duminică, 4 noiembrie 2012

La vita e l’ineguaglianza in Cina non sono capitalistiche (e le statistiche internazionali sono leniniste, mentre le statistiche di “classe” sono euromarxiste)

Biagio Borretti ha la grazia di scrivere: “[I] contadini hanno svolto un ruolo decisivo, centrale nella guerra antimperialista prima e nella costruzione della RPC in seguito”. Tuttavia perché non spende alcuna parola riguardo la guerra antimperialista combattuta, al fianco dei contadini, e spesso da soli nelle città come Shanghai e Guangzhou, dal proletariato cinese, ed il suo ruolo “centrale” nella “costruzione della RPC”? Il proletariato nato dai contadini e che fu - dal suo vitale ruolo nella lotta di classe dei Taiping del 1850-1864 in poi - cruciale per la lotta nazionale e di classe contro l’imperialismo e la borghesia nazionale assassina di Chiang Kai-shek? Perché B.B. fa questo giochino del divide et impera tra i contadini ed il proletariato della Cina, dal momento invece che stettero e continuano a stare insieme sul fronte antimperialista e contro gli agenti della borghesia nazionale? Il proletariato, durante la guerra statunitense che divise la Corea, non si schierò soltanto contro l’esercito degli USA bensì anche contro le forze imperialiste unite della NATO e degli USA che minacciavano la Cina di una guerra nucleare, per non parlare delle loro servili e corrotte “Nazioni Unite”. Non ci fu alcun sostegno della “sinistra” né di alcun “proletariato avanzato” (sic!) che salvò la Cina negli anni ’50 bensì soltanto l’unità del proletariato e dei contadini cinesi. Tale unità non avrà alcuna difficoltà nel fare a pezzi il divide et impera della “sinistra” euromarxista e dell’imperialismo dei “paesi a capitalismo avanzato” (PCA). Stando ad attendibili statistiche, i lavoratori rurali (per lo più contadini) sono il 45% della forza-lavoro cinese composta da 803 milioni di unità. Questi lavoratori costituiscono il 55% della popolazione (1,33 miliardi), rispetto ad una “forza-lavoro” imperialista equivalente al 25% della popolazione (che include molti “colletti-bianchi” e personale dirigenziale). Il 45%, meno della metà, della classe lavoratrice cinese lavora in agricoltura, il 24% nell’industria ed il 31% nel settore dei “servizi”, ampiamente produttivo. Nel resto dell’Asia, dell’Africa e della non-oligarchica “America latina”, la disoccupazione è “tutto” - con tassi che vanno dal 30 al 70%, soprattutto nelle baraccopoli, nelle città ghetto ove si concentra lavoro a basso costo. In Cina la disoccupazione urbana è del 4,2%, cioè inferiore a quella registrata nei paesi imperialisti dell’OCSE. Questi paesi imperialisti (OCSE tranne Turchia) hanno il “vantaggio” di ricevere gratis, senza corrispettivo alcuno, un terzo del loro PIL come bottino colonialistico derivato dallo sfruttamento dei lavoratori e dei contadini semi-coloniali e cinesi (non stando alle statistiche euromarxiste, bensì ai dati aggiornati del mio lavoro: Colonialism Today). L’imperialismo usa la NEP per super sfruttare il lavoro eccedente nei villaggi e nelle città, che in Cina (CIA: 2008) comprende qualcosa come 100-150 milioni di persone, cioè dal 12,5 al 18,75% della forza-lavoro ufficiale.

