joi, 6 decembrie 2012

Alcuni dei miei commenti alle posizioni di Preve sulla Le Pen

Ho espresso solo brevemente il mio dissenso con Preve in riferimento al suo appoggio alla Le Pen:
http://zecchinellistefano.blogspot.ro/2012/03/la-bussola-si-e-rotta-di-costanzo-preve.html?spref=fb

Ma vorrei rilanciare l’argomento. Sono stata intrigata soprattutto dall’omaggio retroattivo reso dalla Le Pen, nel suo libro, al campo avversario – Georges Marchais e il Partito comunista francese – e salutato da Preve, e poi però scoprii perché non era un omaggio così incredibile.

A proposito del libro di Marine Le Pen "Pour que vive la France" Costanzo Preve dice: "A pagina 135 Marine Le Pen scrive, traduco letteralmente: «Non ho da parte mia nessun patema d’animo a dirlo: la dicotomia fra destra e sinistra non esiste più». I principali riferimenti filosofici sono a due pensatori di «sinistra», Bourdieu e Michéa (pagina 148). Il vecchio comunismo francese di Marchais è citato positivamente e quindi, niente Pétain e Vichy."

Avevo scaricato il libro della Le Pen da Internet mesi fa, e ho trovato il riferimento al segretario generale del Partito Comunista Francese, Georges Marchais:

“Il crollo del mondo socialista e del suo modo di pensare, che ha cominciato nell’universo degli intellettuali dalla rivolta di Budapesta del 1956, e poi dalla sua repressione, nonché con la destalinizzazione e lo shock causato dal rapporto Krusciov, ha promosso l'avanzamento costante della dottrina ultraliberale mondialista. Per questo motivo: nessun pensiero articolato non gli si oppone più. La fine del blocco orientale ha contribuito al declino del Partito Comunista, ma anche e soprattutto all'abbandono da parte di questo partito della difesa dei lavoratori francesi.
Ricordate il «produciamo francese» degli anni settanta, considerato adesso una pratica dei tempi antichi e respinto a favore di un’accettazione rivendicata dell'immigrazione - che sappiamo ancora che è letale per i lavoratori nel nostro paese.
Non scriveva forse Georges Marchais al rettore della Grande Moschea di Parigi, in una lettera riprodotta da L’Humanité il 6 gennaio 1981: «È sconsigliato consentire la continuazione dell'immigrazione oggi in Francia, quando ci sono quasi 4 milioni e mezzo di lavoratori migranti. L’immigrazione ci pone seri problemi (...) Ecco perché diciamo che dobbiamo fermare l'immigrazione, per stare al fianco dei lavoratori che altrimenti sarebbero minacciati dalla disoccupazione (...) Dico chiaramente che siamo costretti a constatare che dobbiamo fermare l'immigrazione clandestina e ufficiale (...) Tanti lavoratori e famiglie con tradizioni, lingue, e diversi modi di vivere sono ammucchiati in ghetti. Questo crea tensioni e a volte scontri tra gli immigrati provenienti da vari paesi. Questo rende difficile i loro rapporti con i francesi (...) Quando la concentrazione diventa molto abbondante (...), la crisi degli alloggi peggiora, gli alloggi sociali sono assolutamente necessari e numerose famiglie francesi non possono accedervi. Le spese di assistenza sociale per le famiglie immigrate immerse nella povertà diventano insopportabili per i bilanci dei comuni.»
È l'abbandono di queste posizioni, alle quali si dovrebbe rinunciare come se fossero un sacrilegio, ancor di più che la caduta del muro di Berlino, ciò che avrà ucciso il partito comunista francese.
Non c'è più sinistra alternativa. Non c'è più considerazione e realizzazione dell'interesse delle classi popolari, dei poveri, degli esclusi, da quando la sinistra, una volta il loro difensore tradizionale, avversario risoluto degli eccessi del capitalismo finanziario, è passata con armi e bagagli alla globalizzazione liberale, accettandola come fine ultimo della storia economica. Questo ha ucciso la sinistra.
Perché oggi la sinistra è disgraziatamente a favore dei ricchi vergognosi, ed è un alibi plausibile per gli sfruttatori? Perché tale sinistra non si rivolge più alla difesa delle classi popolari, dei lavoratori, per farsi invece evaporare in difesa degli «esclusi» o dei «sans-papiers», perdendo il significato stesso della parola «sfruttato»?”


