luni, 22 octombrie 2012

La validità dell’analisi marxiana del sistema capitalista: una discussione ancora aperta per la Critica dell'Economia Politica e Applicata



Fin dalle sue origini il comunismo fu visto come un “fantasma”14 che percorreva minacciosamente l’Europa per le derivazioni ideologico-classiste delle sue conclusioni. Per la prima volta una teoria comprendeva la possibilità di sostituzione del capitalismo come parte del proprio ordine di funzionamento di questo sistema15.
   Secondo Engels, “Marx era un uomo di scienza, [...] per Marx la scienza era una forza storica motrice, una forza rivoluzionaria, [...] perché Marx era un rivoluzionario”. Il proposito di sviscerare la legge economica che presiede il movimento della società moderna fu compiuto a partire dall’apparizione del capitale; la concezione materialistica della storia non è già un’ipotesi, bensì una tesi scientifica dimostrata. A partire da questo momento Marx cominica ad essere considerato come uno studioso con uno speciale interesse politico; qualcosa di simile accadde con Democrito, la cui opera enciclopedica a differenza di quelle di Aristotele non fu più trasmessa nella tradizione manoscritta.
   Nel Postscritto alla seconda edizione tedesca del libro primo de Il Capitale Marx si lamentava che il metodo del libro era stato poco compreso in Europa, dove veniva tacciato di essere metafisico e deduttivo con tutti gli inconvenienti della scuola economica inglese. Marx fu anche accusato, in quell’epoca, di utilizzare il metodo di Hegel, ma nel senso negativo, cioè idealistico. Dopo il 1894, data in cui si pubblica il terzo libro de Il Capitale, nasce la famosa polemica circa la contraddizione tra il primo ed il terzo libro, tanto dalla destra con Eugen Bohm-Bawerk, come dalla sinistra, con Eduard Berstein e Werner Sombart in Germania e Tugan-Baranovsky in Russia, che sottoposero ad una forte critica il metodo e le conclusioni di Marx.
   In due lavori, Marxismo e Revisionismo e Particolarità dello sviluppo storico del Marxismo, Lenin raccoglie le critiche al marxismo, non solo quelle delle teorie ostili, ma anche quelle provenienti dall’interno del pensiero marxista.
   Lenin osservava come i cambiamenti che si erano prodotti nello sviluppo capitalista e l’impossibilità di interpretarli teoricamente dal punto di vista marxista producessero divergenze tra gli studiosi che potevano sboccare in una crisi interna estremamente grave, e utilizzava già l’espressione “crisi del marxismo”, molto in voga oggi. Lenin guardava anche alla necessità della coesione di tutti i marxisti, al riscatto e alla difesa dei fondamenti teorici e delle tesi basilari del marxismo. In un altro lavoro, Vicissitudini storiche della dottrina di Marx, Lenin spiega magistralmente il fatto che i cambiamenti nella pratica sociale, come la Rivoluzione del 1848 e la Comune di Parigi, convertono il marxismo in una dottrina che comincia ad essere rilevante, riaffermando la sua forza e veridicità a partire dalla Rivoluzione russa del 1917.

   Come rimane chiaro per Lenin, il contenuto del marxismo, come quello di altre dottrine sociali, può essere danneggiato da una pratica che punti fortemente al politicismo e all’economicismo. Nel caso specifico del marxismo si tratta di comprendere in ogni momento che non si tratta di un dogma, né di una dottrina finita, bensì di una guida per l’azione che ha capacità per assumere di volta in volta i cambiamenti nella vita sociale ed interpretarli.
   Il crollo del socialismo nell’Europa dell’Est, l’auge dell’ideologia neoliberale e neoconservatrice, il grave arretramento della sinistra e dei movimenti rivoluzionari hanno fatto scendere il sipario sui problemi del capitalismo e propriziato una controffensiva ideologica sulla crisi del marxismo16. Come in altri tempi queste idee prendono corpo sia all’interno delle forze rivoluzionarie sia al di fuori di esse.

