luni, 19 noiembrie 2012

Per un'analisi competente della realtà sociale dell'imperialismo non servono gli economisti borghesi



Se mantenere la struttura imperialistica di dominio non fosse una condizione di sopravvivenza del sistema capitalistico, essa sarebbe già da tempo scomparsa. Se ammettessimo, come sembrano fare diversi autori 11, che l'esistenza dei paesi dipendenti, per quanto conveniente, non è però essenziale al buon funzionamento del sistema capitalistico nei centri imperiali, bisognerebbe convenire che la politica estera dei paesi imperialisti, e in particolare degli Stati Uniti, è manifestamente irrazionale. E infatti non sarebbe giustificato il mantenimento di questa struttura dal momento che il suo costo è moltiplicato dalla resistenza opposta dai paesi dipendenti, e dal momento che questo sforzo - com'è dimostrato dalle conseguenze della guerra del Vietnam sulla situazione interna degli Stati Uniti - minaccia di distruggere la coesione interna della società nei centri imperiali.
   Ma tutta la politica estera degli Stati Uniti - e l'attuale parziale desescalation in Vietnam non contraddice, a mio parere, quanto affermiamo – è diretta a mantenere i paesi dipendenti nella orbita del mercato mondiale capitalistico. A questo scopo si attua un complesso e costoso programma di aiuto economico e militare, vengono mantenuti eserciti e flotte in tutto il mondo che non si esita ad usare qualore se ne presenti la necessità, si offrono benefici commerciali o si minaccia di ritirarli, si cerca con ogni mezzo di influenzare culturalmente e ideologicamente i dirigenti e i popoli dei paesi dipendenti. L'élite del potere negli Stati Uniti, avverte, come ha detto Mac Namara, che "...la sicurezza degli Stati Uniti è collegata alla sicurezza e alla stabilità di nazioni che si trovano all'altro capo del globo" 12.
   Se traduciamo - come dobbiamo fare - 13 sicurezza con "sicurezza che i rapporti di produzione capitalistici vengano mantenuti" e sicurezza e stabilità con “mantenimento dello status quo di arretratezza e di miseria”, bisogna chiedersi, come han fatto alcuni, che cos’ha a che vedere il buon funzionamento del capitalismo yankee col fatto che la Bolivia o l’India continuino ad essere paesi capitalisti arretrati? Blaug imposta chiaramente il problema: “La domanda che dobbiamo porci è la seguente: un’economia capitalistica chiusa può espandersi indefinitamente utilizzando le proprie risorse? Se la risposta è affermativa, l’eliminazione dell’imperialismo non comporterebbe la scomparsa del sistema capitalistico. Ma se la teoria marxista è valida, solo una società socialista può abbandonare la struttura imperialistica. Il problema non è se, diciamo, il dominio britannico in Africa sia stato benefico o rovinoso, ma se il continente nero sia stato saccheggiato per sostenere il capitalismo in Inghilterra. Non è se gli Stati Uniti abbiano praticato o meno la ‘diplomazia del dollaro’ in America latina con l’aiuto dei marines, ma se il sistema di libera impresa può contribuire ad aumentare i redditi nei Caraibi o nel Sud Est asiatico, senza commettere un suicidio economico. I fatti bruti segnalati da Lenin e dai suoi discepoli sfuggono molto spesso ad ogni discusssione, ma quello che qui ci interessa sono le deduzioni che da essi si sono tratte” 14. La risposta che Blaug dà alla sua domanda è rassicurantemente negativa: “Ma, evidentemente, se meditiamo chiaramente su questi problemi, dobbiamo cominciare con l’abbandonare l’antiquato mito leninista secondo cui le colonie sono indipensabili ai paesi capitalistici avanzati e secondo cui le economie sviluppate sono ricche solo perché hanno saccheggiato l’Asia e l’Africa” 15.
   Per giungere a questa piacevole conclusione Blaug critica la teoria di Lenin secondo cui la necessità di esportare capitali – e quindi l’imperialismo – è dovuta al fatto che nei paesi più avanzati “il capitale non trova investimenti redditizi” 16. Dal punto di vista teorico, in quanto è concepibile un modello di “riproduzione allargata” che si espanda costantemente; specialmente se presumiamo che venga applicata una politica keynesiana di piena occupazione. E riferendosi all’evidenza empirica, dal momento che l’investimento estero dei paesi imperialisti è oggi una piccola frazione del loro investimento totale e viene per lo più realizzato in altri paesi avanzati o in paesi dipendenti relativamente avanzati. Il fatto che, come dice Blaug “Negli ultimi vent’anni siamo stati spesso testimoni di casi in cui le grandi potenze hanno messo in azione tutte le risorse dell’intrigo diplomatico, della pressione economica e della sovversione politica per rovesciare qualche governo nazionale recalcitrante e sostituirlo con un regime fidato”, sembra semplicemente essere dovuto al fatto che, come dice in un paragrafo precedente, “Cioè mostra solo che gli Stati Uniti non sono riusciti a sviluppare un punto di vista definitivo sul mondo sottosviluppato, e non che Washington cura gli interessi della comunita di affari, che è inevitabilmente ostile allo sviluppo economico dei paesi a basso reddito” 17.
   Se un certo numero di cifre riportate sull’investimento estero bastano per confutare la teoria dell’imperialismo di Lenin, e se un’ampia e complessa politica di intrighi, pressioni, sovversioni viene spiegata come conseguenza del fatto che negli Stati Uniti non è stato sviluppato “un punto di vista definitivo” – o, per non essere ingiusti con Blaug, più in generale viene imputata a “forze non economiche”, come dice più avanti – non sembra esagerato affermare che l’economia borghese, di cui Blaug è un insigne esponente, ha rinunciato ad ogni spiegazione coerente della realtà sociale 18.
   Un’ampia e complessa politica di intrighi, pressioni e sovversioni, per ottenere certi effetti economici: mantenere il terzo mondo aperto al commercio internazionale e all’investimento straniero, praticata dagli Stati Uniti fin dal XIX secolo 19 in modo sistematico malgrado i suoi costi economici, sociali e politici, non può non avere un fondamento economico. Negarlo significa rinunciare ad ogni spiegazione razionale della storia e quindi alla possibilità di sviluppare qualsiasi scienza sociale. È possibile che le teorie sull’imperialismo sinora sviluppate siano erronee o richiedano di essere completate, ma non possiamo mancare di una teoria dell’imperialismo e al tempo stesso affermare che la teoria economica può servire a spiegare il corso della storia.
   Una teoria dell’imperialismo è assolutamente indipensabile per spiegare le “condizioni di produzione” dell’imperialismo, spiegare cioè come il sistema capitalistico generi necessariamente l’imperialismo.


