vineri, 12 octombrie 2012

La lotta tra modi di produzione da Cristoforo Colombo al diciannovesimo secolo



La lotta di classe decide della storia nelle nazioni nella misura in cui questa storia è subordinata al sistema mondiale; le lotte tra nazioni decidono la storia delle nazioni e, più criticamente, la storia del mondo quando si infrangono i vincoli che esso impone.
Le lotte tra nazioni e tra classi sono esse stesse inter-dipendenti. Anche il colonialismo può essere visto come una lotta inter-nazionale. La storia del colonialismo precolombiano dimostra che questa lotta influì radicalmente sulle classi intranazionali nelle metropoli e nazioni europee. Questi cambiamenti, a loro volta, agirono sulle lotte di classe in queste città e nazioni. Ma il colonialismo modificò anche la struttura delle classi dei popoli colonizzati.


- Il colonialismo e la formazione delle classi.

Il colonialismo precolombiano produsse due importanti cambiamenti di classe:
1) In Portogallo, Spagna e Francia, nelle città-stato italiane e nelle città tedesche lungo il Reno, il colonialismo creò una potente "borghesia finanziaria e mercantile". Questi banchieri e mercanti divennero i veri leader della nuova classe capitalista nell'emergente Europa.
2) Nel Nordafrica e nel Medio Oriente, il colonialismo precolombiano produsse i primordi di una classe "compradora", che le potenze coloniali impiegarono da un lato contro il dispotismo di stato e, dall'altro, contro le comunità e i contadini depredati o ridotti in schiavitù. Contemporaneamente, una parte della maggioranza comunitaria venne trasformata in una classe di schiavi.
Marx riassume molto bene i cambiamenti della struttura di classe strutturali prodotti dal colonialismo:

«Nel sedicesimo e diciassettesimo secolo le grandi rivoluzioni nel commercio a seguito delle scoperte geografiche, che hanno accelerato lo sviluppo del capitale mercantile, costituiscono uno degli elementi primari che ha favorito il passaggio da un modo di produzione feudale ad uno capitalista» (K. Marx, "Il Capitale", 3, cap. 20).

Questi cambiamenti bilaterali, dentro e fuori l'Europa, si intensificarono, estesero e divennero più radicali a partire dal 1492, con lo sbarco di Cristoforo Colombo nei Caraibi. Le «scoperte» di Colombo, Pizarro (Perù), Cortez (Messico), Caboto (Nordamerica), Cabral (Brasile), da Gama (Mozambico, Goa), Magellano (Filippine eccetera) e altri conquistatori e sterminatori rivelarono l'America, l'Africa e l'Asia alle potenze coloniali europee. Potremmo definire le conquiste, i genocidi, le piantagioni e lo schiavismo che esse praticarono una sorta di colonialismo schiavista.
Questo colonialismo colombiano si protrasse dal quindicesimo alla fine del diciannovesimo secolo, quando terminò il processo di conquista dei tre continenti non europei (con guerre condotte dagli inglesi e dai tedeschi in tutto il continente africano e dai francesi in Indocina). Il colonialismo colombiano gettò le basi per il trionfo della cosiddetta «rivoluzione industriale», operata dal "capitale industriale" in gran parte dell'Europa occidentale. Dopo di esso il colonialismo assunse i connotati di ciò che Hobson, Rosa Luxembourg, Bucharin, Lenin e altri chiamarono "imperialismo", che decollò alla fine del diciannovesimo secolo, incarnato da Cecil John Rhodes, magnate dei diamanti e dell'oro e politico britannico-sudafricano. L'imperialismo rappresenta la massima espressione dell'esistenza del capitalismo e, in quanto tale, il nemico e l'antitesi della liberazione. Quest'ultima forma di colonialismo postcolombiano, ancora in essere, venne così definita dal suo massimo oppositore:

«Il capitalismo si è trasformato in sistema mondiale di oppressione coloniale e di iugulamento finanziario della schiacciante maggioranza della popolazione terrestre per opera di un pugno di 'paesi progrediti'» (V. I. Lenin, "Imperialismo", Editori Riuniti, Roma 1969, p. 36).

Per oltre cinque secoli, e fino ai nostri giorni, il capitalismo precolombiano, colombiano e postcolombiano ha rappresentato un'epoca di conquiste, genocidi e supersfruttamento. Il colonialismo colombiano si differenzia da quello precolombiano per il fatto che quest'ultimo conseguì i propri superprofitti in seguito a guerre e imprese piratesche (ad esempio le conquiste realizzate da Venezia nell'Adriatico fino a Dubrovnik e oltre), che erano finanziate, e a loro volta finanziavano, il "capitale mercantile", mentre il colonialismo postcolombiano, accanto alla pirateria a scopo commerciale, elaborò un sistema sempre più complesso di "colonizzazione" e "supersfruttamento", utilizzando non solo il capitale commerciale ma anche quello "industriale e finanziario".
Il colonialismo precolombiano si arricchì principalmente attraverso il "commercio ineguale" con gli stati non europei che si affacciavano sul Mediterraneo. Il commercio ineguale è una forma di imbroglio, che peraltro continua nei giorni nostri, in cui paesi del Primo mondo importano merci dal Terzo mondo pagando loro un prezzo insufficiente, per via del basso costo della forza lavoro in quei paesi, e rivendendo poi, ad un prezzo adeguato al Primo mondo, le merci così come sono o come materie prime per i propri prodotti industriali.
Il commercio ineguale precolombiano e colombiano venne autorizzato con la forza delle armi e, sempre più, ricorrendo a imbrogli nelle relazioni con le comunità tribali e i governanti di sistemi politici dispotico collettivi. Il trucco consisteva, in sostanza, nel convincere capi e re africani, asiatici e americani ad autenticare documenti, di solito redatti dai missionari cristiani, che per gli europei significavano acquisto di proprietà e per i non europei solo usufrutto. Questo semplice «malinteso» nasceva da una profonda differenza riguardo "la natura e il concetto di proprietà", radicata in una fondamentale differenza tra i "modi di produzione" dei popoli colonizzatori e dei popoli colonizzati.


- In Europa: il modo di produzione basato sulla proprietà privata.

Il concetto di "modo di produzione" è fondamentale per realizzare un programma scientifico di liberazione, cioè un programma volto a colpire l'oppressione coloniale alle sue radici. Ciò che qui è veramente in gioco è la natura dell'economia politica di quel dualismo coloniale che oggi chiamiamo «Nord e Sud» o «Primo mondo e Terzo mondo». Il termine più generale per definire questa economia politica è "modo di produzione capitalista-coloniale".
Quando parliamo di capitalismo, ci riferiamo ad un particolare modo di produzione (per brevità M.D.P.). Il significato di M.D.P. e, più in particolare, di ciò che Marx intendeva con questa formula, è da tempo oggetto di un lungo, ricorrente e non sempre spassionato dibattito. A questa confusione ha contribuito il fatto che lo stesso Marx usasse il termine M.D.P. in tre accezioni differenti: (a) come cotermine di «formazione sociale», (b) come fondamento economico di una società e (c) come una forma specifica di lavoro sociale (ad esempio il lavoro degli schiavi, la caccia, la pastorizia, l'artigianato eccetera).
Il primo significato appare nella «Prefazione» del 1859 a "Per la critica dell'economia politica":

«A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società».

Questi M.D.P. sono chiaramente legati alle «formazioni sociali», così come le chiamava Marx, ad esempio i proprietari di schiavi e gli schiavi («antico»), le classi feudali e le classi del capitalismo. Marx riteneva inoltre che le società, prima che si costituissero in classi, avessero i loro rispettivi M.D.P. a seconda dei diversi "rapporti di proprietà":

«Forme differenti di proprietà comune primitiva diedero origine a diverse forme di proprietà. Ad esempio, i vari prototipi della proprietà privata romana e germanica possono essere ricondotti a certe forme di proprietà comune indiana». ("Per la critica dell'economia politica", Roma 1966).

Seguendo il pensiero di Marx, noi usiamo il termine M.D.P. anche in una seconda accezione, e cioè nel senso di «base» sulla quale poggia una «sovrastruttura»:

«L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita». (K. Marx in E. Hobsbawn, a cura di, "Precapitalist Economic Formations", London 1964, p.p. 70-71).

