllo americano dell’economia è completato dall’”aiuto” finanziario attraverso la Banca Mondiale, l’Associazione Internazionale di sviluppo, il fondo di prestito per lo sviluppo e la banca Export-Import di Washington.
   La gran massa di questo movimento va nelle tasche del personale USA semi-coloniale, che può ritrasmetterlo agli USA.
   La burocrazia etiopica stessa si arrabatta per le fette di aiuto che in ultima analisi è finanziato dal lavoro poco retribuito degli etiopi.
   I semi-colonialisti a loro volta accusano il governo di sperpero e di corruzione, due mali sociali che sono creati dall’aiuto stesso.
   Mentre l’America è il più grande importatore di merci, l’Italia è la principale esportatrice in Etiopia. In termini di importanza e di volume, il commercio dell’Etiopia con gli stati africani è quasi zero. (Benché il Sud Africa sia uno dei pochi importatori catalogati di prodotti etiopici).
   Le esportazioni salirono da 36 milioni di dollari etiopici nel 1945 a 276 milioni di dollari etiopici alla metà degli anni sessanta.
   Nel 1966 le esportazioni dell’Europa occidentale totalizzarono 217,5 milioni di dollari etiopici (paragonate con gli 80 milioni di dollari etiopici importati dall’Etiopia).
   Durante il 1968 le importazioni dell’Etiopia raggiunsero i E$ 404 milioni, la maggior parte proveniente dall’Europa occidentale con l’Italia in testa.
   Le principali importazioni furono manufatti (circa il 20%) e “macchinari e mezzi di trasporto” necessari per gli italiani e per le altre opere di costruzione in Etiopia, macchine per la creazione dell’industria in Etiopia sono una voce trascurabile.
   Le fonti di queste notizie sono le seguenti: il Ethiopian Trade Journal of Ethiopia, settembre 1968; la Camera di Commercio di Addis Abeba 1964, articolo da Ethiopia: A Partner in International Trade; il Ministero dell’Informazione (1967), Patterns of Progress of Ethiopia (1968), l’articolo “Financial and Fiscal Policy of Ethiopia”; il Bollettino mensile della Camera di Commercio dell’ottobre 1968; il settimanale Reporter of the Ethiopian Patriotic Association, gennaio 1969; Ethiopian Mirror, del Ministero dell’Informazione; Trade and Economic Review; l’Ethiopian Observer e altre fonti etiopiche; in più le notizie da Jeune Afrique, Parigi, e da settimanali sull’Africa dall’America e dall’Inghilterra.
   La storia narrata da queste statistiche è la storia di un paese semicoloniale saccheggiato fino all’osso.
   Dove il fascismo fallì, i governanti della moderna Italia ebbero successo e vincolarono l’economia dell’Etiopia ai loro interessi imperialisti. Per esempio hanno costruito centri di potere monopolizzando la maggior parte dell’opera di costruzione, assicurandosi che l’industria etiopica fosse vincolata alla loro capacità tecnica e all’approvigionamento delle parti di ricambio.
   Un esempio di questo fu il progetto della centrale idroelettrica di Awash II.
   Nel dicembre del 1966 i concorsi furono vinti dagli imperialisti, la Società Anonima di elettricità Italiana, gli “esperti” della Banca Internazionale, Lahmeyer della Germania Ovest e il Bureau Veritas francese.
   Awash II e III costa come 87 milioni di dollari etiopici. Sette operai etiopi morirono sul cantiere, mentre il resto dei loro compagni più “fortunati” vissero per guadagnare 4 dollari etiopici a testa al giorno dalle Compagnie Unite che, naturalmente, trassero massimi profitti dal progetto.
   La stampa italiana – sostenuta dall’imperatore – lamentò la morte di un ingegnere italiano, mentre le centinaia di etiopi che morirono direttamente e indirettamente per il lavoro straordinario e per la fame vennero dimenticate.
   Gli esportatori italiani di caffè si unirono ai coloni ex-italiani della Somalia, e Gibuti continua a giocare un ruolo sempre maggiore nel garantire il caffè, prodotto dal lavoro a basso costo dei contadini etiopi “comperato” da loro a una piccola frazione del prezzo del mercato mondiale.
   Questa è la sorgente dei superprofitti dell’imperialismo nel caffè come è anche nel Ghana e nella Nigeria per il cocco, dove la United Africa Company della Unilever risparmia la spesa dell’impiego diretto della mano d’opera, comperando a basso prezzo dai produttori agricoli indipendenti. Questo è pure l’esempio più importante del semicolonialismo nel campo del caffè come nell’Etiopia. All’apice della piramide dell’imperialismo italiano in Etiopia è il sistema bancario. Il Banco di Roma fu istituito, come la banca di Abissinia, nel lontano 1905, quando la Banca di Stato Etiopia era in teoria la sola banca che operava nel paese.
