marți, 18 decembrie 2012

L’accumulazione regolare: le lotte di classe in Africa



Sulla scia della conquista e dell’espropriazione vennero la spartizione europea dell’Africa, le piantagioni e le miniere di proprietà europea, le ferrovie e i porti europei, le Compagnie Privilegiate europee, le banche europee e, dopo il 1880, la Borsa Valori di Johannesburg, le “multinazionali” di Rhodes e Barnato-Beit (a capitale essenzialmente anglo-tedesco), l’impero commerciale anglo-olandese della Unilever (fondato sulle piantagioni) in Nigeria e nel Congo, le linee di navigazione europee, il telegrafo elettrico e i sistemi moderni d’illuminazione. Era lo “stadio successivo del capitalismo”, la sua fase suprema secondo Lenin: l’imperialismo, che si sviluppò con rapidità e potenza inarrestabile nell’ultimo quarto del XIX secolo. Questo periodo vide le principali conquiste: Transvaal, Sotholand, Swaziland, Zululand, Tswanaland, i territori non conquistati del Capo, Rhodesia, Africa sudorientale, Tanganica, Kenya, Uganda, Congo, Nigeria settentrionale, Sudan, Egitto, Somalia, Mar Rosso, la zona desertica dell’Etiopia e così pure parte dei suoi altipiani, quasi tutta l’Africa Occidentale Francese, Marocco, Tunisia e Libia, caddero in mano europea tra la Conferenza di Berlino e la prima guerra mondiale.
L’imperialismo non fu soltanto un mezzo di conquista, che usava il capitale finanziario e le mitragliatrici di Krupp per espropriare e asservire gli Africani, ma anche lo strumento della retribalizzazione e del totale riordinamento delle “formazioni sociali” e dell’economia politica africane. La schiavitù capitalista al Capo e la tratta degli schiavi altrove furono sostituite, dopo il 1807, il 1834 e il 1848, a seconda di quale nazionalità fosse il nuovo proprietario della terra e dei mezzi di produzione, con la manodopera salariata e la compravendita della forza-lavoro. Le forme servili furono semplici variazioni di questo rapporto. L’economia tribale, “tradizionale”, delle riserve era una mistificazione: in realtà, esse erano “serbatoi” di manodopera a buon mercato, frutto di una disoccupazione di massa estesa a tutto il continente.
Nel periodo imperialistico (1885-1914), il vecchio tipo di resistenza tribale, in cui una “civiltà” si opponeva a un’altra, si mischiò con nuove forme di opposizione: le lotte sociali delle classi sfruttate africane contro le classi sfruttatrici europee.
La lotta di classe in Africa era rivolta contro l’oppressione e lo sfruttamento nazionali, l’oppressione e lo sfruttamento da parte del capitale europeo e dei coloni capitalisti europei. Il mondo, come diceva Lenin nel suo L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, era ora diviso in paesi oppressi e paesi oppressori. Le lotte di classe in Africa erano dunque, ipso facto, lotte anti-imperialiste. La battaglia contro il capitalismo diventava indistinguibile da quella contro l’imperialismo. La lotta anti-imperialista non era “nazionalista”, o “borghese”, ma l’opposizione della classe operaia al capitale nella sua forma più moderna, l’imperialismo, e faceva parte di una battaglia internazionale di cui i supersfruttati delle Americhe – i “Negri” e gli Indiani, in particolare – e i lavoratori di tutta l’Asia costituivano le altre componenti di massa. Il resto era rappresentato da una lotta ambigua, equivoca e dipendente, in cui una plebe lavoratrice e un patriziato capitalista si accapigliavano sulle spalle dei loro schiavi coloniali per la ridistribuzione del bottino imperialista. Questa visione “semplicistica” – secondo gli Euroamericani – dei rapporti tra le lotte di classe nei paesi sfruttati e sfruttatori è divenuta sempre di più la visione degli internazionalisti africani, i quali guardano naturalmente il mondo dal loro punto di vista, ma sono convinti che non altrimenti apparirebbe a un osservatore socio-economico a bordo di un veicolo spaziale.
Mentre delle lotte di classe in Europa e America si sa moltissimo, su quelle africane si hanno scarse notizie. Tuttavia, le agitazioni degli Zulu Bambatta nel 1906, gli scioperi dei portuali a Freetown, le proteste dei Cinesi costretti a lavorare nelle miniere di Johannesburg nel 1905, la rivolta di Langalibalele, appoggiata dai lavoratori delle miniere di diamanti del Kimberley, la resistenza dei contadini dopo il “Glen Grey Act”, promulgato da Cecil Rhodes nel 1894, quando era primo ministro della Colonia del Capo, le ribellioni dei contadini contro gli Inglesi nell’Uganda e nel Kenya e contro i Tedeschi in Namibia, Tanganica e Camerun prima della guerra mondiale, la rivolta dei Maji-Maji nel 1905, i moti operai contro i Portoghesi nel Mozambico e quelli contadini nel Congo dopo il 1906, le agitazioni dei contadini di Vila Lusa nell’Angola nel 1913, la campagna contro i lasciapassare delle donne africane a Bloemfontein nello stesso anno, lo sciopero degli Indiani che lavoravano nelle miniere di carbone (allora traditi da Gandhi) sempre nel 1913, e il movimento antiguerra nel Senegal furono tra le prime lotte di classe anti-imperialiste nell’Africa conquistata.
Le lotte “economiche” dei lavoratori africani furono rare, quasi impossibili. Poiché la classe capitalista era quasi totalmente imperialista, ogni sciopero diventava una protesta contro l’imperialismo e, almeno fino all’indipendenza, fu schiacciato con la forza dallo stato europeo in questione. Coinvolgendo la potenza straniera, tutti gli scioperi erano politici. Inoltre, la discriminazione razziale e i metodi in uso per fare dell’Africa un’immensa riserva di manodopera a buon mercato rendevano impossibile lottare, come in Europa, per un “giusto salario” o “migliori condizioni di vita” senza spezzare l’intero sistema di dispotismo razziale europeo – il “dominio bianco” – in tutto il continente africano.
La lotta dei contadini contro la proprietà terriera li poneva immediatamente di fronte alle multinazionali imperialiste – i giganti delle piantagioni – o ai monopoli nazionali, diventando dappertutto una lotta politica per la libertà della nazione. Le lotte dei minatori avevano luogo sulla proprietà delle maggiori concentrazioni di capitale monopolistico del mondo, e questo capitale straniero, inglese, francese, tedesco, italiano, spagnolo o portoghese che fosse, non esitava a ricorrere alle armi e alla guerra stessa. L’imperialismo era indivisibile dal capitalismo. Inoltre, era totalitario: nelle piantagioni della Nigeria o dello Zaire, appartenenti ai monopoli anglo-olandesi o alla Corona belga, come nelle miniere anglo-tedesche d’oro e di diamanti in Sudafrica o nelle ferrovie, nei porti, nelle aziende agricole e minerarie portoghesi, italiane, spagnole, tedesche, inglesi e francesi.
L’avvento del nazismo fu una novità per l’Europa, ma esisteva già da lungo tempo in molte parti dell’Africa, come dittatura totalitaria del capitale monopolistico, fuso con lo stato. Questa integrazione di capitale monopolistico e apparato statale è un fattore essenziale del nazismo e del fascismo. L’altro è che la dittatura trovi una base sociale di massa in una qualche “classe media”, come è avvenuto in Germania, Spagna e Italia. Nel continente africano, questa base “popolare” fu costituita in loco dai coloni di tutte le classi: coltivatori, commercianti e operai europei. Poi, oltre a questo aggregato di classi, come esisteva in Sudafrica, Kenya e Algeria, la base “popolare” del nazismo coloniale era data dall’alleanza tra i lavoratori e i capitalisti delle “metropoli” straniere. In particolare, un vero nazismo, nel senso più stretto del termine, si sviluppò in Sudafrica, dove tutti e tre i suoi elementi essenziali – economico, sociale e politico – e la loro “fusione” esistevano già al tempo della Conferenza di Berlino. In realtà, fu a tale Conferenza, nel 1884-85, e non nell’incendio dei Reichstag, mezzo secolo dopo, che nacque il nazismo. Il suo avvento in Germania fu una reimportazione di una vecchia esportazione, non soltanto tedesca, ma europea: la forma totalitaria dell’imperialismo. Dopo il 1954, un nuovo sodalizio di paesi imperialisti, la Comunità Economica Europea – essa stessa un prodotto di quell’Europa Unita che si era spartita l’Africa nel 1884 – doveva tentare un diverso modus dominandi. Ma il primo, assolutamente moderno stato nazista è nato in Africa, non in Europa. Contro tale sistema erano dirette le lotte di classe. E che ve ne siano state, in queste condizioni, è di per sé un tributo alla classe operaia africana, come vera classe operaia “marxista”.
Le lotte politico-economiche degli operai e dei contadini erano collegate con la nascita e l’attività dei movimenti politici, fra cui annoveriamo anche quelli religiosi, dei sindacati operai e delle unioni contadine. Tale connessione appare chiaramente nella nostra cronologia, dove gli scioperi e le rivolte dei contadini si moltiplicano con lo sviluppo del sindacalismo e dell’organizzazione politica, via via che si passa dalla prima guerra mondiale alla seconda, poi all’Indipendenza, intorno al 1960, e infine alle lotte di liberazione degli anni settante nell’Africa meridionale.
I fatti parlano da soli e costituiscono un ricco retaggio di lotte di classe, in tutto degno di appartenere alla storia del “proletariato mondiale”.
Le lotte di classe del proletariato africano sono la continuazione, in una nuova conflittualità, delle lotte di resistenza combattute dalle tribù nei cinque secoli precedenti. Queste ultime erano “progressiste” non perché si opponevano a un sistema capitalista razionalizzato, reificato e alienante, o al suo artificiale “Illuminismo” e alla sua scienza utilitaristica, come sostengono i cattolici e altri mistificatori europei che ricorrono al “culto dell’identità” per far propaganda, tra l’altro, alle loro Chiese colonialiste, ma perché, combattendo il capitale, “condizionarono” i futuri schiavi del colonialismo a lottare contro i loro nuovi padroni. Nel momento in cui furono detribalizzati ed espropriati, gli Africani divennero “proletari”. Se non avessero lottato prima di questo mutamento, la loro sarebbe stata una storia di docilità, disorganizzazione, divisione, collaborazione e sottomissione. Invece le lunghe guerre di resistenza diedero loro una, non solo gloriosa, ma utile e condizionante storia di non accettazione e non collaborazione, un retaggio di libertà. Inoltre, la conoscenza del modo in cui erano stati divisi e conquistati fu preziosa per le nuove lotte, perché il nemico aveva cambiato maschera, ma restava lo stesso: il capitale europeo e i suoi stati nazionali. La natura progressista della resistenza delle tribù dispotico-comunitarie non sta nella conservazione di un passato moribondo, nella resurrezione della società precoloniale, ma nell’aver gettato i semi per la creazione di quella postcoloniale. Questi semi erano la “memoria” del passato comunitario e, ancora più importante, la tradizione di resistenza, non accettazione, scetticismo e lotta non collaborazionista, disarmata e armata.
Mentre le guerre di resistenza si erano svolte entro le vecchie forme politiche comunitarie, rette da un capo, da un re o da un imperatore e dalla sua casta, le nuove lotte forgiarono le proprie organizzazioni, immettendo nuove idee politiche nelle forme organizzative ereditate dal vecchio “socialismo” africano. Lotte e organizzazioni costituivano un tutto in costante sviluppo, dove agitazioni e organismi politici scaturivano gli uni dagli altri, sorgendo e cadendo insieme, morendo negli stessi cimiteri e nascendo o rinascendo nelle stesse “culle”. La nostra cronologia è un semplice sommario, di cui ci limitiamo a tracciare una sinopsi.