Sebbene Samir Amin consideri i M.D.P. entità «astratte» e la «formazione sociale» un'entità «concreta» e concettualmente differente dai M.D.P. ("Nations, Classes, States", Mss. 1978, London 1980; "Sulla transizione", Milano 1973, p.p. 15-17), Marx usa M.D.P. e «formazione sociale» come sinonimi, nel primo significato del termine («feudale, borghese» eccetera) e ancora:

«I rapporti di produzione borghesi sono l'ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale ... ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana». (K. Marx «Prefazione» a "Per la critica dell'economia politica").

Noi usiamo il concetto M.D.P. in questa prima accezione, a significare la "totalità" dell'economia politica e della società. L'importanza di questo concetto per la teoria della liberazione è da ricercare nel fatto storico che il capitalismo "come sistema mondiale" rappresenta il prodotto di "un conflitto tra modi di produzione inconciliabili", uno dei quali fu il capitalismo coloniale, e nel fatto che il sistema mondiale capitalista può essere sostituito solo attraverso una lotta per un "nuovo" modo di produzione.
Per spiegare questo nuovo M.D.P., almeno in termini generali, possiamo contrapporre questa definizione a ciò che potremmo chiamare il "modo di produzione europeo" (per brevità M.D.P.E.). Il M.D.P.E. si differenzia dalla maggior parte delle società non europee (dove la proprietà privata su terra e uomini era scarsa) per il fatto che la proprietà privata è considerata un principio dominante. Uno studioso russo diede a questa particolarità la seguente spiegazione. L'Europa meridionale, scrisse, disponeva di

«isole e coste estremamente segmentate e differenziate (dal punto di vista delle forze produttive naturali), mari interni, un agevole sistema di rotte navali e terrestri e la stretta vicinanza di società civili da un lato e popolazioni arretrate dall'altro. E' possibile trovare queste condizioni nella giusta misura solo nell'area del Mediterraneo». (S. I. Kovalev, in S. P. Dunne, "The Fall and Rise of the Asiatic Mode of Production", London 1982, p.p. 53, 138).

A prescindere dalle sue origini naturali o storiche, la proprietà privata, e insieme ad essa lo schiavismo, la prima forma diffusa di sfruttamento di classe, proliferò nel Mediterraneo dopo il crollo delle società collettive, dove non esistevano né schiavi, né servi o lavoratori salariati e nemmeno proprietà terriera privata. Probabilmente si diffuse dal Mediterraneo al resto dell'Europa occidentale creando la struttura giuridica dello schiavismo greco e romano e dei feudalesimo in Francia e in Germania per diventare infine l'elemento distintivo dell'Europa borghese e capitalista.
Fu questo modo di produzione privatistico europeo che durante tutto il periodo del colonialismo colombiano si scontrò frontalmente con le società collettive in America, Asia e Africa, dove la proprietà privata non esisteva o era poco sviluppata. E' quindi lecito parlare di un conflitto tra modi di produzione europeo e non europeo.


- Fuori d'Europa: il modo di produzione collettivo.

Nel conflitto il versante degli invasori europei era il solo a presentare una struttura di classe ogni qualvolta si trattava di conquistare società tribali-collettive in Africa, nel Nordamerica, nei Caraibi e in talune zone dell'Asia. In questo caso sull'altro versante vi erano società collettive non strutturate in classi. Nel caso invece di conflitti tra "conquistadores" europei e formazioni sociali azteche, inca, del Nordamerica, del Sahara e dell'Africa orientale, o di lotte con l'India, l'Indonesia e, più tardi, l'Indocina e la stessa Cina, vi erano società strutturate in classi su entrambi i versanti. Per quanto riguarda l'America, l'Africa e l'Asia, la struttura delle classi era ciò che diversi studiosi, tra cui Marx, Lenin e Trotzkij, definirono «modo di produzione asiatico» (per brevità M.D.P.A.) che, tuttavia, esisteva anche nell'America precolombiana, in Asia e in Africa e che noi preferiamo chiamare "dispotismo collettivo". In queste società, lo stato era costituito da una classe dominante, che raccoglieva e ridistribuiva il surplus prodotto dai membri della collettività, che era proprietario della terra, amministrata però dallo stato (ad esempio l'Egitto pretolemaico, la Turchia ottomana, l'Iran, l'India, la Cina, l'America degli olmechi, toltechi, aztechi e inca, lo Zanj, l'Arabia, il Marocco, il Mali eccetera) dove

«Esiste unicamente la proprietà "comune" e il "possesso" privato... l'individuo non ha proprietà diversa da quella comune, ne è piuttosto il suo possessore» (K. Marx, "Lineamenti", London 1973).

Il barone di Montesquieu, filosofo politico francese (1689-1755 ), utilizzò il concetto di «dispotismo orientale» per designare una società dispotica collettiva e, molto tempo prima di Marx, Hegel (1770-1831) osservava:

«... non esiste un'aristocrazia ereditaria in Cina, né un sistema feudale.... In Cina abbiamo la realtà dell'assoluta eguaglianza e le possibili differenze sono unicamente quelle legate all'amministrazione.... Poiché in Cina prevale l'eguaglianza, ma non la libertà, ne consegue che la forma di governo non può che essere il dispotismo». (Hegel in "Filosofia della storia").

Questi modi di produzione esistevano al di fuori dell'Europa e le conquiste coloniali implicavano necessariamente la sconfitta, da parte dei M.D.P. europei privatistici capitalisti, delle società collettive e collettive-dispotiche non europee sparse in tutto il mondo.
Questo conflitto rappresentò la composizione di una «contraddizione inconciliabile» (per usare un concetto di Mao Tze-tung) tra due modi di produzione antagonisti. E' opinione comune che una situazione contraddittoria, che vede due poli diametralmente opposti, può essere composta solo a patto che il conflitto dialettico non si concluda con la distruzione di uno dei due poli. Questa era la situazione delle lotte di classe tra patrizi e plebei nell'antica Roma, che ritroviamo nei conflitti riformisti e non fatali tra «proletariato borghese» e capitalisti nei paesi imperialisti. In quei casi, tuttavia, in cui almeno uno dei contendenti sociali viene distrutto dall'altro, la conflittualità e l'antagonismo divengono inconciliabili. Ciò accadde quando il modo di produzione europeo fondato sulla proprietà riuscì a sopraffare i modi di produzione collettivi americani, africani e asiatici. In questi casi, i M.D.P. non europei furono distrutti in quanto sistemi, mentre alcuni dei loro componenti riconducibili al colonialismo furono assimilati (ad esempio capi tribù collaborazionisti, emirati eccetera e forza lavoro collettiva impiegata nelle piantagioni). Questo è anche, in linea di principio, il tipo di conflittualità che oggi esiste tra Primo mondo e Terzo mondo, in cui il punto focale non è la contrapposizione di due differenti M.D.P. ma il rapporto tra nazioni che opprimono e nazioni oppresse.
La soluzione di questa contraddizione inconciliabile consiste nella liquidazione dell'economia politica che sta alla base del dualismo tra Primo mondo e Terzo mondo (come di quello tra Primo mondo e paesi socialisti). All'interno di questo conflitto, la sconfitta del Primo mondo e la vittoria del Terzo mondo e dei paesi socialisti comporta il crollo dell'intero M.D.P. capitalista. La risoluzione della contraddizione tra nazioni richiede e implica un cambiamento modale, ovvero un cambiamento legato ai modi di produzione. Il carattere peculiare di questo cambiamento consiste nel sostituire un M.D.P. globale fondato sulla proprietà privata con un M.D.P. globale collettivo. E' per questa ragione che il concetto di M.D.P. è fondamentale per una teoria della liberazione permanente.


- Le lotte tra modi di produzione in Africa.