   Ora questa potente banca ha una “licenza” ufficiale per operare, similmente ad una licenza data alla banca di Addis Abeba, il primo deposito privato aperto dopo Mussolini.
   I principali corrispondenti di questa banca sono la National and Grindleys Bank Ltd. di Londra, essa stessa una forte rivale del Banco di Roma.
   Gli interessi della finanza italiana sono anche serviti dalla International Trading Company, che rappresenta i potenti interessi industriali come AGIP (Petrolio e benzina), NECCHI (Macchine da cucire), FIAT, (Automobili, trasporti pesanti), ALITALIA (linee aeree).
   Gli interessi della finanza italiana e americana non trovarono difficile appoggiare il piano 1963-1967. Esso affrontò una spesa di oltre 678 milioni di dollari USA. Di questi non meno di 225,4 milioni furono “aiuto” delle banche straniere.
   Il piano, di conseguenza, portò un beneficio minimo al popolo etiopico. Un minuscolo 1,8% fu stanziato per l’educazione e solo il 2,3% alla sanità. L’industria – a quel tempo non l’industria secondaria locale per incrementare il livello di vita della popolazione – ricevette il 18,8%; il 20,9% fu stanziato a favore dell’agricoltura.
   La deliberata inedia dell’industria secondaria in Etiopia è illustrata dalle statistiche che mostrano che il 90% della popolazione è tuttora legato alla terra e produce il 62% del GNP. Gli studenti hanno commentato questo fatto: “L’industria moderna comprendente quella elettrica ed edilizia costituisce solo il 5% della produzione locale. Le moderne industrie manufatturiere contribuiscono con un 2% all’economia totale...
   L’Etiopia è il tipico esempio di un’economia che si basa sull’esportazione di un solo prodotto. Il caffè costituisce fra la metà e un terzo dell’esportazione totale del paese.
   “Il paese ha risentito di un rapido aumento del deficit commerciale che nel 1969 raggiunse proporzioni tali da far temere un crollo dell’economia nazionale”. (articolo “Industria moderna” sulla pubblicazione studentesca Lotta del popolo etiopico, agosto 1969).
   Il “contributo” inglese nel campo delle piantagioni, bancario e “culturale” è già stato menzionato.
   Molti insegnanti inglesi espatriati hanno tentato di diffondere illusioni liberali fra gli studenti etiopici. Ad esempio durante la crisi rodesiana condussero una campagna in favore dell’intervento inglese, in opposizione alla linea seguita dall’Unione degli studenti.
   Questo fatto faceva gioco alla politica della OAU sostenuta dall’imperatore sempre ansioso di deviare le lotte anti-imperialiste verso canali sicuri. Infatti questa progressiva presa di posizione e patrocinio da parte dei seguaci dell’ambasciata britannica serve solo a nascondere il ruolo della storia britannica nel paese. Dopo il crollo dell’Italia nel 1941 l’Inghilterra occupò l’Etiopia con le armi (aiutata dalle armi e dagli uomini dell’esercito sudafricano), sostenne l’imperatore e privò i guerriglieri e i contadini dei frutti della loro eroica resistenza contro i fascisti.
   I “liberatori” fecero di più, dando salvacondotti alle truppe e agli ufficiali italiani, aiutando a far ritornare la Somalia sotto l’amministrazione italiana e l’Eritrea ai suoi vecchi padroni italiani.
   Tutto questo fu fatto con il consenso delle Nazioni Unite.
   Fortunatamente gli studenti intravvedono nei loro “insegnanti” inglesi il tentativo di raggiungere il diabolico record dell’imperialismo inglese nel loro paese. Essi hanno scritto a proposito della restaurazione del feudalesimo del dopoguerra: “In effetti un numero di patrioti e di eserciti della liberazione si mossero per impedire il ritorno del feudalesimo. Il più importante di questi tentativi ebbe luogo nelle province di Gojjam e Tivre. La rivolta dei contadini nazionalisti a Gojjam fu soppressa dall’esercito imperialista inglese.”
   “Un leader della resistenza e della rivolta contro il regime feudale, Bellay Zelleke, fu impiccato pubblicamente... Immediatamente dopo la ribellione di Gojjam, scoppiò la rivolta a Weyanne che durò più di un anno. Alla fine fu repressa dai bombardamenti degli aerei della RAF provenienti da Aden. Un’altra insurrezione a Ogaden fu schiacciata dalle forze inglesi nel 1948”. (“La lotta del popolo etiopico”, pag. 18). Questo fu dunque il ruolo dell’Inghilterra in Etiopia dopo il fascismo e, in altre forme, continua oggi la sua politica, aiutata dalla confusione diffusa dai suoi colonizzatori culturali.
   Lo stretto legame politico fra imperialismo e feudalesimo, così chiaro dalla storia dell’intervento inglese in Etiopia, dimostra come la lotta contro sistemi reazionari e oppressivi può essere il punto di unione.
