duminică, 23 decembrie 2012

Forza-lavoro straniera e supersfruttamento coloniale e delle regioni arretrate nella Germania occidentale nel secondo dopoguerra

La Germania, nell’insieme, possiede un terzo della forza produttiva della CEE. Nel 1977 assorbiva un quarto delle importazioni e forniva un terzo delle esportazioni della Comunità15. Sempre nello stesso anno deteneva la metà dell’oro e delle divise estere dell’intera CEE16.
   Questa pesante forza economica ad alta densità e deciso dinamismo si accompagna al riarmo tedesco, in uomini e macchine, e alle grandi capacità nei mercati mondiali.
   Il peso della Germania nella CEE è la fonte principale della crescente ineguaglianza all’interno della Comunità tra membri ricchi e poveri. Mentre nel 1970, per esempio, le aree più ricche, come Parigi e Amburgo, erano quattro e cinque volte più ricche delle più povere regioni dell’Italia meridionale, ora il rapporto è cinque e sei17. Nel 1977 il prodotto nazionale lordo pro capite in Danimarca, Germania, Olanda, Benelux e Francia era in media di circa 7000 dollari (7800 per gli Stati Uniti, 9000 per la Svezia e per la Svizzera), ma di soli 4000 dollari per l’Inghilterra e 3000 per l’Italia18.
   Non bisogna poi dimenticare l’approfondimento della differenza con l’ammissione della Spagna, del Portogallo e della Grecia. I salari medi orari erano di circa 5 dollari per la Germania, l’Olanda, il Benelux e la Danimarca, e di 2,8 dollari per la Francia, l’Inghilterra e l’Italia19. La multinazionale CEE non è per nulla un monolito. Il suo centro industriale e finanziario, la Germania, è un elemento monolitico egemone. Mediante il suo potere economico, come i prestiti all’Inghilterra “malata” (prima che il problematico “miracolo” del petrolio del Mare del Nord cominciasse a operare nel 1976-77), e all’Italia, mediante la sua quota nel bilancio della CEE, il fatto che non ha debiti con l’estero (mentre l’Inghilterra e la Francia ancora ne sono oberate dopo due guerre), la Germania domina la Comunità. Ma ciò non significa che la CEE sia un organismo che funziona senza difficoltà interne. Chiunque conosca che cosa “succede” dentro la Commissione, nelle varie “comunità”, nel sistema scolastico europeo, nel consiglio dei ministri, nel cosiddetto parlamento, saprà raccontarvi i battibecchi, le piccole e grandi rappresaglie nazionali, tutti gli antagonismi esistenti nella Comunità economica europea.
   In Germania, i lavoratori stranieri, circa due milioni, sono l’unica spina nel fianco del monolitismo classista, alleanza tra capitale e lavoro sulle spalle dei popoli coloniali e semicoloniali. I lavoratori stranieri, contro i quali si esercita in Germania una discriminazione razziale, non comprendono i dieci milioni di tedeschi giunti dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia e dall’Unione Sovietica dopo la fine della guerra e i circa tre milioni di profughi dalla Repubblica Democratica Tedesca. I lavoratori immigrati hanno costruito edifici e impianti, hanno lavorato nella chimica e nelle miniere, hanno fatto lavori manuali e semispecializzati (o specializzati) che i lavoratori tedeschi non volevano più fare. Sfruttamento sul lavoro, ghettizzazione delle abitazioni, bassi salari, discriminazione in molti aspetti del lavoro e della vita sociale, come scuole, sussidi di disoccupazione, assistenza medica ecc., sono sempre presenti nonostante il trattato di Roma che garantisce libertà di movimento e d’occupazione entro i confini della CEE per i lavoratori cittadini degli stati membri. La discriminazione serve a fornire manodopera a basso costo ai monopoli. Nel 1973 il numero degli immigrati salì a 2.400.000, cifra mai raggiunta prima. Se a questi due milioni e mezzo aggiungiamo le persone a carico, si arriva a quasi il 7 per cento della popolazione tedesca: un 7 per cento che non avrà mai la possibilità di acquisire la cittadinanza germanica. Tale era in quell’anno la condizione del 10 per cento di tutti i dipendenti e il 20 per cento di tutti i lavoratori manuali nell’industria tedesca20. Anche nei periodi di disoccupazione, a dispetto del diffuso sentimento razzista, non è facile sostituire molti di questi lavoratori industriali: l’operaio tedesco preferisce ricevere il sussidio di disoccupazione piuttosto che fare lavori considerati “inferiori” al fianco di nazionalità o “razze” diverse.