Durante il primo conflitto mondiale, l’opposizione degli operai e dei contadini alla guerra diede luogo a scioperi e proteste nel Transkei e nella Colonia del Capo, e perfino a una ribellione nel Malawi, guidata da Chilembwe, un nazionalista appartenente alla “Chiesa Etiope”, un’organizzazione religiosa che aveva le sue radici nelle Chiese antisegregazioniste e separatiste sorte al Capo e in America nel XIX secolo. Le agitazioni nell’Africa meridionale, che portarono a sanguinosi scontri con la polizia, furono dirette dalla già forte Organizzazione dei Popoli Africani (African Peoples Organisation, APO), dal Congresso Nazionale Africano (African National Congress, ANC), creato nel 1912 da jabavisti, senza Jabavu, e dal Congresso Indiano, istituito da Gandhi. L’APO era riformista, riflettendo la posizione dei “Coloured”, un gruppo di ex Khoi-Khoin ed ex schiavi, formato per lo più da artigiani e da pochissimi professionisti, che subiva l’influenza dei liberali e dei socialisti inglesi. L’ANC era patrocinata dai liberali e aveva già al suo interno le forme della retribalizzazione, dopo il perfezionamento della politica di “governo indiretto” attuata da Shepstone per il tramite dei capi di quei “serbatoi” di manodopera a basso costo che erano le riserve indigene. L’organizzazione creata da Gandhi rifletteva invece il ruolo dominante entro la comunità indiana di una “borghesia” indù, tamili e musulmana, formata da mercanti e proprietari abbienti, ma oppressi, e orientata verso l’India. Questa borghesia rappresenta l’eccezione alla regola esposta nel documento di Senghor, che afferma la quasi completa assenza di una classe borghese in Africa e la generale proletarizzazione tanto degli ex schiavi quanto degli ex membri delle società tribali. I capi, i sultani, gli sceicchi, gli emiri e i re retribalizzati continuavano a esistere formalmente, ma privati delle loro funzioni o dei loro poteri tradizionali e dotati di una nuova autorità dalla razzista “Legge sugli Indigeni”. Questa retribalizzazione fu la forma particolare di governo indiretto che si sviluppò nelle colonie inglesi e francesi. Come osserva Engels in una lettera a Bebel del 18 gennaio 1884, essa sfruttava a vantaggio del capitalismo i distorti relitti del “socialismo africano” in maniera diversa da quanto avessero fatto gli Olandesi a Giava. Qui, “sulla base delle vecchie società comunistiche di villaggio il governo olandese ha organizzato tutta la produzione in maniera così “socialistica” ed è riuscito così bene a prendere nelle sue mani la vendita di tutto il prodotto che, oltre ai cento milioni di marchi circa che spende per gli stipendi dei funzionari e dei militari, gli rimane un profitto netto di settanta milioni di marchi l’anno per pagare gli interessi a quelle disgraziate nazioni che hanno la sfortuna di essere creditrici degli Olandesi”. Invece, nell’Africa meridionale e occidentale l’antico “comunismo” fu pervertito e trasformato in un’”economia di sussistenza” non commerciale, all’interno di non produttive riserve di manodopera a buon mercato.
Nel sud, durante la guerra mondiale, oltre alle organizzazioni antirazziste e non europee menzionate sopra, esistevano sindacati razzisti e antiafricani, un partito laburista formato da lavoratori bianchi e una Lega socialista internazionale, l’antesignana del partito comunista, che era composta da operai e piccoli borghesi al cento per cento bianchi e sosteneva sia la divisione razziale nell’industria sia la politica delle riserve (per salvarsi dal capitalismo gli Africani dovevano, secondo la Lega, tenersi alla loro “economia tradizionale”, ovvero al sistema delle riserve razziste).
I movimenti per l’indipendenza del XX secolo si svilupparono in un clima di lotte di classe urbane, condotte da minatori, ferrovieri, portuali, lavoratori delle piantagioni, addetti ai servizi municipali, operai e insegnanti. I proletari urbani furono massacrati a migliaia e i loro fratelli rurali a centinaia di migliaia, ma il movimento sindacale e il socialismo internazionale si guardarono bene dal render loro gli onori concessi ai lavoratori “bianchi” di Haymarket, ai comunardi e ad altri proletari del Nordamerica e dell’Europa occidentale. Proprio come il colonialismo considerava gli Africani, gli Indiani americani e gli Asiatici semplice manodopera a buon mercato, esseri le cui vite non avevano valore e che si potevano espropriare e sfruttare impunemente, così il socialismo internazionale disprezzava il proletariato dei tre continenti coloniali e ne sminuiva le battaglie. Vi furono lotte di classe addirittura epiche, che tuttavia non sono ancora entrate negli annali dell’internazionalismo. Senza contare che le lotte del proletariato coloniale erano quasi sempre “politiche” e diedero vita non soltanto a organizzazioni sindacali e a partiti socialisti, ma allo stesso movimento per l’indipendenza. Ciò vale soprattutto per l’Africa, dove la politica delle potenze coloniali ostacolava e praticamente impediva la nascita di una borghesia nazionale. I movimenti di liberazione si svilupparono dalle lotte di classe di un proletariato di sanculottes, senza terra, senza beni di alcun genere, affamati, seminudi, scalzi, analfabeti, disarmati, senza organizzazioni sindacali né diritti civili o politici, lavoratori che, non possedendo altro che i loro figli, la loro proles, avevano da perdere soltanto le loro catene, e che vivevano in condizioni peggiori di quelle esistenti negli slums e nelle fabbriche delle rivoluzioni industriali europee, con salari più bassi e circondati da un innumerevole “esercito di riserva” di disoccupati. Quest’ultimo fattore, unito a un sistema totalitario, con il suo esercito, la sua polizia, i suoi campi di concentramento, le sue esecuzioni e le sue torture, serviva a “comprimere” i salari, generando quel superprofitto che è la caratteristica del capitale imperialista. Mentre gli Europei si chiedevano se gli Africani fossero veramente proletari, in Africa la discussione è stata centrata non sull’esistenza ma sulla natura di tale proletariato, che si trova soprattutto nelle miniere e nelle piantagioni, invece che nelle fabbriche.
Il primo fatto da stabilire è l’esistenza della lotta di classe, come momento storico essenziale. La nostra cronologia mostra come vi sia stata tutta una serie di lotte proletarie, distinguibili in urbane e non urbane. Bisogna tuttavia ricordare che la divisione tra campagna e città creata dal colonialismo è anche la forma dell’oppressione razziale prodotta dalla retribalizzazione, in cui la popolazione rurale che non lavorava nelle miniere, nelle ferrovie e nelle piantagioni non era composta di contadini, ma di disoccupati. L’Africa non può esser vista corretamente con occhi europei, per quanto “marxisti” siano gli occhiali.
Dalla prima guerra mondiale all’indipendenza, negli ultimi cinquant’anni, i lavoratori delle città e delle miniere portarono avanti moltissime lotte, inclusi numerosi scioperi, e molti di questi furono generali e a livello nazionale. Importantissimi furono quelli delle miniere del Rand nel 1917, 1918, 1920 (settantamila scioperanti), 1992, 1926 e 1946. A Cape Town, la Rivoluzione russa e la discriminazione razziale portarono alla creazione del più grosso sindacato industriale della storia africana: l’Unione dei Lavoratori del Commercio e dell’Industria (Industrial and Commercial Workers Unione, ICWU), guidata da Clement Kadalie, che promosse scioperi antirazzisti dal 1919 al 1928, quando fu soppiantata dai liberali e dai “socialisti” inglesi delle Trade Unions. Nel 1928, i centomila membri dell’ICWU si videro rifiutare l’ammissione ai sindacati razzisti dei partiti comunista e laburista, timorosi d’essere “sommersi” dal proletariato africano. Con l’APO e l’ANC, l’ICWU si oppose allo sciopero degli operai “bianchi” contro il diritto alla qualifica dei minatori africani, sciopero che il partito comunista, a quel tempo ancora composto di soli “bianchi”, salutò come il “più glorioso evento nella storia della civilizzazione bianca in Sudafrica”, e che contribuì a guidare. La sua parola d’ordine era “per un socialismo bianco in Sudafrica”, e in nome di questo socialismo gli operai “bianchi” si scatenarono in terribili pogrom contro il proletariato africano. Dopo l’eliminazione dell’ICWU, si ebbero scioperi al Capo nel 1938 e nel 1939, durante le gigantesche lotte antisegregazione della Lega per la Liberazione Nazionale e il Fronte Unito Non-Europeo, e ancora nel 1943, quando gli operai appoggiarono la lotta del Movimento per l’Unità Non-Europea, che nasceva allora, contro il Dipartimento degli Affari della Popolazione di Colore. Nel 1920, gli Africani scioperavano e morivano a Port Elizabeth, guidati da Masabalala dell’ICWU, nel 1921 a Bulhoek, Colonia del Capo, nel 1922 nell’Africa sudoccidentale, nel 1930 a Durban, durante le agitazioni contro i lasciapassare. L’ondata di scioperi della “Campagna di Sfida”, o “Giorno di Lutto”, organizzati dall’ANC su piano nazionale provocarono una reazione poliziesca di tipo nazista, con innumerevoli arresti e uccisioni. Ma il proletariato sudafricano non smise di combattere e le sue lotte sono durate sino ai nostri giorni, con gli scioperi generali del 1960, nel Transvaal e al Capo, durante i “moti di Sharpville”, le agitazioni dei lavoratori industriali a Durban nel 1970, gli scioperi in appoggio alla rivolta degli operai e degli studenti di Soweto nel giugno-novembre 1976, e i ripetuti scioperi nelle miniere e nella colonia razzista dell’Africa sudoccidentale nel 1959, 1970 e 1973-75.
