joi, 20 decembrie 2012

L’ineguaglianza del reddito, sia globale che individuale, tra l’”Ovest” da una parte e il “Sud” e l’”Est” dall’altra



La “classe operaia universale” o forza-lavoro è di 550 milioni. La forza-lavoro nominale attiva è di 1.500 milioni. La forza-lavoro potenziale, includendovi circa 500 milioni di disoccupati effettivi, è di 2 miliardi, cioè più di 3 volte la forza-lavoro “universale”. In altre parole, se tutti i lavoratori venissero impiegati e si raggiungesse una produttività pari a uno, vale a dire il massimo, il prodotto della forza-lavoro mondiale – e pertanto il reddito dell’umanità – si potrebbe moltiplicare per più di tre volte (confrontato con oggi). Questa moltiplicazione costituisce un gigantesco passo in avanti nel processo mondiale verso l’eguaglianza e la giustizia. L’altro grande passo che, qui ed ora ci interessa, è la fine dell’ineguaglianza del reddito, sia globale che individuale, tra l’”Ovest” da una parte e il “Sud” e l’”Est” dall’altra. Questa ineguaglianza emergerà nei suoi aspetti quantitativi, dai prossimi passi della presente analisi.
   La somma globale dei redditi nazionali ufficiali dell’”Ovest” (O),  “Sud” (S) ed “Est” (E), ai tassi di cambio dell’inizio del 1988 in eurodollari o dollari USA, è composta da circa 6.100 miliardi di dollari per O, da circa 2.000 miliardi per S (compreso l’OPEC), e da circa 2.900 miliardi per E, per il totale di 11.000 miliardi di dollari per l’economia-mondo. (Questo equivale a circa 11.000 miliardi di ECU). È questo il “valore aggiunto” totale mondiale, espresso in dollari, nella media annuale per gli anni dal 1985 al 1988. 11.000 miliardi di dollari (o ECU) che sono stati prodotti da 550 milioni di “lavoratori universali”. Ogni lavoratore perciò ha prodotto per 20.000 dollari all’anno (11.000 miliardi diviso 550 milioni). È l’equivalente in dollari di circa 2.000 ore di lavoro del “lavoratore universale” medio, che lavori 40 ore settimanali per 50 settimane all’anno. L’equivalente in dollari di un’ora di tempo di lavoro umano è pertanto di 10 dollari all’ora (20.000 diviso 2.000). Questi dati esprimono il cosiddetto “costo del lavoro” dell’economista volgare o del capitalista. L’equivalente in oro del lavoro annuale “universale” è di circa un chilogrammo e mezzo, con i prezzi correnti, tra i 400 e i 500 dollari, dell’oro fino per oncia.
   Ci troviamo ora nella condizione di scoprire se c’è realmente un trasferimento di valore da S ed E verso O e, se c’è, di calcolarne la quantità in dollari e in lavoro umano. Ancora dobbiamo ricorrere a una semplice tabella.