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http://www.magnumphotos.com/Catalogue/Gilles-Peress/1973/GERMANY-Turkish-workers-NN17760.html
   La Federazione dei sindacati tedeschi al suo convegno di Düsseldorf del 1963 accettò la partnership con i datori di lavoro. Nel 1955 la Federazione aveva accettato il controllo delle assunzioni dei lavoratori stranieri da parte dell’Ufficio federale del lavoro, ma molti lavoratori vennero reclutati da razzisti abilmente camuffati, i commercianti di schiavi moderni che hanno causato la morte di migliaia di africani in sconfinamenti illegali su autocarri sovraffollati.
   Nei sindacati, i lavoratori stranieri hanno un rappresentante ogni 40 operai circa, mentre i tedeschi ne hanno uno ogni 15. Nel maggio del 1964 il cancelliere della Germania occidentale, il costruttore della CEE, Erhard, lanciò un appello ai lavoratori tedeschi perché lavorassero di più e gli stranieri potessero essere rimpatriati. La Bildzeitung del 31 marzo 1966 scrisse: “I lavoratori stranieri lavorano più sodo degli operai tedeschi?”21.
   L’agitazione a sfondo razzistico che seguì le parole di Erhard e la campagna di stampa contro gli emigranti provocò scontri fisici violenti tra operai tedeschi e non tedeschi. “Gli  appelli morali alla solidarietà internazionale non riuscirono a ridurre l’ostilità verso gli immigrati”, scrissero Stephen Castles e Godula Kosack nel 1974, “come dimostrò una inchiesta demoscopica sulle opinioni del paese”22.
   La natura sociopolitica in parte eccezionale della forza-lavoro straniera in Germania non infrange la compattezza del monolito tedesco, nella misura in cui esso resta cementato dai comuni interessi nel supersfruttamento coloniale e delle “regioni arretrate”, per esempio dei lavoratori dell’Italia meridionale. In questo quadro, il lavoratore straniero funziona come capro espiatorio, sul cui capo convogliare odio, rancore, tutte le difficoltà derivanti dai rapporti economici e sociali. Non si tratta soltanto del risultato di un’indottrinamento, di un’opera di propaganda, ma del fatto che sotto il fenomeno razziale c’è anche un interesse pratico: dall’inizio della crisi – fine 1973 – che l’aumento dei prezzi del petrolio portò alla luce ma non causò, i capitalisti tedeschi hanno eliminato 1.700.000 posti di lavoro. Di questi, più di 600.000 erano di immigrati, mentre il rapporto tra forza-lavoro straniera e forza-lavoro tedesca era di uno a dieci. I sindacati si opposero fiaccamente alla discriminazione.
   La coesione sociale delle due classi fondamentali aumenta rapidamente nella Germania odierna con l’aumento della ricchezza. Una parte sempre più consistente del reddito nazionale è passata dal capitale alla forza-lavoro, grazie ai superprofitti coloniali. Tutto ciò è ben noto ai responsabili della vita pubblica in Germania. Ecco, per esempio, che cosa si diceva nel settembre 1977: “Secondo il segretatio di stato per il ministero degli affari economici, Rohwedder, i paesi in via di sviluppo costituiscono il più importante gruppo dei partners di commercio d’oltremare della Repubblica Federale. Il commercio con questi paesi è chiaramente maggiore della somma dei commerci con i paesi industrializzati d’oltremare e con gli stati-imprenditori, ha dichiarato Rohwedder all’apertura della Quindicesima Mostra delle Importazioni d’oltremare”23.