Quindi la Le Pen aveva fatto riferimento ad una lettera di Georges Marchais indirizzata al rettore della moschea di Parigi, Si Hamza Boubakeur, e pubblicata da l’Humanité il 6 gennaio 1981... La lettera del Segretario generale del PCF è un pezzo di antologia ed era in risposta all’indignazione del rettore della moschea nell’aver imparato che un bulldozer si era lanciato contro una casa in cui stavano 300 lavoratori maliani, distruggendola (la distruzione era avvenuta il 24 dicembre 1980, ed era stata ordinata dal sindaco comunista di Vitry, Paul Mercieca). E secondo Marine Le Pen, l’aver abbandonato le posizioni anti-immigrazioniste di Georges Marchais significa aver abbandonato il buon senso.

Ma era buon senso?... Perché poi scoprii che già nel 1984, nel saggio "I rapporti economici dell’Europa occidentale col mondo nel secondo dopoguerra", Jaffe scrisse proprio sul razzismo del partito comunista francese contro i lavoratori immigrati e sul contesto in cui si manifestava: "La borghesizzazione delle classi inferiori dell’Europa – operai e cosiddetti contadini – portò a movimenti radicali, come il femminismo e il movimento del ’68, ma quando la crisi degli anni Settanta seguì al boom degli anni Sessanta, i movimenti rossi divennero verdi, e le classi lavoratrici e medie tentarono di distribuire uniformemente possibilità e conforts, livelli e toni di vita che lo sviluppo del sottosviluppo di Africa ed Asia aveva reso possibile per tutta la fase di espansione economica del dopoguerra. Per il sistema mondiale tuttavia, consumismo e borghesizzazione ebbero un effetto negativo: costituivano infatti forme di sovraccumulazione di capitale variabile la quale, unita alla sovraccumulazione di capitale costante ed alle esportazioni di capitale effettuate dalle multinazionali, creò ed approfondì la crisi mondiale manifestatasi nel 1973 come «crisi del petrolio» (di fatto un sintomo, ma non la malattia).
Secondo i metodi usati da Amin e Jaffe, il trasferimento di plusvalore da sud ad occidente, che permette il basso grado di sfruttamento in occidente e l’alto livello di vita, è cresciuto stabilmente dopo la guerra, ed ora ammonta a circa 1000 miliardi di dollari l’anno, dei quali circa 300 miliardi, ovvero 4000 dollari per famiglia di quattro persone, per l’Europa occidentale. Il reddito reale medio per famiglia in Europa occidentale, confrontato con quello dell'Africa e dell'Asia è cresciuto sia in termini assoluti che relativi.  

