joi, 25 octombrie 2012

Un’interpretazione dell’imperialismo che ricorre al marxismo-leninismo




    La realtà che ci circonda è oggi caratterizzata da una serie di conflitti politici, etnici, religiosi che, a dispetto della cosiddetta uguaglianza originata dalla globalizzazione, si conferma come una riproduzione della categoria dell’imperialismo di Lenin.
   Il termine globalizzazione può dare l’impressione che tutto sia stato mondializzato; in realtà i principali protagonisti della globalizzazione sono le grandi aziende dell’automobile, del petrolio, dei beni di consumo, della comunicazione, dei media, dei servizi elettronici, le banche, ecc. È solo nell’interesse di questi soggetti che gli USA, l’Europa e il Giappone adottano oggi le loro politiche economiche.
   Centocinquanta anni fa Karl Marx spiegò come funzionava il sistema sociale ed economico del capitalismo: sfruttando la forza lavoro (i lavoratori) e opprimendo le colonie. Spiegava Lenin (Imperialismo..., op. cit., pp. 52 e 54): “Allorché Marx, mezzo secolo fa, scriveva Il Capitale, la grande maggioranza degli economisti considerava la libertà di commercio una ‘legge naturale’. La scienza ufficiale ha tentato di seppellire l’opera di Marx, che, mediante l’analisi teorica e storica del capitalismo ha dimostrato tra l’altro come la libera concorrenza determini la concentrazione della produzione, e come questa, a sua volta, ad un certo grado di sviluppo, conduca al monopolio.
   Oggi il monopolio è una realtà...
   Pertanto, i risultati fondamentali della storia dei monopoli sono i seguenti:
1860-1870, apogeo della libera concorrenza. I monopoli sono soltanto in embrione.
Dopo la crisi del 1873 ampio sviluppo dei cartelli. Sono però ancora l’eccezione e non sono ancora stabili. Sono un fenomeno di transizione.
Ascesa degli affari alla fine del secolo XIX e crisi del 1900-1903. I cartelli diventavano una delle basi di tutta la vita economica. Il capitalismo si è trasformato in imperialismo.
   I cartelli si mettono d’accordo sulle condizioni di vendita, i termini di pagamento, ecc. Si ripartiscono i mercati. Stabiliscono la quantità delle merci da produrre. Fissano i prezzi. Ripartiscono i profitti tra le singole imprese, ecc.”.
   Già tra il 1916 e il ’17 Lenin, che avrebbe guidato la rivoluzione socialista in Russia, scrisse uno storico libro, Imperialismo (Imperialismo, fase suprema del capitalismo, scritto nel 1916), nel quale spiegava perché il capitalismo è “globale”. Esso conquista territori coloniali ed esporta lì capitali, con il fine di sfruttare i lavoratori e i contadini locali.
   Lenin affermava: “Alcuni scrittori borghesi (a cui si è unito K. Kautsky che ha completamente tradito la propria posizione marxista del 1909, per esempio) sostengono che i cartelli internazionali, poiché sono la manifestazione più evidente dell’internazionalizzazione del capitale, possono dare speranza di pace tra i popoli in regime capitalista. Quest’opinione teoricamente è un assurdo, è praticamente un sofisma, una disonesta difesa del peggiore opportunismo. I cartelli internazionali mostrano sino a qual punto si siano sviluppati i monopoli capitalistici, e quale sia il motivo della lotta tra i complessi capitalistici”1.
   Il fenomeno della globalizzazione può senza dubbio riportarsi alla concezione di imperialismo proposta da Lenin, anche se è chiaro che l’attuale fase si differenzia dal passato per le nuove tecnologie informatiche e scientifiche presenti nei processi di produzione. Già nel 1916 Lenin sosteneva che l’evoluzione del capitalismo, con la sostituzione della libera concorrenza con i monopoli capitalistici transnazionali e la concentrazione del capitale e della produzione, ha portato all’affermazione dell’imperialismo.
   Nel suo scritto sull’imperialismo, Lenin permette di capire “la dimensione internazionale e integralmente storico-politica delle contraddizioni che animano il modo di produzione capitalistico, mostrando come la catena dei rapporti di subordinazione e di dominio tra gli Stati, nell’ambito della spartizione geopolitica dei grandi spazi di influenza e di dominio del mondo, contenga necessariamente in sé le radici della guerra”2.