   Il commercio in sé fornisce una forma di superprofitto, mediante quello che io ho chiamato “plusvalore nascosto”. Si tratta di un plusvalore che è stato determinato da una storia lunga 500 anni, una storia di estrazioni, produzioni e acquisti a basso costo in Africa, in Asia e negli altri mercati di manodopera a basso costo e di vendite a prezzi normali in Europa, nell’America del Nord ecc. Ciò si riferisce in modo particolare alle materie prime il cui prezzo normalmente balza verso l’alto dal momento in cui lasciano l’Africa ed entrano in Europa.
   Questo balzo all’insù non ha nulla a che vedere con le spese di assicurazione e di trasporto. Si tratta di un trasferimento di plusvalore dalla base “coloniale” al vertice imperialista. Il caffè, il cacao e prodotti similari acquistati da americani ed europei dai produttori del Kenya, dell’Etiopia, del Ghana, della Nigeria e di altri paesi sono quotati sui mercati di Bruxelles, Londra, New York, Düsseldorf, Parigi ecc. da tre a dieci volte tanto il prezzo che i lavoratori contadini ricevono. Il prezzo di vendita del tè, del caffè, dello zucchero, della gomma, del cacao, del riso – a parte il valore aggiunto durante la lavorazione e l’impacchettatura – è tante volte il prezzo c.i.f. (cost insurance freight) quando questi prodotti vengono spediti via nave dall’Africa, dalle Americhe e dall’Asia. Il petrolio arabo, libico, nigeriano, indonesiano, venezuelano è venduto, per convenzione, sia prima sia dopo l’esplosione dei prezzi del dicembre 1973, a due volte e mezzo il prezzo ricevuto dai produttori dell’Opec.
   Non si deve però pensare che le multinazionali del petrolio – in cui hanno una mano Germania, Olanda, Inghilterra, USA, Francia e Belgio – aumentino i costi oltre il necessario. C’è un limite, determinato dal potere d’acquisto e dalla competizione produttiva, alla facoltà monopolistica di fissare i prezzi. A parte uno o due campi, come quello diamantifero controllato dalla compagnia sudafricana De Beers creata da Cecil Rhodes cento anni fa, non esiste merce il cui prezzo sia controllato completamente da una sola multinazionale né da un cartello per un tempo abbastanza lungo. Le “merci” sono vendute al loro pieno valore. È dubbio che il petrolio sia ancora in questa condizione, e l’oro era al di sotto del suo valore sul mercato mondiale dal 1945 fino al “prezzo libero dell’oro” del 1967.
   La differenza tra il prezzo di vendita dopo la produzione e la detrazione dei costi di trasporti è un plusvalore nascosto. Questo può essere una somma grandissima di valori ed è uno dei superprofitti realizzati specificamente nel commercio con i paesi sottosviluppati. Non si verifica di solito nel commercio tra potenze imperialiste, eccetto il caso in cui l’esportatore stesso può ottenere un superprofitto nella misura in cui gode di un vantaggio produttivo temporaneo sui suoi rivali. Il fondamentale plusvalore nascosto può essere incrementato se la valutazione dei costi delle materie prime grezze ha luogo durante il processo di lavorazione e confezionamento in Germania e in altri paesi industriali avanzati.
   Quando il segretario di stato tedesco per gli affari economici parlava di “commercio” con i “paesi in via di sviluppo”, egli alludeva implicitamente a un superprofitto latente guadagnato dalla Germania solamente mediante le importazioni da questi paesi. Questo commercio è da porre in relazione, come le statistiche dimostrano, con gli investimenti di capitale, a breve e a lungo termine, e con i contratti che portano altri superprofitti alla Germania. Tutto ciò fornisce la base materiale per la corruzione della classe lavoratrice tedesca (e di un certo strato di lavoratori stranieri, specie di quelli provenienti da altri paesi della CEE).
