vineri, 5 octombrie 2012

La sottovalutazione dei superprofitti coloniali e la sovrastima del fattore “produttività”



   L'imperialismo USA compensa il massiccio plusvalore negativo soprattutto tramite i superprofitti semicoloniali, particolarmente in America Latina e, tramite corporazioni monopolistiche con gli interessi imperialisti dell'Europa occidentale, anche in Africa e in Asia. Questa compensazione consiste di:
   a) superprofitti ottenuti nella stessa America Latina, Asia e Africa dai monopoli USA nel settore petrolifero, minerario, nelle piantagioni e nell'industria leggera;
   b) questi superprofitti non sono pienamente realizzati fino a quando le materie prime provenienti dall'America Latina, dall'Arica e dall'Asia non sono inserite in un processo di "trasformazione", soprattutto negli Stati Uniti stessi. Questo trasferimento di "lavoro morto" sottrae il plusvalore prodotto dal lavoro coloniale e "celato" dai prezzi free on board all'esportazione, che non includono pienamente questa parte di plusvalore (cfr. la suddivisione dei profitti sulle materie prime fra compagnie minerarie e o di piantagione, spedizionieri marittimi, distributori, con la divisione del plusvalore in profitto industriale, profitto commerciale, rendita e interesse).
   La realizzazione del surplus non produce il plusvalore. L'idea di Baran-Sweezy di un surplus (nei paesi imperialisti) realizzato anche nei paesi coloniali è di tipo luxemburghiano, nonostante la loro critica al libro sulla accumulazione di Rosa Luxemburg. Essa condivide con la Luxemburg la non intenzionale conclusione che il plusvalore viene prodotto nei paesi imperialisti e realizzato nelle colonie. In effetti la verità sta totalmente all'opposto: la maggior parte del plusvalore è prodotta nelle colonie ma realizzata sul mercato nei paesi imperialisti, dove appare come un "surplus". Questa differenza fra apparenza e realtà è una conseguenza dell'ingannevole concetto di "surplus" di Baran-Sweezy, che allontana la teoria della realtà tanto da trasferire l'attenzione principale dalla sfera dei rapporti produttivi da trasferire l'attenzione principale dalla sfera dei rapporti produttivi coloniali al meccanismo della realizzazione imperialistica. I punti a) e b) rimangono totalmente nascosti nella nozione di "plusprodotto".
   Ma l'imperialismo USA, in particolare, compensa l'esistenza di plusvalore negativo anche in altri due modi.
   c) Le cause storiche della più alta produttività globale dell'industria (e dell'agricoltura) USA vengono trasformate in profitto per i capitalisti. Essi vendono i loro prodotti "trasformati" al di sopra del loro stesso prezzo di produzione (C + V + S), che in molti casi è più basso del prezzo mondiale capitalistico. Anche se vendessero al di sotto del prezzo mondiale (oggi, per la maggior parte degli articoli, non ci sono prezzi nazionali) per sconfiggere gli esportatori esteri (ulteriormente frenati dai diritti doganali) - ma quando nel 1972 gli Stati Uniti cercarono di imporre una tassa del 10% sulle esportazioni giapponesi, il Giappone diede battaglia e la vittoria andò non a New York, ma a Tokio - essi potrebbero ancora ottenere tale profitto di "produttività" fino a quando, naturalmente, i loro rivali non raggiungano il loro stesso livello di produttività (ad esempio, il settore siderurgico giapponese raggiunse nel 1968 quello statunitense). Questo tipo di profitto è temporaneo e non fondamentale.
   Il "profitto di produttività" è realizzato:
   1) Tramite vendite a lavoratori e a capitalisti (personalmente e produttivamente) all'interno dello stesso paese imperialista. Considerato che i lavoratori pagano prezzi al di sopra del valore, essi restituiscono parte del loro plusvalore negativo ai capitalisti, cioè la loro parte S1 di “V”, che è una frazione del plusvalore negativo; in altre parole: sV (dove s è una frazione corrispondente alla parte S1 di “V”) è uguale a lS- (dove 1 denota una frazione “latente” di S-). I più importanti e permanenti fattori sono a) e b) (il fattore "produttività" era da Marx trattato come temporaneo, che permaneva cioè fino a quando i rivali non avessero raggiunto la più alta produttività ed eliminato il "vantaggio" 143.