   I cambiamenti attuali nuovamente relativizzano i paradigmi omogeneizzatori, pretendono di stabilire un paradigma unico: quello neoliberista.
   Francis Fukuyama ai nostri giorni ha scoperto di nuovo la fine della storia17; si è proclamata la fine dei paradigmi, delle utopie, dello Stato e, come è logico, del marxismo. Tutti questi annunci non sono altro che maniere per costruire principi astratti in nome dei quali si acquisisce la legittimità di continuare a distruggere le condizioni della possibilità della vita degli esseri umani18. Sarebbe necessario riprendere l’imperativo categorico di Marx nella Critica della Filosofia del Diritto di Hegel: “L’imperativo categorico è mandare all’aria tutte le relazioni in cui l’uomo sia un essere maltrattato, soggiogato, abbandonato e spregevole”.
   È necessario ricordare che proprio Marx in un’occasione fece notare a suo genero Lafargue che egli stesso non si considerava “un marxista”, tentando di evitare quell’habitus dogmatico e dottrinario per potere affrontare liberamente la critica dell’economia politica e l’esame del pensiero filosofico che lo aveva preceduto.

   È necessario riconosere, tuttavia, che dopo Lenin si instaurò un’ortodossia marxista che si andò a poco a poco allontanando dal pensiero classico, fino a trasformarlo in una caricatura. Esistono molte spiegazioni sul perché ciò poté accadere. Alcune interpretazioni associano la questione all’autoritarismo di Stalin, che intendeva tasformare il marxismo in una scienza funzionale al potere costituito, spogliandola del suo carattere critico. In questa stessa prospettiva i critici del marxismo non risparmiano energie per segnalare che le deformazioni non sono altro che il prodotto evidente dei semi dogmatici ed autoritari contenuti nell’opera di Marx e potenziate dal “dispotismo asiatico” che avrebbe albergato nella persona di Lenin. Per essi, lo stalinismo con tutti i suoi errori non è altro che la prosecuzione naturale di una sorta di autoritarismo già inerente al pensiero di Marx, alla teoria e all’azione politica di Lenin, ed è per questo che va liquidato l’interno impianto dei classici del marxismo.
   La risposta non consiste nel canonizzare i classici del marxismo. Si tratta, piuttosto, di riscattare lo spirito essenziale della loro opera in mezzo ad un crescente revisionismo, riconoscendo gli indiscutibili insegnamenti del loro lascito.
   Frequentemente si pretende di realizzare analisi positiviste dell’opera di Marx; ciò costituisce un deplorevole errore metodologico. Non è il marxismo che è in crisi, bensì le interpretazioni del marxismo stesso caratterizzate da dogmatismo e schematicita. Queste versioni ridotte del marxismo si presentarono a se stesse come ufficiali, rompendo la delicata e complessa relazione tra sistema e metodo, a beneficio del sistema. Così si trasfigurò il marxismo in un sistema chiuso, concependo la scienza come una costruzione logica di categorie congelate nel tempo. Questa caricatura del marxismo è quella che è in crisi, e nella sua sclerotizzazione ha perso perfino la capacità di assimilare importanti rappresentanti di questa scienza che sostennero un pensiero critico in Europa Occidentale ed in America Latina.