Queste lotte furono combattute da M.D.P. che disponevano di classi dominanti, almeno sul versante europeo e, nei casi che abbiamo citato, anche su quello non europeo. In questa maniera, nella lotta tra modi di produzione venne inglobata la lotta di classe. Fu questa "lotta intercontinentale" che diede il via al colonialismo europeo (che, in sostanza, comprendeva il colonialismo nelle Americhe, compresi gli Stati Uniti).
Le lotte al tempo delle «scoperte» e durante tutto il periodo colombiano unirono le coste e le terre separate dagli oceani, gettando dei ponti colonialisti attraverso le grandi distese d'acqua. Dall'altra parte dell'Atlantico si trovavano le società prive di classi o non ancora strutturate in classi degli amerindi, degli amazzonici e di quelle popolazioni che pagavano il tributo ai dispotismi collettivi delle civiltà azteche e inca, mentre in Europa una società divisa in classi stava vivendo il periodo di transizione dal feudalesimo al capitalismo, una transizione accelerata dall'antagonismo trans-atlantico tra modi di produzione opposti.
Lo stesso antagonismo sussisteva tra l'Europa e l'Africa, dove la maggior parte delle popolazione viveva sotto il cosiddetto «comunismo primitivo», una definizione, questa, che dobbiamo ad una élite di sinistra, incapace di riconoscere gli elementi profondamente umanisti delle società delle popolazioni Ituri che abitavano le foreste dello Zaire, o degli Hazda e dei Masai, che vivevano nelle regioni montuose del Kenia, o dei San (che gli olandesi stupidamente chiamarono «boscimani») o dei Khoi-Khoi (che, sempre gli olandesi, altrettanto stupidamente, chiamarono «ottentotti»).
Sia nelle Americhe che in Africa, gli invasori coloniali composero il loro conflitto inconciliabile tra M.D.P.E. fondati sulla proprietà e M.D.P. collettivi americani e africani ricorrendo ai massacri, che superarono gli eccessi commessi in passato dai romani e dai mongoli e furono, in termini di cifre assolute e rapportati alla popolazione, di gran lunga superiori all'olocausto nazista. Questa soluzione irreversibile della contraddizione colombiana portò allo sterminio di cento milioni di persone nelle Americhe e altrettante in Africa, dove le popolazioni furono decimate a seguito del traffico di schiavi oltreoceano praticato da inglesi, spagnoli, portoghesi e altri mercanti europei, compresi, occorre dirlo, gli ebrei, che si dedicarono allo schiavismo dopo la loro cacciata dal Portogallo e dalla Spagna a partire dal 1492 e anche prima, durante la "reconquista" in questi due paesi (1).
La distruzione dei modi di produzione e lo sterminio delle società collettive africane per mano degli europei ebbe inizio sul principio del quindicesimo secolo con l'invasione di Ceuta (ora una colonia virtuale in Marocco, militarizzata e governata dalla Spagna) da parte di Enrico il Navigatore e con il traffico di schiavi condotto da francesi e portoghesi al largo della costa occidentale del Nordafrica verso le Canarie e l'Algarve (nel cui porto, Lagos, venne aperto nel 1440 il primo mercato di schiavi dell'Europa capitalista, ora trasformato in galleria d'arte). La società africana precolombiana è stata definita dallo storico africano Ki-Zerbo nei seguenti termini:

«nelle società primitive, contrariamente all'esperienza europea (antica e germanica) dove la proprietà privata della terra si sviluppò dalla proprietà collettiva, in Africa non esiste traccia di proprietà privata». «In termini generali, non esisteva la proprietà privata o la distribuzione della terra e, di conseguenza, non esisteva nemmeno il feudo. La terra rappresentava un patrimonio inalienabile appartenente alla collettività». «E la produzione basata sullo schiavismo esisteva in Africa? Ancora una volta, la risposta non può che essere negativa» (2).

Questo sistema collettivo andò indebolendosi con l'avvento dei traffici commerciali a lunga distanza praticato dal dispotismo collettivo arabo e finì per essere poi devastato dal colonialismo europeo:

«Da nessuna parte in Africa i villaggi riuscirono a sopravvivere conservando il loro carattere originario» ... (furono) stravolti e disgregati. Questa decadenza ebbe inizio molto tempo prima della colonizzazione, già alla fine del decimo secolo, con la comparsa degli stati dell'Africa occidentale. L'islam, il traffico di schiavi e la colonizzazione accentuarono questo processo di decomposizione e decadimento». (S. Amin, "The Class Struggle in Africa", Francia e Italia 1976).

Il modo di produzione dispotico arabo, basato sul commercio a lunga distanza, finì con l'assimilare la terra e il lavoro collettivo delle comunità del Nordafrica, del Sahara occidentale e dell'Africa orientale, salvaguardando entrambi, e incorporandoli come propria base sociale. Come osserva Amin, l'Islam ebbe un effetto corrosivo su queste società, nonostante la legge musulmana riconoscesse la proprietà comunitaria. Uno studioso delle problematiche relative alla liberazione, il sudafricano Benjamin Kies, citando McCabe scrive:

«fu in Siria, non nelle città sacre conquistate dai greci cristiani o quelle dei seguaci di Zarathustra, che gli arabi impararono per la prima volta gli ideali della vera civiltà; e fu da Damasco che questi furono trapiantati in Spagna ... non fu l'Avesta né il Corano e nemmeno la Bibbia ad ispirare l'opera, poiché i grandi califfi di Damasco erano quasi tutti scettici» (3).

Fu questa cultura araba, e non l'Islam, che sei milioni di cristiani in Egitto salutarono quando vi giunse il califfo Umar nel 639 e questo il motivo per cui le società comunali libiche, berbere, tunisine, numide e mauritane, per la maggior parte animiste e cristiane, imbracciarono le armi contro gli eserciti delle Crociate. Quando i colonizzatori europei giunsero nell'Africa occidentale, questa regione

«che si estendeva a sud del deserto del Sahara, era in piena fioritura, in tutto lo splendore di civiltà armoniose e ben sviluppate, che i conquistatori europei annientarono a mano a mano che avanzavano» (Frobenius).