   Lenin sostiene che la base economica dell’imperialismo si attua con la sostituzione della libera concorrenza da parte dei monopoli; infatti la concentrazione della produzione e del capitale fa sì che si affermino i grossi monopoli aziendali con il conseguente crollo delle piccole e medie aziende. Nei suoi scritti si legge: “se si volesse dare la definizione più concisa dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo”3.
   L’affermazione del monopolio fa crescere il profitto sia per l’aumento della produttività sia perché vi è una diminuzione della concorrenza con un conseguente, anche se artificioso, aumento dei prezzi.
   Lenin analizzando la situazione economica del suo periodo è arrivato a enunciare cinque segni economici dell’imperialismo che distinguono la società borghese nella sua fase monopolistica dal capitalismo della libera concorrenza:
   “1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto da creare i monopoli, che hanno una funzione decisiva nella vita economica;
   2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo ‘capitale finanziario’, di un’oligarchia finanziaria;
   3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
   4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
   5) la compiuta ripartizione della Terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
     L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici”4.
   Anche l’attuale globalizzazione si caratterizza per uno o più di questi elementi.
   Lenin enumera anche quattro tipi di monopolio: “Abbiamo visto come l’imperialismo, per la sua natura economica, sia capitalismo monopolistico. Già questo solo fatto basta a determinare la posizione storica dell’imperialismo, giacché il monopolio, nato sul terreno della libera concorrenza, e proprio dalla libera concorrenza, è il passaggio dall’ordinamento capitalista a un più elevato ordinamento sociale ed economico.
   Si devono distinguere particolarmente quattro tipi principali di monopolio e quattro principali manifestazioni del capitalismo monopolistico che caratterizzano il corrispondente periodo.
   Primo: il monopolio sorse dalla concentrazione della produzione in uno stadio assai elevato di essa. Si formano allora le associazioni monopolistiche di capitalisti: cartelli, sindacati e trust. Abbiamo già visto quale enorme funzione essi compiano nell’attuale vita economica. Al principio del secolo XX essi acquistarono l’assoluta prevalenza nei paesi progrediti e, se i primi passi sulla via della cartelizzazione furono compiuti da paesi con alti dazi protettivi (Germania, America), tuttavia poco tempo dopo anche l’Inghilterra, con tutto il suo sistema di libertà commerciale, mostrava lo stesso fenomeno fondamentale: il sorgere dei monopoli dalla concentrazione della produzione.
   Secondo: i monopoli condussero all'accaparramento intensivo delle principali sorgenti di materie prime, specialmente nell'industria più importante e più cartellata della società capitalistica, quella siderurgico-mineraria.
   Il possesso monopolistico delle più importanti sorgenti di materia prima ha aumentato immensamente la potenza del grande capitale e acuito l’antagonismo tra l’industria dei cartelli e l’industria libera.
   Terzo: i monopoli sorsero dalle banche. Queste si trasformarono da modeste imprese di mediazione in detentrici monopolistiche del capitale finanziario. Tre o cinque grandi banche, di uno qualunque tra i paesi più evoluti, attuarono l’”unione personale” del capitale industriale e bancario, e concentrarono nelle loro mani la disponibilità di miliardi e miliardi che costituiscono la massima parte dei capitali e delle entrate in denaro di tutto il paese. La più cospicua manifestazione di tale monopolio è l’oligarchia finanziaria che attrae, senza eccezione, nella sua fitta rete di relazioni di dipendenza tutte le istituzioni economiche e politiche della moderna società borghese.