I lavoratori delle città e delle piantagioni scioperarono nel Malawi nel 1915 e nel 1959. Vi furono scioperi in Rhodesia e nelle miniere di rame anglo-sudafricane nel 1935, negli anni quaranta, e nel 1959, 1960 e 1962. Nel Kenya i lavoratori incrociarono le braccia nel 1920 (sciopero generale), 1930, 1939, 1942, 1944, 1949 (sciopero generale), 1950 (ancora sciopero generale), 1952, 1955, 1958, 1962, 1963-64 e così via, fin dopo l’”Uhuru” e il “Jamhuri”. Gli operai dell’Uganda scioperarono contro il lavoro forzato, il governo indiretto e il razzismo di Kasanvu nel 1920, 1921, 1938, 1945 e 1949. Nel Tanganica, gli scioperi del 1959-60 continuavano una lunga storia di lotte, durante la quale settecentocinquantamila operai si erano organizzati in sindacati. Nel Congo, i lavoratori delle città, delle miniere e delle piantagioni scioperarono nel 1921, quando i seguaci della religione kimbangu furono arrestati in massa e torturati dai Belgi, e ancora nel 1953, 1956 e 1959, contro il razzismo nelle scuole. Nel Sudan, i lavoratori di Khartum e altre città scioperarono nel 1934, 1946, 1947 (sciopero generale) e 1961. Gli operai del Mozambico incrociarono le braccia nel 1947 e nel 1953. Nell’Angola, vi furono scioperi e agitazioni ogni dieci anni, fino al 1961-62. Gli operai della Guinea-Bissau scioperarono nel 1957, 1959 e 1961. Quelli somali nel 1948 e nel 1958. A Zanzibar, il proletariato scese in sciopero nel 1963-64, durante la rivolta anti-“feudale” e anti-inglese. I lavoratori nigeriani incrociarono le braccia nel 1921, 1925, 1940, 1942, 1945, 1950 e 1963 e appoggiarono la guerra contro il Biafra. Nel Togo, lo sciopero del 1960 coronò una lunga lotta. Gli operai del Dahomey scioperarono nel 1957-58 e nel 1960 (sciopero generale contro l’Unione Française). Il proletariato del Camerun, dopo una lunga serie di scioperi antitedeschi e antifrancesi, incrociò di nuovo le braccia nel 1955, 1958 e 1960. Gli operai del Mali scesero in sciopero nel 1946, 1953 e 1957. I Tunisini scioperarono nel 1946-47 (uno sciopero generale con moltissimi morti). In Guinea, vi furono scioperi nel 1935, 1946, 1953 e 1955, quando Sékou Touré si volse contro il colonialismo sindacale francese. Nell’ex Ubangi-Shari (Repubblica Centrafricana, oggi un “Impero”), nel 1960 Nokassa si trovò di fronte a uno sciopero che soltanto con l’intervento delle truppe francesi riuscì a schiacciare. Gli operai etiopici scioperarono contro l’occupazione militare inglese nel 1946-47. Nelle piantagioni di cacao e nelle miniere del Ghana vi furono scioperi nel 1915, 1930, 1948, 1950 e 1961. Gli operai della Sierra Leone scesero in sciopero nel 1919, 1926, 1955, 1957 e 1961, e uno dei loro dirigenti era Siaka Stevens, l’attuale presidente. Il proletariato senegalese dimostrò contro la coscrizione nel 1914 e scioperò nel 1935 e 1953. I lavoratori della Costa d’Avorio incrociarono le braccia nel 1935, 1944, 1946, 1949, 1950 e 1959. Gli operai algerini scioperarono ripetutamente e appoggiarono il FLN durante la guerra di liberazione del 1954-62. La classe operaia del Marocco, della Libia e dell’Egitto detiene un glorioso record di lotte, sia contro la Francia, l’Inghilterra e Israele, sia contro la propria borghesia asservita all’imperialismo. Alle lotte urbane e periurbane degli operai si univano quelle dei lavoratori agricoli, legati ai primi da stretti vincoli familiari. Nei paesi africani, infatti, quando l’operaio della città resta disoccupato torna nella riserva della sua “tribù” di cui l’ufficio di collocamento è l’avamposto urbano. Il proletariato agricolo invece ha con la riserva legami stabili. I lavoratori agricoli scioperarono o si ribellarono nel Mozambico nel 1917 e, ripetutamente, durante la vittoriosa guerra di liberazione del FRELIMO negli anni sessanta e settanta; nell’Angola prima e durante il 1961 e per tutta la guerra del MPLA; nella Guinea-Bissau nel 1956 e durante la guerra del PAIGC. I contadini-servi e i lavoratori agricoli del Congo si sollevarono nel 1962, 1963 e 1964, durante la controrivoluzione belga, in cui Lumumba morì assassinato. Il movimento kimbaguista faceva parte della lotta agraria, come tutti i movimenti religiosi separatisti della Rhodesia, del Kenya e del Malawi, e quello dei “Figli d’Israele”, massacrati da Smuts a Bolhoek, Colonia del Capo, nel 1921. I contadini e gli operai del Madagascar si sollevarono insieme nel 1947, quando il governo di Fronte Popolare (“comunista”-“socialista”-gaullista) della Francia, ancora in guerra col Vietnam, massacrò centoquarantamila persone. In Libia, la rivolta del 1934-36 contro l’Italia costò agli operai e ai contadini diecimila morti. Un milione di Abissini morirono durante la guerra del 1935-41, ma la loro resistenza portò alla fine al crollo dell’Impero italiano. Infatti, l’Italia non fu sconfitta da Smuts o da Montgomery, ma dalla resistenza etiopica e dalla rivolta di centoquarantamila coscritti somali ed “eritrei” nel 1941. La resa degli Italiani fu un atto razzista. Si consegnarono agli Inglesi e ai Sudafricani perché questi li salvassero dalla vendetta dei Somali e degli Etiopi.
I contadini-servi delle piantagioni di cotone del Sudan scioperarono nel 1946. I lavoratori agricoli somali furono bombardati durante uno sciopero del 1919 e incrociarono di nuovo le braccia nel 1946. Vi furono scioperi nelle piantagioni di cacao del Ghana e della Nigeria controllate dal capitale straniero, dove i contadini “indipendenti” lavoravano (e ancora lavorano) a cottimo per le multinazionali. I lavoratori delle fattorie e delle riserve del Kenya si sollevarono nel 1919, 1921, 1939, 1947 e 1948, prima della grande ribellione contadina del 1952-59, conosciuta come la “rivolta dei Mau Mau”. Dopo l’”Uhuru”, nel 1964-65, la lotta riprese, finché fu schiacciata dalle forze militari e di polizia dirette da ufficiali inglesi, sotto il controllo nominale di Kenyatta. Nel 1942, i Galla insorsero in Etiopia e la loro rivolta fu schiacciata dai “Blenheim” della RAF. I lavoratori agricoli dello Zambia, la cui economia si basa principalmente sulle miniere, scioperarono nel 1919; quelli dell’Uganda nel 1921, 1925, 1945, 1946 e 1953, in una serie di lotte fortemente politiche contro il Lukiko e gli Inglesi. I contadini del Camerun videro i loro capi giustiziati dai Tedeschi nel 1914, dopo un’eroica lotta, ma tornarono a sollevarsi nel 1955 e nel 1960. I contadini-servi delle piantagioni inglesi del Malawi si ribellarono nel 1956-59. I lavoratori della Nigeria orientale, virtualmente schiavi dei piantatori e delle compagnie di smistamento portuale europei scioperarono nel 1920 e alla vigilia della creazione del Biafra. In Sudafrica, i contadini di Witzieshoek, Zeerust e Transkei fecero dure lotte per la terra e presero le armi contro la bantustanizzazione nel 1948, 1958, 1959, 1960, 1961, 1962 e 1967, nonostante l’uccisione di molti capi. Nell’Africa sudoccidentale gli operai dell’Ovamboland scioperarono durante una semi-insurrezione contadina contro il Sudafrica nei primi anni settanta.
Dal 1954 al 1962 i lavoratori algerini si sollevarono come un sol uomo contro il colonialismo francese. Questa lunga insurrezione di tutto un popolo oppresso è una delle grandi epopee africane del XX secolo: la guerra dell’Algeria contro la Francia, quella dell’Etiopia contro l’Italia e la ribellione contadina dei Mau Mau. A queste guerre di liberazione nazionali si dovrebbero aggiungere quelle semplicemente nazionali dell’Egitto contro Israele nel 1948, 1956, 1957 e degli anni settanta. Né si devono dimenticare le guerre di liberazione nazionale dei lavoratori del Mozambico, dell’Angola e della Guinea-Bissau, che contribuirono in misura decisiva a liberare il Portogallo da Salazar.
I movimenti di liberazione non nacquero nella mente di alcuni, ma furono forgiati nel fuoco delle grandi lotte di massa del XX secolo. Tutti ebbero una base sociale proletaria, sia urbana che rurale. Furono creati e guidati da operai e contadini, affiancati al massimo da un’intellighenzia piccolo-borghese, e non da una borghesia nazionale. Diversamente dall’India, dalla Cina, da Giava, dalla Malesia, dalla Birmania, dall’Iran, dalla Turchia e da altre colonie o semicolonie analoghe, in Africa non esisteva in genere una classe di zamindares, compradores, mercanti e proprietari di terra. Quanto agli industriali, questa sezione della borghesia era totalmente assente, con l’unica eccezione dell’Egitto, dove comunque si è sviluppata molto dopo l’indipendenza. La classe mercantile indiana che ha osctacolato la politica di liberazione nazionale nell’Africa meridionale e orientale non aveva basi né nell’industria né nelle miniere, e nemmeno nelle piantagioni. I suoi profitti li traeva dal commercio e dai beni immobili, oltre che, in certo grado, dall’usura. Nell’Uganda possedeva banche e molta terra, ma la City di Londra controllava strettamente ogni sua mossa. Quanto a una borghesia propriamente africana, era semplicemente impossibile che si formasse entro la meccanica dell’imperialismo e questo processo inibitore era così perfetto che ancora oggi una vera classe borghese non esiste nei paesi dell’Africa, a parte l’Egitto e la Tunisia. Può esservi un’ideologia borghese, ma senza una borghesia. Così fu il proletariato a condurre la lotta per quell’indipendenza nazionale che è il primo passo della “rivoluzione democratica borghese”. I suoi sindacati e le sue organizzazioni pubbliche furono la base delle organizzazioni KANU, TANU, FRELIMO, MPLA, PAIGC, CPP (Ghana), RDA (Africa Francese), SWAPO, ZANU, ZAPU, ANC e dei movimenti per l’indipendenza della Tunisia, del Sudan, della Nigeria, della Sierra Leone e del Congo (l’organizzazione di Lumumba). Su queste lotte la Conferenza Panamericana di Parigi, quella di Lisbona, di du Bois, Blaise Diagne e altre ancora, come pure il movimento “negro” e quello di Marcus Garvey, hanno inciso poco o nulla. Invece la rivoluzione bolscevica del 1917 ha favorito la formazione della gigantesca ICWU e il marxismo, in genere, nell’Africa meridionale e settentrionale. D’altro canto, fu anche entusiasticamente salutata in Sudafrica da una parte dei lavoratori e degli intellettuali bianchi razzisti, i quali formarono un partito “comunista” che fu nettamente antiafricano nei suoi primi dieci anni di vita. I sindacati e i partiti socialisti e comunisti dell’Inghilterra e della Francia hanno esercitato un influsso ugualmente deleterio – razzista e colonialista – in Africa, per la quale il “marxismo” europeo non è stato che un totale disastro dopo la formazione nei paesi imperialisti di quello che Engels chiama, con una vera contraddizione in termini, “proletariato borghese”. Era il logico risultato della posizione colonialista assunta dai socialisti francesi, dalla socialdemocrazia tedesca, dal socialismo italiano, dal movimento anarchico spagnolo (a parte una lotta contro la coscrizione obbligatoria degli Africani, finita con un massacro) e dai socialisti inglesi nel tardo XIX secolo, durante la “mischia per l’Africa”. Marx ed Engels avevano plaudito alla guerra nazionale algerina del 1853 e alla resistenza degli Zulu degli anni settanta, con lo stesso entusiasmo con cui avevano accolto le lotte anticolonialiste dei Turchi, degli Irlandesi, degli Indiani, dei Giavanesi, degli Afgani, dei Cinesi e delle popolazione delle Indie Occidentali. Lenin raccolse questa bandiera e l’anti-imperialismo fu il logico risultato del suo studio sull’opera di Hobson e altri. Ma la visione di Bernstein, Kautsky e Plekhanov, secondo la quale il “proletariato europeo” era la guida del “proletariato mondiale”, divenne sempre più prevalente e produsse i suoi inevitabili danni nel continente africano. È la variante socialista dell’idea che alla “razza bianca” – ossia agli Europei – spetti la missione civilizzatrice di guidare i figli di Cam alla terra promessa. Secondo tale visione, risultante da un’interpretazione meccanicistica, non dialettica, di Marx ed Engels, il socialismo era la creazione di un proletariato avanzato, prodotto dalla “contraddizione del capitalismo” nei “paesi avanzati”. Bernstein e gli altri non vedevano la base coloniale di tali contraddizioni.