   2) Tramite vendite all’estero. Dato che queste sono solo una piccola parte (fino al 10%) del prodotto nazionale, si esagera l’importanza di questo fattore di “scambio ineguale” quando lo si tratta come fondamentale nella “creazione” dei profitti 144. Quando dei manufatti USA vengono scambiati con manufatti inglesi, entrambi venduti a “prezzo mondiale”, i capitalisti statunitensi hanno un vantaggio di produttività e quindi un profitto. Quando gli operai inglesi acquistano merci statunitensi (o merci inglesi vendute ad un prezzo magiore del valore) essi vengono “sfruttati” in misura pari al “sovrapprezzo”, che è una deduzione dal loro V (o dalla parte S1 del loro “V”, se non creano plusvalore) e un aumento di plusvalore per i capitalisti. Lo stesso accade quando gli operai e i contadini coloniali acquistano prodotti finiti dai paesi imperialisti. Ma dato che il mondo imperialista esporta in totale 200 miliardi di $ e la produzione interna imperialista è dieci volte tanto, il fattore dello “scambio ineguale” è un fattore di peso relativo e, in ogni caso, non si applica agli scambi con materie prime che hanno dei loro propri prezzi “mondiali” e che anzi quasi sempre non vengono neppure scambiate: gli stessi monopoli mondiali che posseggono miniere e piantagioni nelle colonie, controllano il processo di trasformazione e le relative industrie a casa; e ciò avviene su scala molto vasta: in altre parole gli stessi monopoli importano ed esportano dai paesi imperialisti e lo “scambio ineguale” raramente avviene fra “paese avanzato” e “paese sottosviluppato” ma fra gli stessi imperialisti 145. Lo “scambio ineguale” è un fattore relativamente piccolo dei superprofitti coloniali dato: 1) le dimensioni relative del commercio estero e 2) i monopoli imperialisti (Shell, BP, Esso, Agip, Gulf, Texaco, nel solo settore petrolifero coloniale; Anglo-American, Rio tinto, The Chamber of Mines Groups, De Beers, Union Minière, nel settore dell’oro, dei diamanti, dell’uranio, del rame e del carbone nella sola Africa; Unilever, ICI, United Fruit, nell’Africa Occidentale; Krupp, Fiat, Lockheed, Rolls Royce nel settore degli armamenti per mantenere il colonialismo, il segregazionismo, governi come quello portoghese, ecc.; Good Year, Firestone, Dunlop-Pirelli, in Liberia, nella Malaysia e più in generale nel settore della gomma; Imperial Tobacco, Brooke Bond Tea, Cadbury’s cocoa, il cotone di Mitchell-Cotts, ecc.) 146.

     Le estreme conseguenze di una sottovalutazione dei superprofitti coloniali e di una sovrastima del fattore “produttività” sono il disconoscimento del Leninsmo da parte di Barrat-Brown (ex-stalinista) nella sua apologia socialdemocratica-imperialista, Dopo l’imperialismo147 (cioè l’inganno della “indipendenza” significa per lui la “fine dell’imperialismo” nonostante la Corea, la Baia dei porci, il Vietnam, il Biafra, Israele, l’Uster, ecc.).