A partire dal quindicesimo secolo, i colonizzatori portoghesi, francesi e italiani saccheggiarono le città commerciali di Fez, Marrakech, Tangeri e, nel diciannovesimo secolo, i grandi archivi di Timbuctù furono trafugati dall'«esploratore» tedesco Barth. Quando Diego Cao risalì lo Zaire nel 1485, il conflitto portato dall'Europa penetrò nell'interno del continente africano. Il re del Benin, Manicongo, re del regno del Congo, Behemoi, il capo degli Uoulof e capi degli Ashanti, della Guinea e del Senegal, furono utilizzati o uccisi dagli schiavisti europei. Leo Africanus, anch'egli uno schiavo al servizio di Leone Decimo de' Medici, fornì dettagliati resoconti sul traffico di schiavi nella città di Gao nell'Africa occidentale (4).
L'autorevole R. Mauney calcolava che «nel 1600 il Niger sudanese aveva esportato più di 13500 tonnellate d'oro in Europa» (5).
A partire dalla metà del quindicesimo secolo, il Portogallo diede inizio alla colonizzazione e schiavizzazione dapprima del Congo e successivamente dell'Angola, che divenne una delle basi da cui partivano gli schiavi per il Brasile, «scoperto» da Cabral, quando i venti lo sospinsero verso occidente mentre faceva rotta per l'India, dove la costa di Goa era stata violentemente conquistata da Vasco da Gama nel 1498. Dopo le «scoperte» di Bartholomeu Diaz nel 1488, il Portogallo mandò Vasco da Gama a doppiare il Capo di Buona Speranza nel 1497. Con le sue navi armate a cannoni, da Gama devastò gran parte delle fiorenti città del Mozambico, del Tanganica e del Kenya, appartenenti alla civiltà dispotica collettiva arabo-africana conosciuta come Zanj. I portoghesi cercarono di rovesciare il regno di Mwanametepa, situato nello Zimbabwe, le cui risorse erano la pastorizia e l'estrazione dell'oro, ma subirono una sconfitta totale.
Il regno Zanj resistette alla conquista portoghese di Mombasa nel sedicesimo e diciassettesimo secolo ma, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, con l'aiuto degli «esploratori» inglesi Livingstone, Burton e Speke, gran parte dello Zanj stesso e dell'Uganda, finirono nelle mani degli inglesi e prima che spuntasse il ventesimo secolo Cecil Rhodes aveva conquistato quei territori che oggi vanno sotto il nome di Zimbabwe e Zambia. In quello stesso periodo, dopo una lunga resistenza, la Francia aveva colonizzato gran parte dell'Africa settentrionale e occidentale, ad esclusione del Ghana e della Nigeria, conquistate dalla Gran Bretagna alla fine del diciannovesimo secolo (6). La Germania, all'inizio del secolo, usando metodi «nazisti» molto tempo prima di Hitler, si era impadronita del Camerun e della Namibia sulla costa occidentale africana e del Tanganica su quella orientale.
Nel sedicesimo secolo, guidati dal figlio di da Gama, i portoghesi conquistarono, anche se per breve tempo, il regno copto anch'esso a base dispotico-collettiva che gravitava su Massaua in Etiopia, non lontano dall'antico porto di Adulis. L'Etiopia doveva essere l'unico regno dell'Africa a scampare alla colonizzazione e alle conquiste degli europei negli anni fatali che vanno dal quindicesimo al diciannovesimo secolo, almeno fino a quando, il giorno di capodanno del 1890, l'Italia non ne conquistò il cuore storico ribattezzandolo «Eritrea». L'assalto colonialista contro l'Etiopia continuò nel ventesimo secolo, con l'invasione dei fascisti italiani nel 1935. I Ras, le autorità dispotiche etiopi, guidati dall'imperatore salomonico Haile Selassie, organizzarono una resistenza armata di massa che, approfittando della guerra imperialista del 1940-1943 tra l'Inghilterra e l'Italia, alla fine ristabilì l'indipendenza politica dell'Etiopia. Non si deve negare, comunque, che l'imperialismo italiano si prese la propria rivincita armando e finanziando, insieme al suo protettore americano, un «Fronte di Liberazione dell'Eritrea» dal 1962 fino a metà degli anni Novanta, quando l'«Eritrea» ottenne l'«indipendenza». Questo episodio va considerato il risultato del fallimento della macchina da guerra etiope in seguito al ritiro da parte dell'Unione Sovietica, durante il «crollo dell'URSS», delle proprie forze aeree, inviate a sostegno dell'Etiopia.
Primo fra tutte le colonie del mondo fu il Sudafrica. Dopo essere stati sconfitti in una battaglia presso il Capo di Buona Speranza nel 1509, quando gli oppositori Khoi-Khoi trucidarono il viceré dell'India Francisco de Almeida, i portoghesi girarono ben al largo dal Sudafrica mentre facevano rotta verso le loro colonie del Mozambico, di Goa, Macao e dell'Indonesia. La Compagnia delle Grandi Indie, una delle prime società transnazionali capitaliste, nel 1652 si impadronì del Capo di Buona Speranza, assoggettando le popolazioni San e Khoi-Khoi, e ne mantenne il possesso fino al 1806, se si esclude un breve interregno britannico tra il 1795 e il 1802 durante le guerre napoleoniche, quando l'Olanda era alleata della Francia. Gli inglesi si impadronirono in seguito della colonia, sterminarono i San e per tutto il diciannovesimo secolo organizzarono massicce spedizioni armate, spogliando le società collettive Xhosa, Zulu, Tswana, Khoi-Khoi e Sotho del presupposto essenziale della loro società: la terra collettiva. Le società «tribali» vennero disgregate e assimilate come forza lavoro a buon mercato al servizio dei più razzisti colonizzatori del mondo. Dopo tre guerre, combattute tra il 1879 e il 1901 contro i Boeri feudali, per la maggior parte olandesi (ma vi erano tra loro anche Ugonotti francesi, giunti in seguito alla revoca dell'editto di Nantes nel 1688, e molti tedeschi), l'intero territorio del Sudafrica nel 1902 divenne una colonia britannica. I boeri sconfitti e altri coloni ottennero l'indipendenza politica nel 1910, sulla base di una Costituzione razzista pensata dal Parlamento britannico. Investitori stranieri e coloni locali, guidati da Cecil Rhodes, si impadronirono e capitalizzarono le miniere d'oro e di diamanti, un predominio che continua ancor oggi malgrado l'abolizione dell'apartheid nel 1994, quando il potere politico fu esteso alla maggioranza «nera» in cambio di una Costituzione che manteneva l'economia (la più importante dell'Africa) nelle mani dei «bianchi» (7).


- Lo schiavismo e la tratta degli schiavi.

Nessun processo coloniale fu più sanguinario e socialmente distruttivo della tratta degli schiavi dall'Africa tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo. La tratta degli schiavi e lo schiavismo, la prima forma di lavoro capitalista-colonialista, aveva finalità ben diverse dallo schiavismo classico dei greci e dei romani. Lo schiavismo capitalista era finalizzato a creare plusvalore, non solo lusso. Cairnes, ignaro dell'opera di Marx, scriveva nel 1862 che in America «i profitti annuali spesso sono pari all'intero capitale delle piantagioni» (8). Il calcolo del prezzo di uno schiavo era capitalista: la capitalizzazione scontata del plusvalore in rapporto all'aspettativa di vita dello schiavo stesso, essendo lo sconto al tasso corrente del profitto. Lo schiavo forniva forza lavoro e creava plusvalore.
I primi processi coloniali portarono a lotte di classe in Europa, come le rivolte dei contadini rovinati dalle importazioni dalle colonie. Lo schiavismo coloniale trasformò le classi di nativi in America e in Africa in fonti o fornitori di schiavi, argento, oro, spezie, zucchero, cotone e caffè. All'Europa lo schiavismo coloniale richiedeva industrie d'esportazione che favorirono la creazione dei porti dell'Atlantico e del Mare del Nord e rivitalizzarono i porti del Mediterraneo e le città dell'interno lungo i maggiori fiumi europei. In Inghilterra sorse una classe di lavoratori del vetro, del rame e della carta, che fabbricavano barili, fucili e liquori in bottiglia con cui pagare i capi africani che fungevano da mediatori nella tratta degli schiavi dalla Guinea. Lo schiavismo capitalista produsse la rivoluzione industriale in Inghilterra, in particolare, ma non solo, nel settore dell'industria tessile, che dipendeva completamente dalle piantagioni di cotone in America e nei Caraibi dove venivano impiegati gli schiavi (9).
Nel primo secolo post-elisabettiano, il commercio britannico di schiavi strappò alle loro terre due milioni di africani. Nel 1977, M. Ndiaye, allora conservatore del Museo di Gorée a Dakar, ci mostrò delle tabelle relative alla tratta di 500 mila schiavi dalla sola Gorée, dopo l'abolizione del commercio di schiavi nel 1808, affermando che circa venti milioni di africani andarono come schiavi nelle Americhe, passando per la porta dell'alloggio per schiavi di Gorée, tristemente famosa. Fernand Braudel stesso segnala la tratta di

«900 mila schiavi nel Cinquecento, 3 milioni e 750 mila nel Seicento, tra i sette e gli otto milioni nel Settecento e, malgrado l'abolizione del commercio di schiavi nel 1815» (1808 per l'Impero britannico) «quattro milioni nell'Ottocento» (10).

Braudel tuttavia sottovaluta enormemente i genocidi commessi dagli schiavisti europei (11) all'epoca delle conquiste, che videro lo sterminio di circa cento milioni di persone in Africa e altrettante nelle Americhe (12).
Nel 1800 le navi negriere costituivano un terzo della flotta mercantile britannica, mentre l'ottanta per cento delle importazioni proveniva dalle sole piantagioni dei Caraibi. Winston Churchill attribuiva la supremazia dell'impero britannico alle piantagioni di zucchero nelle Indie Occidentali (13). Dopo che l'unità nazionale raggiunta nel 1576 liberò le Province Unite olandesi dal dominio spagnolo, il traffico di schiavi si estese al Capo di Buona Speranza nel 1652, quindi a Ceylon, alla Malacca e la Malesia, favorendo lo sviluppo di Amsterdam e dell'Aja a grandi città. I porti sulla costa francese dell'Atlantico prosperavano con la tratta degli schiavi in Senegal, Haiti e nella Louisiana. In Germania i Fugger e i Welser costruirono degli imperi bancari grazie alle spedizioni condotte dagli schiavisti portoghesi e olandesi da loro finanziate. La Svezia e la Danimarca, Pietro il Grande e Caterina Prima di Russia, organizzarono un traffico di schiavi su larga scala.


- Il colonialismo e l'Europa.