I “marxisti” europei riallacciavano la loro paternalistica teoria della missione civilizzatrice del proletariato europeo a una lettera scritta da Engels a Kautsky il 12 dicembre 1882: “A mio giudizio le colonie vere e proprie, ossia i paesi occupati da una popolazione bianca, come il Canada, la Colonia del Capo e l’Australia, diverranno tutte indipendenti; quanto invece ai paesi abitati da una popolazione indigena, che è soltanto soggiogata, come l’India, l’Algeria e i possedimenti olandesi, portoghesi e spagnoli, il proletariato dovrà prenderne il destino nelle proprie mani e guidarli il più presto possibile all’indipendenza. Come si svilupperà questo processo è difficile a dirsi. L’India farà forse, anzi, molto probabilmente, una rivoluzione, e poiché un proletariato che si sta emancipando non può condurre alcuna guerra coloniale, gli si dovrebbe permettere di fare da sé; la cosa non avverrà senza ogni sorta di distruzioni, naturalmente, ma questo è inseparabile da qualsiasi rivoluzione. Lo stesso potrebbe avvenire altrove, per esempio in Algeria e in Egitto, e non vi è dubbio che sarebbe la cosa migliore per noi”. Tuttavia, questa valutazione della rivoluzione coloniale e del ruolo che in essa deve avere il proletariato europeo veniva subito dopo quest’altra affermazione: “Mi chiedi cosa pensano gli operai inglesi della politica coloniale. Bene, esattamente ciò che pensano riguardo alla politica in generale: lo stesso dei borghesi... gli operai si godono allegramente la loro parte nel banchetto delle colonie e del monopolio inglese del mercato mondiale”. Il Capo, con i suoi vigneti, la sua lana e i suoi diamanti, era già allora, insieme all’India, una delle fonti principali di plusvalore per l’Inghilterra e di corruzione per la classe operaia inglese. I coloni razzisti del Canada, della Colonia del Capo e dell’Australia divennero indipendenti, come Engels aveva predetto, ma il corso pronosticato per l’India era antistorico e sarebbe considerato quanto meno paternalistico da ogni vero internazionalista (il che equivale a dire: anti-imperialista) del XX secolo. Engels supponeva che il “proletariato borghese” corrotto dall’imperialismo avrebbe iniziato una rivoluzione sociale effetto di una lotta di classe internazionale all’interno di un paese imperialista. Alla fine della Prima Internazionale, prima delle lotte anticoloniali moderne in “India, Algeria e possedimenti olandesi, portoghesi e spagnoli” e della corruzione in massa del “proletariato imperialista”, quando i lavoratori erano per la maggior parte ancora materialmente poveri, qualunque fosse la loro ideologia, Engels poteva ancora scrivere in quei termini. Ma è inconcepibile che oggi, dopo le rivoluzioni non solo politiche, ma realmente socialiste della Cina, della Corea, del Vietnam e di Cuba, che in precedenza erano tutte colonie, l’indipendenza politica non solo delle colonie “bianche”, ma di tutta l’Asia e l’Africa, e la corruzione tanto materiale quanto ideologica dell’intero proletariato del Nordamerica e dell’Europa occidentale da parte del colonialismo moderno, e le illusorie speranze espresse da Engels nel 1882 siano ancora ripetute come un articolo di fede, dopo l’esperienza di tre Internazionali.
A questo punto è importante comprendere che anche i lavoratori dell’Inghilterra e degli altri paesi europei hanno sostenuto la loro parte nel processo coloniale e razzista contro l’Africa, l’Asia e l’America. Proprio nel periodo in cui Engels scriveva la sua lettera a Kautsky, in Inghilterra, Olanda, Germania e in altri paesi europei masse di operai stavano entrando nell’ordine di idee “socialiste” di unirsi ai capitalisti inglesi ed ebreo-tedeschi dell’industria mineraria per opprimere il proletariato sudafricano con un sistema di totalitarismo razzista. I sindacati, il partito laburista e il partito comunista britannici hanno causato danni enormi alle organizzazioni proletarie delle ex colonie inglesi nell’Africa occidentale e orientale. La posizione razzista di “noi siamo i leader che Marx vi ha dato” della Confederation Générale du Travail e dei partiti socialista e comunista francesi hanno avuto un peso determinante nell’evolversi dei sindacati e delle organizzazioni indipendentistiche del Senegal, della Costa d’Avorio, del Mali, della Guinea e della Tunisia in organi di lotta anti-imperialista. La “sinistra” portoghese tentò di “porsi alla testa” delle lotte di FRELIMO, del MPLA e del PAIGC, ma dopo che i lavoratori del FRELIMO hanno liberato il Portogallo da Salazar si sono tenuti ben stretto l’oro delle colonie per aumentare i salari degli operai portoghesi e hanno permesso il ritorno di ottocentomila coloni razzisti, appartenenti principalmente alla “classe operaia”, i quali portano altra farina al mulino della “rivoluzione portoghese”. I socialisti e i comunisti italiani si espressero a favore della rioccupazione dell'Eritrea, della Somalia e, per un certo tempo, perfino della Libia, quando la questione venne discussa dall'ONU, dopo la guerra. L'argomento degli uomini di Nenni e di Togliatti era che adesso l'Italia aveva un governo di Fronte Popolare, non un governo imperialista, quindi: ridateci le nostre vecchie colonie, in modo che il proletariato italiano possa “prendere il loro destino nelle proprie mani e guidarle al più presto possibile all'indipendenza.” Così le idee estremamente “up-to-day” di Engels si trasformavano in arroganza razzista e imperialista.
Il marxismo europeo ebbe senza dubbio un ruolo importante nelle lotte di cui abbiamo parlato nelle pagine precedenti. Tra le difficoltà che si presentano a quanti combattono questo europeismo vi è l’inevitabile accusa di revisionismo da parte degli stessi “marxisti” europei.

Le grandi compagnie schiaviste e conquistatrici della fase di accumulazione originaria, affiancate dalle monarchie europee e dalle Chiese, cattoliche prima, protestanti poi, gettarono durante il feudalesimo le fondamenta su cui sarebbero sorte la ricchezza e la potenza della borghesia, le sue rivoluzioni, la rivoluzione industriale e l’espansione di quest’ultima grazie alla liberalizzazione del commercio, lo sviluppo del capitale industriale e, infine, l’avvento del capitale finanziario. Quest’ultimo fenomeno coincise con la nascita dell’imperialismo, in quella fase del colonialismo che segnò il passaggio dall’accumulazione originaria all’accumulazione regolare, o riproduzione regolarmente allargata. Ciò richiedeva l’esportazione di capitale finanziario da investire non nella tratta degli schiavi o nella conquista, ma nello stesso processo riproduttivo di quella che stava diventando una economia mondiale. Tale esportazione, ancora al tempo in cui Lenin scriveva il suo saggio sull’imperialismo, era di piccola entità, rispetto al totale di quella parte del plusvalore prodotto dall’intero sistema che veniva annualmente investita. Ma era questa piccola porzione che dava il maggior guadagno e che perciò divenne la linfa vitale del sistema capitalistico di profitto. E con il passaggio dal colonialismo diretto ad altri metodi, genericamente noti come “neocolonialismo”, il contributo apportato dal plusvalore prodotto dal sistema coloniale al profitto globale è aumentato con grande rapidità. Tale aumento si è espresso, fra l’altro, in una generalizzazione del processo d’imborghesimento dal “proletariato” europeo (occidentale), nordamericano, australiano, sudafricano e israeliano. In questi ultimi due casi, il fenomeno è stato così profondo, che la classe operaia è diventata parte integrante del sistema colonialista e una nemica del proletariato coloniale. Il processo diveniva irreversibile. In altri paesi imperialisti, come la Germania Occidentale, la stessa tendenza all’irreversibilità si è manifestata dopo la seconda guerra mondiale. Comunque, come mostra l’esempio della Repubblica Popolare Tedesca, non si può escludere che le classi operai di questi paesi pervengano un giorno al socialismo, con l’indesiderabile mezzo della “benedizione straniera”.
Questo processo di corruzione assoluta e irreversibile di una parte della classe operaia ha assunto una particolare importanza in Sudafrica. Già nei primi anni quaranta alcuni autori, e tra questi l’autore del presente volume, avevano indicato come gli operai “bianchi” guadagnassero di più del valore che producevano e quindi vivessero del plusvalore prodotto dagli Africani, diventando così la base “popolare” del regime totalitario di tipo nazista e gli alleati politici della classe dirigente imperialista anglo-boera nel supersfruttamento e nella superoppressione dei non europei. Durante gli anni cinquanta, questa analisi è stata estesa, mutatis mutandis, al “proletariato imperialista” nella sua totalità. La conferma della sua correttezza ci è data non solo dalle esperienze dei movimenti di liberazione in Africa, ma anche dal fatto che sinora le rivoluzioni socialiste hanno avuto luogo soltanto in paesi coloniali o semicoloniali (Cina, Cuba, Corea, Vietnam, Europa Orientale) e nella più sottosviluppata delle nazioni coloniali e imperialiste insieme, la Russia.
Ancora nel 1977, durante una conferenza a Dar es-Salaam, cui partecipavano, tra gli altri, alcuni membri “bianchi” del partito comunista del Sudafrica, si è discusso se gli operai sudafricani “bianchi” facessero parte del proletariato o no. La maggioranza ha risposto “no”, ma quel gruppetto di comunisti “bianchi” ha ripetuto la tesi razzista sostenuta dal CPSA e dall’ISL nel decennio 1916-26: un atteggiamento che potrebbe disorientare gravemente la lotta di liberazione in Sudafrica. Analoghe illusioni razziste sono prevalse tra i membri della “sinistra” portoghese riguardo ai “lavoratori bianchi” nell’Angola e nel Mozambico, né è valso a disilluderli il precipitoso ritorno in “patria” dei medesimi, dopo le rivoluzioni africane del 1974-76. Analogamente, i “lavoratori bianchi” algerini fuggirono come un sol uomo – o un sol razzista – dopo la vittoria di Ben Bella e Boumedienne, nonostante gli accordi di Evian tra il Fronte di Liberazione Nazionale e la Francia. Il medesimo errore commettono i comunisti europei – sia ex stalinisti che ex trotzkisti – riguardo alla “classe operaia” razzista, colonialista e antiaraba dello stato d’Israele. Al contrario, l’atteggiamento sempre più coerentemente marxista dell’Africa nei confronti di questi gruppi risulta dall’analisi di un concreto sviluppo storico: l’irreversibile assorbimento d’una parte del proletariato nel sistema imperialistico. Tutta la speranza del mondo non può rovesciare una reazione irreversibile, sia essa chimica o sociale. Il fattore “imborghesimento” ha inciso anche, sebbene in minor grado, sul sindacalismo e il socialismo dell’Africa Occidentale Francese, costringendo Senghor, Sékou Touré e Keita ad abbandonare gli organismi controllati dagli Europei cui appartenevano creando organizzazioni più indipendenti, come, ad esempio, quelle tunisine. In certi paesi, quali l’Algeria, il Mozambico, il Sudafrica, la Rhodesia e, più tardi, lo Zambia i “lavoratori bianchi” sono diventati un grosso ostacolo materiale alla liberazione. Tale ostacolo esiste ancora in Sudafrica e continua a rallentare la lotta zimbabwiana in Rhodesia, anche se qui la popolazione “bianca” assomma a sole duecentocinquantamila persone, mentre in Sudafrica raggiunge i cinque milioni.
