duminică, 4 noiembrie 2012

Il ruolo della nazione



Il marxismo eurocentrico enfatizza in maniera eccessiva il ruolo della classe operaia “avanzata” e sottovaluta l’importanza della classe operaia “arretrata” e il ruolo progressista della nazione nel Terzo mondo. Alla base di questa triplice questione sta un compromesso inconscio con l’ideologia propria del Primo mondo che, nella peggiore delle ipotesi, diventa sciovinismo e, nella migliore, coincide con l’idea secondo cui la “nazione” è un prodotto e un concetto borghese. Questa non è una concezione storico-materialista.
   Esistevano diversi esempi di nazioni prima, anche molto prima, dell’avvento del capitalismo:
   (a)    l’antica Cina, l’India, l’Egitto, gli incas, gli aztechi, il regno del Sahara e molti altri regni tra i dispotismi collettivi;
   (b)   alcune società collettive dell’America precoloniale che andarono oltre il tribalismo, verso ciò che esse chiamavano “nazioni” (altre comunità, tuttavia, come i regni degli Zulu o degli Tswana, non erano nazioni ma rimasero allo stato tribale per essere poi assorbite dalla società coloniale fondata sull’apartheid del Sudafrica nel XVIII secolo) e
   (c)    i modi di produzione precapitalisti basati sullo schiavismo, come l’antica Roma e la Grecia e gli stati feudali della Russia precapitalista di Ivan e Pietro il Grande. In sé e per sé la “nazione” non è un fenomeno borghese ma è esistita in ogni modo di produzione.
   La “nazione” può essere esistita o meno in maniera imperfetta come forma o ideale politico nelle società precapitaliste. È esistita in maniera perfetta – o più perfetta – come forma e ideale politico per l’emergente borghesia europea. In molti paesi dell’Europa i capitalisti presero il potere nell’ambito di una struttura nazionale preesistente: ad esempio in Inghilterra, Spagna, Portogallo, Francia e Olanda. La loro ascesa al potere economico e quindi politico rappresentò un aspetto di una lotta tra modi di produzione, contro il feudalismo o il dispotismo collettivo degli arabi-mori o dei turchi-ottomani.
   La nazione borghese, una volta formatasi, o come incubo del capitalismo o come suo tegumento, servì a diffondere il capitalismo in maniera globale dapprima attraverso le lotte inter-modali nei continenti non europei (tra cui l’Australasia) e successivamente attraverso i processi economici capitalisti. Una volta assolte queste funzioni, la nazione cessò di esistere come obiettivo della borghesia o questione prioritaria per le preminenti nazioni europee o per gli Stati Uniti, il Giappone (dove aveva da tempo preceduto la rapida ascesa del capitalismo nel XIX secolo) e nei domini britannici “bianchi” del Canada, dell’Australia, della Nuova Zelanda e del Sudafrica.
   Lenin, di conseguenza, riteneva che il “problema nazionale” era stato risolto nei “paesi avanzati dell’Europa occidentale e negli Stati Uniti. In questi paesi i movimenti nazionali progressisti avevano cessato di esistere già da tempo” (V.I. Lenin, Collected Works, Moscow 1970, vol. 22, pp. 150-152).
   Noi non sappiamo, ma possiamo facilmente immaginare, cosa egli avrebbe pensato dei movimenti irredentisti in Italia nel dopoguerra (la Lega Lombarda degli anni Novanta), in Scozia e nel Galles (che hanno ricevuto da Westminster un proprio “parlamento” nel 1999) e l’area basca in Spagna (a partire dai tempi di Franco se non prima). In tutti questi casi il “problema nazionale” consiste in una ripartizione della torta imperialista.
   I termini della questione sono molto diversi nel caso dei paesi del Terzo mondo, dove la divisione delle nazioni era diventata una prassi consueta della politica imperialista (l’India del 1948, l’Iraq negli anni Venti, quando la potenza coloniale inglese tagliò fuori il Kuwait, la Jugoslavia del 1991-2000). L’unificazione nazionale è uno degli obiettivi prioritari dei programmi di liberazione nazionale, soprattutto da quando l’indipendenza politica è stata conquistata o “concessa” in Africa e Asia, dopo la seconda guerra mondiale. Poiché la lotta per realizzare questo obiettivo costituisce una parte e, allo stesso tempo, allarga la guerra del Terzo mondo contro il Primo mondo, l’unificazione nazionale rappresenta un aspetto fondamentale della teoria della liberazione permanente.
   La nazione non è un concetto o un obiettivo borghese reazionario, come sostengono i “marxisti-leninisti” della sinistra europea, quando si tratta dei paesi del Terzo mondo o dell’ex Secondo mondo, fatti a pezzi dall’imperialismo, le cui lotte per la reunificazione vengono accusate di essere “nazional-borghesi” (come accusarono il povero, misero regime ex “comunista” di Slobodan Milošević, che tentava di tenere uniti i resti della Jugoslavia sotto i bombardamenti della NATO del 1999).