   Mandel ad esempio potrebbe essere a questo riguardo criticato, innanzitutto perché afferma di essere un marxista e inoltre perché è accettato come trotskysta (nonostante i suoi “errori” sul Sionismo nel 1948, su Ceylon negli anni 60, sul Biafra, sul Bangla Desh, sul MEC e sull’Europa). Nel suo lavoro sul MEC (1968) si riferisce a “sovraprofitti nel commercio con i paesi sottosviluppati” (p. 18) ed ingine giunge a dire: “Questi sovraprofitti, che Marx considerava il risultato dello scambio di un lavoro più produttivo e più intensivo contro uno meno produttivo e meno intensivo”148. Ma Marx non disse affatto così, e neppure niente di somigliante a quanto dice Mandel. Marx in effetti disse che il lavoro coloniale “era sfruttato più intensamente”149. Nel passaggio in cui Marx specificamente dichiarava che il lavoro coloniale era più intensivo di quello “metropolitano”, disse anche che questo più intenso sfruttamento era la ragione per cui “il saggio di profitto è più elevato in questi paesi” (ibid.) e aggiungeva che questo più alto saggio di profitto “livella il saggio generale di profitto, innalzandolo...” (ibid.). Questo concetto di Marx è più che mai valido oggi, come tutte le precedenti analisi e i dati tendono a confermare. In particolare, con l’intensificazione del supersfruttamento coloniale dopo le rivoluzioni Cinese e Russa (incluso quell’acceleratore per i superprofitti noto come “indipendenza”), le colonie hanno messo l’imperialismo in grado di convertire il proprio plusvalore negativo interno con un plusvalore positivo sia “interno”, sia generale.
   L’argomento “produttività”, come pure il chiasso “neo-marxista” a proposito dell’impoverimento relativo e assoluto dei lavoratori 150 razionalizza semplicemente e giustifica il fatto che: 1) relativamente (tramite un tasso medio di plusvalore=plusvalore/capitale variabile decrescente) ed assolutamente (capitale variabile reale) i salari sono aumentati per gli operai dei paesi imperialisti fino al punto in cui, in media, questi hanno cessato di produrre plusvalore e producono plusvalore negativo, cioè consumano più di quanto producono e sono perciò da tempo diventati politicamente conservatori, non rivoluzionari e alleati dell’imperialismo contro i loro “fratelli” coloniali, non mettendo in pratica o non sentendosi dire concretamente dai loro “leaders” – che sono rimorchiati ai reali interessi economici dei lavoratori nell’imperialismo – che “il lavoro con la pelle bianca non potra essere libero fino a quando il lavoro con la pelle nera e in catena” e 2) che i salari reali per i lavoratori coloniali sono assulutamente e relativamente diminuiti (fenomento che interessa la maggior parte del proletariato mondiale).
   Bucharin, in un’opera presentata da Lenin151 ripeteva il concetto di Friedrich Engels di un’aristocrazia del lavoro corrotta e imborghesia:
   “Il sovraprodotto ottenuto dallo Stato imperialista si accompagna a un salario più elevato degli strati corrispondenti della classe operaia e, in primo luogo, degli operai qualificati152 (sottolineatura di Bucharin). Osserviamo solo che Bucharin sottolinea precisamente quell’aristocrazia del lavoro che Mandel e la scuola di Bettelheim hanno visto come la creatrice dei supeprofitti, dei superprofitti coloniali soprattutto – in particolare il lavoratore “più qualificato” – sottolineato da Mandel, come da Bucharin, ma per opposte ragioni e motivi oggettivi. Per Bucharin il lavoratore “più qualificato” era corrotto dai superprofitti coloniali creati non da lui, ma dal lavoratore coloniale a spese del quali egli si ingozzava; per Mandel e Bettelheim questo lavoratore è un creatore, non un consumatore, di superprofitti coloniali, grazie alla sua “maggiore produttività”.