   Il feudalesimo ridusse la maggior parte del popolo ad uno stato di completa povertà che fu poi intensificato dall’intervento di capitalisti stranieri.
   L’Etiopia è ritenuta “fortunata” per essere uno dei pochi paesi sul continente ad avere un suolo molto ricco. E questa potenziale fertilità rese presto l’Etiopia un bersaglio per il saccheggio imperialista, perciò l’aumento della povertà rurale risale a molto tempo addietro.
   Le prime incursioni furono fatte dai cattolici portoghesi, seguite dai francesi nel 1859 e più tardi da spedizioni inglesi.
   Gli Italiani iniziarono le invasioni dopo il Risorgimento e rinnovarono il loro interesse nel 1896.
   Il ventesimo secolo ha visto l’invasione italiana e il suo crollo, la successiva occupazione inglese nel 1940 e l’atto di violenza dei semicolonialisti più tardi.
   Attraverso secoli di sottomissione i contadini hanno sempre sofferto molto e oggi nonostante la “civilizzante” influenza dell’Europa occidentale, non godono di alcun diritto politico.
   Malgrado la “costituzione”, la loro vita è un incubo di assoggettamento alla magistratura feudale, alla polizia e all’esercito, alla carenza di istruzione e alle malattie.
   Per quanto riguarda queste ultime, possiamo dare un quadro dello spaventoso stato sanitario della nazione. Il Manuale dell’esercito degli Stati Uniti avverte il GI dell’invisibile pericolo che si insinua intorno a loro:
   “Il 50 e il 60% dei neonati circa muoiono nei primi due anni e mezzo di vita”, dice il Manuale.
   Metà della popolazione soffre di malattie veneree. La lebbra è endemica. Solo  a Gojjam vi sono circa 125.000 lebbrosi. Dieci milioni di Etiopi vivono in zone infestate dalla malaria dove muoiono in media venti mila persone all’anno (il Manuale afferma che solo a Tigre morirono 400 mila persone).
   Il tifo, dissenteria bacillare e amebica, sono molto diffuse e il vaiolo è anch’esso endemico. Come abbiamo visto, poco o niente è stato fatto nel programma di “aiuto” per cambiare questa situazione.
   In queste condizioni, c’è un solo letto per 3.500 persone, i servizi sono concentrati nella capitale e si provede solo alle provviste per le classi dirigenti e le comunità straniere.
   Nel 1968 nel paese c’erano 324 medici. Addis Abeba ne reclamò per sé 156, cinquanta erano nella “città italiana” di Asmara, e 27 ad Harar e Diredawa. Così solo 91 medici facevano servizio nelle zone rurali; la proporzione era di un medico per 250.000 persone (dato preso dalle statistiche del Ministero della Sanità).
   Ci sono in tutto 76 ospedali, di cui 44 ad Addis Abeba, Asmara, Harar e Dire Dawa: 32 nel resto del paese, il che significa un ospedale ogni 800.000 persone.
   Per rendere ancora più dura la sopravvivenza dei contadini, il governo impose una tassa sulla sanità. In un anno il budget destinato alla Sanità era di 68 milioni di dollari etiopici (circa il 2,3% del budget totale contro il 35% delle spese militari), ma la tassa che si raccolse dal popolo fu di 5 milioni di dollari etiopici, quasi tutto il rimanente venne annullato.
   Un macabro risultato di questa situazione è che l’Etiopia è una nazione estremamente giovane, ma questo non è un tributo all’Imperatore per il vigore del suo popolo, ma la squallida indicazione che la vita di un contadino è destinata ad essere molto breve.
   Quelli minori di 10 anni costituiscono il 35% della popolzione totale, il 45% è al di sotto dei 15 anni e solo il 5% supera i 60 anni. (Bollettino statistico annuale del governo etiopico 1967-1968).
   Questa è la situazione in un paese con un suolo ricco, risorse minerarie ed altri fattori favorevoli ad una fiorente industria manifatturiera.
   Contadini di tutta l’Etiopia hanno combattuto contro queste condizioni. Ci sono state rivolte a Balle, Ogaden Eritrea, Gojjam e Sidamo.
   Soltanto a Balle ci sono circa 3.000 combattenti regolari che hanno sovvenzionato una lotta armata per 4 anni a dispetto dei bombardamenti e di altri atti di terrorismo.