Il secondo ostacolo “europeo” alla liberazione, anch’esso risultante dai processi economici dell’imperialismo, è stato il liberalismo e il concetto di “buon governo” della “madre patria”, o “metropoli”. La base economica di questa dottrina politica, che penetrò profondamente in tutti i movimenti nazionali, furono prima le grandi compagnie monopolistiche, reali e privilegiate, poi le grosse “case” finanziarie di oggi, con i loro mercati azionari. Il capitale monopolistico si sviluppò non dalle corporazioni artigiane europee, ma dalle compagnie corporativistiche del commercio coloniale, le quali fissavano un saggio di profitto che nessun membro di tali compagnie poteva superare, se non a rischio d’essere espulso e rovinato. Come ha mostrato Engels, il “motore” capitalista del saggio generale di profitto nacque all’interno del sistema coloniale molto prima delle rivoluzioni politiche e industriali borghesi. Tra le prime compagnie europee operanti in Africa c’erano: società commerciali di Dieppe e Rouen dal 1364; gruppi di mercanti di Tolosa dal 1400; le compagnie reali portoghesi nei secoli XV e XVI; gruppi genovesi e veneziani nel 1450; la compagnia privilegiata con patente reale di Gomes nel 1469; una compagnia fiorentina che vendeva tessuti a Timbuctú nel 1470; compagnie tedesche da prima del 1485; il monopolio reale di re João sulla Guinea dal 1480-1500 e gli “appaltatori” portoghesi in Angola; la compagnia tedesca che finanziò la sanguinaria spedizione di da Gama intorno al 1500; le compagnie negriere fiamminghe del XVI secolo; le compagnie negriere elisabettiane, con patenti reali; la Barbary Company inglese del 1585; le “compagnie” negriere gesuite del XVI e XVII secolo; la Compagnia Francese del Senegal e del Gambia, sorta nel 1624; la Compagnia Francese dell’Africa Occidentale (1626); la compagnia privilegiata autorizzata da Carlo a praticare la tratta degli schiavi in Africa (1631); la Compagnia Senegalese di Dieppe a Rouen, che ottenne da Richelieu un monopolio di dieci anni sulla tratta degli schiavi (1633); la Compagnia del Capo Verde di Lambert (1638); la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, costituita nel XVII secolo; la Compagnia Britannica delle Indie Orientali; la compagnia domenicana nel Mozambico (1650); la compagnia dei gesuiti nel Mozambico, con la sua flotta di navi negriere; la compagnia negriera svedese (1657); la compagnia negriera di San Luigi, istituita da Luigi XIV nel 1659; la Compagnia Reale Africana di Carlo II d’Inghilterra (1672); la compagnia negriera danese del XVII secolo; la Compagnia Reale del Senegal, di Brüe, intorno al 1700; la Compagnia dell’India, una società francese, nei suoi ultimi anni di vita; le compagnie private inglesi dopo il 1698 (nel decennio successivo le navi negriere private imbarcarono settantaduemila Africani alla volta della Giamaica, delle Barbados e di Antego, in confronto ai diciottomila della Compagnia Reale, e questa fu una conseguenza del “libero commercio” voluto dalla borghesia in ascesa); la lotta della monarchia inglese al monopolio negriero spagnolo dell’”Asiento” (1713); le compagnie negriere di Birmingham e Liverpool nel XVIII secolo; le compagnie private francesi dopo l’abolizione del monopolio della Compagnia Reale Francese nel 1791, durante la Rivoluzione francese; l’”Associazione Africana”, la compagnia di esplorazioni che finanziò Mungo Park e i suoi successori (1795) e tutte le sue consorelle inglesi, francesi, tedesche, italiane, portoghesi, sorte nell’Ottocento; le “compagnie commerciali” inglesi e francesi lungo la costa della Guinea nel XIX secolo; l’American Colonisation Society del 1821, che si servì di ex schiavi per fondare colonie USA in Liberia. Queste compagnie usarono sempre di più la politica del “libero commercio” e del “liberalismo”, via via che la tratta degli schiavi diventava superflua per il capitalismo (ancor prima della sua “abolizione: nel 1808) e la schiavitù cominciava ad essere un ostacolo. Gli schiavi si ribellavano, distruggevano le macchine, e poi c’era sempre il “peso” di nutrirli e vestirli. La manodopera “libera” o ex schiava delle colonie era altrettanto a buon mercato. Inoltre, la schiavitù non si adattava né alla nascita nei paesi coloniali di grandi città “europee”, né all’espansione del capitalismo nelle regioni settentrionali, con i loro climi troppo rigidi. Dopo le occupazioni inglesi, americani e francesi di territori come il Ghana, la Sierra Leone, il Lagos, la Liberia, Saint-Louis, Dakar, Abidjan, il liberalismo delle compagnie coloniali penetrò rapidamente nella coscienza e nelle attività degli intellettuali dell’Africa occidentale, combinandosi con un particolare tipo di “socialismo africano” nelle opere di Blyden, Benson, Burton, Aggrey e, molto più tardi, Hayford. Al Capo, influenzò immediatamente i figli dei maggioranti, educati in Inghilterra o nelle scuole segregate delle missioni nelle regioni occidentali, che furono le prime a essere conquistate. Quando apparvero i primi dizionari xhosa e sotho, la conquista era ben lungi dall’essere completata, anche soltanto al Capo. I missionari, i governatori e i giornali “liberali”, insieme ai preti della Chiesa Etiope, educarono Tiyo Soga, il traduttore dei classici inglesi, e “Tengo” Jabavu, il primo leader politico africano. Ma già a quest’epoca – la seconda metà del XX secolo – il contenuto e la forma del capitale stavano cambiando in Africa.
Il capitale aveva ottenuto la terra di cui aveva bisogno. Ora poteva disporre di tutte le ricchezze minerali e vegetali del suolo africano, e per raggiungere questo scopo aveva provocato guerre che spesso venivano pagate dai popoli conquistati, ognuno dei quali, a turno, versava in tasse e lavoro i capitali necessari alla conquista delle tribù o del “regno” successivo. Così il capitale aveva ora a disposizione non solo la terra, il “capitale fisso”, ma anche il potenziale di forza-lavoro, il “capitale variabile”. Inoltre, li aveva conquistati entrambi a basso costo e contemporaneamente aveva elaborato una visione e un metodo di oppressione razziale, che svalutava tutto quanto non fosse europeo, tutto quanto non fosse “bianco”. L’Africa e gli Africani divennero cose di poco prezzo. E ciò doveva avere un importante effetto nel periodo successivo, producendo un grande “plusvalore nascosto” che consisteva nella differenza tra il sottocosto delle merci esportate dall’Africa e la loro vendita al valore adeguato delle medesime, fossero esse prodotti finiti o materie prime per l’industria. Ma questo “plusvalore nascosto” non poteva prodursi senza un concomitante superprofitto coloniale, ottenuto mediante il regolare sovrasfruttamento del capitale investito nella produzione coloniale stessa, che creava quelle materie prime e quei prodotti finiti.
La maggior parte dell’Africa divenne preda di questa forma imperialista del capitale, sulla base delle precedenti conquiste. La necessità di unire il suolo e la forza-lavoro sotto il capitale, di espropriare i resistenti e assoggettarli al capitale, fu tanto più acutamente sentita con la capitalizzazione del Canale di Suez – uno dei frutti delle rivoluzioni del 1848 – le piantagioni di canna da zucchero del Natal nel periodo 1860-70, le miniere di diamanti di Kimberley nel decennio 1870-79 e, sempre nello stesso decennio, le miniere d’oro di Johannesburg e del Rif. Il nuovo impero Manchester-Leopoldo fu benedetto dalla Camera del Commercio di Manchester, dalla Società Missionaria e dalla Società Abolizionista ancora prima della Conferenza di Berlino. Il capitale avanzò spietatamente sulle terre espropriate e ingombre di cadaveri dell’Africa occidentale, centrale, orientale, settentrionale e meridionale, partendo dalle colonie costiere per spingersi nei più remoti recessi dell’interno. Rhodes e l’aristocrazia fondiaria scozzese, il capitale industriale dei Krupp, il monopolio Unilever, i banchieri tedeschi che parteciparono all’impero finanziario di Rhodes, le società finanziario-industriali francesi e italiane contribuirono tutti ad accelerare le conquiste, servendosi di “esploratori” e missionari per aprire la strada ai fucili, alle mitraglie, ai cannoni, ai boia delle esecuzioni di massa e infine agli esploratori stessi: la rispettabile borghesia fiananziaria europea. Accanto a queste imprese di Sua Rispettabilità, la classe borghese del Vecchio Continente, c’erano le leggi di riforma, la nascita della socialdemocrazia, il suffragio universale per gli uomini e poi per le donne, i diritti civili, l’habeas corpus e tutti i diritti democratici sottratti o negati agli Africani, agli Asiatici e agli Americani conquistati. La proprietà e la democrazia in Europa nacquero dall’espropriazione e dalla dittatura in Africa. Le fondamenta del sempre crescente dislivello tra le nazioni “sviluppate” e “sottosviluppate” furono poste nel tardo Ottocento e poi sistematicamente rinforzate per tutto il XX secolo con metodi più efficaci di mascherato totalitarismo economico e politico.
Questo totalitarismo, con il suo potere armato nelle colonie e la sua alleanza di tutte le classi in “patria”, spiega la determinazione e la spietatezza di schietto stampo nazista con cui furono repressi gli scioperi operai e le rivolte contadine. L’obiettivo economico di questa dittatura permanente era la diminuzione dei salari al minimo assoluto mediante il lavoro forzato, l’allungamento della giornata lavorativa, l’intensificazione del lavoro, il lavoro a cottimo (la base delle piantagioni di cacao, caffè, ecc., che arricchirono gigantesche compagnie e potenti famiglie in Europa), la totale mancanza d’istruzione, il sistema della riserva e dell’ufficcio di collocamento, la retribalizzazione, le leggi sui lasciapassare, la discriminazione razziale su tutti i piani e i bassissimi salari in danaro. Parte integrante di questa dittatura economico-politica era la cosiddetta “economia tradizionale”, o di “sussistenza”, ai bordi della piantagioni o nelle “riserve indigene”. Poiché l’espressione “economia tradizionale” era – ed è tuttora – un eufemismo, che in realtà significa “disoccupazione imposta su scala colossale”. Mentre non più del dieci per cento del “proletariato imperialista” è disoccupato, non più del dieci per cento del proletariato coloniale è occupato. La forma di questa disoccupazione di massa è l’”economia tradizionale”, gioia e delizia degli “Studi Africani”; è un cofattore della forza diretta in un regime il cui obiettivo è conservare l’elemento strutturale della manodopera a buon mercato e la dinamica della forma imperialista del sistema coloniale.
Il tributo di sangue pagato dagli operai e dai contadini africani durante gli scioperi e le ribellioni menzionati nelle pagine precedenti supera qualunque esperienza della più “classica” lotta del proletariato euroamericano. Ma i massacri, la decimazione e il genocidio esercitati, ad esempio, contro i Mau Mau, gli Etiopi, gli Algerini e i popoli del Madagascar, dell’Angola, del Mozambico, oltre che alla repressione servivano anche a uno scopo ideologico: cancellare per sempre la vivente “memoria” delle terre perdute. Poiché tale “memoria”, come quella dei Palestinesi per le loro case espropriate da Israele, è un fattore essenziale della resistenza e della liberazione. La sua eliminazione, l’espropriazione delle menti, era necessaria per l’espropriazione delle terre, nonché per il loro divorzio e la loro alienazione dai mezzi di produzione.
Ogni lotta di classe fu accompagnata da un tributo di vite umane, arresti in massa, esecuzioni e nuove leggi repressive. Era l’opera del capitale monopolistico, gestito in alcune delle più grandi concentrazioni accentratrici di capitale finanziario del mondo – a Londra, Parigi, Berlino, Amburgo, Roma, Milano, Lisbona, Madrid, Bruxelles, Amsterdam, Stoccolma, Zurigo. Ma gli stessi giganti del capitale monopolistico si atteggiavano a filantropoli, con “fondazioni”, “trust”, istituti per le relazioni razziali, fianco a fianco coi missionari e le loro Chiese, anch’esse centrate in Europa e in particolare a Roma, Londra-Canterbury, Berlino-Renania, e Amsterdam-L’Aia. I deputati liberali al Parlamento del Capo, che aiutarono Rhodes e poi Smuts a espropriare e a negare il diritto di voto agli Africani, guidando ogni loro organizzazione politica lungo i sentieri  fioriti del collaborazionismo (i Merriman, i Rose-Innes, i Molteno e i loro successori del XX secolo, nonché i loro fratelli francesi di Dakar), avevano tutti relazioni familiari più o meno strette col capitale monopolistico. Dalla De Beers alla Anglo-American, dalla compagnia di Leopoldo alla Société Générale e all’Union Minière, dai Rothschild ai Boussac e ai francesizzati Aga Khan, dai Krupp vecchia maniera ai Krupp della CEE, dalle compagnie della Lombardia a quelle milanesi-piemontesi, era sempre la stessa storia: il più spietato capitale monopolistico era controllato dagli statisti e dai “potentati” familiari più liberali d’Europa, di ogni nazione, fede religiosa e credo politico. L’”essenza” era mascherata e capovolta nel suo opposto dal proprio “fenomeno”. Ma il contenuto economico del liberalismo sudafricano non era tanto l’”industria”, quanto la razzista Camera delle Miniere. La situazione era identica nelle colonie francesi. Quanto poi ai Belgi e ai Tedeschi, costoro, come i loro fratelli latini, non si diedero nemmeno la pena di fingere: in Africa si usava il pugno di ferro e il quanto di velluto del liberalismo era riservato alla “metropoli” europea. Le potenze arrivate troppo presto o troppo tardi in Africa non avevano spazio per le manovre liberali.