L'Organizzazione Internazionale del Lavoro di Ginevra ha mostrato che per lo stesso lavoro e produttività i salari europei occidentali sono dieci volte maggiori di quelli asiatici ed africani. Per la maggior parte del miliardo di lavoratori del sud, un mese di lavoro è retribuito con lo stesso salario che i lavoratori d’Europa ricevono in un giorno. I lavoratori scandinavi, francesi «bianchi», belgi, olandesi e tedeschi guadagnano più di quanto producono e, come i lavoratori «bianchi» degli USA e del Sud Africa, non producono ma ricevono plusvalore. Lo stesso vale per settori del proletariato dell'Italia del Nord, e per lavoratori italiani ed europei occidentali in Africa e in Asia. La borghesizzazione ha altri parametri secondari, come l'aumento dei lavoratori nei servizi rispetto ai lavoratori produttivi (una tendenza opposta si è verificata in tutti i paesi socialisti), l’aumento dei «colletti bianchi» e la diminuzione dei «colletti blu», il rapido incremento della proprietà di abitazioni e l'alta densità di auto, la maggior urbanizzazione (la popolazione rurale italiana è caduta dal 35% alla fine della guerra, a circa il 12% nel 1980).
La borghesizzazione assume coloriture razziste, compresi gli assalti contro i west-indians e i pachistani in Gran Bretagna negli ultimi anni Cinquanta e negli anni Settanta, esplosioni simili a Marsiglia, presso le fabbriche Talbot e da parte del partito comunista francese contro i lavoratori algerini, marocchini, del Mali e di altri paesi africani, attacchi violenti contro i lavoratori turchi in Germania occidentale, contro i lavoratori africani e indonesiani ad Amsterdam e Rotterdam, contro gli studenti zairesi a Bruxelles, ed esclusione dai diritti civili in Italia di circa un milione di lavoratori etiopici, giordani, libici e di altri paesi. Il numero totale dei lavoratori non europei, che formano una sorta di «colonia interna», è arrivato a circa 10 milioni, e milioni furono rimpatriati dai governi e dai sindacati razzisti durante gli anni di crisi dal 1973 al 1983, col pretesto di ridurre la disoccupazione. Lo stesso razzismo economico era stato praticato in Sud Africa durante la Grande Depressione degli anni Trenta, per risolvere il problema dei bianchi poveri.
I mutamenti del proletariato europeo nel dopoguerra furono accompagnati da cambiamenti nella struttura e nelle politiche della grande borghesia dell’Europa occidentale. Entrambi questi cambiamenti, a loro volta, produssero cambiamenti nelle classi medie, che divennero piu urbane, meno contadine ed artigiane, più tecnocratiche, burocratiche e professionali. Il peso accresciuto dei cambiamenti della classe media grava sul deficit statale e sul debito pubblico, già appesantiti dagli aumenti dei «costi sociali» del lavoro in pensioni, sussidi di disoccupazione, salute ed educazione. Nel contempo la «nuova» classe media è divenuta più eterogenea, e una sezione di essa si concentra nelle economie «secondarie» e «nere», che non sono rispecchiate nei dati ufficiali fiscali e del reddito nazionale."

L'intero saggio di Jaffe si può leggere qui: http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2012/10/i-rapporti-economici-delleuropa.html

E per tornare al libro della Le Pen. I principi antiliberali sono in totale contraddizione con la difesa dell'Europa sovranazionale e dell’immigrazione, essi sono, per la Le Pen, prima e soprattutto, sovranismo: il Mélenchon invece è disposto a transigere su questo argomento, diceva ancora la Le Pen... Andrebbe tuttavia rilevato che anche alla Le Pen capita di transigere... Serge Portejoie spiegava ad esempio l’inverno scorso che la Le Pen “critica l'Unione europea (a parole) che, secondo lei, avrebbe minacciato le radici (sic) della Francia. Il che non impedisce al Fronte nazionale di presentare i suoi candidati al Parlamento europeo [Bruno Gollnisch, Marine Le Pen e Jean-Marie Le Pen sono attualmente i tre eletti del Fronte nazionale al Parlamento europeo], confermando così la credibilità di un Parlamento senza poteri consequenziali e un’illusione democratica dell'Unione europea, poiché i decisori reali (la Commissione indipendente dei governi) sono sottratti al suffragio universale. Un esempio della frequente ambiguità del partito frontista.
Marine le Pen si propone di farla finita con la moneta europea che non è molto popolare. Ma senza nuocere all'interesse dei mercati finanziari (banche e finanza azioniste, compagnie assicurative), e senza riorientare la Banca di Francia e stabilire il controllo sui movimenti di capitali e di scambi - condizioni sine qua non per un'uscita dall’euro favorevole al potere d'acquisto e all'occupazione, alle quali è possibile aggiungere il ritorno dei servizi essenziali alla sfera pubblica. Infatti, se si guarda più da vicino, ci si rende conto che il Fronte nazionale propone un'uscita dall’euro simultanea a quella dei paesi dell'Unione europea. Vediamo qui i limiti della proposta frontista, è un’impostura politica. Un'uscita simultanea dall’euro sarà possibile quando i porci avranno ali, cioè mai.”

