marți, 2 octombrie 2012

Tradizione liberale, regole del gioco e logica dell’esclusione: una polemica di Losurdo con Bobbio, del 1992

a. «Il Golfo, gli USA, i crimini di guerra»

   Caro Bobbio,
   in questi giorni ho sfogliato con più attenzione del solito la stampa nazionale nella speranza di leggere una tua autorevole presa di posizione sul «nuovo ordine internazionale». È trascorso un anno dall’inizio della guerra del Golfo, ed è legittimo chiederti se ancora continui a condividere le ragioni che ti spinsero a pronunciare il tuo assenso, problematico e sofferto quanto si voglia, a quella che si auto-propagandava come un’asettica e chirurgica operazione di «polizia internazionale». Nel frattempo, si è in larga parte diradata la cortina fumogena di menzogne che sempre accompagna le guerre e che però nei giorni della crociata anti-irakena è apparsa più spessa e impenetrabile del solito. Gli stessi organi di stampa che si erano distinti per il furore bellicista si lasciano oggi sfuggire qualche spezzone di verità: ecco Giorgio Bocca ammettere che gli USA non esitarono a «sterminare gli irakeni ormai fuggiaschi e disarmati» («la Repubblica» del 6 febbraio); ed ecco il «Corriere della Sera» (24 febbraio) riconoscere che le cosiddette «bombe intelligenti» hanno costituito solo il 10% del totale e che i bombardamenti si sono accaniti in primo luogo contro la rete elettrica dell’Irak. Un obiettivo forse militare, ma in ogni caso di primaria importanza civile: le distruzioni apportate hanno dato un colpo mortale all’approvvigionamento idrico della popolazione e al funzionamento degli ospedali, rendendo in pratica impossibile ogni operazione di soccorso alle vittime dei bombardamenti. È uno dei crimini di guerra denunciati dall’americano Clark. È inutile attendersi una riflessione autocritica dai citati organi di stampa, i quali continuano imperterriti ad appoggiare un embargo che pure semina strage tra la popolazione civile; ma da una personalità come Norberto Bobbio sarebbe lecito attendersi qualcosa di più che il silenzio!
   Diradatasi la cortina fumogena di menzogne costruite con una spregiudicatezza, una sapienza e un
controllo totalitario dei mezzi d’informazione che non possono non far pensare a Goebbels, cominciano ad emergere anche i reali obiettivi di guerra: a decidere di «castigare severamente Saddam Hussein» furono «tutte le potenze industriali», fermamente decise a mantenere basso il prezzo del petrolio, «stroncando l’ipotesi di un’altra crisi petrolifera che avrebbe frenato lo slancio espansivo del capitalismo occidentale» (E. Scalfari su «la Repubblica» del 26/27 gennaio 1992). Adesso sappiamo di che lacrime grondi e di che sangue il «capitalismo occidentale», del cui «slancio» le masse popolari non sembrano peraltro beneficiare in modo eccessivo, dato che continua a crescere, negli USA e altrove, il numero di coloro che vivono al di sotto della soglia di povertà.
   Ma lasciamo pure da parte il petrolio, e il massacro che è stato necessario per mantenerne basso il
prezzo, e chiediamoci se almeno ha realizzato qualche progresso la causa della legalità internazionale. In realtà, già prima della crociata proclamata in suo nome, i fatti parlavano con chiarezza: quando il 27 giugno 1986, la Corte dell’Aia ha condannato gli atti di aggressione a danno del Nicaragua sandinista perpetrati dagli Stati Uniti, costoro hanno reagito ritirandosi dalla Corte (a cui pure in altre occasioni si erano rivolti) e negandole ogni competenza. Bisogna ammettere che è singolare questo nuovo ordine internazionale che, prima ancora che nella guerra del Golfo, ha trovato il suo battesimo del fuoco nel minamento dei porti nicaraguensi e nella liquidazione, per decisione unilaterale della superpotenza protagonista di quella attività criminosa, del supremo organo giuridico dell’ONU! Ed è singolare altresì che a questa istituzione chiamata a legittimare la crociata anti-irachena venga poi negato qualsiasi ruolo nel negoziato medio-orientale; anzi, per invadere il