“Il ruolo dei missionari nella conquista” è il titolo di numerosi studi storici africani. Pochi sono invece quelli sulla loro funzione nel periodo successivo, che è quello che più particolarmente c’interessa. Ma, in certo modo, anche questa è una misura dello straordinario successo con cui preti, frati e pastori protestanti svolsero la prima parte della loro “missione”.
I missionari erano gli inviati delle Chiese feudali-capitaliste europee alla conquista di terre e di manodopera. Convertivano l’usufrutto comunitario del suolo in illegale proprietà privata, espropriando gli Africani a vantaggio delle loro missioni, di se stessi (su larga scala nell’Impero Africano Portoghese) o delle compagnie e dei coloni europei. Con il commercio, la Bibbia e l’inganno, spezzarono i reciproci rapporti di fedeltà che univano i capi – i custodi della proprietà comune – alle tribù, dividendole al loro interno. Sfruttavano le divisioni intertribali esistenti e ne creavano di nuove, fino al punto di fomentare guerre. Quasi tutti erano direttamente legati alla Corona, ai governatori e ai conquistadores. Le loro missioni servivano da forti militari, il che spiega come mai si trovassero così spesso in posizione strategica. Dapprima funzionarono da centri di reclutamento di collaborazionisti, in base al principio del “divide et impera”, poi, durante e dopo la conquista, divennero centri di addestramento della manodopera a buon mercato. Furono i missionari a fondare l’intero sistema scolastico segregazionista che ancor oggi esiste in Rhodesia e Sudafrica. Con la Bibbia, i sacramenti, il pulpito e la scuola cercarono di esercitare un dominio assoluto sulle menti degli Africani conquistati, sopprimendo la Chiesa Etiope e tutti gli altri movimenti separatisti, e creando un nuovo “tribalismo” cristiano contro l’islamismo in Uganda, Sudan, “Iboland” e Senegal. Ma non riuscirono mai a mettere radici nel suolo africano, né le loro Chiese divennero parte dell’Africa, come l’Islam. La ragione di questo insuccesso sta nel loro carattere colonialista e razzista, che si è manifestato in quasi ogni sciopero, rivolta contadina e guerra di liberazione menzionati nelle pagine precedenti o nella “Cronologia”. Essi tentarono sempre di dividere, spezzare, disorientare e sciogliere qualunque organizzazione in cui riuscissero a infiltrarsi – quando non erano essi stessi a crearle, come avveniva sovente. Quello dei missionari che giocano alla “liberazione” è un vecchio trucco del colonialismo. I preti e i pastori cristiani vi ricorsero e ancora vi ricorrono nell’Africa meridionale, in Angola, Mozambico, “Biafra”, “Azania” sudanese, Uganda, Namibia e Zimbabwe. In particolare, hanno “educato” molti leader dei movimenti di liberazione.
Una delle più importanti, ma anche più nascoste forme di resistenza all’accumulazione originaria fu la posizione saldamente anticristiana e antimissionaria dei capi, re, mercanti, schiavi e “plebe” delle vecchie tribù o regni. Un esempio: Fadouth, nel Senegal, è stata la prima missione cristiana saldamente impiantata in Africa. Là il cristianesimo è antico di cinquecento anni, antico quanto la tratta degli schiavi con cui arrivò. Oggi è un “villaggio cristiano”, con alcuni altri analoghi nelle vicinanze, tutti costruiti intorno al nucleo missionario. Questi nuclei ebbero diverse funzioni, a seconda dei tempi e dei luoghi. Erano i quartier generali in cui i missionari radunavano gli schiavi, li vendevano, li facevano lavorare, dividevano tribù e regni, insegnavano agli Africani a vestirsi per la gioia dei fabbricanti di tessuti di Lione, Anversa o Manchester, ne educavano un pugno perché servissero come impiegati dell’amministrazione francese, badando a dare alla maggioranza soltanto un’”istruzione” manuale, li benedivano se si mostravano obbedienti, li scomunicavano se osavano ribellarsi, pregavano quando i loro capi venivano pubblicamente impiccati o seppellivano i loro guerrieri morti. Di solito se la passavano bene, con un allevamento di bestiame, una piantagione e a volte perfino una miniera d’oro sotto mano. Dopo gli schiavi vendettero l’avorio e, quando l’Europa ebbe abbastanza manici di coltelli e pianoforti, qualunque cosa potessero indurre gli Africani a comprare con i loro miseri salari, compresi gli indumenti avuti gratuitamente dagli istituti di “beneficenza” europei. Erano tipiche cellule colonialiste, che, purtroppo, caratterizzano ancora in parte lo Zaire dei nostri giorni. Intorno al nucleo missionario si allargava un protoplasma di manodopera a buon mercato e disoccupati di riserva, un paesaggio di uffici di reclutamento, campi di tapioca, capanne, qualche emporio e villaggi più piccoli che si perdeva nel nulla della savana o della giungla fino alla prossima cellula colonialista, con il suo nucleo europeo circondato dal protoplasma africano. Questa, da un capo all’altro dell’Africa, la natura storico-economica delle missioni. Durante le grandi rivolte sono state quasi tutte attaccate e distrutte, perché tale natura il popolo aveva compreso benissimo per lunga e amara esperienza. Però Fadouth sembra diversa, Fadouth rimane cristiana... Eppure, mentre l’islamismo si è mischiato facilmente e liberamente con il “paganesimo”, entrando nello “spirito dell’Africa”, i “cristiani” di Fadouth e dei villaggi vicini prima di ogni cerimonia cattolica compiono un sacrificio o qualche altro rito “animistico”, cui presenzia quello che gli Europei chiamerebbero il loro “stregone”, mentre il “padre” cattolico viene chiamato soltanto dopo, per dire le ultime parole. Le cerimonie “pagane” hanno luogo nei boschi vicini o in “luoghi sacri” e il fetticcio viene prima di Gesù, l’antenato prima della Santa Trinità, le credenze e i riti della gens prima dell’adorazione degli idoli cristiani e di pratiche come la comunione, ovviamente feticistiche agli occhi di quegli Africani.
Il cristianesimo non è dunque qui che un sottile, artificiale strato epidermico, innestato sulle vecchie religioni animistiche, del Sole o dell’antenato comune. Mentre dove ha messo radici profonde – Congo, Rhodesia, Colonia del Capo, Malawi, Uganda, Zambia e Kenya, soprattutto – lo ha fatto come Chiesa “Etiope” o “messicana” anti-colonialista, separatamente e in opposizione ai missionari, che a loro volta l’hanno osteggiata in tutti i modi. Poiché i padri e i pastori delle missioni non avevano saputo guidare gli Africani alla “terra promessa”, bisognava cercarla in un altro modo. Di qui la tendenza a tornare al Vecchio Testamento, con la sua visione di una terra perduta da riconquistare, e l’aspetto “giudaico” di tanta parte dei movimenti religiosi “cristiani” anti-colonialisti. Infine, c’erano le congregazioni e i sacerdoti ortodossi non europei, che rimanevano formalmente legati alla Chiesa dominata dai “bianchi”, ma ne combattevano la gerarchia ed entravano in unioni o federazioni anticolonialiste come la Convenzione Panafricana del 1936 o il sudafricano Movimento per l’Unità dei Non-Europei del 1944. Oggi, le missioni cattoliche e protestanti si sono fatte promotrici dell’ingresso della Namibia e dello Zimbabwe all’ONU, del “dialogo”, del Concilio Mondiale delle Chiese e degli “aiuti” della Comunità Economica Europea, tutte cose che possono soltanto portare alla collaborazione con il neocolonialismo. È una perpetuazione del tradizionale ruolo colonialistico assolto dai missionari durante e dopo la conquista, un ruolo che ha sempre avuto la sua base economica nella forma dominante del capitale: schiavista, mercantile o imperialista.
L’imperialista dei grandi gruppi monopolistici, il lavoratore “bianco”, il liberale e il missionario: questo dunque era il blocco socio-politico contro il quale il proletariato africano del XX secolo doveva condurre la sua lotta di classe. Fino all’indipendenza, non vi fu una “borghesia coloniale” degna di nota, da combattere come classe alleata dell’imperialismo. Se l’indipendenza abbia mutato questo rapporto di forze, è una questione aperta e molto dibattuta ai nostri giorni. Ma prima una borghesia nazionale non esisteva come realtà socio-economica. Naturalmente, ciò non significa che il futuro sole dell’indipendenza non gettasse l’ombra di una futura borghesia sul cammino dei movimenti di liberazione. C’erano infatti capi, professionisti, intellettuali, dirigenti sindacali, che avevano lunghe e numerose connessioni con il liberalismo, il socialismo e i missionari europei. Questa protoclasse, o preclasse, o classe-a-venire ebbe una parte importante in molti movimenti di liberazione, a seconda del suo peso specifico all’interno della colonia e dei movimenti dei lavoratori.
È appunto per via del ruolo assolto da questo strato sociale nei movimenti di liberazione che le sue origini socio-economiche sono di primaria importanza. Infatti, sono esse responsabili della natura inevitabilmente “dittatoriale” e “non democratica” degli stati indipendenti semicoloniali. Le radici economiche di questa borghesia non borghese affondavano nel terreno della miseria di massa e della monopolizzazione della ricchezza, combinazione fatale per la democrazia, soprattutto in mancanza di una classe borghese salda e sicura di sé che possa liberamente disporre di un surplus considerevole. Quando tale surplus va all’estero, emigrano anche i mezzi della democrazia. E il surplus divenuto straniero domina sulla sua fonte coloniale.
La relativa assenza di una classe borghese africana è dovuta alla natura della società precoloniale che, dal suo lontano passato, ha esercitato anche questo influsso sui movimenti di liberazione. Il carattere prevalentemente comunitario di tale società non forniva le forme sociali o i mezzi materiali necessari al costituirsi di un’adeguata struttura classista, che il colonialismo potesse rilevare durante e dopo la conquista per mediare la propria dominazione, come avvenne in India, Ceylon e Giava. Le caste costituite dalla corte del re, dai sacerdoti e dai militari erano spiccatamente tribali, troppo comunitarie o legate alla base economica “comunistica” della vecchia società per poter funzionare nel nuovo sistema coloniale. In particolare, non si adattavano alla proprietà privata del suolo e alla schiavitù non “domestica”. Su questa base, non potevano accettare gli Europei ed esser da loro utilizzati. Così l’espropriazione economica di queste caste, in termini di proprietà e forza-lavoro, fu nello stesso tempo un’espropriazione politica. Perdettero insieme la terra, la manodopera e il potere. Come caste dirigenti, non potevano sopravvivere nel regime coloniale. Né potevano, nella loro vecchia forma, conservare il potere basato sulla loro qualità di custodi dei beni comunitari, quando avevano sopra di sé un potere straniero e i suoi rappresentanti locali: governatori, generali, missionari, giudici, poliziotti, commercianti, soldati e “consiglieri”. Il potere di queste caste svanì non appena venne loro dall’alto, invece che dal basso, come nella vecchia società. Tutti questi fattori – più l’inerzia del culto dell’antenato e il “momentum” dell’islamismo, entrambi con forti principi comunitari, e il loro essere, per lunga tradizione, considerati i capi di una gens, di una confederazione o di un “regno” tribali con una salda coesione interna – contribuirono a fare delle caste e classi dirigenti dispotiche i leader dei movimenti di resistenza. Una minoranza collaborò con i conquistatori, ma i più guidarono non solo l’opposizione armata allo schiavismo e all’espropriazione, ma anche, più tardi, dopo la Conferenza di Berlino, le moderne lotte di classe. Fu questo il caso di Samory, Tippoo-Tip, Zubair, Dinizulu durante la ribellione degli Zulu, Witbooi nella guerra namibiana dei Maji-Maji contro i tedeschi e, più tardi, dei leader algerini.