Nel 2011, la Le Pen durante una registrazione del programma "Capital" sulla tv M6: http://www.youtube.com/watch?v=n9bVrqwxHkQ

...ha detto: "Il faut organiser, prévoir le retour à la monnaie nationale avec nos partenaires ée. [...] Le plan d’austérité, les plans d’austérité, sont la conséquence du sauvetage de l’euro. C’est sauver l’euro qui coûte une fortune."

E Thomas Sotto rispose: "Vous dites: Nous allons sortir de l’euro - si vous êtes au pouvoir - avec nos partenaires européens. S’ils ne sont pas d’accord, on sort tous seuls?"

La Le Pen rispose invece: "Non mais je crois qu’ils seront d’accord. Ils seront parce-qu’encore une fois les peuples ne sont plus d’accord avec les plans de renflouement, d’ailleurs le peuple allemand est en désaccord avec Madame Merkel, puisque le peuple allemand s’est exprimé, dans un certain nombre de sondages, en indiquant son désir de retourner… Les français sont contre les plans de renflouement, je suis effectivement contre les plans de renflouement à répétition. Ils sont pour un protectionnisme des frontières, ils considèrent que l’euro est un handicap…"


E anche se la Le Pen diceva che il “produciamo francese“ è tornato necessario, come una volta, le t-shirt della sua campagna elettorale erano “made in Bangladesh”...

La Le Pen vorrebbe che le sue posizioni si attestassero sui tradizionali capisaldi del gollismo, pragmaticamente adattati alle nuove situazioni. Il gollismo fa parte dal “sovranismo” che in Fracia è una categoria politicamente trasversale al fronte del no a Maastricht, ed è architrave portante dell'identità politica francese e ideologia nazionalistica giustificata anche da Costanzo. Ancora oggi parti ed anime diverse della società francese veicolano un'immagine del generale De Gaulle come abile capo politico al servizio dell’interesse supremo dello Stato imperialista francese. Ed è per questo che uno come lui sarebbe stato l’uomo-chiave per risolvere anche la crisi in cui versa la Francia di oggi, ed è per questo che Preve, Alain Soral, Yves Branca confiderebbero nell'ingresso della Le Pen nell'agone politico e parlamentare: secondo essi, il suo programma politico non andrebbe a cozzare con l'idea del cammino verso il sovranismo, verso una maggiore autonomia...

La Le Pen infiamma gli animi delle masse attraverso l’evocare gli insuccessi e trionfi passati e il disegnare l’avvenire. Cio che conta è il richiamo alle esigenze nazionali alle quali dovrebbe rispondere la politica attuata da un capo di stato francese, non conta che la politica francese continuerebbe pur sempre ad essere espressione dell’imperialismo francese. O del capitalismo imperialista francese.

Nonostante il tono perentorio di Costanzo nel difendere il lepenismo e nel dichiarare che oggi il nemico è la dittatura degli economisti neoliberali, non potrei mai essere in sintonia con il pensiero della Pen. I conflitti economici e politici riproducevano una ripartizione del mondo tra i maggiori e più potenti paesi capitalistici anche nella dimensione novecentesca dell’antagonismo globale tra i poli imperialisti occidentali che si reggevano su una base neocoloniale e il quasi-socialismo dell’Europa orientale... La precedente era fordista e keynesiana era anch’essa imperialista: la globalizzazione “leggera” di allora, come mai andava bene, per Costanzo Preve e per la Le Pen?... Per essi ciò che è male non è l’imperialismo, ma il fatto che l’attuale fase della globalizzazione, più “pesante” rispetto alla precedente, ha alterato le potenzialità di maggiore libertà, solidarietà e giustizia che avrebbero potuto continuare a realizzarsi ENTRO i singoli paesi imperialisti (oppure entro certi gruppi elitistici di paesi imperialisti), e non invece TRA PAESI, a livello mondiale.