   Il “lavoratore plusvalore negativo” consuma più di quanto produce, non solo in Sudafrica, ma anche negli USA (eccettuata gran parte dei negri, che formano oggi 1/3 del proletariato statunitense) in Canada, in Inghilterra, nella Germania Occidentale, in Norvegia, in Finlandia, Svezia, Danimarca, Olanda, Francia, Svizzera, nell’Italia del Nord (1/3 della produzione italiana e in Lombardia), Australia, Nuova Zelanda, Israele e, per strati operai privilegiati, in Spagna e Portogallo. Questo “sovraconsumo” ha causato diverse recessioni post-belliche di dimensioni tali che gli imperialisti non poterono compensare adeguatamente il plusvalore negativo con i superprofitti delle colonie153. Questo “sovraconsumo” è caratteristico delle situazioni di pre-crisi, appena prima che il bubbone del boom cominci a far male. In una depressione di dimensioni rilevanti (1929) è il plusvalore nel complesso a diventare negativo. Ciò è il risultato della precedente sovrapproduzione e del sovraconsumo, una contraddizione non in termini, ma nella realtà capitalista.
   Il plusvalore negativo significa che il capitale variabile è maggiore della produzione di beni di consumo (per un plusvalore negativo generale, non compensato da un plusvalore positivo delle colonie e da vantaggi di “produttività”). Il plusvalore negativo implica cioè che: il capitale variabile > la produzione di beni di consumo; e il capitale variabile ("fondo salari" circolante) nella produzione di mezzi di produzione + il capitale variabile ("fondo salari" circolante) nella produzione di beni di consumo > la produzione di beni di consumo
il capitale variabile ("fondo salari" circolante) nella produzione di mezzi di produzione + il capitale variabile ("fondo salari" circolante) nella produzione di beni di consumo > il capitale variabile ("fondo salari" circolante) nella produzione di beni di consumo + il plusvalore nella produzione di mezzi di consumo + il consumo di capitale costante nel settore della produzione di beni di consumi e quindi

il capitale variabile ("fondo salari" circolante) nella produzione di beni di consumo > il plusvalore nella produzione di mezzi di consumo + il consumo di capitale costante nel settore della produzione di beni di consumi.....

e se il plusvalore nella produzione di mezzi di consumo è positivo, il capitale variabile ("fondo salari" circolante) nella produzione di beni di consumo eccede il consumo di capitale costante nel settore della produzione di beni di consumi e la principale equazione della riproduzione crolla, con la sovrapproduzione nella produzione di mezzi di produzione (più mezzi di produzione di quanti non sia possibile scambiare per rinnovare il consumo di capitale costante nel settore della produzione di beni di consumi). Se il plusvalore nella produzione di mezzi di consumo è anch’esso negativo, allora, in base al plusvalore positivo e al plusvalore negativo, può essere che il consumo di capitale costante nel settore della produzione di beni di consumi > il capitale variabile ("fondo salari" circolante) nella produzione di beni di consumo, vale a dire c’è una sovrapproduzione nella produzione di beni di consumo. Il sovraconsumo causato dal “capitale variabile” è quindi combinato con la sovrapproduzione nella produzione di mezzi di produzione o nella produzione di beni di consumo154.

   Marx rigettò l’idea di Sismondi (che fu in seguito di Bauer-Kautsky e poi di Baran-Sweezy) del sottoconsumo, non solo perché era inadeguata rispetto alla realtà (puntando l’attenzione sulle conseguenze distributive di rapporti produttivi) ma anche perché era incompatibile con la sua analisi della riproduzione e quindi della accumulazione del capitale. Lo studio della riproduzione mostra come non sia necessariamente vero che il sottoconsumo sia nel settore della produzione di mezzi di produzione, sia nel settore della produzione di beni di consumo, sia in entrambi. E neppure è vero che la sottoproduzione significhi sovraconsumo (come sembra “logico”), dato che in Africa, America Latina e Asia la gente non “soffre” certo per il sovraconsumo, all’interno della palese sottoproduzione a cui l’imperialismo ha ridotto e mantiene questi continenti coloniali. Nelle colonie possono esserci sia sottoproduzione che sottoconsumo. Per l’intera economia del mondo capitalistico, una situazione di pre-crisi è annunciata dalla sovrapproduzione e del sovraconsumo imperialista, dalla sottoproduzione e dal sottoconsumo coloniale e la sintesi totale può essere generale sovrapproduzione seguita da generale sottoconsumo più sovraconsumo seguito da “sottoproduzione”, nel senso di “riproduzione contratta” (comparata con la riproduzione semplice e la riproduzione allargata). La riproduzione contratta è una conseguenza inevitabile del plusvalore negativo proprio in quanto il plusvalore negativo, durante una recessione, è la più chiara misura della contrazione, vale a dire della disoccupazione e di sprechi, dovuti al disuso, alle serrate, di capitale costante (anche il decremento nel capitale costante diviene cioè negativo).





