luni, 21 ianuarie 2013

I socialisti e i comunisti occidentali e la loro parte nell'imperialismo



La rivoluzione bolscevica del 1917 ha favorito la formazione della gigantesca ICWU [Industrial and Commercial Workers' Union of South Africa] e il marxismo, in genere, nell’Africa meridionale e settentrionale. D’altro canto, fu anche entusiasticamente salutata in Sudafrica da una parte dei lavoratori e degli intellettuali bianchi razzisti, i quali formarono un partito “comunista” che fu nettamente antiafricano nei suoi primi dieci anni di vita. I sindacati e i partiti socialisti e comunisti dell’Inghilterra e della Francia hanno esercitato un influsso ugualmente deleterio – razzista e colonialista – in Africa, per la quale il “marxismo” europeo non è stato che un totale disastro dopo la formazione nei paesi imperialisti di quello che Engels chiama, con una vera contraddizione in termini, “proletariato borghese”. Era il logico risultato della posizione colonialista assunta dai socialisti francesi, dalla socialdemocrazia tedesca, dal socialismo italiano, dal movimento anarchico spagnolo (a parte una lotta contro la coscrizione obbligatoria degli Africani, finita con un massacro) e dai socialisti inglesi nel tardo XIX secolo, durante la “mischia per l’Africa”. Marx ed Engels avevano plaudito alla guerra nazionale algerina del 1853 e alla resistenza degli Zulu degli anni settanta, con lo stesso entusiasmo con cui avevano accolto le lotte anticolonialiste dei Turchi, degli Irlandesi, degli Indiani, dei Giavanesi, degli Afgani, dei Cinesi e delle popolazioni delle Indie Occidentali. Lenin raccolse questa bandiera e l’anti-imperialismo fu il logico risultato del suo studio sull’opera di Hobson e altri. Ma la visione di Bernstein, Kautsky e Plekhanov, secondo la quale il “proletariato europeo” era la guida del “proletariato mondiale”, divenne sempre più prevalente e produsse i suoi inevitabili danni nel continente africano. È la variante socialista dell’idea che alla “razza bianca” – ossia agli Europei – spetti la missione civilizzatrice di guidare i figli di Cam alla terra promessa. Secondo tale visione, risultante da un’interpretazione meccanicistica, non dialettica, di Marx ed Engels, il socialismo era la creazione di un proletariato avanzato, prodotto dalla “contraddizione del capitalismo” nei “paesi avanzati”. Bernstein e gli altri non vedevano la base coloniale di tali contraddizioni.
I “marxisti” europei riallacciavano la loro paternalistica teoria della missione civilizzatrice del proletariato europeo a una lettera scritta da Engels a Kautsky il 12 dicembre 1882: “A mio giudizio le colonie vere e proprie, ossia i paesi occupati da una popolazione bianca, come il Canada, la Colonia del Capo e l’Australia, diverranno tutte indipendenti; quanto invece ai paesi abitati da una popolazione indigena, che è soltanto soggiogata, come l’India, l’Algeria e i possedimenti olandesi, portoghesi e spagnoli, il proletariato dovrà prenderne il destino nelle proprie mani e guidarli il più presto possibile all’indipendenza. Come si svilupperà questo processo è difficile a dirsi. L’India farà forse, anzi, molto probabilmente, una rivoluzione, e poiché un proletariato che si sta emancipando non può condurre alcuna guerra coloniale, gli si dovrebbe permettere di fare da sé; la cosa non avverrà senza ogni sorta di distruzioni, naturalmente, ma questo è inseparabile da qualsiasi rivoluzione. Lo stesso potrebbe avvenire altrove, per esempio in Algeria e in Egitto, e non vi è dubbio che sarebbe la cosa migliore per noi”. Tuttavia, questa valutazione della rivoluzione coloniale e del ruolo che in essa deve avere il proletariato europeo veniva subito dopo quest’altra affermazione: “Mi chiedi cosa pensano gli operai inglesi della politica coloniale. Bene, esattamente ciò che pensano riguardo alla politica in generale: lo stesso dei borghesi... gli operai si godono allegramente la loro parte nel banchetto delle colonie e del monopolio inglese del mercato mondiale”. Il Capo, con i suoi vigneti, la sua lana e i suoi diamanti, era già allora, insieme all’India, una delle fonti principali