   Esistono varie interpretazioni delle cause di questa crisi, ed anche diversi atteggiamenti conseguenti. La prima vede nella crisi del socialismo reale il segno del disfacimento della concezione marxista; si ignora così che negli scritti classici del marxismo non c’erano né potevano esservi tutti gli elementi componenti il modello socialista e quelli presenti furono ignorati nella pratica; i riferimenti al socialismo erano solo una serie di principi basilari, non sempre tenuti in conto.
   Il secondo atteggiamento è quello che potrebbe considerarsi come dogmatico e include coloro che, fedeli al lasciato marxista, pretendono però di trovare le risposte classiche a tutte le domande al di sopra della realtà e della pratica.
   Riteniamo che tali posizioni non favoriscono oggi né il marxismo né il socialismo: è molto importante eliminare dalla teoria rivoluzionaria l’incapacità di comprendere i cambiamenti senza revisionismo né dogmatismo. La critica marxista dell’economia politica e applicata deve abbracciare anche l’economia politica marxista, cioè quella studiata e realizzata finora dai marxisti.
   La teoria di Marx attualizzata, infatti, non produce solo una nuova filosofia ed una nuova economia politica e applicata basata sulla posizione di classe del proletariato, ma anche la sua critica e il suo costante affinamento; le contraddizioni sono il motore propulsore di ogni progresso, compreso il progresso dell’intelligenza. Per Lukàcs il lasciarsi istruire costantemente dalla realtà, l'assimilare il nuovo, è un tratto essenziale di assoluta priorità per la prassi della teoria marxista, che mantiene comunque, come dice Bucharin, il seguente obiettivo strategico: “Nella società socialista l’economia politica perderà ogni ragione d’essere: resterà solo una ‘geografia economica’ – scienza di carattere monografico – e una ‘politica economica’, scienza normativa”19.
   Le scienze sociali negli ultimi anni hanno sviluppato un ampio e complesso sistema categoriale, molto snobbistico, che frequentemente è imposto dai grandi centri di potere intellettuale della borghesia ed assunto spesso actiticamente anche dalla sinistra cosiddetta alternativa e radicale. I nuovi fatti devono essere spiegati con nuovi modelli di analisi. Ma i vecchi concetti sono difendibili fino a quando risultano validi per interpretare la realtà. Infatti, non si tratta di confinare la scienza alla ripetizione di quei vecchi concetti, bensì di stare all’erta contro lo snobismo culturale e trovare la misura in cui il vecchio e il nuovo si presentano in ogni caso concreto come momenti della realtà che si sottopone ad analisi. Prendere in considerazione seriamente questo atteggiamento arriccherebbe notevolmente la nostra relazione con le opere dei classici e ci metterebbe in guardia contro l’eccesso di teorizzazione. Dietro la scusa del “nuovo che avanza” spesso si celano la nostra ignoranza e pigrizia analitica.
   Il terzo atteggiamento di fronte al marxismo è innovativo, considera cioè l’analisi marxista viva, capace di adeguarsi alle nuove circostanze superando ogni dogmatismo, nell’assunto mille volte ripetuto e molte poche volte compreso che il marxismo non è un dogma ma una guida per l’azione. La teoria marxiana del MPC riguarda appunto le forme di moto del modo di produzione e le sue tendenze epocali intrinseche. Essa è cioè formulata ad un livello di estrazione nel quale non compaiono e non possono comparire i singoli capitalismi storici reali (quelle che già A. Labriola chiamava le configurazioni del modo di produzione). È necessario introdurre teorie e modelli di minore livello di astrazione per tener conto dei dati di partenza, delle tradizioni e condizioni della capacità produttiva, delle abilità e competenze tecniche, delle istituzioni e della cultura in genere. È dentro questo medium che vengono attuandosi e modificandosi le “leggi generali” del MPC (cfr. Marx, Capitale, Libro I, cap. XIII), è attraverso questo processo conoscitivo che si sviluppa, ed eventualmente si modifica, anche la teoria più generale (come avviene in ogni scienza). Quest’ultima è l’unica posizione corretta, purché rimanga chiaro in che direzione si pretende di rinnovare e non si tenti di fondere il marxismo con supposte correnti attuali20.

   Nella discussione scientifica diventa necessario che gli economisti di sinistra lavorino anche sui modelli matematici e statistici ed altri strumenti, che devono comunque essere fortemente caratterizzati dal rinnovamento della critica all’economia politica e applicata, incentrati sull’analisi di classe, sulla validità dell’analisi economica di Marx, sulla scientificità del materialismo storico e del materialismo dialettico. Si deve anche partire dall’analisi dell’attuale fase della globalizzazione neoliberista, che in particolare nei paesi a capitalismo maturo modifica le stesse modalità di produzione e le relazioni sociali, sempre comunque incentrate sull’estorsione di plusvalore, cioè sullo stesso modo di produzione capitalista, sullo sfruttamento capitalista.
   Nella fase attuale, si assiste ad una globalizzazione dei mercati, o meglio dire ad una sempre più aspra competizione globale21, causa ed effetto dell’aumento di competitività e di produttività del sistema economico nel suo complesso e dei singoli operatori economici in particolare. Il miglioramento dei trasporti e delle comunicazioni elettroniche, l’abbattimento progressivo delle barriere doganali anche per i rinnovati accordi internazionali politici ed economici apparentemente a carattere di aumentata liberalizzazione ma nei fatti a forte connotazione protettiva e competitiva, hanno portato le imprese a confrontarsi più direttamente e a comportarsi come se operassero in un mercato senza alcun vincolo di confine territoriale.
   Il mercato, divenuto sempre più dinamico e competitivo, appare oggi presentare una chiara e irreversibile tendenza a divenire un mercato unico; si tratta, invece, di un mercato avente una dimensione di aspra competizione mondiale, in cui si vanno definendo le aree di influenza d almeno tre poli imperialisti: USA, UE e Giappone, o meglio variabile imperialista dell’area asiatica. Queste dinamiche si accelerano in particolare nel quadro della crisi di valorizzazione iniziata negli anni ’70 e che continua tuttora.

