vineri, 26 octombrie 2012

Un’analisi non convenzionale del commercio internazionale e dello scambio ineguale



1.      Commercio estero ed evoluzione del capitalismo – 2. Analisi marxiste del commercio Nord-Sud – 3. Teoria dello scambio ineguale

  1. Il commercio fra gli Stati, incentivato in epoca mercantilistica, ha avuto un grande impulso fin dagli inizi della rivoluzione industriale: in particolare dal 1850 al 1973 è cresciuto di circa 70 volte mutando la struttura merceologica ma conservando due caratteri originari di questo tipo di scambi, cioè la loro natura di trasazioni regolate da accordi fra gli Stati e di flussi prevalentemente instaurati fra economie sviluppate.
La prima caratteristica è rilevabile dall’osservazione comparata dell’andamento ciclico del commercio internazionale e dell’evoluzione delle politiche doganali che permette di individuare nell’interscambio mondiale quattro fasi successive: 1) i primi 50-60 anni del secolo scorso, durante i quali si procedette ad una progressiva liberalizzazione del commercio anglo-francese (favorita da leggi e accordi) che fece crescere l’interscambio a tassi annui del 3,5%; 2) il cinquantennio precedente la prima guerra mondiale, che vide forti politiche protezionistiche ed un rallentamento del commercio estero; 3) il periodo fra le due guerre mondiali, caratterizzato da un interscambio ai minimi livelli per le alte barriere doganali imposte dall’esigenza di proteggere le economie durante la grande crisi; 4) infine la fase successiva alla seconda guerra mondiale, in cui gli accordi per la liberalizzazione (GATT) hanno fatto esplodere i tassi di crescita dell’interscambio. Questa secolare progressione, che presenta periodi caratterizzati da diversi gradi di apertura (definiti dal rapporto fra i valori di importazioni più esportazioni e reddito) delle economie partecipanti, è stata ottenuta attraverso varie forme di accordi commerciali: l’unilateralismo (in cui un paese concede ad un altro una riduzione delle proprie barriere doganali), il bilateralismo (caratterizzato da reciproche ed esclusive concessioni commerciali) e il regionalismo (prodotto da un processo di liberalizzazione degli scambi fra più paesi che possono mantenere i propri regimi commerciali nei confronti dei paesi del resto del mondo – Aree di libero scambio -, o adottarne di comuni – Unioni doganali -, o ampliare l’interscambio interno anche ai capitali e al lavoro – Mercati comuni-).
La correlazione positiva fra accordi commerciali e commercio estero è ancor più evidente se si tiene conto del fatto che nel secondo dopoguerra è stata la tendenza al regionalismo a caratterizzare il commercio mondiale. Alla metà degli anni ’70 quest’ultimo si concentrava infatti nella Comunità economica europea – CEE -, nel Mercato comune Centro-Americano – CACM -, nella Comunità economica dell’Africa dell’Ovest – CEAO – e nella Comunità economica degli Stati africani occidentali – ECOWAS -. Tale regionalismo era di tipo Nord-Sud e Sud-Sud a causa della necessità, da parte dei paesi in via di sviluppo, di creare blocchi di potere contrattuale per potersi garantire i vantaggi derivanti dal commercio. Le difficoltà interne alle singole comunità economiche e l’insuccesso nella contrapposizione Nord-Sud ha portato ad una nuova fase del regionalismo settentrionale – NAFTA -, in quello meridionale – MERCOSUR -, nell’Africa Nord-Occidentale – UMA -, nell’Asia orientale – EAEC – e nel Sud Pacifico – APEC – nelle quali sono confluiti paesi non omogenei per livelli di sviluppo. Alla base di questa nuova tendenza ci sono stati motivi precauzionali (la stagnazione nei negoziati dell’Uruguay Round, che rendeva preferibili rapporti locali ad un accordo globale piu vantaggioso ma incerto), oltre che strategie volte ad ottenere scambi più equi e sicuri sbocchi per le proprie esportazioni (nel caso di paesi poveri) e nuovi mercati (per i paesi industrializzati).
La precarietà dei flussi di esportazione per i paesi in via di sviluppo nella storia del commercio internazionale risulta non solo da questa panoramica dell’evoluzione delle istituzioni all’interno delle quali si è svolto lo scambio, ma anche dal fatto che esso ha avuto come protagoniste le economie occidentali: infatti i paesi in via di sviluppo, che nel 1850-52 partecipavano col 19,56 alle esportazioni mondiali, nel 1971-73 conservavano una quota pari al 19,81. Ciò è probabilmente dovuto anche al fatto che essi hanno avuto come concorrenti nell’esportazione di prodotti primari propri i paesi più ricchi, e che la quota di questi beni sull’export totale è passata dal 62,63% (alimentari e materie prime non energetiche) del totale nel 1890-92 al 23,11% del 1971-73.
Il carattere istituzionale del commercio internazionale, riconducendo il rapporto economico ad un problema strategico nazionale, pone non solo la questione dei rapporti di forza nella “fissazione” delle ragioni di scambio per i prodotti esportati dai paesi in via di sviluppo, ma anche quella (pratica ancor prima che teorica) della capacità delle esportazioni di creare in essi processi di sviluppo. Le due questioni sono strettamente legate in quanto sfavorevoli ragioni di scambio (cioè rapporti fra i prezzi dei beni esportati dai paesi in via di sviluppo e quelli dei beni da loro importati) possono impedire la creazione di capitale per sviluppare l’industria sostitutiva dei prodotti importati e generare così solo enormi deficit nelle bilance dei pagamenti. È per questo motivo che l’analisi non convenzionale del commercio internazionale ha prestato particolare attenzione allo scambio ineguale.