Le forze socialistiche antimperialiste nel PCC, il proletariato ed ancora - ci si consenta di farlo notare - i contadini, lottano contro questo supersfruttamento quotidianamente. Mentre la controrivoluzione capitalistica (guidata dagli USA e dalla Germania) contro l’URSS ridusse le aspettative di vita degli uomini da 70 a 59 anni in 17 anni, le aspettative di vita in Cina sono cresciute dal 2006 al 2007 da 72,88 a 73,18 anni (CIA: 2008): è il doppio della media delle aspettative di vita nell’Africa “indipendente” degli occupanti euro-statunitensi. L’alfabetizzazione minima in Cina si aggira intorno al 90,9%. In Africa gli “under 15” sono circa il 50% della popolazione, in Cina il 20%. Sotto la NEP i lavoratori hanno accesso ad una casa, godono di trasporti gratuiti, ospedali ed educazione dalle scuole primarie all’università. L’incidenza dell’AIDS in Cina è dello 0,1%, una persona su 1.000, tra le medie più basse al mondo. Come Cuba, anche la Cina è ufficialmente atea. Vorrebbe B.B. sostenere che tutto ciò è tipico del capitalismo? 

Sotto il capitalismo la più vasta parte delle ineguaglianze economiche non intercorre tra il lavoro ed il capitale nei PCA, bensì tra i redditi pro capite dei PCA imperialisti e delle rispettive popolazioni (di UE, USA, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Israele, Sud Africa e gli occupanti, coloni, oligarchi dell’“America Latina”) ed i paesi e le popolazioni non imperialiste (Asia, Africa, Medio Oriente, non europei negli USA ed in Europa). Il tasso di plusvalore nei PCA è in media del 33%, stando alle analisi dei PIL nazionali. Il rapporto tra redditi nei PCA (di cui il 33% ovvero 1/3 proviene dal bottino coloniale) e redditi dei non-PCA (di cui più del 50% sono razziati dai PCA) è di 2:1 ovvero del 200%. Questo rapporto internazionale, propriamente globale, basato sui tassi di cambio in dollari, è, attualmente, in numeri: 30 trilioni/15 trilioni di dollari statunitensi (PIL aggregati). Ciò equivale a 6,6 volte il rapporto profitti/salari nel blocco imperialista. In termini marxiani, così come espressi nel Das Kapital (il che è ben diverso dall’euromarxismo), la distribuzione internazionale imperialistica dei redditi è superiore a 6 volte alla distribuzione dei redditi tra le classi nei PCA. Le statistiche internazionali sono leniniste; le statistiche di “classe” sono euromarxiste. Le statistiche di classe danno la misura dell’inutilità, dell’inservibilità della solidarietà di cui scrive B.B. col proletariato cinese. Il rapporto tra le statistiche internazionali e quelle relative ai rapporti di classe interni ai PCA, uguale e 6,6/0,33=20, misura l’importanza della lotta antimperialista rispetto alla “lotta di classe” nei “paesi a capitalismo avanzato”. Il suo contrario, 1/20 ovvero il 5%, è la vera misura dell’inutilità e dell’irrilevanza della “solidarietà” con i lavoratori cinesi di cui scrive Biagio Borretti. Le cifre fornite da B.B. riguardo le retribuzioni nelle ZES ci dicono che i redditi massimi per un dirigente sono di 20.000 RMB al mese, 7.000 RMB per un tecnico, 5.400 RMB per gli operai intermedi e 3.600 per gli apprendisti. I rapporti totali tra reddito di un dirigente e tutti gli altri sono quindi, in ordine, di: 2,9, 3,7 e 5,5. Tutti ed ognuno di essi sono minuscoli se comparati con il rapporto che intercorre tra gli stipendi dei massimi dirigenti USA, europei e giapponesi (che grazie ai bonus raggiungono spesso un milione o svariati milioni di dollari, sterline o euro all’anno) ed i salari dei lavoratori delle imprese imperialistiche pagati ai non-europei nelle miniere, nelle fabbriche o nelle campagne del Sud Africa o alla Shell, alla BP o negli impianti di estrazione di petrolio delle “sette sorelle” in Nigeria, Indonesia, Africa occidentale, Arabia Saudita, Emirati o nelle piantagioni britanniche di tè, caffè, banane ecc. in Asia ed Africa e così via all’infinito. Le ineguaglianze di cui parla B.B. sono relative ai salari, non alla struttura