E riguardo a quella lettera indirizzata da Georges Marchais a Si Hamza Boubakeur, il rettore della Grande Moschea di Parigi, e apprezzata dalla Le Pen, e scritta come risposta all'indignazione del rettore della moschea riguarda la distruzione di una casa in cui stavano 300 lavoratori maliani, avvenuta il 24 dicembre 1980 per iniziativa del Pcf (l'ordinanza di demolizione fu emessa dal sindaco comunista di Vitry, Paul Mercieca), dissi a Costanzo che forse all'epoca Marchais e altri “comunisti” che condividevano le sue posizioni sull’immigrazione erano socialimperialisti. Mi disse invece che secondo lui Marchais e i comunisti francesi del suo tempo non erano socialimperialisti (siccome si erano posti all'invasione del Vietnam), e non erano neanche razzisti, e che Marchais era invece   un’opportunista, e che la distruzione della casa in cui vivevano i lavoratori maliani ordinata dai comunisti era stata una denuncia delle precarie condizioni igieniche e di sicurezza di alloggi abitati da persone in condizioni di marginalità sociale.

E anche questi commenti della Redazione di Comunismo e Comunità riguardo alla politica estera del Front National permettono di rivelarne l'ambivalenza:

"Da una parte il partito di Marine Le Pen si è oggettivamente distinto per posizioni di opposizione alle guerre imperialiste «umanitarie» contro l’Iraq, la Libia, da ultimo, contro la campagna di diffamazione e destabilizzazione della Siria. Si è inoltre dichiarata a favore di un ritiro dei soldati francesi dall’Afghanistan. Tuttavia tali posizioni, sicuramente apprezzabili nel panorama scandalosamente guerrafondaio dell’Europa di oggi- mascherato dal disgustoso codice di copertura democratico e dei diritti umani- sono fortemente annacquate da un resistente nazionalismo non puramente a carattere difensivo (assimilabile a quello dei benemeriti sovranismi sudamericani), ma di stampo invece sciovinista, in linea con l’idea di ritorno della Francia non solo ad una posizione di indipendenza (legittima), ma di protagonismo internazionale e capacità decisionale nei destini degli altri paesi (elementi esplicitamente dichiarati tra le righe del programma politico del Front National). Prova di questa direzione sia il comunicato di opposizione alla guerra in Libia, estremamente ambiguo, in cui da una parte si denuncia la guerra francese controla Libia(come violazione della sovranità dello Stato libico e del diritto internazionale); dall’altra, però, si afferma che, essendo ormai la guerra iniziata, il partito presta piena fedeltà alle forze armate francesi. Inoltre si sottolinea l’incoerenza di Sarkozy che avrebbe avuto, prima della guerra, legami politici con il «cattivo Gheddafi» (adesione piena al mantra guerrafondaio Gheddafi=dittatore) e sottolineando, ripetutamente, la sua attività terroristica esercitata contro l’occidente negli anni 80 (anche qui in piena sintonia con la vulgata occidentalista). Infine (disgustosamente) si enfatizzano, similmente a quanto fecela Lega Nordin Italia, gli enormi rischi di un’esplosione dell’immigrazione come problema degli Stati che la dovranno ricevere e non come dramma umano di decine di migliaia di profughi di guerra.
Insomma un mix indigesto che di certo non mostra un posizionamento chiaro e coerente di opposizione alla guerra in quanto pura guerra imperialista di spartizione di un paese sovrano."

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