vineri, 26 octombrie 2012

Relazioni economiche internazionali



1. Natura dell’interscambio fra i sistemi economici – 2. Cause dell’interscambio commerciale – 3. Necessità di un ordine economico internazionale – 4. Costruzione degli assetti internazionali

1.      Le relazioni economiche internazionali rappresentano le modalità con cui i sistemi
economici interagiscono sulla spinta degli obiettivi e delle strategie dei soggetti che operano al loro interno. Esse sono parte dei più ampi rapporti che si instaurano fra le comunità statali e, sebbene siano attinenti ad una ben precisa sfera di attività, il loro svolgimento e la loro importanza travalicano il campo economico.
Considerate dal punto di vista della loro natura, esse sono transazioni bilateralmente o multilateralmente accettate, quando si è in presenza di un assetto istituzionale di tipo sovranazionale che indirizza i comportamenti dei singoli sistemi, o transazioni unilateralmente giustificate quando sono poste in essere o in contrasto con le regole vigenti, o senza il gradimento del soggetto verso il quale sono dirette. Sono, quindi, atti economici che si svolgono in un contesto caratterizzato da vincoli giuridici esterni allo Stato, di diversa intensità a seconda che si sia in presenza di un vero e proprio ordinamento giuridico sovranazionale, di un trattato ecc., o da comportamenti unilaterali (sanzioni, guerre commerciali, flussi incontrollati).
Se il contesto delle relazioni economiche internazionali può essere definito come assetto giuridico creato e riconosciuto (o ignorato), due sono i principali problemi di ordine economico che lo riguardano: quello dell’origine e del mantenimento della capacità contrattuale di un sistema nazionale (ossia della sua “competitività” internazionale) nella fase di negoziazione e di formulazione delle norme, e quello delle cause dell’insorgere di una contestazione o dell’osservanza di un certo assetto normativo (cioè della dinamica reciproca delle singole “competitività”). Ed è interessante notare che qualora ogni assetto di relazioni economiche internazionali rispecchi una struttura di rapporti di forza economici cristalizzati (vale a dire gradi diversi di “competitività”) ed ogni atteggiamento unilaterale rilevi una loro esplicita contestazione, l’evoluzione delle relazioni economiche internazionali può essere concepita come un processo di transizione da un assetto di equilibrio ad un altro. In questo senso vengono letti, per esempio, il declino del Gold standard e la creazione del sistema di Bretton Woods, che ratificò il ruolo assunto in campo monetario dagli Stati Uniti, o la nascita dell’OPEC che ha spostato le decisioni produttive sul mercato petolifero dai paesi consumatori ai paesi offerenti.
Configurate come attività poste in essere da enti istituzionali dinamici, quali quelli appena descritti, le relazioni economiche internazionali risultano dall’azione non solo dei meccanismi economici, ma anche di variabili politiche: anzi, è l’interferenza reciproca fra azioni politiche e meccanismi economici a connotarne i flussi. Sono un esempio dell’azione delle prime sui secondi gli scambi fra i paesi in via di sviluppo e i loro ex colonizzatori, che spesso presentano “distorsioni” a causa dei precedenti legami politici, mentre suffraga la tesi dell’interferenza economica nella sfera politica l’attenuazione dei conflitti fra paesi integrati economicamente. Questo processo interattivo è talmente problematico da creare un trade-off etico fra le due sfere di attività, in quanto, se da un lato l’intensificarsi delle relazioni economiche internazionali serve da deterrente per evitare conflitti armati, dall’altro si può constatare che gli accordi internazionali funzionano solo in presenza di forti leadership e quanto più all’integrazione economica corrisponde una integrazione politica. Quest’ultima pare poi essere proprio indotta dall’appartenenza ad un accordo economico. La libertà di azione politica sembrerebbe, quindi, di ostacolo allo sviluppo dell’interscambio (e quindi anche alla crescita economica), così come lo sono l’assenza di codici transnazionali o la distanza socio-istituzionale (oltre che spaziale) fra i sistemi.
   2. La teoria economica non ha offerto risposte esaurienti ai due quesiti fondamentali per le relazioni economiche internazionali in quanto si è occupata soprattutto della competitività nell’interscambio commerciale e dei flussi finanziari in un contesto statico e/o microfondato. Solo di recente, con l’emergere della globalizzazione delle economie, si sono incominciati a prendere in considerazione, quali flussi fra un sistema e l’altro, gli spostamenti demografici (movimenti di forza lavoro o vere e proprie migrazioni), la circolazione dei modelli culturali e dell’informazione e i trasferimenti di tecnologia.