   Questa tabella mostra come il sistema-mondo (o, in particolare, la sua economia) tratti i lavoratori e i capitalisti di O in modo favorevole, mentre il contrario avviene per S ed E, per la bella cifra di 1.000 miliardi di dollari all’anno, pari all’intero debito del “terzo mondo”, cioè ogni anno una cifra pari a questo debito è drenata da S (e in piccola parte da E) verso l’Ovest.
   La tabella misura il modo ineguale con cui i produttori del Sud (e anche dell’Est) sono trattati dal sistema-mondo. Il drenaggio di 1.000 miliardi di dollari all’anno scaturisce dal fatto che ai lavoratori del Sud è pagata una piccola parte del loro prodotto. Ora ci rimane da vedere, allo stesso modo, se i lavoratori dell’Ovest guadagnino meno di quanto producono. Per sapere ciò occorre conoscere il salario globale dei “lavoratori universali” e come questo reddito venga distribuito tra l’Ovest e il Sud. Per questo calcolo possiamo escludere l’Est, benché il popolo dell’Est, operai, contadini o burocrati, nel suo complesso, subisca il drenaggio dall’Est all’Ovest.
   Resoconti nazionali dei paesi dell’OCSE mostrano che i salari e gli stipendi dell’Ovest arrivano a 5.000 miliardi di dollari e che i profitti, pertanto, costituiscono i rimanenti 1.100 miliardi. Ma la “forza-lavoro universale” di 250 milioni di persone produce un “valore aggiunto” di 5.000 miliardi di dollari (250 milioni per 20.000 dollari), ciò significa che, nel complesso, l’intero profitto netto dell’Ovest non proviene dalla sua forza-lavoro sfruttata dai capitalisti occidentali, ma proviene per il 91% (1.000 miliardi di dollari) dal Sud e per il 9% (100 miliardi di dollari) dall’Est. Alcuni lavoratori (Nord America, Europa Nord-Ovest e Centro, Australia ecc.) guadagnano più di quanto producano, altri (Portogallo, Spagna, Grecia, Mezzogiorno d’Italia, i “neri” di tutti i paesi OCSE e i gruppi emarginati) producono di più di quanto guadagnino. Ma il totale dei profitti prodotti nell’Ovest è uguale a zero. L’autore scoprì questo la prima volta relativamente ai “lavoratori bianchi” nelle miniere del Sudafrica, in studi compiuti negli anni quaranta sui salari dei minatori, in cui i “lavoratori bianchi” guadagnavano di più di quanto producessero. Negli anni cinquanta, l’autore pubblicò uno studio sui salari “bianchi” nella manifattura e la storia era la stessa: i loro salari superavano il loro prodotto e tutti i profitti erano prodotti dagli operai di fabbrica africani, coloured e asiatici. Negli anni sessanta e settanta, l’autore dimostrò che i lavoratori “bianchi” sudafricani erano solo parte di un fenomeno più generale, che egli chiamò “plusvalore negativo”. Infatti molti lavoratori dell’Occidente, benché non tutti, consumavano e non producevano plusvalore vivendo in parte dei loro salari e in parte di una frazione dei sovra-profitti prodotti dagli operai e contadini delle colonie e semicolonie di Africa, Asia, Americhe e Caraibi, isole del Pacifico e delle “colonie interne” di alcuni paesi occidentali (compreso il Sudafrica). Il fenomeno del “plusvalore negativo” ha avuto, e tuttora ha, significati e conseguenze importanti, sia culturali che politiche, per tutte le classi e i popoli del sistema-mondo. È un “imperativo categorico” per ogni seria discussione su “progresso e nazioni”.
   Il salario totale per 1,5 miliardi di lavoratori ufficiali dell’economia-mondo è di circa 5.000 miliardi di dollari per l’Ovest, 1.000 miliardi per il Sud e di circa 2.000 per l’Est, per un totale di circa 8.000 miliardi. Questo dà come risultato 5.000 dollari all’anno per lavoratore come salario medio mondiale dei lavoratori occupati. Il salario medio mondiale è d’altra parte solo un’astrazione poiché il salario medio dell’Ovest è di 16.666 dollari all’anno (5.000 miliardi di dollari diviso 300 milioni) cioè più di tre volte il salario medio “mondiale”. Il salario medio del Sud è di 1/5 o il 20% del “salario mondiale” astratto (1.000 miliardi di dollari diviso per più di un miliardo di contadini e operai occupati e disoccupati). Anche il salario medio dei lavoratori dell’Est è i 2/3 del “salario mondiale” (2.000 miliardi di dollari diviso per 600 milioni è uguale a 3.300 dollari all’anno). Nell’economia-mondo, come si vede, ci sono supersalari e sottosalari. Questa ineguaglianza è iscritta nella divisione internazionale del lavoro: e il lavoro è parte delle forze produttive che crea il valore.