Sebbene sia controversa l'ipotesi dello scambio ineguale, una riprova della sua validità viene dal caso del Cile che, proprio perché possiede materie prime delle quali lo Stato controlla produzione e prezzo sui mercati mondiali, è riuscito a trarne profitti in quantità tale da ripagare il suo debito estero e generare sviluppo. (Foto: la miniera di rame a cielo aperto più grande del mondo a Chuquicamata)

   2. L’analisi marxista dei rapporti commerciali fra paesi avanzati (caratterizzati cioè da un capitalismo già affermato) e paesi sottosviluppati ha inquadrato il problema in un’ottica di evoluzione delle forze produttive dei primi. Ciò ha posto in risalto l’aspetto dello sfruttamento del lavoro nei paesi che subiscono le strategie delle economie capitaliste e i rapporti di forza che guidano gli scambi internazionali, tesi ad estrarre surplus dalle economie più povere per poter mantenere vitale il sistema dei paesi più ricchi. Ne sono scaturite così le teorie del colonialismo, dell’imperialismo e dello scambio ineguale.
Col termine colonialismo si individua una fase dello sviluppo capitalistico in cui sorge la necessita di procurarsi nuovi mercati per supplire alle tendenza alla sovraproduzione e alla caduta del tasso di profitto. L’imperialismo è invece il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la spartizione dell’intera superficie terrestre tra i paesi capitalisti. Entrambe le forme di predominio politico-economico (di cui la seconda rappresenta la fase suprema della prima) tendono a drenare risorse dai territori soggiogati (colonie o ex colonie) sia di tipo alimentare che materie prime. Poiché tali risorse rappresentano enormi profitti, sono ottenute con la forza imponendo un basso salario (e quindi ottenendo un basso costo) alla manodopera. Ciò permette di ricavare quello che in termini marxisti si definisce “plusvalore nascosto”.
Con il termine plusvalore nascosto si indica la differenza fra il prezzo di esportazione coloniale e il prezzo di vendita euroamericano. La fonte di questo plusvalore, che viene trasferito con la merce stessa ai paesi colonialisti, non è “puramente economica”, ma è parte dei rapporti politici. Il plusvalore nascosto è separato dal super plusvalore da investimento e si ricava dopo quest’ultimo. Entrambi contribuiscono al tasso generale di profitto. Tuttavia non c’è un tasso generale internazionale di profitto: ce ne sono due, uno per i paesi imperialisti e l’altro per le semicolonie.
Il plusvalore nascosto si ottiene con “tecniche di sottovalutazione” dei prodotti esportati dai paesi in via di sviluppo del tipo:
1. saccheggio, che permette di avere a costo zero oro, argento, cavalli, bestiame, raccolti e schiavi;
2. prezzi pagati dai monopoli commerciali agli africani, agli asiatici e agli americani (compagnie con patenti reali, gilde di navigatori, la Royal Africa Company per la tratta di schiavi; la Chamber of Mines, De Beers nei primi tempi di Rhodes, Goldie in Nigeria, i pionieri di Brooke Bond in Africa orientale, le multinazionali del petrolio, i Krupp, le banche svizzere, nordamericane, della Comunità europea, giapponesi; le linee di navigazione scandinave, greche ecc., le “Case” delle piantagioni e le Borse). Questo monopolio ha funzionato in combinazione con sistemi di reclutamento forzato dei lavoratori e con “Stati dentro gli Stati”, come nel caso del South African Native Affairs Department;
III. regimi totalitari, invasioni militari (Congo, Egitto, Corea, Angola, “Biafra”) e basi militari (Kenya, lo stesso Sud Africa, Somalia per la Germania e gli Stati Uniti, gli Stati del Golfo);
IV. disoccupazione di massa cronica, strutturale (oggi circa mezzo miliardo di lavoratori nel “Terzo mondo”) concentrata in quartieri separati, baraccopoli (Johannesburg, Kinshasa, Rio, Nairobi, Seul, Lagos, Bombay ecc.) e serbatoi rurali di mano d’opera a basso costo senza lavoro.
V. divisione internazionale del lavoro è ciò che A.G. Frank ha chiamato “sviluppo del sottosviluppo”, avvenuto nel dopoguerra con la divisione internazionale del lavoro, con l’esportazione di alcune industrie leggere e anche la creazione di aeroporti, metropolitane, turismo di lusso, che non hanno spostato l’industria pesante dall’Europa o dall’America settentrionale.
Con il gioco incrociato di questi cinque fattori il colonialismo ha reso ad abbassare il prezzo delle esportazioni dai paesi coloniali al di sotto del loro valore. Non è stata la tipologia di quste esportazioni (cioè la loro natura di materie prime a bassa elasticità di reddito) che ha permesso questo abbassamento, dato che l’Europa occidentale e gli USA esportano anch’essi materie prime ma a prezzi normali. È la loro natura coloniale che ha permesso questa differenza tra prezzo e valore. Non è stata neppure la loro collocazione nella divisione internazionale che da sola ha consentito questa differenza: infati i beni lavoratori dall’industria in Hong Kong ecc. (e non solo i prodotti primari) contengono plusvalore nascosto. Essi, inoltre, sono esportati a prezzi molto più bassi del loro valore.
3.      La teoria dello scambio ineguale unisce il modello “centro-periferia” e i dati sul
deterioramento delle ragioni di scambio dei paesi in via di sviluppo di Singer e Prebisch alle analisi marxiste dello sviluppo del sistema capitalistico mondiale. Il modello, esposto da Emmanuel, esprime lo scambio ineguale come differenza g fra i prezzi marxiani e i corrispondenti valori dati da:

t = c + v + s
dove t indica il valore di un bene da confrontare con il suo prezzo p, mentre le altre variabili hanno il consueto significato: c = il capitale costante, v = il capitale variabile e s = il plusvalore. Tutte le volte che si verifica una differenza salariale fra paesi ricchi e paesi poveri, che il salario è una variabile definita al di fuori del contesto economico, che esiste un tasso mondiale di profitto determinato dai movimenti di capitali e che i tassi di profitto delle due classi di paesi sono diversi da quello mondiale, si verifica (ed è misurabile) lo scambio ineguale. Questo drenaggio del surplus dei paesi della periferia attraverso il commercio internazionale avvantaggia i paesi del centro e deprime le possibilità di sviluppo della periferia.
Sia i risultati di Prebisch che le formulazioni di Emmanuel hanno generato un vivace dibattito scientifico dagli esiti non definitivi: qualcuno ha trovato tendenze diverse per i trend delle ragioni di scambio dei paesi sottosviluppati, altri hanno riproposto i problemi di rilevanza della teoria del valore-lavoro su cui si basano i modelli marxiani. Aldilà di tali aspetti il problema delle disparità internazionali e della capacità del commercio estero di “trascinare” ancora oggi (come già fece nel secolo scorso) le economie su un sentiero di sviluppo rimane irrisolto, al pari della posizione di forza che i paesi ricchi hanno nell’interscambio mondiale.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI: A. Emmanuel, Lo scambio ineguale. Gli antagonismi nei rapporti economici internazionali, Einaudi, Torino 1970; D. Evans, “Critical Assessment of Some Neo-Marxian Trade Theories”, Journal of Development Studies, n. 2, 1984 (20), pp. 202-226; G. Federico, “Commercio e mercati”, in P.A. Toninelli, Lo sviluppo economico moderno, Marsilio, Venezia 1997, pp. 346-679; H. Jaffe, Colonialismo oggi, Jaca Book, Milano 1970; R. Prebisch, “Commercial Policy in the Underdeveloped Countries”, American Economic Review, n. 2, 1959 (49), pp. 250-273; A. Singer, The Strategy of International Development Essay in the Economics of Backwardness, International Arts and Sciences Press, New York 1975.


[Hosea Jaffe, 1998]


Vedi anche: Il sistema economico mondiale
http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2012/10/il-sistema-economico-mondiale.html

Niciun comentariu:

Trimiteți un comentariu