  La nazione continua non solo ad essere un obiettivo della lotta antimperialista, ma è destinata ad accompagnarci ancora per molto tempo. L’idea utopistica “comunista” o anarchica di abolire i confini e le nazioni non trova posto ora, né lo trovera per molto tempo, nella teoria o nella politica della liberazione. Si tratta di una rivendicazione comprensibile e, in alcuni casi, persino scusabile, da parte dei “ribelli” del ceto medio e anche della classe operaia del Primo mondo, i quali aspirano a ciò che possiamo chiamare il “socialismo sotto il capitalismo”. Ciò assume connotati reazionari, quando viene applicato indiscriminamente a ogni gruppo di nazioni, ad esempio per l’Unione europea ciò significa una Unione di Stati Uniti Europei imperialisti sotto la guida tedesca.
   Se applicato ai paesi del Terzo mondo, esso ignora le istanze di riunificazione, non nel caso della Germania (la cui riunificazione sotto il governo Kohl nel 1990 servì unicamente la causa dell’imperialismo tedesco), ma dell’India, della Jugoslavia etc. Per quanto riguarda l’India, l’intera sinistra europea ha a tal punto influenzato i marxisti indiani, che la riunificazione dell’India viene considerata utopistica, impraticabile e priva di qualsiasi valenza politica: non rappresenta una rivendicazione della cosiddetta Quarta Internazionale, o chi per essa.
   Al contrario, queste entità basate e orientate sul Primo mondo, ben lungi dall’impegnarsi nel processo di ricostruzione e unificazione dei paesi dei Terzo modno, hanno optato per una politica di “autodeterminazione”, di disgregazione della nazione. Esse difendono questa crudeltà in nome dell’”autodeterminazione”, anzi, vanno ancora oltre e la chiamano “leninismo”. Esiste una vasta letteratura a dimostrazione del fatto che gran parte, per non dire quasi tutta, la sinistra euroamericana ha rivendicato l’”autodeterminazione” per i frammenti risultanti dal frazionamento della Jugoslavia operato dalle potenze dell’Unione Europea e della NATO 1.
   Secondo la concezione euromarxista di “autodeterminazione”, il Primo mondo osserva e sfrutta le lotte di un gruppo povero contro un altro e rivendica l’”autodeterminazione” per ciascuno di essi. Questa è la vecchia politica coloniale del “divide et impera” e non ha nulla in comune con l’antimperialismo. Quando sviluppò il suo concetto di autodeterminazione Lenin prese in considerazione due aree del mondo. Una era “l’Europa dell’Est: l’Austria, i Balcani e in particolare la Russia. Questa fu la culla del XX secolo dove si svilupparono i movimenti nazionali democratico-borghesi e si intensificarono le lotte nazionali”.
   Nel 1915 egli scriveva nel Socialismo e la guerra:  “La tutela di questo diritto” (l’autodeterminazione) “ben lungi dall’incoraggiare la formazione di piccoli stati, porta, al contrario, alla formazione più libera, impavida e quindi più ampia e universale, di grandi stati o federazioni di stati, che sono di maggiore giovamento alle masse e più in armonia con lo sviluppo economico” (V.I. Lenin, Collected works, Mosca 1970, XXI, p. 298).
   I paesi balcanici e i paesi oppressi dalla Russia zarista erano coinvolti in una lotta di liberazione coloniale contro l’imperialismo. Lenin considerava l’autodeterminazione una cosa giusta solo quando era diretta contro l’imperialismo e, sicuramente, la riteneva propedeutica all’unificazione nazionale. Il concetto moderno euromarxista di autodeterminazione, tuttavia, non si riferisce alle lotte antimperialiste ma all’”autodeterminazione” disgregante di croati, sloveni, serbi, kosovari, abitanti della Vojvodina, montenegrini, macedoni etc. Questo aspetto è estraneo alla teoria della liberazione permanente che considera giusto e progressista l’impegno del Terzo mondo e dei paesi socialisti a costruire una nazione.
   Lenin riteneva antimperialista l’autodeterminazione per “i paesi semicoloniali come la Cina, la Persia e la Turchia e tutte le colonie, che complessivamente contano una popolazione di mille milioni di persone. In questi paesi i movimenti democratico-borghesi sono appena all’inizio e hanno ancora molta strada dinanzi a sé. I socialisti non devono rivendicare solamente la liberazione incondizionata e immediata delle colonie senza indennizzi (e questa rivendicazione non significa altro che il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione) ma devono altresì fornire un appoggio deciso agli elementi più rivoluzionari dei movimenti democratico-borghesi di liberazione nazionale in questi paesi e sostenere le loro rivolte o guerre rivoluzionarie, nel caso si arrivasse a questo, contro le potenze imperialiste che li opprimono” (V.I. Lenin, op. cit., pp. 150-152, scritto nel 1915. Nostra enfasi).
   Le condizioni materiali del colonialismo-capitalista si sono estese da quando Lenin scriveva queste cose all’inizio del XX secolo. L’approccio di Lenin continua ad essere valido e rappresenta un banco di prova per le lotte antimperialiste di unificazione nazionale del prossimo millennio. Il suo principio fondamentale è che l’autodeterminazione è valida e giusta solo quando è diretta contro le nazioni imperialiste.