   Il costo annuale di produzione e riproduzione della forza-lavoro mondiale è nell’ordine dei 7.000 miliardi di dollari. Il costo annuale, attraverso ammortizzazione e reinvestimento, del capitale costante fisso e nell’ordine dei 4.000 miliardi di dollari, mentre il consumo produttivo annuale di capitale costante circolante, come combustibili e materie prime, è attorno ai 1.000 miliardi di dollari. Perciò, anche dal ristretto punto di vista capitalistico dei costi, il lavoro è più del 50% delle forze produttive mondiali. Uno sguardo retrospettivo al nostro precedente schizzo sull’ineguaglianza dei salari e dei redditi globali così come tra i complessi nazioni-classi, ci dice che questa parte importante delle forze produttive, la parte viva, il lavoro umano, costituisce anche la parte più importante del consumo produttivo ineguale inter-nazionale e della distribuzione delle forze produttive dell’economia-mondo. Arretratezza, salari da sottosussistenza, produzione a forte intensità di lavoro, disoccupazione su grande scala, morte precoce, analfabetismo, carestia, grandi disparità di sesso e di età, fame materiale e culturale per circa il 60% dell’umanità, da una parte, e materialismo volgare e bassa qualità della vita per l’Occidente, ricco ma stagnante, dall’altra, mentre l’Est cerca di emergere dai “buchi” in cui è intrappolato.
   Mentre le forze produttive “morte”, le macchine, le strade, le città e così via sono venerate come “progresso”, ovunque il lavoro vivo è in ginocchio, vittima delle forze produttive, della tecnologia, di cui è sempre stato e rimane la parte più importante. Il morto è divinizzato, il vivo è reificato. È per questo che ci siamo soffermati molto sulla distribuzione della parte viva delle forze produttive mondiali, il lavoro umano. E anche, ci siamo soffermati sulla ineguaglianza di questa distribuzione, qualitativa e quantitativa, sempre a favore dell’Ovest, a favore delle forze produttive “morte” (e divinizzate), “materiali”, non umane, forme concrete del capitale costante.
   Opere autorevoli (per esempio, F. Fröbel, J, Heinrichs, O, Kreye, The New International Division of Labour, Cambridge 1980), apparse recentemente, hanno dimostrato che è in corso un trasferimento di industrie a bassa tecnologia, tessili, elettroniche, automobilistiche, siderurgiche, cantieristiche e altre, non strategiche, dall’Ovest, con alto costo del lavoro, al Sud, con basso costo del lavoro. Questo rientra nel “sottosviluppo colonialistico”.
   I “paesi di nuova industralizzazione” (NIC), fondamentalmente, rimangono sottomessi al capitale, al know-how, alla formazione dei prezzi e al mercato, stranieri, nordamericano, europeo, giapponese (ed anche sudafricano, come in Taiwan). I dati delle Nazioni Unite ci dicono che l’Ovest, con 1/6 della popolazione consuma metà dell’energia di 7.400 milioni di TEP nel mondo e il 70% degli 8.500 miliardi di KWh di elettricità, e che tuttora detiene l’85% della produzione manifatturiera mondiale. D’altra parte, il Sud produce ancora il 52% dei prodotti primari (minerali e materie prime), compresi il 33,3% dei minerali e il 75% dei combustibili del mondo. I NIC non hanno sostanzialmente mutato la natura di produzione primaria del Sud. In alcuni campi importanti il potere relativo dell’Ovest è aumentato:


   Inoltre l’Ovest ha aumentato la sua capacità produttiva, assoluta e relativa, nelle aree strategiche (nucleare, computers, robot e spazio). Qui ci riferiamo non all’evidente allargamento del divario Ovest-Sud sui consumi (il Sud produce e consuma sempre meno calorie e proteine all’anno, per non parlare delle TV, telefoni, frigoriferi e lavatrici o dei trasporti e dell’industria del tempo libero) ma al crescente divario nella distribuzione delle forze produttive. Questo divario non si è ristretto con l’”arrivo” dei NIC, che a loro volta vengono già sostituiti da paesi con il costo del lavoro ancora più basso. L’autore recentemente, in Egitto, ha letto un’inserzione sul giornale nella quale si mostrava quanto fosse meglio e più conveniente l’investimento in quel paese da parte dei paesi OCSE rispetto a paesi come Corea del Sud e Taiwan. L’Europa occidentale e il Giappone, tra le regioni più povere del mondo in risorse naturali, stanno esuarendo sempre più le regioni più ricche in risorse naturali, in Asia, America “latina” e Africa. Questo tipo di umanità non sorride alla natura e la natura, a sua volta, non può concedere i propri favori come, altrimenti, potrebbe e vorrebbe.
   Le industrie trasferite dall’Ovest al Sud (e, in Italia, dal Nord alla Calabria, Sicilia e Sardegna) comprendono gli impianti e i processi di produzione fra i più sporchi e nocivi delle industrie “nazionali”. Le città delle povere America, Asia e Africa non sono mai state così sporche e inquinate come lo sono ora. Il quadro è il seguente: bidonvilles che solo pochi paesi, come l’Egitto, sono riusciti a eliminare, strade dove non batte mai il sole a causa di enormi caseggiati superaffollati incomparabilmente più nocivi rispetto alle abitazioni precapitalistiche, le affollatissime fermate dei bus, le metropolitane rapidamente degradate e rifugio degli sbandati (tuttavia tenute più pulite di molte metropolitane di New York, Parigi e Londra), le città-mercato dove un tempo un fiorente commercio di valori d’uso serviva a nutrire e vestire i popoli del deserto e dei corsi d’acqua, la campagna morente, con le foreste spogliate dalle multinazionali e con piantagioni ed economie de traite per cui i contadini producono alimenti per i supernutriti e obesi europei, americani e giapponesi mentre gli stessi produttori muoiono per malnutrizione, malattia e invecchiamento precoce. Questo quadro è letteralmente deriso dalla burla degli “elefanti bianchi”: aeroporti moderni, grandi alberghi, campi da golf nelle Sun City 9 dei neocolonialisti e delle varie borghesie compradore, burocratiche e straccione dei tre continenti oppressi. Nell’Intercontinental Hotel di Kinshasa, i cuochi e i camerieri non possono, pena l’immediato licenziamento, mangiare i tanti resti di carne, frutta e verdura – importati specialmente dal Sudafrica e dai suoi satelliti – non consumati dai turisti e uomini d’”affari”. Né è concesso a questi lavoratori dare per pietas “rimasugli” a una folla di mendicanti che si accalcano attorno a questo ben di Dio. Il turismo, in breve, è un’industria trasferita dall’Ovest al Sud. In questo caso, tutto è prepagato nel “centro” cosicché non è affatto possibile un trasferimento di plusvalore verso la periferia. Paesi come la Tanzania, il Kenia, la Tunisia, il Senegal, la Costa d’Avorio, solo per nominarne qualcuno in Africa, si sono vista peggiorata la loro posizione nella gerarchica delle forze produttive dando la caccia alla valuta per mezzo del turismo. Questa industria ha riprodotto i paradisi del “centro” in oasi occidentali nei deserti del Sud dove “americani”, tedeschi, svedesi, svizzeri, francesi, belgi, italiani, giapponesi e loro simili si godono la dolce vita.
   Più di tre quarti delle risorse produttive naturali del mondo sono accaparrate, consumate e godute dal 16% della popolazione mondiale che vive nell’Ovest. A parte gli USA, l’Ovest possiede poca o nessuna risorsa naturale, con una sola eccezione: l’agricoltura. L’Europa occidentale e il Giappone sono stati creati dalla natura per l’agricoltura e non per l’industria. Tuttavia, la struttura produttiva mondiale rende immaginaria questa realtà: l’Europa occidentale e il Giappone sono “paesi industriali avanzati”. L’Africa, invece, che la natura non ha granché dotata per l’agricoltura, tranne per il limitato altopiano etiopico, lungo le faglie geologiche e le cinture costiere settentrionale e meridionale, è descritta in tutti i libri di testo per le scuole occidentali come fosse stata prescelta dalla natura per l’agricoltura. Si presume che l’Africa non riesce e probabilmente non può nutrire se stessa poiché il suo suolo è il più povero tra tutti i continenti. I suoi fiumi, i suoi minerali, le sue foreste hanno reso l’Africa adatta all’industria piuttosto che all’agricoltura. La natura dell’Africa contraddice la sua economia, coloniale, neocoloniale ed anche “pianificata”. Parimenti, la natura dell’Europa è all’opposto alla sua industrializzazione. Natura e economia-mondo contemporanea sono violentemente opposte. Questa contraddizione invoca una soluzione, prima che sia troppo tardi.