Le razzie coloniali e lo schiavismo ebbero conseguenze non solo a livello materiale e sociale, ma anche sulla cultura degli insediamenti coloniali in America, nel Capo, in Asia e, soprattutto, in Europa. Il concetto stesso di Europa e di europei è un prodotto diretto del colonialismo, nel senso che l'Europa non esisteva prima del capitalismo e il capitalismo non esisteva prima dell'Europa. Secondo lo storico ionico Anassimandro di Mileto (611-547 a.C.), l'«Europa» era un vasto territorio a nord del Mediterraneo, a sud del quale si estendeva l'«Asia», mentre per Erodoto (485-425 a.C.) l'«Europa» si trovava a nord della «Libia», che l'Egitto separava dall'«Asia» a est e dall'«Etiopia» a sud.

«Per quanto riguarda l'Europa, nessuno sa se è circondata dal mare o da dove venga il suo nome e da chi le fu dato, a meno che non decidiamo che si tratti di 'Europa', la donna di Tiro» (14).

Dal momento che Tiro era in Fenicia, questa storia attribuisce il nome di Europa ad una signora asiatica che, passando per Cartagine, era anche africana!
La verità è che l'Europa fu il prodotto di un processo dialettico: l'affiorare del nuovo da un conflitto di opposti. Da un lato le emergenti nazioni e classi feudal-capitaliste dei conquistatori coloniali in Europa e, dall'altro, le società collettive e dispotiche in Africa, nelle Americhe, nei Caraibi e in Asia, che gli europei conquistarono, espropriarono, ridussero in schiavitù e sterminarono. Il conflitto tra una «civiltà» fondata sulla proprietà privata della terra e popolazioni e civiltà africane, azteche, inca, indiane, giavanesi e di altre società fondate sulla proprietà collettiva della terra e su forme collettive di lavoro, avviluppava il mondo e dai suoi vortici si sviluppò la realtà economica, politica e culturale dell'«Europa» e, con essa, il concetto di Europa.
Insieme all'Europa vennero gli europei, due concetti sconosciuti agli antichi greci e romani. A partire dalle Crociate e dalle conquiste colombiane fino all'imperialismo e anche oltre, vi furono sempre conquistatori, espropriatori e schiavisti da una parte e coloro che venivano conquistati, privati del possesso e della libertà dall'altra. I primi si diedero il nome di «europei». Il termine «europeo» fa il suo ingresso nella letteratura inglese nel 1603, subito dopo le spedizioni coloniali di Francis Drake e Raleigh e i traffici di schiavi condotti da Hawkins.


- Colonialismo e razzismo.

Insieme all'Europa e agli europei venne il razzismo, il cui principio fondamentale era che l'umanità è, per natura, divisibile in «razze», accompagnato dal corollario, ineluttabile, che esiste un gruppo di gente, nella fattispecie gli europei, biologicamente superiore a tutti gli altri. Prima di inventare gli «europei» alla fine del regno della regina Elisabetta, il colonialismo inventò i «negri» nel 1550 e i «coolies» nel 1598.
A mano a mano che il colonialismo progrediva, il razzismo sconfinò nella scienza. L'idea di Aristotele, secondo cui le mestruazioni cessavano durante la gravidanza perché il sangue affluiva nel feto, fu alla base di una teoria razziale, così come i tipi metallici puri di Platone divennero categorie razziali. Linneo (1707-1778) utilizzò i quattro temperamenti di Ippocrate (460-377 a.C.) per formulare le tipologie psico-razziali: i gialli flemmatici, i rossi collerici, i neri malinconici e, naturalmente, i bianchi sanguigni. Buffon (1707-1788), Haeckel (1834-1919), T. Huxley (1825-1995), Agazziz (1807-1873), lo svizzero Sommering, studioso di Harvard e padre della biometrica razziale (15), che scriveva che gli africani sono «per natura tristi, di cattivo carattere, ubbidienti e pertanto nati solo per fare gli schiavi», contribuirono a diffondere le teorie razziali nella biologia. Cesare Lombroso (1836-1909), ebreo, introdusse la teoria razziale nella criminologia, attraverso il concetto che i «neri» e i «gialli» erano criminali nati, una teoria condivisa dalla pedagogista Maria Montessori (1870-1952), ancora oggi in auge (16). Sebbene i due classici di Charles Darwin, "Sull'origine della specie" (1859) e "L'origine dell'uomo" fossero essenzialmente non razzisti, il naturalista ed esploratore Francis Galton (1822-1911), suo parente, sosteneva che Darwin aveva accettato la sua tesi, enunciata in "Hereditary Genius", scritta nel 1869, in una lettera del 1908:

«Siete riuscito a convertire un oppositore in un certo senso, poiché ho sempre sostenuto che, ad eccezione degli stupidi gli uomini non si differenziano molto per intelligenza» (17).

Galton «esplorò» la Namibia nel 1850-52 e diede il suo contributo alle spedizioni coloniali guidate da Burton, Speke e Grant per conto della Royal Geographic Society, condusse degli «studi antropometrici» sulle donne Khoisan e nel 1883 scriveva delle «grandi differenze nelle diverse razze e famiglie» (18). L'allievo di Galton, Karl Pearson (1857-1936), applicò per scopi razziali le statistiche sulla regressione nel suo "Biometrika", scritto nel 1901. Lo psicologo francese Gustave Le Bon (1841-1931), dopo aver viaggiato nei paesi dell'Africa e dell'Asia, elaborò una teoria secondo cui

«i tratti generali del carattere sono determinati da forze a noi sconosciute e possedute dalla maggior parte degli individui normali appartenenti ad una certa razza» (19).

Stephen Gould mise in evidenza la componente razzista delle teorie di questi psicologi, compreso R. M. Yerkes, il quale sosteneva:

«L'istruzione da sola non sarà in grado di portare la razza negra allo stesso livello dei suoi concorrenti caucasici» (20).

Il colonialismo, ovviamente, continuò ad influenzare la biologia e la psicologia fino al ventesimo secolo. In Inghilterra, Cyril Burt introdusse un sistema fraudolento di test razzisti e classisti negli esami «11-plus» (21) da lui presieduti. Nel 1969 e 1973, negli Stati Uniti, Arthur Jensen sosteneva una differenza di 15 punti tra «bianchi» e «neri» nella valutazione del quoziente d'intelligenza e nel 1971 H. J. Eysenck fece lo stesso in Inghilterra (22).
Il profondo influsso razzista del colonialismo sulla cultura europea abbracciava non solo la scienza ma anche la letteratura e, inevitabilmente, la politica. Auguste Comte (1798-1857), fondatore del «positivismo», Thomas Carlyle (1795-1881), Kingley (1819-1875) e Nietzsche (1844-1900) adottarono tutti la teoria razziale eurocentrica espressa dal conte Joseph Arthur de Gobineau (1816-1887) nel suo "Saggio sull'ineguaglianza delle razze umane", che non mancò di influenzare anche Emile Durkheim (1858-1917), il padre della moderna sociologia. Un anno dopo la morte di Gobineau, Max Muller (1823-1900) presentò una teoria sull'esistenza di una lingua ariana, che il nazismo utilizzò come principio al servizio dell'olocausto.
Il colonialismo penetrò persino nel pensiero e negli scritti marxisti. Engels mostrò di accettare il concetto di «razza» nel suoi saggi del 1857-1858 sull'Algeria e l'Afghanistan (23) e sostenne la colonizzazione dell'Eritrea da parte dell'Italia nel suo carteggio con Antonio Labriola, a sua volta sostenitore della colonizzazione italiana dell'Etiopia a della Libia (24). La nota affermazione di Engels, in una lettera a Kautski del 12 settembre 1882, dove egli scrive che

«il proletariato» (europeo) «deve imporsi su quei paesi abitati da una popolazione di nativi, sostanzialmente sottomessi, come l'India, l'Algeria, i possedimenti olandesi, portoghesi e spagnoli, e guidarli il più rapidamente possibile verso l'indipendenza»