L’assunto principale dell’approccio ai problemi del commercio internazionale è che un sistema economico consegue un miglioramento delle sue condizioni di benessere ogniqualvolta riesce, da un lato, a sostituire nel consumo i beni prodotti all’interno in modo inefficiente (rispetto alle condizioni che si raggiungono all’estero) con prodotti importati e, dall’altro, a specializzare il suo apparato produttivo in quei settori in cui gode di una efficienza relativa. Di conseguenza, quanto più il libero interscambio è allargato a tutte le tipologie di beni consumati, tanto maggiore è la specializzazione di un paese e la quantità di beni che ha a disposizione esportando i suoi prodotti competitivi, e il volume complessivo di beni scambiati per ogni tipologia (cioè il mercato mondiale ad essi relativo).
Così basta un atto unilaterale di liberalizzazione degli scambi a creare maggior benessere nazionale e a rendere il sistema economico che lo mette in atto più efficiente, attraverso un meccanismo darwiniano di selezione dei produttori e di distruzione delle posizioni di rendita.
Da un punto di vista etico, poi, ciascun sistema genera, ad un tempo, il proprio e l’altrui benessere in un processo dinamico paritetico che affida al “patrimonio genetico” di ciascuna economia le sorti della propria efficienza relativa. Sono, infatti, la tecnologia (per Ricardo) e la dotazione relativa di input (per i Neoclassici) a determinare la specializzazione, e quindi i flussi merceologici dell’interscambio. E sono, invece, le diversità di rimunerazione degli elementi produttivi lavoro e capitale a generare migrazioni e movimenti di mezzi finanziari da un sistema all’altro. La “forza relativa” di un sistema economico (cioè la sua competitività) viene spiegata in questo contesto in termini strutturali, mentre il flusso che caratterizza l’interscambio, essendo dovuto a differenziali di tecnologie, di dotazione o di rimunerazione, è riconducibile ad un momento di disequilibrio del sistema monediale di pieno impiego delle risorse.
Questa tradizionale spiegazione del commercio internazionale fa dall’interscambio un problema allocativo del singolo individuo e, per suo tramite, del sistema a cui appartiene e degli altri con cui quest’ultimo viene in contatto. Perciò, trascurando il contesto storico-istituzionale, non tiene conto né delle dimensioni spaziali dello scambio (e dei vincoli che pongono dal punto di vista dei costi), né di quelle istituzionali (organizzazione delle transazioni internazionali e relativi costi, diritti di proprietà quali vincoli alla libera circolazione – per esempio delle invenzioni ecc.), né di quelle sociali (abitudini e stili di vita). In particolare quest’ultima carenza non conduce solo a trascurare elementi di particolare interesse per le relazioni economiche internazionali di un mondo indirizzato verso una crescente globalizzazione, ma porta ad ignorare anche una dimensione economica fondamentale, cioè i modelli di consumo e le conseguenti caratteristiche della domanda. Né queste carenze vengono completamente colmate dalle nuove teorie del commercio internazionale che, pur introducendo concorrenza imperfetta, la differenziazione dei prodotti e la circolazione dei fattori, non mutano gli assunti di base della trattazione.
Un’ottica diversa è, invece, quella di due spiegazioni del commercio internazionale formulate in un contesto di sviluppo economico. La “teoria della dipendenza” (Dos Santos) e quella delle “ragioni di scambio” (Prebisch e Singer) interpretano, infatti, l'interscambio di prodotti fra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo come fenomeno operante in un contesto istituzionale economicamente squilibrato a favore dei partner che godono di una struttura economica più salda e più capace di far valere le proprie ragioni, anche attraverso l'utilizzo di variabili politiche. Secondo questi autori, lo svantaggio dei paesi in via di sviluppo risiede nel fatto che non solo la loro capacità di esportazione dipende dalle caratteristiche dei mercati dei paesi sviluppati e dai vincoli frapposti all'importazione di capitali e tecnologie, ma anche i guadagni che realizzano attraverso il commercio estero sono inferiori a quelli dei paesi industrializzati, a causa della diminuzione del rapporto fra i prezzi dei prodotti agricoli da loro esportati e i prezzi dei prodotti industriali che devono importare (ragioni di scambio). Questa minor forza contrattuale delle economie in via di sviluppo, prodotta anche dal contesto istituzionale in cui avviene l'interscambio (mercati internazionali concorrenziali per i prodotti primari e non concorrenziali per quelli industriali), ha messo in crisi l'assunto della positività dell'apertura delle economie ad un libero scambio solo formale e ha generato in molti organismi internazionali (UNCTAD, per esempio) l'opinione che occorra costruire un assetto istituzionale internazionale più ugualitario (Nuovo ordine economico internazionale).