   Quarto: il monopolio sorse dalla politica coloniale. Ai numerosi ‘vecchi’ moventi della politica coloniale, il capitale finanziario aggiunse ancora la lotta per le sorgenti di materie prime, quella per l’esportazione di capitali, quella per le ‘sfere d’influenza’, cioè per le regioni che offrono vantaggiosi affari, concessioni, profitti monopolistici, ecc., e infine la lotta per il territorio economico in generale. Quando, per esempio, le potenze europee occupavano con le loro colonie solo una decima parte dell’Africa, come era il caso ancora nel 1876, la politica coloniale poteva allora svolgersi in forma non monopolistica, nella forma, per così dire, di una ‘libera presa di possesso’ di territorio. Ma allorché furono occupati già nove decimi dell’Africa (verso il 1900), allorché fu terminata la divisione del mondo, allora, com’era inevitabile, s’iniziò l’età del possesso monopolistico delle colonie, e quindi anche di una lotta particolarmente intensa per la spartizione e ripartizione del mondo.
   È noto a tutti quanto il capitale monopolistico abbia acuito tutti gli antagonismi del capitalismo. Basta accennare al rincaro dei prezzi e alla pressione dei cartelli. Questo inasprimento degli antagonismi costituisce la più potente forza motrice del periodo storico di transizione, iniziatosi con la definitiva vittoria del capitale finanziario mondiale”5.
   Lenin sosteneva che il mondo sin dall’inizio del XX secolo era già diviso tra le varie potenze. Ma la nuova spartizione del mondo poteva avvenire solo provocando una guerra mondiale, cioè quanto è effettivamente avvenuto con la prima e la seconda guerra mondiale.
  Associazioni di capitalisti a livello internazionale erano già presenti prima dell’imperialismo, in quanto una società per azioni organizzata tra vari paesi è già una unione di capitalisti. Non si tratta di imperialismo però, poiché prima del XX secolo non erano ancora sorti i trust internazionali che si dividevano tra loro i paesi più deboli. Lenin sostiene, infatti, che è proprio nella divisione del mondo che si ha la nozione basilare dell’imperialismo.
   Una delle principali caratteristiche dell’imperialismo è costituita dallo sfruttamento dei lavoratori più poveri ed immigrati, che determina “...il parassitismo dei paesi imperialisti ricchi che corrompono anche una parte dei propri lavoratori con paghe e retribuzioni più alte, mentre sfruttano oltre misura e senza ritengo il lavoro degli operai stranieri a buon mercato”6.
   Queste frasi sono talmente attuali che sembra impossibile siano state scritte all’inizio del secolo scorso.
   Alla luce di quanto sinora visto la concezione di Lenin dell’imperialismo è quindi ancora in grandissima parte attuale. Ciò è maggiormente evidente soprattutto nella ricerca delle contraddizioni del capitale e nel modo nel quale tentano di trovare una strada di uscita, come ad esempio quando la guerra viene usata per risolvere le crisi di sovrapproduzione e di accumulazione. Ed è ancora a Lenin che facciamo riferimento per analizzare il continuo e veloce divenire dell’internazionalizzazione dei mercati e delle economie e per cercare di spiegare la sempre maggiore concentrazione delle imprese.
   Nel libro La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodeterminazione Lenin scrive: “Il capitale ha sorpassato nei paesi avanzati i limiti degli Stati nazionali, ha sostituito la concorrenza con il monopolio, creando tutte le premesse oggettive per l’attuazione del socialismo”.
   L’imperialismo è stato il modus operandi del capitalismo per più di un secolo. Viviamo ancora sotto l’imperialismo e, quotidianamente, sentiamo o veniamo a conoscenza delle sue guerre ai nostri tempi: Iraq, Algeria, Vietnam, Corea, Palestina, Afghanistan, Angola, Congo...




1        Cfr. Lenin V.I., L’imperialismo, op. cit., p. 112.
2        Cfr. Azzarà S.G., Globalizzazione e imperialismo, La Città del Sole, Napoli 1999, p. 4.
3        Lenin V.I., Opere Omnia, Ed. Riuniti, Roma, vol. 22, p. 265.
4        Cfr. Lenin V.I., L’imperialismo, op. cit., p. 128.
5        Lenin V.I., L’imperialismo, op. cit., pp. 262-263.
6        Cfr. Lenin V.I., L’imperialismo e imperialismi, Ed. Progress, Mosca 1985.



Vasapollo, L., Jaffe H., Galarza H., Introduzione alla storia e alla logica dell'imperialismo, Jaca Book, Milano 2005

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