capitalistico-imperialistica. B.B. scrive: “Nei centri delle metropoli imperialistiche il capitale è alla ricerca di forza-lavoro altamente qualificata - ma con una domanda progressivamente calante - per i settori a più alta produzione di plusvalore (pv) relativo”. Infatti, in questi “centri delle metropoli imperialistiche” il plusvalore relativo è basso, non alto, a causa degli elevati salari della produzione altamente tecnologica. Egli allora scrive, correttamente, che il capitale imperialista esporta il tipo di produzione fordista, ma erroneamente sostiene che tale tipo di produzione divenne non profittabile a causa della “conflittualità” (lotta di classe?) generata dalla vecchia composizione di classe della classe operaia originata da tale tipo di produzione, invece di scrivere che tale non profittabilità proveniva dal basso plusvalore relativo provocato sia dalle interruzioni della produzione causate da tale “conflittualità” (scioperi ecc.) nonché dagli alti salari di questi operai “occidentali” nelle fabbriche fordiste. Egli biasima il PCC e lo Stato cinese e non questi investimenti diretti all’estero (IDE) di capitali imperialisti che sfruttano il lavoro a basso costo, i lavoratori e le lavoratrici migranti cinesi. Sebbene intraveda il vero obiettivo di questi capitali stranieri: “una fonte di pv di svariate centinaia di milioni di lavoratori”, e cioè un’enorme fonte di lavoro cinese a basso costo, egli non solo fallisce nella condanna di questo capitale imperialista che sfrutta i lavoratori cinesi, piuttosto si produce nel tipico esercizio di critica alla Cina. La scienza economica di B.B. soffre della confusione tra concezione tecnologica della produttività e sua accezione economico-politica marxista (nel senso che le viene dato nel Das Kapital), che si riferisce alla sua profittabilità. Un’alta tecnologia spesso richiede elevati costi per il lavoro (salari). Ciò si ripercuote su un basso tasso di plusvalore che, a sua volta, genera sia un’alta composizione organica del capitale (c/v) che un basso tasso di profitto (tasso di pv/1+composizione del capitale). Ciò conduce al ribasso i tassi di profitto interni e stimola invece gli IDE. Gli IDE in Cina nel 2007 sono stati 853 mld di dollari. Il debito estero cinese, equivalente all’8% del PIL cinese già nel 2006, è salito a 363 mld nel 2007, portando il totale degli IDE imperialisti investiti in Cina a 1.216 mld ovvero 1,2 trilioni di dollari. Questo capitale imperialista in Cina costituisce il 28% dell’intero mercato dei capitali equivalente a 4,7 trilioni di dollari nel 2007 (CIA: 2008). Nel 2007 tale capitale straniero era il 37% del PIL equivalente a 3,2 trilioni di dollari. Assumendo che il tasso di profitto - così come pacificamente accettato - dei capitali stranieri statunitensi ed europei in Cina sia del 30%, il profitto realizzato nel 2007 era di 360 mld di dollari, e cioè non meno dell’11% del PIL cinese. Questo plusvalore è stato prodotto, stando alle statistiche di B.B., da 30 milioni di operai cinesi nelle ZES. Ad un salario medio equivalente a 6.000 dollari, i salari delle ZES totalizzano 180 mld annui. Il tasso di plusvalore nelle ZES è stato quindi di 360/180=2 ovvero del 200%. È lo stesso ordine di grandezze della media del generale tasso di plusvalore nei paesi del Terzo mondo e semicoloniali, specialmente dell’Asia. Le ZES quindi sono supersfruttate in modo colonialistico dall’imperialismo. Questo è il prezzo che la NEP del PCC, come quella di Lenin, deve pagare, piaccia o no. Questa NEP fu necessaria nella misura in cui il proletariato dei PCA abbandonò la rivoluzione socialista cinese ed il suo Stato. Ma questa non è la prospettiva con cui B.B. vede il capitale straniero o il “proletariato” dei PCA, che chiama alle armi contro il lavoro cinese e lo Stato cinese, con la pretesa della “solidarietà”.


Hosea Jaffe, Proteo N. 2008.2
http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=669

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