 Sia gli accordi internazionali volti a regolare l'interscambio, sia la concertazione periodica fra i paesi industrializzati per affrontare problemi economici congiunturali sono momenti di costruzione dell'"ordine economico mondiale". (Foto: Vertice G8)

   3. A questa conclusione, che esprime dubbi sulle modalità di coordinamento degli scambi internazionali attraverso il mercato e sulle capacità del libero scambio di produrre sempre posizioni di benessere, si è giunti anche analizzando gli altri tipi di flussi che costituiscono le relazioni economiche internazionali. Sebbene la trattazione teorica dell'interscambio cerchi in genere di mettere in evidenza gli effetti di benessere collettivo connessi ai comportamenti individuali per tutte le tipologie di flussi, la vischiosità della realtà induce poi a constatare che sono le situazioni regolamentate a prevalere, proprio perché controllano le situazioni di potere e coprono i rischi di turbativa economica. Così, per esempio, nonostante la teoria economica spieghi gli effetti positivi della mobilità internazionale del lavoro (maggiori salari per i lavoratori nel paese di provenienza e loro calmieramento nei paesi di destinazione), alcuni problemi di equità sorgono fra immigrati e cittadini in relazione al contributo netto alla finanza pubblica dello Stato ospitante, e fra i paesi di origine (in genere più poveri) e quelli di immigrazione (in genere più ricchi) in relazione alla perdita di capitale umano e al corrispondente guadagno qualora l'istruzione dell'emigrante sia stata ottenuta usufruendo di sovvenzioni pubbliche.
La conttrapposizione fra le soluzioni normative offerte in materia di relazioni internazionali dalla teoria economica (liberalizzazione) e quelle adottate (controllo delle correnti di scambio) dipende non solo dalla scarsa rilevanza di alcuni assiomi, ma anche dal fatto che la teoria non tiene conto delle variabili politiche che concorrono a spiegarli. Così l'investimento di capitali all'estero è spesso sensibile all'instabilità politica del paese verso cui è diretto più di quanto non lo sia a variabili economiche, mentre l'immigrazione trova un ostacolo, oltre che nel tasso di disoccupazione del paese verso cui è diretta, anche nella presenza in esso di tensioni nazionalistiche o razziali. Allo stesso tempo l'accesso ai mercati nazionali più ricchi è libero solo per i paesi che fanno parte di aree di libero scambio e che godono della clausola della "nazione più favorita", mentre è limitato per i paesi terzi. Perciò ragioni economiche (avversione al rischio e alle turbolenze dei mercati internazionali) e motivi politici (tutela degli interessi nazionali) concorrono a determinare la tendenza a specificare le regole del gioco delle relazioni economiche internazionali e a controllare, perlomeno, il grado e i tempi di apertura dei sistemi economici nazionali. Tutto ciò in conformità alla definizione che li vuole assetti normativi concordati.
   4.   La stipulazione di accordi economici internazionali, proprio perché muove da posizioni di principio liberiste esplicitate, ma anche da preoccupazioni per gli interessi nazionali spesso taciute, presenta non pochi problemi. In genere a dichiarazioni di libera circolazione di tutti i flussi fanno riscontro pratiche di esclusione, per esempio del lavoro. Addirittura perfino in materia di interscambio commerciale si fanno eccezioni per il settore agricolo giustificandole con la sua centralità economica (e spesso anche politica) di produzione primaria. Infine si persegue l’adeguamento degli standard nazionali a quelli previsti negli accordi, ma si elaborano meccanismi nazionali atti a mantenere certi gradi di libertà alle proprie politiche economiche.