   Nel tentativo di comprendere il problema della terra, gli studenti hanno raccolto delle cifre sul programma agrario. La terra, vasta 1.221.900 chilometri quadrati, è classificata come segue:
Fertile                                       841,1 km2      68,8%
Coltivata                                  126,6 km2        10,4%
Terra coltivabile a frumento      99,0 km2           8,2%
Paludi                                         51,8 km2          4,2%
Pascoli                                      662,4 km2       54,2%
Foreste                                        87,8 km2      7,2%
Terra libera, città                       172,1 km2     14,2%
Laghi e fiumi                             122,9 km2      9,9%

   (La terra fertile comprende caffè, “chat” e frutta; i pascoli sono così suddivisi: bestiame 25 milioni, pecore 12,1 milioni, capre 11,1 milioni, pollame 45 milioni, asini 3,8 milioni, cavalli 1,4 milioni, muli 1,4 milioni, cammelli un milione). Queste cifre sono state prese dalla statistica annuale 1967-68.
   Legumi; frutta, verdura e frumento, orzo e tef raggiungono gli 8,5 milioni di tonnellate l’anno. A ciascuno perciò spetta un terzo di tonnellate, il che significa porre la popolazione rurale al di sotto del livello di sopravvivenza.
   Non ci sono meno di 11 tipi di possedimenti terrieri, oltremodo feudali.
   Il 30% della terra appartiene alla famiglia imperiale, il 30% alla Chiesa, (uno dei principali sfruttatori feudali) ed il 30% ai signori feudali, lasciando così solo il 10% della terra al 90% della popolazione che la abita; una cifra simile a quella del Sud-Africa dove la rivoluzione agraria e il principale compito della “rivoluzione democratica”.
   Questa è la situazione reale; nonostante la promessa imperiale del novembre 1961: “è nostro desiderio che ciascun etiope possieda un pezzetto di terra”.
   L’articolo 2991 del Codice Civile permette al padrone della terra di prendersi il 75% del raccolto dei contadini i quali sono ridotti allo stadio di schiavitù. Il padrone può mandar via l’affittuario quando cede la sua terra, per il fatto che “la giustizia è uguale per tutti”, il contadino ha il “diritto” di limitare il suo lavoro, se è troppo malato, a patto che dia 4 anni di preavviso, o se muore.
   La clausola dei 4 anni fu aggiunta alla legge, perché ci vogliono circa tre anni per preparare la terra ad essere coltivata, per cui quando l’affittuario se ne va, il padrone si è già garantito una terra produttiva. (Opuscolo studentesco, Alcuni fatti in Etiopia, pag. 13).
   C’è una tassa dello stato di 15/35 dollari etiopici all’anno per gasha (circa un chilometro quadrato) sulla terra fertile, 10/30 dollari sulla semi-fertile, e 5/10 dollari etiopici sulla non fertile.
   Secondo la costituzione del 1955, il padrone dovrebbe pagare una tassa sulla terra, ma secondo il Ministero della Finanza, la terra è pagata dai contadini che la lavorano. I signori, come il Ras Mesfin, non pagano mai questa tassa. Anzi, persino i suoi servi sono pagati dallo stato, essendo questi ad esempio, membri della polizia.
   Altri doveri feudali comprendono vari lavori che ammontano a un giorno lavorativo su tre.
  Degli affittuari della provincia di Sidamo, il 62% fu richiesto di pagare la tassa governativa abitualmente pagata dal padrone. Il peso delle tasse è stato aumentato da tasse indirette, inoltre il prezzo del vitto è salito dal 1969, del 35,6%, il vestiario del 26,8% mentre i salari sono rimasti stazionari, e talvolta, in alcune zone, persino diminuiti. Ci sono inoltre le tasse sulla Istruzione citate prima. Il risultato è una povertà assoluta, in un paese che potrebbe, se sviluppato, sfamare l’intera popolazione occidentale; un paese che è uno dei principali produttori di moglio, il secondo in Africa, per la semina del frumento, il primo per quella dell’orzo. Con energia idroelettrica, petrolio, ferro, minerali e risorse di potassa: questa contraddizione può essere risolta da una rivoluzione.
  La rivoluzione agraria sotto lo slogan “la terra ai contadini” è la base della lotta contro il feudalesimo e i suoi capi imperialisti in Etiopia.
   Con la lotta per la espropriazione e la nazionalizzazione di tutti gli interessi imperialisti, compresi i “colonizzatori culturali” e le basi militari, la rivoluzione agraria forma uno dei due principi basilari della lotta per una Etiopia democratica e indipendente.
  C’è una significativa, quasi unica, crescente, coscienza fra gli studenti etiopici all’interno e all’estero del ruolo di leader, che in questa lotta ha la classe operaia etiopica, altamente concentrata sotto il supersfruttamento imperialista.
   Gli studenti, impegnati a mettersi a fianco degli operai e dei contadini nella loto lotta, chiedono, e hanno il diritto di aspettarselo, la massima solidarietà internazionale e l’aiuto per la lotta anti-feudale e anti-imperialista nell’Etiopia d’oggi.


Hosea Jaffe - "La fine della leggenda: l'Etiopia" (Jaca Book, 1970) 



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