Il vecchio sistema comunitario non si prestava a una facile trasformazione dei suoi gruppi dirigenti in una classe al servizio del colonialismo, anzi, per la sua stessa natura, li spinse alla resistenza. Altri esempi: la guerra di liberazione di Hailé Selassié contro l’Italia, del “Pazzo Mullah” contro l’Italia e la Francia, di Abd el-Krim contro la Francia e di molti capitribù contro i Boeri e gli Inglesi in Sudafrica, Rhodesia, Namibia e Africa orientale. Tuttavia, il sistema precoloniale giovò anche al colonialismo, poiché aveva in sé gli elementi per la prorpia conversione nelle forme del “governo indiretto”, mediante la retribalizzazione, la sostituzione dei capi ereditari con fantocci pagati dallo straniero e lo sfruttamento della tradizione del lavoro comunitario per creare e conservare un immenso esercito di disoccupati. Le forme esterne del tribalismo e perfino degli antichi regni furono mantenute, ma il nocciolo venne eliminato. Ai “serbatoi” di manodopera a buon mercato si appiccicò l’etichetta di “riserve indigene”, o “territori tribali”. La legge tradizionale divenne la “legge indigena”, di cui i colonialisti si servirono per irregimentare i lavoratori africani, controllarli e reprimerne le ribellioni, mentre le terre comuni diventarono terre della Corona, che sembravano appartenere ancora alle tribù o ai regni. Anche dopo l’indipendenza, certi elementi del tribalismo, come l’”Ujamaa” e l’”Harambee”, sono stati usati per radunare ed entusiasmare masse di manodopera a buon mercato, che lavorano con gioia per le compagnie e gli interessi stranieri. In Sudafrica il tribalismo è divenuto la forma concreta dell’”indipendenza” dei “Bantustan” e recentemente il governo della Swaziland è diventato apertamente tribale. Gli Inglesi, i Boeri e gli altri coloni o investitori europei sfruttano il suolo e la manodopera, ma il governo è “comunitario”, un regno tribale sotto una “monarchia” di vecchio tipo. Altrove, dopo l’indipendenza, i re tribali hanno cominciato a perdere il loro potere a vantaggio di una burocrazia “borghesizzante” in continua ascesa. Ma, all’epoca coloniale, il sistema della retribalizzazione, che continua la società precoloniale in forma coloniale, fu così generalizzato che spesso la forma nuova veniva presa per quella originale. Così, quando si studiava il tribalismo, non era il sistema autentico che si analizzava, ma il prodotto della retribalizzazione coloniale.
La forma coloniale del tribalismo rese impossibile l’avvento di una borghesia nazionale, anche soltanto mercantile. Gli Africani più prosperi tendevano a essere i figli dei collaborazionisti o dei protetti dei missionari, che fin dall’inizio avevano dato una mano ai “bianchi” nelle riserve o nei centri di reclutamento. Certo, alcune famiglie, nel giro di un secolo, divennero miliardarie... ma Rhodes lo era diventato in pochi anni, e con lui migliaia d’altri Europei in Sudafrica, Rhodesia, Algeria, Kenya e Congo. L’economia politica del sistema del “governo indiretto”, iniziato da Faidherbe nel Senegal, Shepstone nel Natal, Venn e Grey in Ghana, Sierra Leone e Nigeria tra il 1850 e il 1870, fu completata da Lyautey, Lugard, Curzon e Milner all’inizio del XX secolo. Entro questo sistema, le compagnie europee possedevano le città, le miniere e le piantagioni, i coloni possedevano le loro fattorie, e il resto erano terre della Corona, o “riserve indigene”. Qui non c’erano fattorie vere e proprie, né centri urbani, a parte i nuclei commerciali e missionari europei, né industrie o strade ferrate. Insomma, non c’era alcuna economia vitale. Avevano capi o “consigli”, ma entrambi erano fantocci degli Europei, spesso sottoposti all’autorità dei magistrati “bianchi” della regione. La produzione sembrava comunitaria, ma in alcuni casi – Basso Zaire, Transkei, Sotholand, Bechuanaland, Zululand, Kikuyo, Luo, Senegal superiore e i territori nigeriani appena all’interno della costa – le riserve erano svuotate di tutti gli uomini validi e quindi incapaci di qualunque attività efficiente, per non parlare poi del lavoro comunitario. In “territori tribali” restavano soltanto i vecchi e i bambini dopo che le compagnie e i coloni europei avevano soddisfatto le loro esigenze di manodopera. Altre invece non erano “vuote”, ma, al contrario, “piene” al punto dell’erosione e dell’esaurimento del suolo, causati non da un eccesso di popolazione o di bestiame, ma dalla mancanza di terra. La “fame” di terra andava di pari passo con la “fame” industriale ed educativa in un’economia basata sull’industria primaria, volta all’esportazione di minerali e materie prime destinati al consumo produttivo, soprattutto europeo. E ad essa si aggiungevano le tasse, per spingere la manodopera a buon mercato fuori dalle riserve, nelle piantagioni e nelle miniere europee, la cernita del bestiame “inadatto alla riproduzione”, per impedire che la riserva potesse raggiungere il sia pur minimo grado di autosufficienza, il lavoro forzato e il reclutamento tramite i capitribù o le apposite Agenzie, collegate ai Dipartimenti degli Affari della Popolazione Indigena. Questi ultimi erano veri “stati negli stati”, centri di potere autonomi, preposti alla fusione dell’apparato statale col capitale monopolistico. L’attuale Dipartimento degli Affari dei Bantu in Sudafrica, il vecchio e nuovo Dipartimento degli Affari della Popolazione Indigena in Rhodesia, creato dagli Inglesi, e gli analoghi organismi britannici, tedeschi e belgi nell’Africa orientale, occidentale ed equatoriale, erano tutti “stati negli stati” e perfetti modelli di nazismo prehitleriano. L’allevamento del bestiame e l’agricoltura delle riserve erano attività ausiliare ai nuclei europei: città, miniere, piantagioni e missioni. Gli Africani dei “territori indigeni” non erano produttori indipendenti e autosufficienti, che consumano i loro prodotti e dispongono liberamente del surplus. In realtà, non potevano produrre nemmeno il necessario per sostenersi sui terreni quantitativamente e qualitativamente miseri lasciati alla loro nominale occupazione. Un surplus era impensabile e non ci fu mai. L’economia delle riserve non era di “sussistenza” nel senso precoloniale, ma di disperata sopravvivenza. Serviva a integrare i salari insufficienti pagati dai padroni europei e, paradossalmente, a farli abbassare ancora di più. In queste condizioni non poteva svilupparsi una borghesia rurale nazionale, composta di contadini agiati, agricoltori capitalisti e commercianti.
Gli Africani che riuscivano a superare queste difficoltà – in senso borghese, cioè arricchendosi – erano pochissimi: un paio in una grande riserva o magari in un intero paese. Kenyatta e Koinange nel Kenya, Buthelezi nello Zululand, Matanzima nel Transkei, Ojukwe nel “Biafra”, sono state le eccezioni che confermano la regola. Inoltre, anche nella maggioranza di questi casi il successo è venuto grazie ai legami familiari con i capi fantoccio, le autorità “bantu” o “indigene” retribalizzate. Nelle colonie belghe, tedesche, portoghesi e italiane, invece, vigeva più il “governo diretto” di quello “indiretto”, per cui non restava nemmeno questa possibilità. Il sistema “assimilado” portoghese era soltanto una maschera del razzismo. In Etiopia, gli Italiani vivevano in un permanente stato d’assedio da parte del movimento di resistenza, ma in “Eritrea” e in Somalia svilupparono un sistema di “governo indiretto”, con capi fantoccio e piccole città: ne poté emergere una sottoclasse mercantile urbana, da cui in seguito sarebbero usciti i dirigenti dei movimenti indipendentisti e secessionisti. I Belgi non lasciarono spazio per un simile sviluppo fin dopo la seconda guerra mondiale, ma usarono il sistema del “governo indiretto” nelle riserve di manodopera a buon mercato, da cui traevano le braccia necessarie alle loro miniere di rame nel Katanga, ai loro giacimenti di diamanti, ai loro pozzi di petrolio, alle piantagioni di caffè e canna da zucchero, alle ferovie, ai porti e al servizio domestico. Quest’ultimo fu, per tutto il periodo coloniale, uno dei principali settori d’impiego. I “territori indigeni” non erano che riserve di disoccupati, da cui gli Europei traevano la manodopera necessaria a soddisfare tutte le loro esigenze. In esse non c’era spazio per il vecchio tipo di società comunitaria, per non parlare poi di una borghesia di tipo moderno.
Insieme alle riserve e alle piantagioni c’era, nell’Africa occidentale, centrale e orientale, la cosiddetta “économie de traite” (economia basata sullo sfruttamento indiretto del piccolo produttore agricolo, il quale fornisce il prodotto, ad esempio cacao, che verrà immesso, con grossi margini di guadagno, sul mercato internazionale), in cui gli Africani potevano coltivare individualmente il caffè, il cacao e simili, per venderli alle potenti compagnie oltremare. Ma non si trattava di una classe di contadini indipendenti, da cui potesse emergere una borghesia rurale. Erano braccianti a cottimo, produttori di surprofitti indiretti per gli imperialisti. Gli Africani che lavoravano nelle “économies de traite” del Ghana, della Costa d’Avorio, della Nigeria, del Niger e del Congo erano i più poveri, “stagionali” disoccupati per parte dell’anno e nei periodi di caduta dei prezzi, sempre dentro e fuori dalle riserve, costretti a vivere in un limbo economico tra il territorio tribale e la piantagione. Alla periferia di questo limbo si sviluppò un gruppo di mediatori, che facevano da tramite fra i produttori e le compagnie oltremare. Anch’essi erano del tutto dipendenti dai grossi capitalisti, che definivano i termini delle loro trattative con i coltivatori. Alla fine la loro funzione fu nazionalizzata, come nell’Ufficio Marketing del Cacao (Ghana), che divenne un mediatore di stato tra i lavoratori dell’”économie de traite” e le gigantesche multinazionali europee. Da questi gruppi intermedi, che lavoravano su commissione, uscivano i commercianti periurbani e urbani, con i loro banchi ai “mercati indigeni” di Abidjan, Accra, Lagos, Dakar, Léopoldville e ogni altra grande città “africana”. Nonostante la loro estensione, questi mercati non avevano nessuna importanza, poiché i venditori africani erano del tutto subordinati ai compratori ed esportatori europei. Da essi emerse qualche piccolo nucleo di “borghesia” commerciale che entrò nei movimenti nazionali – ma con l’inevitabile effetto di spingerli verso il compromesso, trasformandoli in strumenti di contrattazione con gli imperialisti, padroni del suolo e dominatori del mercato, per ricavarne proprietà e concessioni commerciali. Gli esempi estremi di questa tendenza sono stati il Congresso Nazionale del Natal, il Congresso Nazionale del Transvaal, il Congresso Indiano del Kenya, l’Associazione Agricoltori e Commercianti dell’Africa Occidentale Francese e le Società dei Mercati del Ghana e della Nigeria. Tuttavia questi elementi di “borghesia” commerciale non erano sempre prodotti dell’”économie de traite”, ma emergevano spesso da complessi economici più urbani.