   Accanto all’internazionalizzazione del processo produttivo si registrano profondi mutamenti nei modelli comportamentali soggettivi e sociali alla base della manifestazione della domanda dei beni e servizi prodotti. Nei paesi che fino a non molto tempo fa venivano definiti industrializzati, e che oggi si preferisce definire dell’area del capitalismo avanzato, il consumatore è divenuto un soggetto molto più complesso rispetto al passato, dal momento che la fitta rete di informazioni di cui dispone lo porta ad assumere atteggiamenti sempre piu flessibili e multidimensionali22. Ciò deriva da un contesto generale in cui un’informazione elettronica nomade e la connessa comunicazione deviata e deviante hanno ormai assunto un ruolo strategico e dominante, sia sul terreno della produzione e dell’accumulazione sia su quello del consumo sia, soprattutto, sul piano sociale, come ipotesi di totalitarismo culturale orientato a svuotare la democrazia e a distinguere il ruolo della politica.

    I paradigmi del progresso e della coesione sociale vengono abbandonati discretamente per essere sostituiti rispettivamente dalla comunicazione e dal mercato. L’impressione generale è che il mondo sia piombato nel caos. Noi cavalchiamo questa grande trasformazione ma ignoriamo dove ci stia portando. Quale sarà lo scenario politico, economico, sociale, culturale, ecologico del pianeta quando questo tremendo terremoto del secolo avrà fine? Attualmente, nessuno sembra in grado di descriverlo (Ramonet 1999: 113).

   Il flusso comunicazionale elettronico è una delle piu evidenti rappresentazioni del potere, risorsa chiave e determinante dei profondi mutamenti socio-economici che hanno caratterizzato questi ultimi decenni, influenzando nel contempo notevolmente l’ambiente territoriale e sociale; un ambiente nel quale ogni sistema di produzione ha profondamente modificato il modo di essere, di presentarsi e di agire.
   I mutamenti di cui si è scritto hanno spinto, e spingono, i centri responsabili delle imprese ad elaborare ed adottare appropriati modelli decisionali per mantenere e migliorare la propria posizione nel mercato, cercando di reimpostare e reinventare l’impresa non solo nel suo assetto strutturale, ma anche e soprattutto nei suoi meccanismi di funzionamento e di condizionamento di ogni struttura sociale. In tale maniera, sia le scelte di tipo microeconomico sia quelle a carattere macroeconomico impongono la cultura e i parametri competitivi, di efficienza aziendale come valori sociali, come nuovi paradigmi del divenire sociale. Questo novello totalitarismo indotto dalla società del capitale-informazione è inizialmente a carattere aziendalista, ma nella realtà diventa cultura d’impresa che si impone nel territorio come idea competitiva generale, come ideale della “scalata sociale”, quindi come distruzione della forma politica del vivere sociale23.

   Per realizzare siffate trasformazioni diviene necessario agire secondo il cosiddetto principio della flessibilità, che può essere adottato solo se l’impresa e tutto il sociale siano in grado di adeguarsi con rapidità ai cambiamenti in atto, facendosi veicolo della rappresentazione del potere in una fase in cui il capitalismo sceglie sempre più connotati selvaggi, di darwinismo socio-economico24.
   Quando si parla di società di mercato e implicito che questa sia sempre più basata sulla flessibilità aziendale come capacita dell’imprenditore, del top management, dei centri decisionali d’impresa di agire ottimizzando l’uso delle risorse, comprese quelle informative e comunicazionali, per l’attuazione di traiettorie aziendali adattative che permettono non solo di produrre beni e servizi diversi indirizzati a mercati diversi, ma riescono, nel contempo, a gestire il delicato disegno strategico imprenditoriale di condizionamento sociale complessivo alla cultura d’impresa.
   Si utilizzano a tal fine strutture sociali e risorse sempre più immateriali, seguendo il principio del minimo costo e massimo beneficio, agendo sulle risorse del cosiddetto capitale intangibile, di un capitale dell’astrazione come insieme di risorse immateriali, a partire dall’informazione, dalla comunicazione, dalla conoscenza, realizzando, in chiave sempre più strategica, la logica del massimo grado di adattabilità alle esigenze di un mercato, che è anche mercato del vivere sociale.

