joi, 8 noiembrie 2012

Il significato leniniano della lotta di classe, molto più ampio e più profondo da quello fornito dal marxismo “ortodosso”



  Nel Manifesto del Partito Comunista, nel 1848, Marx e Engels scrivevano:

  “La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi”.

   Nel caso della lotta tra la borghesia e le classi feudali, Marx e Engels non videro in essa una serie di lotte di classe intranazionali – in Francia, Inghilterra, Germania eccetera – bensì di lotte svoltesi su una base mondiale e quindi internazionale. Nello stesso Manifesto essi notavano:

   “La scoperta dell’America e la circumnavigazione dell’Africa offrirono un nuovo terreno alla nascente borghesia. I mercati delle Indie Orientali e della Cina, la colonizzazione dell’America, il commercio con le colonie, l’aumento dei mezzi di scambio, e delle merci in generale, diedero un impulso prima di allora sconosciuto al commercio, alla navigazione, all’industria, e, in pari tempo, favorirono il rapido sviluppo dell’elemento rivoluzionario in seno alla società feudale che si andava sfasciando... il sistema industriale feudale, sotto il quale la produzione industriale era monopolizzata da corporazioni chiuse, non bastava più alle necessità di crescita poste dai nuovi mercati. Il suo posto fu preso dal sistema manifatturiero... i mercati continuavano a crescere, e continuava a crescere la domanda. Neppure la manifattura bastava più. E vennero il vapore e le macchine a rivoluzionare la produzione industriale. Il posto della manifattura fu preso dal gigante, l’Industria Moderna. ... L’industria moderna creò quel mercato mondiale al quale la scoperta dell’America aveva preparato la strada. Questo mercato ha dato un immenso sviluppo al commercio, alla navigazione, alle comunicazioni per terra. Tale sviluppo ha, a sua volta, reagito sull’espansione dell’industria; e, nella medesima proporzione in cui si andavano estendendo l’industria, il commercio, la navigazione, le ferrovie, si sviluppava anche la borghesia, accresceva il proprio capitale e sospingeva nello sfondo tutte le classi che erano state trasmesse dal Medio Evo.”

   Con queste frasi profondamente meditate, Marx e Engels non si limitavano a porre la lotta di classe europea della feudalità contro la borghesia in un contesto mondiale. Essi consideravano specificamente una sequenza: la scoperta dell’America – il mercato mondiale – la sconfitta ad opera della borghesia di “tutte le classi trasmesse dal Medio Evo”. Questa sequenza implica che “la scoperta dell’America” fu essa stessa un evento storico, tanto storico, infatti, da condizionare la lotta di classe intra-europea. Appare così dal Manifesto che questa lotta di classe era secondaria nei confronti di un altro conflitto più fondamentale, primario, e precisamente “la scoperta dell’America”, con la quale Marx certamente non intendeva semplicemente i viaggi di Colombo, Amerigo Vespucci o Magellano. “La scoperta dell’America” fu un gigantesco conflitto tra modi di produzione opposti, con formazioni sociali classiste (o non classiste), e tra “nazioni” o sistemi di nazioni differenti.
   La supremazia di questo conflitto intermondiale ed intercontinentale venne sottolineata nel Capitale oltre un decennio dopo quel decisivo Natale-Capodanno 1847-48 in cui fu scritto il Manifesto:

   “...le grandi rivoluzioni che nei secoli XVI e XVII si ebbero nel commercio con le scoperte geografiche ed accelerarono lo sviluppo del capitale mercantile costituirono uno dei principali elementi che favorirono la transizione dal modo di produzione feudale a quello capitalistico (Capitale, vol. III, capitolo XX).”

   Qui Marx specifica “le scoperte geografiche” – con le quali egli intedeva guerra, conquista, spossessamento, schiavismo e non un qualche evento corrispondente ad una importante invenzione – definendole un “elemento” di cambiamento del modo di produzione. Come questo elemento fosse complesso, Marx lo spiegò nel suo famoso capitolo sull’Accumulazione Primaria:

   “La scoperta di oro e argento in America, l’estirpazione delle popolazioni aborigene, la loro riduzione in schiavitù ed il loro seppellimento nelle miniere, l’inizio della conquista e del saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva per la caccia mercantile alla pelle nera furono il segno della rosea alba della produzione capitalistica.”