11   In genere gli economisti borghesi non ammettono che il fenomeno imperialista possa avere cause economiche, e fanno tutto il possibile per dimenticarsi della sua stessa esistenza. Schumpeter è uno dei pochi economisti borghesi le cui analisi trascendono l’asettico mondo delle “funzioni di produzione” e degli “equilibri di offerta e domanda”, per cercare di raggiungere il mondo reale in cui ci sono le classi sociali ed esiste la storia. Non può quindi negare l’esistenza dell’imperialismo; cerca però di spiegarlo con motivi essenzialmente non economici, dato che “In un sistema di libero commercio non ci sarebbero conflitti di interesse né fra le diverse nazioni né fra le stesse classi di nazioni diverse”, J.A. Schumpeter, Imperialism and Social Classes, Oxford, 1951; di Schumpeter vedi, Sociologia dell’imperialismo, Bari, Laterza, 1972; citato da T. Kemp, Theories of Imperialism, Londra, 1967, p. 188. Kemp, op. cit., cap. VI, fa una buona critica dei tentativi di Schumpeter di spiegare l’imperialismo come un fenomeno la cui causa deve essere ricercata nei residui non borghesi che esistono ancora nei paesi capitalistici avanzati; trad. it. Kemp, Teorie dell’imperialismo, Torino, Einaudi, 1969.
12   Questa politica imperialista, se pure con caratteristiche diverse in diversi periodi, è d'altra parte iniziata praticamente dalla nascita degli Stati Uniti come nazione. Vedi a questo proposito l’interessante articolo di Gareth Stedman Jones, “The Specificity of US Imperialism” in New Left Review, n. 60 marzo/aprile 1970.
13 Questa “traduzione” viene già fatta da Rosa Luxemburg quando analizza i rapporti fra l’imperialismo tedesco e la Turchia; vedi George Lee, “Rosa Luxemburg and the impact of imperialism” in Economic Journal, dicembre 1971.
14   M. Blaug, Economic Theory in retrospect, R.D. Irwin, 1968, II edizione, p. 264.
15   M. Blaug, ibid., p. 271.
16   V.I. Lenin, Imperialism, the highest stage of Capitalism, Pietrogrado, cap. IV, citato da M. Blaug, op. cit., p. 265; trad. it. cit.
17   M. Blaug, op. cit., p. 269.
18   Le “apparenze” fanno cadere tutta l’economia borghese nell’errore che commette Blaug. Apparentemente, come dice Blaug e come si nota più avanti in quest’opera, gli interessi economici dei paesi imperialisti nei paesi dipendenti – come ad esempio la guerra del Vietnam – non sono determinati immediatamente e principalmente da motivi economici. Ma, come ha già mostrato Marx, questo fermarsi alle apparenze e non cercare di scoprire le ragioni profonde che determinano il corso della storia è il difetto di fondo dell’economia volgare: “L’economia volgare... insiste qui, come dappertutto, sulla apparenza contro la legge che regola l’apparenza stessa. Al contrario di Spinoza, essa ritiene che ‘l’ignoranza sia una ragione sufficiente’”. K. Marx, Il Capitale, Roma, Editori Riuniti, 1964, vol. I, p. 345. “Osservo una volta per tutte che per economia politica classica io intendo tutti gli studi economici, da W. Petty in poi, i quali hanno indagato il nesso interno dei rapporti borghesi di produzione, in contrasto con l’economia volgare; quest’ultima si aggira soltanto entro il nesso apparente, e torna sempre a rimuginare di nuovo, allo scopo di rendere comprensibili in maniera plausibile i cosiddetti fenomeni più grossi... ma per il resto si limita a sistemare, render pedanti e proclamare come verità eterne le banali e compiaciute idee degli agenti di produzione borghesi sul loro proprio mondo, come il migliore dei mondi possibili”. K. Marx, ibid, vol. I, p. 113. Lo stesso errore viene commesso – come cercheremo di dimostrare – dagli economisti marxisti che privilegiano le variabili “apparentemente” più cospicue del rapporto paesi imperialisti-paesi dipendenti, come ad esempio gli investimenti diretti imperialisti nella produzione di materie prime e prodotti manifatturati.
19   Vedi Stedman Jones, op. cit.





Oscar Braun – “La meccanica dei rapporti imperialisti” (1973)
 

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