è implicitamente razzista. Trent'anni prima, Engels e Marx avevano condannato questo proletariato, accusandolo di essere un «proletariato borghese». Nella stessa lettera, Engels considera «semicivilizzati» paesi come l'India.
In una lettera del 1934 al Lenin Club del Sudafrica, Trotzkij ammoniva che alcuni «compagni» «bianchi» avevano contestato lo slogan della «Repubblica Nera», coniato dal Partito Comunista, in quanto razzista, mentre lui lo aveva accettato anche se era stato coniato dagli stalinisti. Tuttavia, quando scriveva della «razza bianca e nera», impegnate a costruire insieme una nuova società, di fatto accettava implicitamente il principio fondamentale del razzismo, ovvero l'esistenza di razze umane differenti.
Nel campo della letteratura, il "Paradiso perduto" (1667) aveva sfumature razziste e non si dimentichi che Milton fu segretario di stato di Cromwell e costretto a sostenere il primo «Commonwealth» dell'emergente colonialismo britannico. Il razzismo è un tema dominante dell'"Otello" e del "Mercante di Venezia" di Shakespeare, dove l'eroina è una «bianca» razzista.
I padri della democrazia americana Jefferson, Franklin, Adams e Payne, erano tutti razzisti e Abraham Lincoln proclamò «Esistono differenze fisiche tra la razza bianca e i negri» per giustificare la sua politica di segregazione razziale, sociale, politica e giudiziaria (25).
Per quanto riguarda gli esploratori coloniali, Burton sosteneva che dopo la pubertà cessa negli africani lo sviluppo intellettivo, e Dapper, Barth, Peters, Livingstone, De Brazza, Thys, Clapperton, Marchand e Kolbe erano tutti razzisti.


- Il colonialismo e il Rinascimento.

Il colonialismo contaminò non solo la scienza, la letteratura e il pensiero politico, ma anche l'arte, persino le belle arti. Il Rinascimento era finanziato dai saccheggi compiuti dai colonizzatori ai danni delle civiltà precolombiane arabe, africane e americane. Dopo Dante, Boccaccio, Petrarca e Bacone - i primi lampi che annunciavano la tempesta borghese - Dürer, Leonardo, Holbein e Michelangelo realizzavano i loro capolavori mentre Cristoforo Colombo, Caboto, da Gama, Cabral, Cortez e Pizarro portavano a termine il primo olocausto nei recessi coloniali europei. Quando l'America, l'Asia e la costa africana caddero prostrate ai suoi piedi, l'Europa schierò non solo i suoi Galileo e Newton ma anche i suoi Rembrandt, Tiziano e Ruben e tantissimi altri. Tiziano dipinse un ritratto di Cortez, responsabile di stermini nei territori coloniali, e Rembrandt celebrò come "Señores" gli schiavisti ebrei nelle Indie occidentali olandesi e dedicò loro le sue illustrazioni dei loro testi più pregevoli (26). Holbein dipinse gli ambasciatori di Enrico Settimo mentre Van Dyck ritrasse la piccola nobiltà colonialistica di Carlo Secondo.


- Colonialismo e tecnologia.

Prima delle Crociate e dell'epoca delle scoperte i modi di produzione collettivi e dispotici non europei favorirono le trasformazioni tecnologiche più agevolmente di quanto non avesse fatto la povera, piccola Europa, condizionata dal mare e fondata sulla proprietà privata. Nel periodo antecedente le Crociate, l'Europa era arretrata, povera, scarsamente popolata, con città che, ad eccezione di alcuni centri mercantili lungo i fiumi e le coste, erano di gran lunga più piccole di molte città in Cina, India, America e Africa dell'epoca. Nel millennio successivo, il millennio del capitalismo, questa differenza andò gradualmente capovolgendosi. Le società più evolute sprofondarono rapidamente alla base, quelle meno sviluppate si innalzarono all'apice di una nuova piramide di nazioni.
I meccanismi di questa inversione inter-continentale di civiltà erano da ricercare nello schiavismo, nelle conquiste e nei traffici coloniali nonché nell'adozione e adattamento di trasferimenti di scienza, tecnologia e invenzioni. Joseph Needham fece un elenco di ventisei importanti trasferimenti tecnologici (compresi la carta, la polvere da sparo, la bussola, il telaio, le perforazioni in profondità, la fusione del ferro e le chiuse) dalla Cina all'Europa, avvenuti in gran parte durante l'epoca colombiana, in cui solo quattro tecniche (l'albero a gomiti, la vite, la pompa a pressione e il meccanismo ad orologeria) giunsero in Cina dall'Europa (27). Il capitalismo coloniale accompagnò questi trasferimenti con massicci trasferimenti di ricchezza materiale.
Queste forze di produzione coloniali non entrarono in conflitto con i rapporti di produzione capitalisti, anzi li rafforzarono su entrambi i versanti dello spartiacque che divideva le nazioni del mondo. La famosa contraddizione marxista tra forze e rapporti di produzione fu negata dal colonialismo capitalista, anzi, questo sistema si fonda proprio su questa negazione. La negazione di questa negazione continua, evidentemente, ad essere il problema fondamentale della teoria della liberazione.


- Colonialismo e rivoluzioni borghesi.