Gli accordi economici internazionali sono, quindi, il risultato di tutte queste spinte contrapposte e della tendenza ad instaurare un sistema globale che generalizzi, da un lato, clausole non discriminatorie negli scambi (auspicate dalle piccole economie per aver la possibilità di accedere ai mercati internazionali) e, dall’altro, dia spazio alle politiche commerciali unilaterali (preferite dalle economie forti perché attraverso di esse è possibile far valere le capacità “concorrenziali” della loro economia). Ne risulta un orientamento verso accordi economici che pongono vincoli alle politiche economiche nazionali, e indirizzano gli standard e i comportamenti operativi verso orizzonti economicamente più certi, e meno rischiosi. La loro natura è diversa a seconda che si tratti di vere e proprie Costituzioni economiche sovranazionali aventi lo scopo di realizzare vere e proprie unioni economiche (come la Comunità europea), di zone di libero scambio (come il North Atlantic Free Trade Agreement), di un sistema generalizzato di preferenze (che permette il libero accesso da parte di tutti i paesi ad un mercato) o, infine, di un insieme di preferenze regionali (come la Convenzione di Lomè).
La tendenza alle istituzionalizzazione delle relazioni economiche internazionali è dimostrata non solo dalle conclusioni dell’Uruguay round che, dopo nove anni di trattative, ha apportato modifiche al GATT (General Agreement on Tariff and Trade), ma anche dalla creazione del WTO (World Trade Organization). Sul primo versante è infatti stabilito, fra l’altro, che il sistema GATT non si fonderà più su accordi firmati con gli aderenti, ma su regole accettate all’atto dell’adesione. La creazione del WTO ha, invece, l’obiettivo di disciplinare tutti i tipi di transazioni economiche internazionali, servizi, idee, proprietà intellettuali e trasferimenti di tecnologia compresi, ed estenderne la validità ad un numero di paesi superiore ai firmatari di qualsiasi altro accordo precedente. Facilità di accesso ai mercati mondiali dei prodotti industriali, minori prezzi per i consumatori, riduzione dei sussidi ai settori e impedimenti alle politiche di vendita sottocosto sono le caratteristiche strutturali liberiste dell’interscambio che si vogliono imporre nelle relazioni internazionali, mentre speciali trattamenti per i paesi in via di sviluppo (ottenuti anche agendo sui prezzi mondiali di prodotti primari quali quelli alimentari), incremento dei trasferimenti di servizi e tecnologia e maggior istituzionalizzazione delle regole di interscambio sono alcune misure per rendere più eque le condizioni di partenza dei contraenti. Si tratta, in definitiva, del riconoscimento della natura politico-economica delle relazioni economiche internazionali.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI: J. Adams, Trade and Payments in Instituted Process, “Journal of Economic Issues”, XXXI, December, 1987, pp. 1839-1860; B.S. Frey, Economia politica internazionale, F. Angeli, Milano 1984; G. Gandolfo, Corso di economia internazionale, UTET, Torino 1994; Y. Ramstad, Free Trade Versus Fair Trade, “Journal of Economic Issues”, XXXI, March 1987, pp. 5-22.

[Alessandro Romagnoli, 1998]

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