   “Questi metodi idilliaci”, continua Marx, “sono il momento fondamentale dell’accumulazione primaria. Immediatamente dopo viene la guerra commerciale delle nazioni europee che ha come teatro il mondo. Essa comincia con la rivolta dell’Olanda contro la Spagna, assume proporzioni gigantesche nella guerra antigiacobina dell’Ingilterra...” (Capitale, vol. I, capitolo XXXI). Le implicazioni dell’analisi di Marx sono duplici: il processo coloniale – l’”elemento” – fu all’origine dello sviluppo e portò a piena maturazione (a) la lotta di classe feudalesimo-capitalismo in Europa; e (b) la lotta tra potenze nazionali capitaliste all’interno dell’Europa. Sembrerebbe perciò che Marx abbia visto un processo di edificazione della storia al di là ed al di sopra della lotta di classe intra-nazionale: un processo infatti talmente determinante da condizionare (a) la lotta di classe all’interno delle nazioni europee, e (b) i conflitti tra le nazioni dell’Europa. Se dobbiamo prendere alla lettera l’affermazione del Manifesto circa il ruolo fondamentale della lotta di classe, allora la “lotta di classe” deve essere dotata di un significato molto più ampio e più profondo di quello che viene fornito dalla lettura di qualsiasi scuola “marxista” esistente all’interno o vicino a quello che rimane della Seconda, Terza o Quarta Internazionale. Inoltre, la ristretta interpretazione offerta dal marxismo dogmatico od “ortodosso” può essa stessa essere spiegata soltanto in termini del più ampio marxismo non dogmatico implicito nell’estratto sopra citato, vale a dire, tra l’altro: l’effetto sul dogmamarxismo dello stesso processo coloniale che ha tanto radicalmente influenzato classe e nazione nel periodo al quale Marx si riferisce. Questo effetto per la nostra epoca moderna è stato adeguatamente spiegato da Lenin: è l’intellettualizzazione dell’imborghesimento del proletariato nelle nazioni imperialiste. Perché Lenin intepretò la “lotta di classe” in sesno ampio: egli inserì il concetto nella lotta tra nazioni ricche e povere, dominanti ed oppresse.
   Il processo coloniale appare soltanto come una collisione di nazioni o di “culture”. Dietro questa apparenza c’è l’”essenza” delle formazioni sociali di classe (o non-classe), di modi di produzione differenti in conflitto. Quando, alla fine, un unico modo di produzione divenne universale, vale a dire il modo capitalistico, Lenin esaminò e mise tra loro in correlazione le sue componenti di classe e nazionali.
   In Imperialismo, Lenin scrisse circa “il sistema capitalistico mondiale nei suoi rapporti internazionali” (Prefazione alle edizioni francese e tedesca, 6 luglio 1920). Per un marxista devono necessariamente esserci due principali classi mondiali in un “sistema capitalistico mondiale”, e queste due classi mondiali devono necessariamente essere il proletariato e la borghesia. Queste due principali classi mondiali furono collocate da Lenin nei due tipi di nazioni capitalistiche, perché, egli disse:
   “Il capitalismo si è sviluppato in un sistema mondiale di oppressione coloniale e nello strangolamento finanziario della stragrande maggioranza della popolazione mondiale da parte di un pugno di ‘paesi avanzati’” (Imperialism, Progress Publishers, Mosca 1966, p. 9)
   ‎"Un sistema mondiale di oppressione coloniale" = "il sistema capitalistico mondiale". Questa è l'equazione fondamentale del leninismo. È in questa equazione che devono essere cercate le radici della lotta di classe. Questa equazione di Lenin mette in correlazione la borghesia con la "nazione dominante" ed il proletariato con la nazione oppressa. Le nazioni dominanti sono "borghesi" e le nazioni oppresse sono "proletarie" nella loro essenza di classe. Il fatto che esista anche il proletariato nelle prime nazioni non diminuisce la loro natura "borghese", ed il termine "proletariato borghese", usato da Marx e da Engels per la Classe lavoratrice nelle nazioni dominanti, riflette adeguatamente una duplice struttura classe-nazione. Analogamente, il fatto che esista una borghesia coloniale in alcune nazioni oppresse non può diminuire la loro natura "proletaria", perché questa borghesia è una borghesia assolutamente sogetta e dipendente: è una sottocategoria oppressa della borghesia mondiale.
   La questione della correlazione di classe e nazione è abbastanza complessa in un determinato modo di produzione, quale è l'attuale "sistema capitalistico mondiale". Quando delle classi (o delle formazioni non classiste) e delle nazioni sono correlate non all'interno di un unico modo, ma con modi differenti, la questione diventa ancora più complessa: essa raggiunge infatti il massimo della complessità. Quando classe, nazione e modo sono correlati su fronti opposti in un qualsiasi conflitto di una qualche importanza, la questione diventa veramente una questione storica.


 Hosea Jaffe - "Stagnazione e sviluppo economico. Modi di produzione, nazioni, classi", Jaca Book, 1985
  

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