143   Vedi anche: Napoleoni-Colletti, Il futuro del capitalismo. Sviluppo o crollo?, Laterza, Bari 1970; Napoleoni, Il pensiero economico del 900, Einaudi, Torino 1963. Napoleoni segue Marx a proposito della produttivita e della composizione organica del capitale; e Lenin a proposito dell'"imborghesimento" dei lavoratori "metropolitani" che "sovracconsumano" dato che partecipano a quello che è in effetti S1. Ma Napoleoni ammette anche un fattore di “sottoconsumo”, in relazione alle crisi. L’aspetto di “sovraconsumo” è una reminiscenza di A. Gramsci, Passato e presente, Einaudi, Torino 1966 e Il Risorgimento, Einaudi, Torino 1966 (Gramsci attribuiva le crisi del suo tempo soprattutto al sovracconsumo “parassitico” al “sottorisparmio”). Attualmente Sweezy, Huberman e Baran stanno ritornando verso la vecchia concezione di Bauer-Kautsky del “sottonconsumo”, respinta da Marx nella sua critica a Sismondi e a Proudhon (K. Marx, Miseria della filosofia, Samona e Savelli, Roma 1968, in risposta alla Filosofia della miseria di Proudhon). Anche Lenin respinse la teoria del “sottoconsumo”. Vedi: V.I. Lenin, “Caratteristiche del romanticismo economico”, in Lo sviluppo del capitalismo in Russia (in relazione al dibattito fra Turgan-Baranowsky e Nikolay-on alla fine del secolo XIX).
144  Vedi : A. Emmanuel, L’échange inegal e il dibattito dello stesso con Bettelheim in Monthly Review. Vedi anche: S. Amin, L’accumulazione... (cit.), capitolo conclusivo, sezione IV.
145   Su questo punto vedi: P. Sylos Labini, Oligopolio e progresso tecnico, Einaudi, Torino, 1961 e P. Sulos Labini, Economie capitalistiche ed economiche pianificate, Laterza, Bari 1960.
146   L’intera lista e le sue interdipendenze di capitale negli e fra gli Stati Uniti, il MEC e il Giappone è una realtà imperialistica che ha da lungo tempo rimosso i vacillanti sostegni al di sotto delle apologie imperialiste del “più alto livello” di Bettelheim e della “produttività” di Mandel per i quali i superprofitti sono un fattore minore e secondario. Il fattore principale della realtà imperialistica è il supersfruttamento coloniale del quale il fattore secondario è, invero, un sottoprodotto, dato che il colonialismo permetteva e permette all'imperialismo la lussuria del progresso tecnologico in un'epoca di guerra e di morte per i due terzi della popolazione del capitalismo.
147   M. Barrat Brown, After Imperialism, Heinemann, London 1963: Barrat Brown sottolineava fra l’altro che le esportazioni di capitali nelle colonie erano solo 1/3-1/4 delle esportazioni totali, ma non affermava che questo 1/3-1/4 procurava il 50%-60% dei profitti esteri. Pur senza giungere alle stesse conclusioni di Barrat-Brown, Bettelheim e Mandel hanno preso la stessa direzione di pensiero sul problema dei superprofitti. Nel Trattato, op cit, Mandel gia sottolinea la “bassa” percentuale di capitali esportati nelle colonie, almeno apparentemente, per mostrare la decrescente importanza dell’imperialismo oggi (che altro poteva voler dire?). Nel suo Il Mercato comune e la concorrenza americana, op cit, p. 19; dice: “...solo una piccola parte dei capitali esportati all’estero... una manifestazione secondaria del movimento internazionale del capitale”. Piccolo prodigio, dal quale Mandel attinge almeno una conclusione politica, e cioè la necessità di sostenere “un Parlamento Europeo con elezioni dirette e uguali per tutti i cittadini dei paesi del MEC” (p. 117). Questa applicazione a favore del MEC (una organizzazione imperialista) dello slogan degli “Stati Uniti (socialisti) d’Europa” (anti-URSS, anti-popoli coloniali) è pertinente alla concezione di Mandel. Essa è altrettanto lontana dalla concezione di Lenin quando da quella di Trotsky.