   Questa geo-economia mondiale, artificiosa, considerata anche dal lato delle forze produttive, non è che in realtà ci conceda molto tempo. Prima ancora che i rapporti di produzione sociali vengano superati dal progresso tecnologico tanto che un nuovo ordine mondiale, più razionale e pianificato, possa sorgere e mettersi in movimento, queste forze tendono a creare una stagnazione generale. Diciamo “tendono” poiché questo processo può essere deviato, invertito o trasceso. Se concludiamo questo capitolo citando un rapporto pessimistico ciò non significa che siamo pessimisti o che ci siano schiaccianti presupposti per il pessimismo. Ci riferiamo al rapporto State of the World, 1988, del febbraio 1988, dell’autorevole e rispettato Worldwatch Institute di Washington [Lester R. Brown (direttore del Worldwatch Institute), The State of the World, 1988, Washington, febbraio 1988 (250.000 copie in 9 lingue, distribuite in 122 paesi). L’edizione italiana è Lo stato del mondo. 1988, Milano 1988].
   Questo rapporto, confermando parecchi studi scientifici indipendenti condotti precedentemente, mette in guardia il sistema-mondo poiché il ritmo accelerato dei consumi industriali e domestici di energia, combustibili e materie prime, sta producendo un livello pericoloso di anidride carbonica e di piogge acide che surriscaldano l’atmosfera e riducono lo strato di ozono, in particolare in Antartide. 70.000 prodotti chimici differenti, usati nell’industria e nelle case, compresi detergenti, erbicidi, pesticidi, vari spray, stanno accelerando la deforestazione, la desertificazione e l’inquinamento dell’aria, della terra, dei mari e dei fiumi, non solo nell’Ovest, demograficamente stagnante ma anche nel Sud, demograficamente esplosivo ed economicamente spogliato. I rifiuti industriali e domestici, nell’Ovest, nel Sud ed anche nell’Est stanno raggiungendo proporzioni gigantesche. Worldwatch, pensando sopratutto alla presente crisi economica americana, mette in guardia contro il feticcio della velocità, del fare sempre più e sempre più velocemente. Lester Brown condanna soprattutto le automobili, come fece molti anni fa Lord Buchanan in Gran Bretagna, prima ancora che l’auto soffocasse letteralmente le megacità dell’Ovest. L’economia-mondo consuma il 40% di energia in più del dovuto. L’elettricità, ottenuta dall’energia nucleare o dal carbone, è già abbondante. Il problema non è come ottenere più energia bensì come risparmiare. La corsa agli armamenti (Worldwatch non respinge la politica di Reagan dello scudo stellare) sta conducendo alla rovina l’economia statunitense. Nel giro di un secolo si potrebbe avere una “catastrofe” ecologico-economica globale. Dieci anni addietro, il Massachussets Institute of Technology realizzò i famosi libri sulla “crescita zero”. Questi libri sono confinati in alcuni scaffali e non a caso. E il rapporto Worldwatch, in questi cento anni? Che cosa dirà allora il progresso alle nazioni e le nazioni al progresso?

9  Sun City è un gigantesco e lussuoso complesso di alberghi, casinò, impianti sportivi e servizi, situato nel bantustan di Bophuthutswana, nel Sudafrica dell’apartheid, dove si esibiscono Lendl, Becker e altri tennisti di “fama mondiale”, Liza Minelli e altri attori e dove i sudafricani “bianchi” vengono per trascorrere i loro fine settimana all’insegna del sesso, del gioco d’azzardo e dello sport, in una condizione dove vige la segregazione razziale. Sun City è bandita da tutti gli organismi anti-apartheid di tutto il mondo, ma ci sono molte Sun City nel Sud del mondo...


 Hosea Jaffe - “Progresso e nazione”, Jaca Book, 1990



Se la produzione e la distribuzione fossero organizzate e pianificate per l’eguaglianza inter-nazionale: http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2012/12/se-la-produzione-e-la-distribuzione.html


Niciun comentariu:

Trimiteți un comentariu