   Tali dinamiche identificano il non meglio chiamato postfordismo, basato in maniera sempre più accentuata sull’accumulazione flessibile, realizzata attraverso le risorse del capitale immateriale dell’astrazione. Si tratta di un paradigma dell’accumulazione capace di imporre il passaggio da organizzazioni sociali e aziendali fortemente gerarchiche ad altre pasate sul progressivo decentramento delle funzioni  su nuove forme di socialista, di lavoro precario, flessibile, a scarso contenuto di garanzie25. È il mondo computerizzato e matematizzato, è l’informatizzazione dei processi produttivi e delle forme del vivere e divenire sociale.
   In ogni caso il principio della flessibilità interessa, oltre i rapporti con la forza-lavoro, anche gli aspetti interni e tipicamente direzionali d’impresa, avendo importanti ricadute strutturali, comunicazioni e decisionali sul modo di impostare la pianificazione, il controllo, e ponendo la risorsa comunicazione come centrale anche verso l’esterno dell’impresa, verso il sociale tutto, nelle nuove dinamiche dei flussi elettronici di un capitale informazionsle nomade.
   Infatti i processi decisori e valutativi fondamentali dell’impresa hanno possibilità di essere applicati e trasformati in piani operativi sociali efficienti, in quanto subordinati ad una nuova funzione imprenditoriale a valenza strategica che invade la società con un modello di comunicazione efficiente che sappia concretizzarla in programmi di controllo, in una rappresentazione del potere capitalistico come totale dominio dei meccanismi sociali, economici e culturali; per questo la definiamo comunicazione deviata e deviante allo stesso tempo.
   La concatenazione della funzione strategica imprenditoriale con i modelli decisori istituzionali dà vita ai processi comunicazionali devianti. Si tratta di veri piani esecutivi con fasi di controllo, che si riversano sui lavoratori e sulle soggettualità presenti nel territorio, caratterizzando la nuova fase di gestione del capitalismo, oramai orientata al dominio tecno-sociale dell’intero corpo sociale in un ambito di competizione globale totalizzante.

   Il vero rinnovamento del marxismo parte proprio dall’analisi delle trasformazioni in atto e può essere scienza del cambiamento radicale solo con la conservazione del dinamismo intellettuale del suo nucleo duro. La continua evoluzione della critica dell’economia deve basarsi, ovviamente, sull’assimilazione critica di quanto di positivo è stato elaborato durante la storia del marxismo. È necessario, tuttavia, sapere con chiarezza che nessuna teoria può spiegare ogni aspetto di una realtà che cambia velocemente, e accettare con onestà un certo ritardo gnoseologico del marxismo prodotto dall’atteggiamento assunto proprio dai marxisti, che hanno preteso di collocare ogni nuovo avvenimento in ambiti teorici già stabiliti.
   Sul piano ideologico si è avuto un profonto arretramento del prestigio del marxismo nella coscienza delle masse, prodotto dall’offensiva ideologica dell’imperialismo e dall’indiscriminata catena di errori che si sono commessi nella pratica della costruzione del socialismo reale e nell’influenza di questo fenomeno sul movimento operaio e comunista internazionale.