Il colonialismo influenzò le strutture, i meccanismi e i rapporti capitalisti nell'Europa feudale e favorì l'ascesa al potere della borghesia. La relazione che lega il colonialismo alle cosiddette «rivoluzioni borghesi» non è mai stata tenuta nella dovuta considerazione nemmeno dai marxisti. Occorre osservare, anche se si tratta di un fatto abbastanza ovvio, che la prima «rivoluzione borghese» fu il processo di «accumulazione originaria», iniziato gradualmente con le Crociate, per poi estendersi rapidamente durante l'epoca delle scoperte fino a dilagare, divenendo un fenomeno globale, al tempo del traffico degli schiavi. Queste vere rivoluzioni sociali si verificarono in paesi lontani dall'Europa, sotto forma di una lotta colonialista inter-continentale tra due modi di produzione contrapposti. Il risultato di questa lotta inter-modale fu che ciascuna classe capitalista finì con l'acquisire sufficiente potere economico per impadronirsi del potere politico detenuto dalle classi feudali.
Molto prima che la borghesia portoghese e spagnola tenesse le redini del potere politico, essa era padrona di vaste colonie in America, Africa e Asia. Fu il potere derivato dai possedimenti coloniali, che permise alla Spagna di controllare politicamente l'Olanda e gran parte dell'Italia nel quindicesimo e sedicesimo secolo. Tuttavia, la borghesia spagnola era troppo legata ai propri feudatari per poter industrializzare il surplus proveniente dal Messico, dal Perù, dalle Filippine e dal traffico di schiavi. Il surplus veniva in gran parte trasferito in Germania, ai «colonialisti occulti» sul Reno e sul Mare del Nord. Questa emorragia, oltre alle sconfitte subite nelle battaglie navali contro i pirati inglesi e la flotta di Francis Drake, costarono la supremazia come potenza coloniale alla Spagna, che trascinò con sé il Portogallo. Quando, soltanto alla fine del ventesimo secolo, il Portogallo ebbe finalmente la propria «rivoluzione democratica», essa fu un derivato della lotta per l'indipendenza della Guinea-Bissau, del Mozambico e dell'Angola.
Il declino della Spagna consentì l'ascesa dell'Olanda a prima potenza navale del mondo. La Compagnia delle Indie Orientali olandese, amministrata dai tedeschi, nel 1652 costrinse i San e i Khoi-Khoi a cedere il Capo di Buona Speranza, quindi nel 1641 acquistò la Malacca e nel 1656 Ceylon, avviando commerci con la Cina e il Giappone. Con il trattato di Westfalia del 1648 la sovranità dell'Olanda venne riconosciuta dalla Spagna. La rivoluzione borghese olandese e fiamminga ebbe come epicentro le città colonialiste di Amsterdam, Rotterdam, Anversa, Bruges e Gand.
Alimentata dal colonialismo elisabettiano, la borghesia inglese si alleò con l'aristocrazia terriera per conquistare il potere politico in un Commonwealth cromwelliano, fondato sullo schiavismo; la «gloriosa rivoluzione» di Guglielmo d'Orange del 1688 fece sventolare l'«Union Jack», sulle colonie delle Indie occidentali, del Nordamerica e dell'India.
La Rivoluzione francese del 1789-1793 fu guidata da una borghesia che era già divenuta una potenza mondiale in Louisiana, nel Canada, nelle Antille, nell'India orientale, nel Senegal e in un quadrilatero atlantico del commercio di schiavi in cui Bordeaux, Calais e Dieppe rivestivano un'importanza cruciale (28). La Rivoluzione francese mantenne le colonie e lo schiavismo, come del resto la rivoluzione del 1848. Nemmeno la Comune di Parigi del 1871 osò sfidare l'imperialismo francese in Indocina e in Africa. L'impatto culturale della rivoluzione francese colonialista aveva connotati profondamente colonialisti, al punto che i comunardi, che più tardi furono massacrati dalle truppe tedesche a Parigi, non alzarono un dito per fermare le atrocità dell'armata coloniale di Napoleone Terzo, e si guardarono bene dal proclamare la libertà per i popoli sotto il giogo francese in Algeria, in Indocina e nell'Africa occidentale.
La rivoluzione borghese tedesca, che attraversò il periodo della Riforma iniziato da Lutero, la rivoluzione del 1848 e il processo di unificazione nazionale di Bismarck, furono tutte alimentate da un vecchio, occulto colonialismo. All'interno del Sacro Romano Impero, battezzato nel 962 da Ottone di Sassonia, detto il Grande, ghilde, mercanti, usurai e banchieri della costa settentrionale, fondarono la Lega Anseatica, costituendo dei monopoli mercantili che intrattenevano traffici marittimi, nonché il commercio di schiavi, dapprima con i veneziani, quindi con i portoghesi, gli spagnoli e persino gli olandesi. Tra questi capitalisti si annoverano i Ravensburg, le casate di Augusta e Norimberga, le ghilde di Francoforte, la famiglia Meuling di Anversa dal 1479, gli Höchstätter dal 1486 e i potenti Fugger e Welser che finanziarono e armarono l'invasione del Venezuela nel 1527 e attirarono l'attenzione di Marx.
Nel 1660 la Lega Anseatica, di cui ormai facevano parte solo Amburgo, Lubecca e Brema, si stava avviando al declino, tuttavia con essa non crollò il principio dei monopoli capitalisti. Nel diciannovesimo secolo sorsero nuovi monopoli, tutti occupati in attività coloniali, tra cui i Krupp, i Siemens, i Thyssen e i Benz. La stessa Deutsche Bank costituita nel diciannovesimo secolo, finanziò la conquista tedesca della Namibia, dell'Urundi, del Ruanda, del Tanganika e del Camerun. Capitalisti tedeschi, come gli Oppenheimer, i veri capi del «Nuovo Sudafrica», si impadronirono delle miniere d'oro e diamanti del Witwatersrand e Rhodes usò i mitragliatori fabbricati dai Krupp per conquistare Pondoland e Matabeleland. Un secolo dopo la caduta del primo Impero durante la Rivoluzione francese, la federazione tedesca fu riformata e Guglielmo, sostenuto dai socialisti di Lassalle, riassunse il titolo di imperatore in quanto capo del secondo Impero tedesco. In seguito, la democrazia tedesca fu insanguinata dai massacri in Namibia, Camerun e Tanganica.
La trionfante borghesia tedesca ospitò il Congresso di Berlino del 1884-85, dove le potenze europee si spartirono i territori dell'Africa. La Germania perdette le proprie colonie nella prima guerra mondiale, ma la sua politica coloniale le si ritorse contro nel 1933, quando il Reichstag democratico, eletto dalla maggior parte dei tedeschi provenienti da qualsiasi ceto sociale, votò a favore del partito nazista, decretandone l'ascesa al potere. Dopo un'altra sconfitta nel 1945, la borghesia tedesca, grazie agli aiuti del Piano Marshall, alle riserve occulte di metalli preziosi, alla Comunità europea a alla riunificazione tedesca del 1989, ha potuto ristabilire il ruolo della Germania a terza potenza economica mondiale dopo gli Stati Uniti e il Giappone.
La rivoluzione borghese in Italia giunse all'apice a seguito di un lungo processo coloniale. Città stato e stati regionali italiani trassero vantaggi dal crollo del feudalesimo a seguito delle Crociate, nel senso che mercanti genovesi, pisani e napoletani rifornivano sia i cristiani che i saraceni. Venezia fu uno dei primi esempi di città capitaliste, con il suo impero coloniale che si estendeva fino a Dubrovnik e i suoi mercanti, come la famiglia Polo, che intrattenevano commerci con la Persia, l'Arabia e la Cina. I mercanti italiani avevano raggiunto le Canarie nel 1341, le Isole di Capo Verde nel 1456, Timbuctù nel 1470 e dal 1464 iniziarono ad importare oro dai regni del Sudan occidentale.
Dopo che le scoperte e la conquista ottomana del 1454 avevano chiuso il Mediterraneo, i capitalisti italiani di Firenze e Venezia dipendevano dai metalli e dai generi di consumo provenienti dalle colonie spagnole e portoghesi in America, Asia e Africa. Il Risorgimento di Mazzini e il processo di unificazione dell'Italia, guidato da Garibaldi e Cavour, furono finanziati dalla classe capitalista italiana, da tempo legata alla politica coloniale. I soldati algerini caduti per l'unità d'Italia vengono ricordati nel monumento alla vittoria di Napoleone Terzo sugli austriaci (la Francia aveva conquistato l'Algeria nel 1830), collocato nel Parco Sempione a Milano. Mazzini incoraggiò la colonizzazione italiana della Tunisia e Garibaldi rivendicò Trieste all'Austria. Il cardinale Massaia (1809-1889), missionario cappuccino e diplomatico, manovrò le ambizioni coloniali di Cavour in Etiopia, come aveva fatto Livingstone per la Gran Bretagna nell'Africa centrale e occidentale (29). Garibaldi era in stretti rapporti con la compagnia coloniale che operava sulle coste etiopi e somale del Mar Rosso.
Quanto al Belgio, basti solo ricordare il grido del giovane duca di Brabante, il futuro Leopoldo Secondo, nel 1867, non molto prima che egli, in combutta con Stanley e l'industria tessile di Manchester, si macchiasse delle infami atrocità commesse durante la conquista e lo sfruttamento del Congo in nome dell'imperialismo belga:

«Ciò di cui il Belgio ha bisogno è una colonia» (30).

La rivoluzione borghese del Belgio fu guidata dalla dinastia colonialista fondata da Leopoldo, una dinastia che penetrò in molte famiglie aristocratiche e reali dei Borboni e degli Asburgo nell'Europa del diciannovesimo e ventesimo secolo.
La rivoluzione borghese del Giappone, avvenuta nel diciannovesimo secolo, consistette nella trasformazione della casta dei «despoti orientali» "shogun" in famiglie monopolistiche capitaliste, guidate dallo stesso imperatore. Questa trasformazione ebbe inizio durante una lotta per il potere coloniale, combattuta nel Mare del Giappone a metà del diciannovesimo secolo, tra il Giappone e i suoi rivali europei e americani e che si concluse con la conquista da parte dei giapponesi della Corea e la vittoria sulla Russia zarista imperialista nel 1905. Tra le due guerre mondiali, il Giappone condusse una guerra tipicamente coloniale contro la Cina, in cui vennero sterminate circa venti milioni di persone. Durante la seconda guerra mondiale, il Giappone portò a termine la conquista coloniale di Singapore, dell'Indonesia, di Hong-Kong, Burma e dell'Indocina francese. Nel dopoguerra, l'ascesa del Giappone a potenza imperialista del mondo (seconda solo agli Stati Uniti), era dovuta essenzialmente a precisi investimenti neocoloniali in lavoro a basso costo nelle proprie ex colonie, da parte di dinastie monopolistiche dispotiche giapponesi.
Il risultato finale del colonialismo europeo e, più tardi, nordamericano e giapponese, fu la globalizzazione del capitalismo in un sistema mondiale, che vede contrapposti da un lato un blocco di nazioni imperialiste (a loro volta in competizione, spesso violenta, una sorta di guerra mondiale, per assicurarsi il potere e l'influenza globale) che va sotto il nome di «Primo mondo», e dall'altro un complesso di ex colonie semicoloniali e colonie, il cosiddetto «Terzo mondo», che a sua volta sovrasta la terra desolata di un «Quarto mondo», totalmente povero e vittima di genocidi. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, fanno parte del «Terzo mondo» l'Europa dell'Est, i Balcani e l'ex Unione sovietica, un blocco che comprende circa quattrocento milioni di persone.