di plusvalore per l’Inghilterra e di corruzione per la classe operaia inglese. I coloni razzisti del Canada, della Colonie del Capo e dell’Australia divennero indipendenti, come Engels aveva predetto, ma il corso pronosticato per l’India era antistorico e sarebbe considerato quanto meno paternalistico da ogni vero internazionalista (il che equivale a dire: anti-imperialista) del XX secolo. Engels supponeva che il “proletariato borghese” corrotto dall’imperialismo avrebbe iniziato una rivoluzione sociale effetto di una lotta di classe internazionale all’interno di un paese imperialista. Alla fine della Prima Internazionale, prima delle lotte anticoloniali moderne in “India, Algeria e possedimenti olandesi, portoghesi e spagnoli” e della corruzione in massa del “proletariato imperialista”, quando i lavoratori erano per la maggior parte ancora materialmente poveri, qualunque fosse la loro ideologia, Engels poteva ancora scrivere in quei termini. Ma è inconcepibile che oggi, dopo le rivoluzioni non solo politiche, ma realmente socialiste della Cina, della Corea, del Vietnam e di Cuba, che in precedenza erano tutte colonie, l’indipendenza politica non solo delle colonie “bianche”, ma di tutta l’Asia e l’Africa, e la corruzione tanto materiale quanto ideologica dell’intero proletariato del Nordamerica e dell’Europa occidentale da parte del colonialismo moderno, e le illusorie speranze espresse da Engels nel 1882 siano ancora ripetute come un articolo di fede, dopo l’esperienza di tre Internazionali.
A questo punto è importante comprendere che anche i lavoratori dell’Inghilterra e degli altri paesi europei hanno sostenuto la loro parte nel processo coloniale e razzista contro l’Africa, l’Asia e l’America. Proprio nel periodo in cui Engels scriveva la sua lettera a Kautsky, in Inghilterra, Olanda, Germania e in altri paesi europei masse di operai stavano entrando nell’ordine di idee “socialiste” di unirsi ai capitalisti inglesi ed ebreo-tedeschi dell’industria mineraria per opprimere il proletariato sudafricano con un sistema di totalitarismo razzista. I sindacati, il partito laburista e il partito comunista britannici hanno causato danni enormi alle organizzazioni proletarie delle ex colonie inglesi nell’Africa occidentale e orientale. La posizione razzista di “noi siamo i leader che Marx vi ha dato” della Confédération Générale du Travail e dei partiti socialista e comunista francesi hanno avuto un peso determinante nell’evolversi dei sindacati e delle organizzazioni indipendentistiche del Senegal, della Costa d’Avorio, del Mali, della Guinea e della Tunisia in organi di lotta anti-imperialista. La “sinistra” portoghese tentò di “porsi alla testa” delle lotte di FRELIMO, del MPLA e del PAIGC, ma dopo che i lavoratori del FRELIMO hanno liberato il Portogallo da Salazar si sono tenuti ben stretto l’oro delle colonie per aumentare i salari degli operai portoghesi e hanno permesso il ritorno di ottocentomila coloni razzisti, appartenenti principalmente alla “classe operaia”, i quali portano altra farina al mulino della “rivoluzione portoghese”. I socialisti e i comunisti italiani si espressero a favore della rioccupazione dell'Eritrea, della Somalia e, per un certo tempo, perfino della Libia, quando la questione venne discussa dall'ONU, dopo la guerra. L'argomento degli uomini di Nenni e di Togliatti era che adesso l'Italia aveva un governo di Fronte Popolare, non un governo imperialista, quindi: ridateci le nostre vecchie colonie, in modo che il proletariato italiano possa “prendere il loro destino nelle proprie mani e guidarle al più presto possibile all'indipendenza.” Così le idee estremamente “up-to-day” di Engels si trasformavano in arroganza razzista e imperialista. 

Hosea Jaffe - “Africa. Movimenti e lotte di liberazione”, Mondadori, 1978



Il ruolo controrivoluzionario del proletariato occidentale e dei suoi partiti socialdemocratici o stalinisti durante la fase imperialistica del capitalismo: http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2012/10/il-nazionalismo-dei-partiti-comunisti.html

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