148   Mandel, op cit, p. 18, nota.
149   K. Marx, Il Capitale, Libro I, Rinascita, Roma 1956, p. 292. In questo passaggio Marx distingue fra il fattore “produttività” come fonte di superprofitti e i superprofitti risultanti dai “capitali investiti nelle colonie” (ibid). Dato che Marx (ad esempio sull’accumulazione originaria coloniale nel Capitale e in altri scritti sulla schiavitù americana, sull’India, sulla Cina, come in scritti di Engels sull’Algeria, il Marocco, la guerra “Zulu”, ecc.) poneva grandemente l’accento sul diretto supersfruttamento coloniale per spiegare i superprofitti, Mandel adotta una posizione non-marxista e antileninista facendo dell’argomento “produttività” un argomento ancor più importante di quello fondamentale; ad esempio: “Questo fenomeno (la divisione mondiale del lavoro che ostacola le colonie) si riduce in ultima analisi alla differenza di livello di produttività – impiego di lavoro socialmente necessario – tra le due categorie di paesi, cioè allo scambio “eguale” di più lavoro (meno qualificato e meno produttivo) dei paesi coloniali e semicoloniali con meno lavoro (più qualificato e più produttivo) dei paesi industrialmente avanzati” (Trattato, vol. II, p. 142). I lavoratori nelle miniere di carbone africane saranno lieti di imparare che il loro lavoro è meno qualificato e meno produttivo di quello dei minatori inglesi, che guadagnano più di quanto producono (le miniere di carbone inglesi hanno avuto gravi perdite, mentre le miniere di carbone del Transvaal sono molto redditizie). I minatori delle miniere d’oro africane apprenderanno anch’essi con sorpresa la scoperta di Mandel, poiché la loro produttività è più alta di quella dei minatori australiani meglio pagati, che producono anch’essi S-, dato che li miniere d’oro australiane devono essere sostenute con un sussidio di 16 dollari all’oncia, pari al 25%. Lo stesso vale per i minatori del rame dello Zambia e del Cile, per i minatori di diamanti del Rand, per i lavoratori del petrolio libici, nigeriani, venezuelani, algerini, indonesiani, del Golfo Persico, in confronto ai loro lavoratori-padroni “più qualificati e più produtttivi” locali e dei paesi sfruttatori, inglesi, americani, ecc. Lo stesso vale per i lavoratori latinoamericani, africani e asiatici del the, del caffè, del cacaco, della sisal, della juta, del cotone, del caucciù, ecc.: per questi dove sono i lavoratori “più produttivi” dei “paesi avanzati” (in termini marxisti: dei paesi imperialisti) con i quali si possa fare il paragone? E dove è la semicolonia che scambia con il paese imperialista, poiché ogni scambio significativo avviene fra imperialisti nelle semicolonie e imperialisti nel paese “madre”? La “semicolonia” come esportatore e importatore è una finzione keynesiana. I latinoamericani, gli africani, gli asiatici, non esportano né importano; essi, nella stragrande maggioranza, lavorano semplicemente per gli esportatori e gli importatori imperialisti. “Eguale” o “ineguale”, lo scambio o costituisce una insignificante eccezione nella totalità del commercio estero, o persino una finzione. Ma per Mandel, e per la scuola di Bettelheim, è un’”analisi finale”, cioè un fattore fondamentale. Certo, Mandel si autocorregge, ma lo fa ancor prima di compiere l’errore. Quest’ultimo è rilevabile alla pagina 142 del secondo volume del Trattato, mentre alla pagina 107-108 egli scrive: “Ma alla base dei sovrapprofitti coloniali sono soprattutto i salari estremamente bassi dei lavoratori delle colonie”.