   Nessuno scienziato marxista coerente può negare la necessità obiettiva di un profondo processo di rinnovamento nel vecchio campo socialista. Molto si è scritto su questa questione: ci concentreremo solo su un aspetto che consideriamo non sufficientamtemente trattato, analizzando il crollo del socialismo.
   Nell’analisi marxista le classi, la stessa classe operaia, sono un processo reale e relazionale, costituiscono una relazione sociale storicamente costruita; pertanto nessuno dei condizionamenti obiettivi o soggettivi viene dato d’un colpo e per sempre. Con l’intenzione politica di mantenere la spinta delle masse si diffuse un gruppo di “verità” che non erano tali in realtà, come l’assoluta armonia tra ideologia individuale ed ideologia ufficiale, la supposta soluzione del problema delle nazionalita, la gioventù anagrafica come garanzia del cambiamento politico generazionale.
    Tutte questi interpretazioni negavano nella realtà che l’ideologia si forma in un processo molto eterogeneo di relazioni sociali ed influenze; diventa necessario distinguere, quindi, tra paese sociale e paese politico. Si ignorò, ad esempio, che i diversi settori sociali del paese possono essere attrati ed in una certa misura possono essere organizzati in forme e motivazioni politiche non riflettono i loro interessi. Già Lukàcs sottolineava l’inconsistenza metodologica del considerare come definitivi determinati fatti che rappresentavano solo momenti isolati ed immobili di determinati processi. In realtà, il processo mediante il quale un sistema sociale sulle sue basi strutturali continua a formare gradualmente negli uomini nuove dimensioni di comportamento etico, di condotta quotidiana, ecc., non risponde ad una relazione causa-effetto. Tuttavia, questo processo è quello che realmente individua se l’essere sociale determina la coscienza sociale. La legittimazione del sistema sociale si dà nel livello individuale, attraverso questo nel collettivo e finalmente in quello delle masse in movimento; e ciò è vero se il sistema è legittimato individualmente, poiché la maggioranza degli uomini comunica nella storia costruendo la propria vita quotidiana.
   Nei paesi dell’Europa dell’Est si andò perdendo quella che noi chiamiamo affermazione individuale della natura classista della società, poiché i principi essenziali del socialismo si andarono gradualmente distorcendo come norma quotidiana, smettendo di essere aspirazione comune della maggioranza dei membri della società, che a metà degli anni ’80 diffidava della capacita del sistema di risolvere i problemi esistenti. La popolazione dei paesi dell’Europa dell’Est e dell’Unione Sovietica accettò passivamente la distruzione del socialismo non solo per la manipolazione ideologica ma anche perché al centro delle necessità e delle aspirazioni delle persone si erano radicati valori, modelli di condotta ed aspettative che negavano gli interessi essenziali del socialismo. Si produsse una sorta di snaturamento classista del sistema sociale, tanto sul piano della riforma strutturale quanto sul piano dei valori; il “marxismo ufficiale” non ebbe la capacità di allertarsi e mantenersi vigile sulla questione, soprattutto tra i molti studiosi marxisti di “cattedra”, slegati dai movimenti reali, che hanno la deplorevole abitudine di applicare modelli e teorie senza nessuna analisi critica.
   In effetti tutte le teorie nascono confutate e muoiono confutate, tanto per le scienza naturali quanto per le scienze sociali: il marxismo non constituisce eccezione. Nonostante ciò non si tratta di una crisi genoseologica, perché il marxismo ha tuttora gli strumenti basilari per analizzare il capitalismo e la realtà che esso fonda26. L’interpretazione scientifica della storia attraverso differenti formazioni socio-economiche in conflitto, quella che va sotto il nome di materialismo storico, permise e permette agli uomini di comprendere e conoscere le leggi reali che dominano la società.

   D’altra parte la teoria sul modo di produzione capitalistico, la teoria della forma di valore, la legge del plusvalore, e la legge generale dell’accumulazione capitalistica permettono un’analisi in profondità della relazioni di produzione di questo sistema nella sua interrelazione con le forze produttive.
   La teoria del ciclo economico e la teoria delle crisi apportano un avvicinamento molto preciso ad una delle regolarità più importanti come leggi fondanti del sistema capitalista. I classici non solo scoprirono in questo modo le leggi generali del processo di produzione, ma studiarono anche, nella misura in cui fu necessario, alcune leggi apparenti o piu immediatamente percepibili (cioè visibili) del modo di produzione capitalistico, come la legge della competizione concorrenziale che secondo Marx “non spiega le leggi e neanche le produce, semplicemente le mette in evidenza”. Così, come tutte le leggi sociali si realizzano solo attraverso l’azione degli uomini, anche la competizione realizza le leggi economiche della società capitalista: “ciò che è implicito nella natura del capitale viene reso esplicito come necessità esterna [tramite] la concorrenza” (K. Marx, Grundrisse, trad. it., Lineamenti, vol. II, p. 333).
  Senza la concorrenza non può realizzarsi la legge economica fondamentale, del plusvalore e della sua ripartizione come profitto, rendita, interesse, ecc. Fondamentalmente la concorrenza è nella concezione marxiana è una legge imperativa esterna, cioè opera attraverso la circolazione. La concorrenza, un potente motore di regolazione delle relazioni tra i capitalisti, è nello stesso tempo un potente strumento di feticizzazione: più abbandoniamo il processo di valorizzazione del capitale più vediamo manifestarsi la relazione esterna tra i capitalisti, e più resta nascosto il segreto del suo meccanismo interno.
   Il feticismo della merce da una parte è il risultato del carattere privato del lavoro per cui il rapporto di produzione tra uomini che producono merci appare come rapporto di cose dotate di valore. Ma nel MPC quando si realizza la produzione di merci e tutto entra nel processo produttivo e ne esce come merce, il feticismo si sviluppa ulteriormente. Alla superficie della società appaiono solo scambi scambianti di equivalenti M-D, o anche FL-D, dove per FL si intenda forza-lavoro. Alle spalle di questi scambi si svolge il processo che compare feticisticamente come risultato di tre fattori (capitale, terra e lavoro) da ciascuno dei quali come da un “albero perenne” sgorgano le tre fonti di reddito (profitto, rendita, salario)27. La vecchia economia politica non si occupò di questo problema. Per essa la corrispondenza fra fattore di produzione e redditi aveva carattere naturale e necessario; essa perciò non comprese la caratteristica propria del capitalismo, nel quale il processo di produzione attuato da uomini domina sugli uomini come automovimento del capitale.
   In questo insieme alla repulsione (la concorrenza) dei capitali, si sviluppa l’attrazione degli uni per gli altri, che determina l’accumulazione dei mezzi di produzione sotto un solo capitale, esistendo una stretta relazione tra concorrenza e centralizzazione.