La base del sistema del “governo indiretto”, con la sua retribalizzazione, era la divisione razziale. Le “riserve indigene” comportavano la segregazione e la discriminazione nel possesso del suolo. Ma esse non erano che un elemento d’un intero sistema, che ai “territori indigeni” affiancava la “location” e il “compound”. La “location” era la zona residenziale dei lavoratori africani con famiglia, il “centro”, il “quartiere” o il “sobborgo” indigeno, situato fuori dall’area principale della tenuta, del villaggio o della città europei, e spesso lontano dai luoghi di lavoro (con la conseguente perdita di tempo – tempo del lavoratore – e di efficienza). Vi si trovavano di solito un ufficio del Dipartimento per gli Affari della Popolazione Indigena, una missione, qualche botteguccia, a volte un cinema, una stazione di autobus, una o due scuole primarie e magari una secondaria. Il “compound”, invece, era riservato agli scapoli e imprigionava i braccianti o i minatori per tutta la durata del contratto di lavoro, tagliandoli completamente fuori dalla città e da qualunque forma di vita sociale, a parte quelle programmate per loro dai piantatori o dalle compagnie minerarie. Qui non c’era assolutamente spazio per lo sviluppo di una borghesia. Nei “sobborghi” urbani, il più grande dei quali è Soweto, teatro dell’insurrezione del giugno-ottobre 1976, c’erano più possibilita. Ma la maggior parte degli abitanti vi risiedeva soltanto temporaneamente, sottoposta com’era alle leggi sulla migrazione interna della manodopera, e se dalla popolazione fissa usciva qualche “agitatore”, questi veniva incarcerato e condannato ai lavori forzati nella tenuta di un “bianco” oppure rispedito a morire nella riserva. Era difficile che questa manodopera migrante, in continuo movimento tra la piantagione e la riserva, la miniera e la riserva, si stabilizzasse in “proletariato urbano”. Quando la città non era a venti o più chilometri di distanza, il coprifuoco la rendeva tabù dopo le ore di lavoro. I suoi servizi e le sue opportunità erano vietati agli Africani, che comunque non avrebbero potuto permetterseli. La polizia era sempre presente. Le missioni non erano mai lontane. Lontano invece era il luogo di lavoro – le fabbriche, i negozi e le case dei “bianchi” – ma bisognava raggiungerlo se si voleva vivere. Non c’erano grandi centri di vendita, impianti industriali o unità produttive nel sobborgo, e quindi neanche una borghesia vera e propria... al massimo una sparuta “petite bourgeoisie” di commercianti, proprietari e agenti immobiliari (dove la proprietà privata era permessa) e proprietari di autobous, perché al luogo di lavoro bisognava arrivarci. Era questa la tipica “borghesia dei sobborghi”, con la “mentalità del sobborgo”, spesso tribale, perché, per la solita regola del “divide et impera”, ogni “tribù” abitava in un dato settore. Eppure, anche in questo contesto di “locations” e “compounds”, tagliati fuori dalla città, ma connessi con le riserve, si sviluppò fin dall’inizio (i primi sobborghi indigeni furono creati alla metà del XIX secolo nell’Africa occidentale e al Capo) una certa “coscienza nera”.
Come abbiamo visto, la “classe borghese” africana non era né industriale né finanziaria, non aveva base nella produzione. Era una piccola borghesia commerciale dipendente e periferica, dalla quale pochissimi emergevano, raggiungendo una vera ricchezza (per tutta l’Africa occidentale, centrale, orientale e meridionale si possono contare sulle dita delle due mani). Ancora oggi manca di una base produttiva, salvo che per il tramite dello Stato, grazie alla nazionalizzazione della produzione primaria. Il processo colonialistico dell’”affamamento” industriale, unito al sistema dei “sobborghi”, ha impedito la nascita di una vera classe borghese. Ma gli stessi due fattori hanno anche dato un carattere specifico al “proletariato”.
Il “proletariato” rimaneva legato alla riserva, dove spesso era costretto a lasciare la moglie e i figli; non poteva spostarsi da un luogo all’altro a suo piacimento, né vendere liberamente la propria forza-lavoro. Al di fuori della Rhodesia e del Sudafrica, l’industria era quasi inesistente. Il proletario lavorava nelle piantagioni, nelle miniere, nelle ferrovie, nei porti, nei negozi e nelle case dei “bianchi”. La città gli era vietata. Non poteva formare sindacati liberi per trattare collettivamente con i padroni, né ottenere un aumento di salario senza rischiare la propria vita e quella dei suoi compagni. Era una paria sociale e un emarginato politico, senza una casa e un lavoro fissi, senza istruzione e senza diritto di voto. Guadagnava un decimo del suo collega “bianco” e dell’operaio europeo o nordamericano, ma produceva un plusvalore che era parte del plusvalore mondiale su cui il capitale viveva e con cui sovvenzionava la relativa agiatezza e i diritti democratici del proletariato euroamericano.
La massa dei lavoratori delle “locations” lavorava nell’industria – quel poco che c’era – e nella produzione non primaria. Il proletariato dei “compounds” era costituito di emigranti, spesso provenienti da altre colonie o, più tardi, da altri paesi indipendenti, ingaggiati con contratto a termine. In effetti, prima dell’indipendenza, la maggior parte dei lavoratori erano emigrati e l’emigrazione rimane ancor oggi una realtà – e un problema – importante.
Il proletariato dei “compounds” aveva stretti legami con le riserve retribalizzate e i contadini dell’”économie de traite”. Anche nelle miniere, restava un proletariato semirurale, non urbano, instabile. Ma l’industria mineraria era e rimane il nucleo centrale dell’economia “africana”. Le miniere d’oro del Transvaal e dello Stato Libero di Orange, in particolare, costituiscono il fulcro del sistema capitalistico mondiale nel suo punto cruciale: la produzione di plusvalore. Quindi il minatore del Trasvaal – quel tutt’altro che classico proletario che sogna soltanto di tornare a coltivare la terra – sta al centro stesso dell’economia capitalistica mondiale ed è, in effetti, l’essenza del “lavoro umano universale”. Il suo tempo di lavoro è la base di ogni valore. In un’ora egli produce in media un grammo d’oro e questa è la misura universale del valore in tutto il consorzio umano – al presente, circa cinque dollari al grammo. La sua produttività è misurata non solo tecnologicamente, essendo la più alta del mondo nel suo campo, ma anche in base alla produzione di surprofitto. Il suo salario rappresenta meno di un decimo del valore che egli produce col suo lavoro, quindi il saggio di profitto assicurato al capitale – ovvero il grado di sfruttamento di cui il lavoratore è vittima – è di dieci volte tanto, cioè ben cento volte superiore all’1/10 dei paesi imperialisti, in cui la maggioranza della manodopera produce “plusvalore negativo”, la sua giornata lavorativa essendo inferiore al “tempo di lavoro necessario per produrre un valore pari al suo salario giornaliero”. La differenza è fornita dal surprofitto coloniale o semicoloniale. Dunque il minatore del Transvaal è un vero proletario, senza virgolette. Magari non aspira ad altro che a un pezzetto di terra e si priva anche del cibo per mettere da parte il denaro necessario ad acquistare quei pochi capi di bestiame che impediranno alla sua famiglia di morire d’inedia in qualche lontana riserva o paese straniero. Ma non è un contadino – non più di quanto sia un proletario di tipo europeo. Il contadino e l’operaio di tipo europeo non esistono in Africa, se non come rarità, e in nessun luogo del continente “nero” il proletario vive o lavora o vota o fa politica come in Europa. Per citare Senghor, che a sua volta citava Marx, “lo sviluppo dell’Europa non è un modello universale”. Ne lo e il proletariato privilegiato del Nordamerica e dell’Europa occidentale. In realtà, il vero proletariato si trova principalmente in Africa, in Asia e nei paesi semicoloniali dell’America. Le persone che lavorano direttamente per l’imperialismo sono circa cento milioni, la metà del proletariato coloniale e semicoloniale: un rapporto tra occupazione e disoccupazione inverso a quello esistente nel Nordamerica e nell’Europa occidentale. Certo, non è un proletariato “classico”: niente in realtà lo è. Ma è reale. E ha avuto un ruolo decisivo nei movimenti di liberazione africani.
Per la sua natura socioeconomica, il proletariato africano è una classe non interessata ad altro che all’emancipazione e alla liberazione. Il suo polo opposto è il capitale monopolistico imperialista con i suoi stati e le sue coorti coloniali e semicoloniali, quei blocchi internazionali che alla fine si sono evoluti in organismi come la NATO e la Comunità Economica Europea. Dunque, che lo voglia o no, i suoi fini sono anticapitalisti a lungo termine. Infatti è stato ed è supersfruttato dal capitalismo, mediante diverse forme di lavoro.
L’essenza del capitalismo è la produzione di plusvalore dal capitale accumulato. La forma di questo capitale è cambiata nei suoi cinquecento anni di regno: da usurario e mercantile è diventato industriale e infine finanziario (l’Africa, l’Asia e l’America “Latina” devono alle banche euroamericane oltre centocinquanta miliardi di dollari nel momento in cui scrivo). Allo stesso modo è mutata la forma del lavoro sfruttato da questi diversi modelli capitalistici: così abbiamo la manodopera schiava, la manodopera vincolata semiservile, la manodopera “libera” migrante, la manodopera fissa cronicamente disoccupata, irregimentata coi metodi totalitari del colonialismo diretto, e, infine, la manodopera salariata del periodo postindipendenza, ancora a buon mercato e produttrice di sempre maggiori surprofitti, ma sfruttata indirettamente dal capitale monopolistico attraverso certe forme di proprietà statale e certe “convenzioni”, come quella di Lomé, fulcro dell’imperialismo della Comunità Economica Europea.
Con ogni mutamento del capitale e del lavoro, mutava anche la forma della lotta. Fino agli anni intorno al 1850 e oltre – periodo che segna l’inizio del “nazionalismo” al Capo, nei porti del Senegal, a Monrovia, a Libreville e nella Sierra Leone – la lotta anticolonialista africana subì fortemente l’influsso dell’abolizionismo e dei movimenti per l’”emancipazione” dei missionari e dei liberali europeri, con la loro posizione antischiavista, ma non egualitaria, la loro forte coscienza di razza e il loro “culto dell’identità” africana. Era l’Europa della rivoluzione industriale che posava una salda mano paternalistica sulle aspirazioni nazionali delle prime formazioni proletarie costituitesi nei centri costieri e nelle altre città africane del XIX secolo e su quelle dei giovani intelletuali usciti da queste formazioni urbane o dalle scuole rurali delle missioni di liberalismo. Ma, in Europa, il pensiero liberale aveva un “compagno di strada”: il cartismo, il sindacalismo, il movimento dei fabiani e poi il socialismo in Inghilterra; e l’”illuminismo”, il razionalismo e il socialismo in Francia. Anche il socialismo penetrò rapidamente nelle prime dottrine e organizzazioni “nazionaliste” del Capo e dell’Africa Occidentale Britannica e Francese. L’anarchismo spagnolo e italiano ebbe una lieve influenza nel Nordafrica, ma rimase un movimento “bianco”. La socialdemocrazia tedesca – a parte, più tardi, gli spartachisti – diede man forte al Kaiser e a Bismarck, concentrandosi sui problemi “nazionali” e lasciando la “questione coloniale” a uomini come von Trotha, Goering e von Lettow. Poi, con le nuove forme novecentesche del rapporto capitale europeo-lavoro africano, anche i liberali, i missionari e i socialisti del Vecchio Continente esercitarono nuovi tipi d’influssi sui movimenti di liberazione, ora in rapida espansione e sviluppo. Apparentemente più africani degli Africani, essi erano in realtà l’Europa che tentava di plagiare intellettualmente il nazionalismo africano, proprio come il suo capitale si stava materialmente impadronendo di tutte le risorse e la forza-lavoro dell’Africa.


Hosea Jaffe - “Africa. Movimenti e lotte di liberazione”, Mondadori, 1978

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