   La coesione e l’alleanza delle classi in Germania non è totale; la tendenza comunque è questa. Che non sia totale è dimostrato dalle statistiche: nel 1977 cinque milioni su ventitré milioni di famiglie ricevono meno di 500 dollari (1200 marchi) al mese24. Un gran numero di queste famiglie è di immigrati. Per la metà inferiore della classe operaia i salari reali, che prima erano saliti quasi regolarmente (3,2 per cento nel 1972), cominciarono ad aumentare più lentamente (2,9 nel 1974; 1,1 per cento nel 1975), e la crescita si arrestò nel 1976. Ma per la classe lavoratrice nel suo complesso c’è stato un cambiamento a favore. Sono aumentati i lavoratori possessori di una casa e di azioni (sia come “partecipazione”, sia in altre forme di azionariato popolare) e di automobili, gli operai vanno in vacanza anche all’estero e infine lavorano sempre più nei servizi e sempre meno nella produzione di merci.
   La tendenza all’aumento nel numero degli operai, caratteristica dell’Ottocento, si era già arrestata e ribaltata negli anni precedenti il dopoguerra senza escludere nessuno dei paesi avanzati del mondo25. Nonostante questa “deproletarizzazione”, la quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori (con colletto bianco e blu) salì.
   Nel maggio del 1975 su 26 milioni di lavoratori dipendenti (compresi i direttori!), 13,7 milioni erano addetti in vari modi alla produzione e 15,2 milioni alla produzione e ai trasporti26 (circa il sessanta per cento della popolazione etnica). L’altro 40 per cento era addetto al commercio, alla finanza, ai servizi privati e pubblici. Questi dati registrano l’evoluzione della classe lavoratrice tedesca secondo la tendenza della classe operaia nordamericana.

15   Eurostat, pp. 78, 79.
16   Ibid., pp. 164, 165.
17   Daily Telegraph, Londra, 26 giugno 1976.
18   German Tribune, 20 giugno 1976, p. 11.
19   Ibid., p. 12.
20  “Der Arbeitgeber”; W. Muller-Jentsch, Entwicklungen und Widersprüche in der Westdeutschen Gewerkschaftsbewegung, in “Kritisches Jahrbuch”, Francoforte 1973.
21 Die Bildzeitung 31 marzo 1966; F. Dobler, Der Striek in der Hessischen Gummindustrie im November 1967, Hanau 1968; I.G. Metall, Die Ausländerwelle und die Gewerkschaften, Francoforte 1966.
22  Deutsche und Gastarbeiter, Institut für Angewandte Sozialwissenschaft, Bad-Godesberg 1966, basato su un sondaggio dell’opinione pubblica sul razzismo esistente contro gli immigrati a quel tempo.
23   Auslandskurier, n. 9/18, settembre 1977, p. 2.
24   Rapporto del Diw (Istituto tedesco per l’analisi economica), 1977.
25  Per esempio, la pubblicazione US Economic Almanac del 1960 mostrava che la percentuale dei lavoratori addetti alla produzione e ai servizi è scesa negli Stati Uniti, nella prima metà del nostro secolo, nella misura seguente (in %):
1900          1910          1920          1930          1940          1950          1958
84,4           78,6           75,1           70,6           68,9           63,4           58,1
Per tutti i lavoratori (produttivi, dei servizi, delle vendite, impiegati ecc.) la percentuale scendeva dal 90 per cento del 1900 al 72 per cento del 1958.
   La borghesizzazione dei lavoratori nei paesi imperialisti è stata a mio avviso mascherata dall’uso di termini nuovi, come “nascita della società dei consumi”, adoperati dagli economisti di destra e di sinistra. Visto dai popoli conquistati, ex coloniali ecc., il quadro può esser descritto come una borghesizzazione resa possibile dai superprofitti coloniali.
26   Europa Year Book, 1977, volume I, sezione “Repubblica Federale Tedesca”. La popolazione era nel 1976 di 61.570.000 persone. I “lavoratori” costituivano il 42,2 per cento della popolazione totale.
Hosea Jaffe - “La Germania. Verso un nuovo disordine mondiale?”, Jaca Book, 1994

Vedi anche:
http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2012/12/comunita-economica-europea-mercato.html

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