   Nella teoria di Marx dei MPC il movimento dall’astratto al concreto permette di mostrare il fondamento della produzione borghese basata sul capitale ed il plusvalore, e poi anche il processo di questa produzione come si manifesta attraverso leggi visibili. Senza queste leggi visibili non può realizzarsi la proprieta capitalistica. La trasfigurazione delle categorie fondanti (valore e plusvalore) in categorie di superficie (profitto, prezzi) costituisce un altro gran contributo di Marx al pensiero classico, cioè il feticismo mercantile del denaro e del capitale, mediante i quali le relazioni reali derivate da una divisione del lavoro basata sulla proprietà privata e sullo sfruttamento del lavoro vivo appaiono trasfigurate nel sistema di relazioni economiche e sociali concrete. Il feticismo esprime un fenomeno reale, ma è necessario trascenderlo per comprendere il movimento reale del modo di produzione.
   Nel metodo apportato da Marx, criticando e superando i classici, l’analisi economica va accompagnata dalla visione complessiva del processo sociale attraverso il prisma delle relazioni e delle conseguenze politiche, poiché lo sviluppo di qualunque sistema si realizza sulla base della divisione degli uomini in classi e gruppi sociali che, conformemente alla propria posizione nel modo di produzione, generano un sistema di interessi che li spinge ad impegnarsi in alcune o altre posizioni politiche rispetto al sistema di cui si tratta.
   È precisamente sulla base di questo punto di vista che i classici prima, e Marx più direttamente poi, analizzano lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione nel capitalismo, le cui contraddizioni ne indicano il limite storico e la possibilità posta dalla transizione a una nuova forma di associazione e riproduzione degli uomini nella natura. Ecco il carattere storicamente transitorio del capitalismo, ricavato proprio in base alle sue leggi interne. Un rinnovamento del marxismo, oggi, deve seguire innanzitutto questi principi:
a)      unità organica tra teoria e prassi;
b)      fusione tra obiettività scientifica e accordo ideologico con le masse lavoratrici;
c)      adeguata unità tra l’empirico ed il teorico;
d)     dialettica di universale, particolare e singolare;
e)      dialettica dell’assoluto e del relativo, attenzione sistemica alla realtà;
f)       umanesimo, cioè l’uomo come reale protagonista dei cambiamenti sociali;
g)      ricettività critica verso ogni positivita elaborata dentro e fuori del marxismo.
In questo modo si deve intendere il proclama di Marx ed Engels, per cui “il comunismo per noi
non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale cui la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”28.