Libano, Israele non esita a travolgere le truppe per l’appunto dell’ONU. Per giustificare l’arroganza del suo paese, il ministro isrealiano della difesa, Arens, ha fatto notare che «gli Stati Uniti, quando si sono sentiti in pericolo, non hanno mai esitato ad agire, con metodi anche contrari alle leggi internazionali» (riportato da Lucia Annunziata su «la Repubblica» del 5/6 gennaio). E, in effetti, è proprio di questi giorni la notizia secondo cui il Pentagono si prepara a nuovi scenari di guerra, praticamente in ogni angolo del mondo, a cominciare dall’America Latina, in omaggio all’imperiale dottrina Monroe, ma in barba ad ogni legalità internazionale; e, sempre in questi giorni, i grandi organi di stampa rivelano senza scomporsi, come se si trattasse della cosa più normale di questo mondo, che Bush sta pianificando un nuovo massacro in Irak nel tentativo di rialzare le sue declinanti
azioni elettorali.
   A questo punto è chiaro che il nuovo ordine internazionale fa rivivere i fasti più sanguinosi dell’epoca d’oro del colonialismo; e, a questo punto, a nessuno è più lecito tacere. Mi rivolgo a te, caro Bobbio, per il fatto anche che fosti protagonista, nei lontani anni ’50, di una polemica con della Volpe e Togliatti, in cui sostenesti che un regime socialista, se voleva tener fede alle sue promesse di emancipazione, non poteva trascurare la libertà «formale». Avevi ragione tu, anche se vorrai convenire che ad esser pronti a calpestare le «regole del gioco» non erano solo i comunisti: lo dimostrano la vicenda Gladio e le dichiarazioni del nostro presidente della Repubblica, a quanto
pare pronto a far fuoco sui suoi avversari, se questi ultimi avessero avuto la sventura di vincere le elezioni. D’altro canto, in occasione della guerra del Golfo, a chi faceva notare che gli USA non avevano alcun titolo per dare lezioni di diritto internazionale, Giuliano Ferrara ha risposto che l’invasione di Panama era stata un’«operazione di polizia tropicale». Si direbbe che certi neofiti dell’Occidente abbiano gettato via, del movimento comunista, il bambino per custodire gelosamente l’acqua sporca. Ma questo sovrano disprezzo delle «regole del gioco» e delle «forme» che dovrebbero regolare i rapporti tra gli Stati da te non può essere condiviso né come democratico né come filosofo che crede nel valore della coerenza intellettuale e morale. E allora perché continuare a tacere?
   Un’ultima osservazione. Sempre nei giorni della guerra del Golfo, respingesti la critica che io ti rivolgevo di essere approdato alle posizioni di quell’interventismo cosiddetto «democratico» che, in occasione del primo conflitto mondiale, costituì l’ideologia della guerra dell’Intesa (di cui faceva parte la Russia zarista) e servì a scaraventare anche il nostro paese nell’immane fornace. Vorrei però farti notare che sei consigliere di redazione di «Micromega», una rivista che è l’organo dichiarato dell’«interventismo democratico», che a tale infausta ideologia esplicitamente si richiama e in suo nome è pronta a giustificare nuove crociate contro l’Irak o contro Cuba, una rivista che bolla con parole di fuoco i pacifisti, sbrigativamente assimilandoli a «fondamentalisti» e «papisti» (anche questo linguaggio rinvia al primo conflitto mondiale, allorché interventisti particolarmente esaltati avrebbero voluto impiccare Benedetto XV).
   Mentre nuovi massacri si profilano all’orizzonte, al di là della già micidiale «ordinaria amministrazione» di questo o quell’embargo, una tua presa di distanza, caro Bobbio, è doverosa. Ti propongo di continuare il dialogo coi comunisti sulle «regole del gioco», a cominciare da quelle che dovrebbero regolare i rapporti internazionali. È il tema della pace, la cui importanza giustifica, credo, questo mio ricorso allo strumento della lettera aperta, a continuazione e approfondimento del confronto tra le nostre posizioni.
   In attesa di leggerti, ti saluto cordialmente.
   («Liberazione» del 29 febbraio 1992)

Niciun comentariu:

Trimiteți un comentariu