   Anche altrove (profitti monopolistici) egli trascura i sovrapprofitti coloniali che costituiscono la maggior parte dei profitti monopolistici stessi dato che gli stessi monopoli sono degli “icebergs” basati sulle colonie, col loro vertice visibile nei paesi imperialisti (vedi, ibid, pp. 60-78). Mandel espone nuovamente l’argomento “produttività” in Trattato, vol. I, pp. 287-289. Nel volume II, Mandel mette in connessione la produttività e i salari (nota a piè di pagina, 142) ma nel vol. I, pp. 205-206 dice che “il livello dei salari reali” non dipende direttamente dal “livello relativo della produttività del lavoro”. Ciò contraddice la sua tesi della “produttività” che afferma: alta produttività = alti profitti; qui dice invece che la produttività (relativa) non causa bassi salari e quindi, secondo la teoria marxista, alti profitti; in questo caso cioè l’alta produttività non causa alti profitti.
   In una tabella di dati sulla produzione di acciaio negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Giappone nel 1957 (p. 206), Mandel accetta i dati della FIOM (Federazione Internazionale Operai Metalmeccanici) a valori correnti. In verità essi non hanno nessun senso da un punto di vista marxista. Essi mostrano che per un rapporto fra le produttività degli USA, dell’Inghilterra e del Giappone di 4, 3, 2 rispettivamente, c’è un saggio di plusvalore (S/V) rispettivamente di 2, 3, 4, cioè l’inverso dell’affermazione che l’alta produttività produce alti profitti. Al prezzo comune mondiale dell’acciaio i dati per gli Stati Uniti (S = 6.000, V = 30.000 per lavoratore in Franchi svizzeri) danno un “valore aggiunto” di 36.000. Per il Giappone V + S = 9.000. O il dato giapponese è sbagliato (perché se il prezzo mondiale fosse uguale al prezzo USA, il Giappone otterrebbe un profitto enorme, nonostante la sua più bassa produttività), o è sbagliato il dato USA (perché se il prezzo mondiale fosse uguale a quello giapponese, gli Stati Uniti perderebbero 27.000 franchi per lavoratore e cioè esisterebbe un S-). Le cifre riportate non hanno significato per un’economia marxista: esse prendono senso solo se si assume che l’industria dell’acciaio statunitense produce S- invece di S+.
150   Steindl, Maturity and stagnation in American Capitalism, seguito da Mandel, ibid, p. 214, e dalla scuola di Bettelheim.
151   N. Bucharin, L’economia mondiale e l’imperialismo; l’introduzione di Lenin è datata dicembre 1915 (ed. it. Samonà e Savelli, Roma 1966).
152   Ibid, p. 328.
153   Di una tale estensione da confermare l’idea di “sovraconsumo” di Gramsci, op cit.
154  K. Marx, Il Capitale, Libro I, volume III, pp. 312-313, collega direttamente la sovrapproduzione coi settori riproduttivi Pp e Pc. La sovrapproduzione riproduttiva (sovrapproduzione di capitale) va al di là della sovrapproduzione di merci, che è la spiegazione superficiale, pseudomarxista delle crisi. Marx scriveva: Sovrapproduzione di capitale non è altro che sovrapproduzione di mezzi di produzione – mezzi di lavoro (Pp) e mezzi di sussistenza (Pc)... Il capitale si compone di merci e quindi la sovrapproduzione di capitale comporta una sovrapproduzione di merci” (ibid, Libro I, vol. III, pp. 312-313).






Hosea Jaffe - Processo capitalista e teoria dell'accumulazione (Jaca Book, 1973)



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