   Non è valida né giusta se innalzata a stendardo contro altri popoli coloniali o neocoloniali (ad esempio il Kuwait contro l’Iraq, il Kashmir contro l’India o Timor e altre isole “cristiane” contro l’Indonesia o la secessione degli stati baltici dalla Russia) o contro i popoli in quelli che Trotzkij definiva, o avrebbe definito, “stati di lavoratori” (ad esempio la Jugoslavia).
Come accade sempre e ovunque, vi sono eccezioni alla regola. Da un secessionismo militante come quello del “Biafra” (appoggiato da una parte della sinistra europea) trassero vantaggi solo le compagnie petrolifere americane e inglesi nella zona del fiume Niger negli anni 1968-70. Analogamente, i partiti secessionisti del Kashmir, della Jugoslavia e anche di Timor, sono al servizio solo dell’attuale politica del “divide et impera” delle potenze del Primo mondo. Dall’altra parte, la persecuzione dei curdi, l’oppressione simile a quella dei creoli nei confronti dei chiapas messicani e la guerra per la terra condotta dal governo contro gli zapatisti e i massacri razzisti ai danni delle società collettive dell’Amazzonia sono violazioni negli e degli stati del Terzo mondo dei propri diritti all’autodeterminazione.
   Se il diritto all’autodeterminazione dell’Amazzonia debba essere esercitato in Brasile utilizzando la formula dell’autonomia o sotto forma di secessione o indipendenza, dipende dalla capacità di sopravvivenza di queste antiche società collettive, il cui destino è, a quanto pare, segnato. Il razzismo dei coloni europei, americani e anche giapponesi, che hanno governato il Brasile, non è un buon presagio per l’opzione dell’autonomia. Dato l’attuale sistema colonialista imperialista e razzista, il diritto di formare uno stato amazzonico potrebbe essere la giusta forma di autodeterminazione. Quello che potrebbe sembrare un passo “indietro” nel passato, per gli euromarxisti è un giusto passo antimperialista verso il futuro. In questo sta l’essenza dell’aspetto “permanente” della liberazione internazionalista.
   Mentre l'unità nazionale del Brasile è un aspetto poco importante nel contesto del razzismo coloniale, l'unità nazionale del Messico riveste una notevole importanza per il processo di autodeterminazione dei chiapas e di altri messicani. Le popolazioni dell'Amazzonia non sono brasiliane in senso stretto. Dopo tutto, i loro antenati furono massacrati dai coloni portoghesi-brasiliani. Per contro, i chiapas sono messicani. I loro antenati dell'epoca preazteca e azteca e i discendenti dei loro antenati formavano la nazione e lo stato del Messico. L'autodeterminazione dei chiapas, di conseguenza, diviene diritto all'autonomia, nel caso in cui l'uguaglianza statutaria non razziale venga ridimensionata dalle comunità dei chiapas. Questo è un affare interno messicano e ogni ingerenza liberale, socialdemocratica e imperialista deve essere estranea alla questione messicana.
   Il caso dei curdi è diverso, nel senso che i curdi rivendicano un diritto storico su un territorio condiviso da tre paesi semicoloniali: l'Iraq, la Turchia e l'Iran. La Germania e gli Stati Uniti hanno "sposato" la rivendicazione curda dell'autodeterminazione per i propri scopi strategici e i loro interessi legati al petrolio. E i leader curdi cercarono di ottenere l'appoggio, compreso quello armato, dei tedeschi e degli americani. Durante la guerra NATO contro l'Iraq nel 1990-91, i partiti curdi cercarono la protezione degli invasori e questi ultimi sfruttarono la situazione dei curdi del nord dell'Iraq per giustificare i bombardamenti della NATO sui civili e sulle opere di difesa irachene e per impossessarsi dell'intero spazio aereo iracheno. Quando i turchi catturarono il leader del partito comunista curdo Ocalan, nella neocolonia inglese del Kenya, i curdi non ebbero nessun sostegno da nessun paese NATO. Fino a quando i curdi terranno lontane le potenze della NATO, il loro diritto all'autodeterminazione rimarrà incontaminato. Nel lungo termine, i lavoratori curdi, iraniani, iracheni e turchi si faranno carico personalmente delle proprie questioni e risolveranno quei problemi che la borghesia nazionale non è in grado di risolvere. Questo è lo spirito della liberazione permanente.


1 I settimanali e pamphlet pubblicati durante i bombardamenti NATO sulla Serbia nel 1999 erano: “The Socialist Workers Party” (creazione del vecchio ex trotzkista Tony Cliff), “The Militant” (prodotto del vecchio “trotzkista” Ted Grant), “The Workers Revolutionary Party” (guidato da Cliff Slaughter, dopo lo scioglimento del gruppo che aveva a capo Gerry Healy), il gruppo guidato dall’attrice Vanessa Redgrave (che militava nel gruppo di Healy e appoggiò l’intervento armato della NATO e i terroristi pro-NATO dell’esercito di liberazione del Kossovo).



Hosea Jaffe - La liberazione permanente e la guerra dei mondi, Jaca Book, 2000

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