Note

14 Così lo definiscono Marx ed Engels stessi nel preambolo del Manifesto del Partito Comunista.
15  Le ipotesi di superamento del MPC con un MP più progressista ed egualitario si fondano proprio sulla storicità del MPC stesso. Essendo una formazione-economico-sociale storicamente determinata, sarebbe inconcepibile ed illogico, ed appunto antistorico, ipotizzarne l’eternità. È proprio contro l’approccio astorico dei classici, che davano per scontata l’insuperabilità del capitalismo e delle sue “sorti magnifiche e progressive”, che si batterono sul piano teorico-scientifico e politico Marx ed Engels. Ed è proprio la storia (Althusser ebbe a dire che Marx aveva aperto agli uomini il “continente Storia”), con il suo incessante moto, ad occupare il cuore del metodo per eccellenza delle teoria e pratica marxiane: il materialismo storico.
16  Sulla “crisi del marxismo” si vedano due differenti problematizzazioni: La Grassa, Soldani, Turchetto (1979) e Mazzone (2003).
17  Salvo poi rivedere la propria tesi, qualche anne dopo, in uno dei suoi ultimi lavori.
18 Alessandro Mazzone, nei tanti suoi lavori (vedi bibliografia finale), ormai da anni giustamente afferma che il problema della fame nel mondo è in realtà voluto sterminio, cioè rifiuto di destinare alla sicurezza alimentare di centinaia di milioni di essere umani risorse disponibili destinate invece ad armamenti, a politiche di sostegno di interessi strettamente privatistici, ecc.
19  Ed è in verità forse più che nella società socialista che potrà essere possibile soltanto nel consumismo, essendo invece necessaria una economia politica marxiana nella fase di transizione.
20 Questo tipo di analisi non è assolutamente nuovo, ma bisogna essere molto diligenti nell’evitare gli estremi e la meccanicizzazione (non si deve dimenticare, per esempio, che la teoria keynesiana perse la sua vitalità quando fu adattata al modello IS-LM).
21  Su questi temi cfr. Martufi, Vasapollo (2000a); Vasapollo, Petras, Casadio (2004); Vasapollo (a cura di, 2003).
22  Su questi concetti spesso nel seguito di questo testo si farà riferimento a precedenti ricerche dell’autore, in particolare Martufi, Vasapollo (1999; 2000c; 2005).
23  “All’interno del processo di elaborazione tecnosociale, del processo di programmazione si delineano le alternative che invece sono completamente scomparse dalla scena della rappresentanza politica e dell’ideologia. A seconda delle interfacce d’uso che il programmatore realizza, la tecnologia può funzionare come elemento di controllo o come elemento di liberazione dal lavoro. Il problema politico viene interamente assorbito dentro l’attività stessa del lavoratore mentale, e particolarmente del programmatore. Il problema dell’alternativa, dell’uso sociale alternativo non può più essere distaccato, separato, dalle forme dell’attività stessa” (Berardi 1998: 206-207).
24  “La società capitalistica, per potere funzionare come società fortemente democratica, deve prescindere dalla concreta esistenza degli esseri umani, deve cioè non tener conto di come le donne e gli uomini realmente vivono. Sulla base di questa considerazione, definiamo società astratta l’organizzazione capitalistica della società, regolata dalle istituzioni della democrazia formale. Astratta, non nel senso che è una società irreale, ma nel senso che fa astrazione dalla realtà sociale. Società astratta, dunque, nel senso che è un sistema di indifferenza alla condizione esistenziale degli uomini e delle donne in carne ed ossa. Il sistema di indifferenza sociale è l’esito della combinazione della realtà del capitalismo con la forma della democrazia. Tale esito è da imputare non alla forma democratica, ma alla realtà capitalistica. Un connotato fondamentale della società sottomessa al capitale in forma di democrazia è la separazione di fatto della sfera politica dalla sfera sociale. Nella sfera politica vengono affermati principi di partecipazione, libertà, uguaglianza, fratellanza, ingiustizia. La società capitalistica formalmente democratica è dunque una società ambigua. Da una parte proclama principi, dall’altra crea presupposti strutturali perché non si realizzino. In sostanza è una società truccata” (Viola 1989: 15).
25  La gerarchia non scompare, bensì da interna viene esternalizzata e “spalmata” su un’intera rete di aziende. Su questi tempi anche nel seguito si fara spesso riferimento a Martufi, Vasapollo (2000c; 2003).
26  Due buoni esempi di letture della realtà economico-sociale contemporanea con strumenti marxisti, l’una riferita al capitalismo in generale, l’altra più specificamente ad una sua forma particolare (il liberismo), sono Saad-Filho (a cura di, 2002), Saad-Filho, Johnson (a cura di, 2005).
27  Vercelli (1973: 74 ss.) elenca quattro forme fondamentali del feticismo: 1) un rapporto sociale si manifesta come un rapporto tra due cose; 2) le leggi sociali si presentano come leggi naturali; 3) un rapporto sociale si presenta come un rapporto tra una cosa e se stessa; 4) le forze produttive sociali del lavoro si presentano come forze produttive del capitale. Mentre le forme sub 1, 2, 3 si fondano nella sfera della circolazione e derivano dallo scambio dei prodotti dei vari processi lavorativi privati che producono merci diverse (divisione sociale del lavoro), la 4 si fonda nella sfera produttiva e scaturisce dalla divisione tecnica (“manifatturiera”) del lavoro, che origina da un preciso piano del capitale (volontà estranea ai lavoratori ed anzi ad essa contrapposta). Su questo argomento cfr. tutto il cap. III di Vercelli (1973).
28  Marx, Engels (1974: Tomo III: 510); Marx, Engels (1972: V. 34).



Luciano Vasapollo - Trattato di economia applicata. Analisi critica della mondializzazione capitalistica (Jaca Book, 2007)

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