Questa divisione del mondo rappresenta e, a sua volta, è rappresentata da una partizione colonialistica del valore della produzione globale. Solo la forza lavoro umana è in grado di creare valore. Marx ha spiegato che il lavoro effettivo dell'operaio può essere astratto in lavoro «universale», che, in sostanza, è lavoro generalizzato socialmente necessario. Potremmo prendere il lavoro specializzato medio del «Primo mondo» come norma internazionale. Ne segue che nel «Primo mondo» (ovvero nei paesi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, o OCSE, ad eccezione della Turchia) vi sono circa trecento milioni di lavoratori, i quali rappresentano il 30% della popolazione totale dei paesi imperialisti, che ammonta a un miliardo di persone. Nel «Terzo mondo», su una popolazione di tre miliardi, si ha un tasso di disoccupazione pari al 50% e solo circa cinquecento milioni di lavoratori assunti. Di questi, circa cento milioni (compresi quelli nelle città della Cina economicamente dipendenti dal capitale estero) lavorano nelle miniere ad alto rendimento, nelle industrie, nelle comunicazioni e nelle piantagioni i cui prodotti sono destinati al mercato estero; i restanti quattrocento milioni corrispondono, in pratica, appena a cento milioni di lavoratori «universali», poiché il rapporto di produttività è di quattro a uno a favore del «Primo mondo» rispetto al «Terzo mondo».
Riassumendo, abbiamo quindi trecento milioni di «lavoratori universali» nel Primo mondo e duecento milioni nel Terzo mondo, che corrisponde al 60% nel Primo e al 40% nel Terzo mondo. Dal momento che solo la forza lavoro umana crea valore, si può affermare che il 60% del valore globale viene «prodotto» nel Primo mondo e il 40% nel Terzo mondo. Tuttavia, l'ONU, l'Europa e tutte le altri autorevoli fonti statistiche mostrano che il Primo mondo «riceve», ovvero «consuma» personalmente o economicamente, più dell'80% del reddito globale, mentre il Terzo mondo, compresa l'intera Cina, riceve meno del 20%. Ne segue che si è assistito ad un trasferimento di valore, dalle semicolonie al «mondo» imperialistico, pari al 20% del valore globale, che ammonta oggi a quattro trilioni di dollari/euro e rappresenta il trasferimento globale di plusvalore dal Terzo al Primo «mondo», ovvero il supersfruttamento colonialista moderno. Il tasso internazionale di plusvalore, ovvero il plusvalore esportato diviso il reddito nazionale, rappresenta il 20% (trasferimento) diviso il 40% (quota del Terzo mondo di reddito globale) cioè il 50% (31) Alla fine del millennio il trasferimento globale dal Terzo al Primo mondo è superiore al PIL degli Stati Uniti. Questo trasferimento rappresenta un metro del sistema colonialista moderno di «apartheid su scala mondiale» (32) che fronteggia qualunque teoria di liberazione coloniale.




N. 1. H. Jaffe, "A History of Africa", London 1986 1988, p. 65, n. 10 per notizie bibliografiche. Per ulteriori dettagli circa lo sterminio dei San e dei Khoi-Khoi, v. H. Jaffe, "300 Years", Cape Town 1952, Pietermaritzburg 1988.
N. 2. J. Ki-Zerbo in "U.N.E.S.C.O. General History of Africa", London 1982, vol 1. «Conclusion», p.p. 739-740 (trad. it. "Storia generale dell'Africa", vol 1, "La Preistoria", Jaca Book, Milano 1987, p.p. 749-750).
N. 3. B. M. Kies «The Contribution of the Non-Europeans to World Civilization», conferenza tenuta a Città del Capo il 29 Settembre 1953, citazione da J. McCabe, "The Splendour of the Moorish State".
N. 4. Leo Africanus (B. Al Hassan Ibn Mohamed Al Wezaz al Fasil), "Descrizione dell'Africa", Venezia 1550.
N. 5. R. Mauney, "Tableau géographique de l'Ouest africain au Moyen Age", Dakar 1961.
N. 6. H. Jaffe, "A History of Africa", cit.
N. 7. H. Jaffe, "300 Years", cit.; H. Jaffe, "European Colonial Despotism - A History of Oppression and Resistance in South Africa", London 1994.
N. 8. Cairnes, "The Slave Power", London 1862, Devon 1968.
N. 9. E. Williams, "Capitalism and Slavery", London 1944.
N. 10. F. Braudel, "Capitalism and Civilization", cit . vol. 3, p. 440.
N. 11. Ibid. p. 430.
N. 12. H. Jaffe, "Stagnazione e sviluppo economico: modi di produzione, nazioni e classi", Jaca Book, Milano 1986, p.p. 93-95, 235, 239.
N. 13. W. Churchill, "A History of the English-Speaking Peoples", London 1956-1958.
N. 14. Erodoto, "Historiae" (trans. A. de Selincourt), Middlesex 1955, libro primo, p.p. 3, 103; libro secondo, p.p. 16, 34; libro terzo, p. 115; libro quarto, p.p. 39, 46-47; libro settimo, p. 134.
N. 15. L. Agazziz, "The Diversity of Origin of the Human Races", in «Christian Examiner», 1850.
N. 16. M. Montessori, "Pedagogical Anthropology", New York 1913.
N. 17. Darwin a Galton, in F. Galton, "Memories of my Life", London 1908.
N. 18. F. Galton, "Tropical South Africa", London 1853; F Galton, "Human Faculty and its Developments", London 1883.
N. 19. G. Le Bon, "The Crowd", 1895.
N. 20. S. Gould, "The Mismeasurement of Man", London 1984; "Ever since Darwin", New York 1977. In una lettera a H. Jaffe del 20 ottobre 1983 Gould accettò l'idea del Non European Unity Movement of South Africa che l'umanità non è divisibile in razze.
N. 21. Si tratta di un esame di ammissione alla scuola secondaria che gli studenti sostengono all'età di 11-12 anni. (N.d.T.)
N. 22. A. Jensen, "Harvard Educational Review", 1969; A. Jensen, "The Evolution of the Human Brain and Intelligence", 1973; H. J. Eysenck, "Race, Intelligence and Education", 1971.
N. 23. F Engels, «Afghanistan» e «Algeria», scritti rispettivamente il 10 agosto 1857 e il 17 settembre 1857 per la "New American Cyclopaedia", vol. l, 1858.
N. 24. R. Pankhurst in occasione del centenario di Adua, Addis Abeba, marzo 1996; H. Jaffe in «Think», Cape Town dicembre 1996.
N. 25. A. Lincoln, "Addresses", New York 1914. (Conferenze tenute a Quincy il 13 ottobre 1858); "Autobiography for Library of Congress", giugno 1858. La sua proclamazione dell'emancipazione degli schiavi del primo gennaio 1863 era motivata da considerazione di ordine militare: la fine della guerra civile.
N. 26. Dediche di Rembrandt a Mennasis Israel e altri custodite nella casa di Rembrandt ad Amsterdam.
N. 27. J. Needham, "Science and Civilization in China", Cambridge 1954, «The Old Silk Road», vol. 1, cap. 7(g) p. 172, 177, cap. 7(h), p.p 178-180; «Chinese Western Cultural and Scientific Contact», p.p. 191-206, p.p. 242-243.
N. 28. Alexis de Tocqueville, "The Old Regime and the French Revolution", New York 1955 (prima edizione nel 1856).
N. 29. G. Massaia, "I miei trentacinque anni di missione nell'Alta Etiopia", 12 voll., Milano, Roma 1885-1995; G. Massaia, "Le lettere del Cardinale Massaia dal 1846 al 1886", Ed. G. Farina, Torino 1937. La British Library possiede diversi panegirici 'fascisti' "ante litteram" del Cardinal Massaia.
N. 30. L. Bauer, "Leopold the Unloved", 1934.
N. 31. Per un calcolo simile, anche se un po' diverso, vedi S Amin, "Classes and Nations", 1988. Il metodo summenzionato è stato usato in H. Jaffe, "Colonialism Today", London 1962, Daresalaam 1988.
N. 32. Descrizione data da H. Jaffe in S. Amin, A. G. Frank e H. Jaffe, "Quale 1984", Jaca Book, Milano e Madrid 1974.
 


Hosea Jaffe, La Liberazione Permanente e la guerra dei mondi, Jaca Book, Milano 2000

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