joi, 17 ianuarie 2013

Il capitalismo è stato peggio dello schiavismo?





Il modo di produzione classico greco-romano e la struttura sociale dello schiavismo erano limitati quasi soltanto a quel continente che proprio nel 1492 divenne noto con il nome di Europa. Nelle principali città greche e romane la maggioranza della popolazione era costituita da schiavi provenienti dalla Grecia, da Roma, dai Balcani e dal Mediterraneo settentrionale. Relativamente pochi erano quelli provenienti dall’Africa o dall’Asia. Il modo di produzione schiavista e la sua struttura sociale erano di per sé una caratteristica peculiare europea.
   Il modo di produzione schiavista era atipico e non peculiare nelle civiltà asiatiche, americane e africane. In questi continenti la norma fu lo sviluppo dal comunismo primitivo a ciò che ho definito “dispotismo comunitario”21. In uno dei miei primi libri22, la cui stesura intrapresi dopo aver letto gli scritti di Marx sul “dispotismo asiatico” in Sudafrica, Etiopia e Kenya, definivo “schiavismo” un modo di produzione e una struttura sociale che si erano affermati nell’antico Egitto e in Etiopia e che in seguito ridefinii in termini marxisti, influenzato dagli scritti dello stesso Marx. In quest’opera, pubblicata per la prima volta in Italia nel 1971, senza appoggiarmi – per così dire – a Marx, collocavo tuttavia il modo di produzione africano in quella categoria elaborata da Bernier e Marx che si definiva in base a una relativa assenza di proprietà privata in Africa come in India e nell’America precolombiana. Nondimeno questo lavoro riconobbe correttamente, all’interno di quello stesso modo di produzione erroneamente definito “schiavista”, la diffusa presenza, prima della conquista europea, di strutture sociali improntate al “comunismo primitivo” nelle società africane, comprese quelle dell’antica Etiopia e dell’antico Egitto.
   Sebbene la declinazione tipicamente “europea” del modo di produzione e della struttura sociale schiavista poggiasse sullo sfruttamento e l’abuso spesso tirannico degli schiavi, molti tra gli stessi venivano riscattati alla libertà e potevano conseguire successi sociali e anche politici, ad Atene come anche a Sparta, Corinto, Roma, Ercolano, Pompei, nella Britannia occupata dai romani, in Gallia e in Germania. Ci furono anche rivolte di schiavi, che subirono una repressione selvaggia, come quella famosissima guidata da Spartaco. In ogni caso il modo di produzione europeo fondato sulla schiavitù non fu nemmeno lontanamente altrettanto brutale, omicida e soprattutto razzista quanto lo fu, a partire dal 1492 fino all’abolizione della schiavitù sancita in Brasile nel 1888, la proprietà schiavistica praticata dalle potenze e dai coloni europei in America, in Sudafrica, nei Caraibi, nell’Africa orientale portoghese e nel contesto della tratta degli schiavi dall’Africa verso il Brasile, il Venezuela e gli Stati Uniti d’America.
   Lo schiavismo razzista praticato in seguito alle conquiste, le “esplorazioni” e le “scoperte” europee-capitaliste, non fu un modo di produzione a sé stante, ma un elemento costitutivo del modo di produzione capitalistico e della sua struttura sociale. La schiavitù fu la principale relazione di classe in quel periodo della genesi colonialistica del capitalismo che va dalle Crociate feudali-capitaliste al 1492, e poi fino all’abolizione formale della schiavitù stessa. L’abolizione della schiavitù sancì il passaggio dal colonialismo capitalistico all’imperialismo capitalistico. Il razzismo, questo tratto caratteristico del colonialismo capitalistico, che affonda le sue radici nello schiavismo e che nello stesso si accrebbe, fu “modernizzato”, fascistizzato, nazistizzato dall’imperialismo capitalistico. Il sistema divenne un “apartheid su scala mondiale”, come lo definii con Samir Amin e André Gunder Frank nel nostro Quale 1984?23.
   Esprimendo il proprio sostegno critico al presidente degli Stati Uniti Abramo Lincoln, razzista, Marx scrisse di un “lato buono della schiavitù. Non mi riferisco alla schiavitù indiretta, la schiavitù del proletariato, ma alla schiavitù diretta, la schiavitù dei neri in Suriname, in Brasile, nelle regioni meridionali del nord America. La schiavitù diretta è uno dei cardini essenziali su cui l’industria moderna muove le macchine, il capitale, ecc. Senza la schiavitù non ci sarebbe il cotone, senza il cotone non ci sarebbe l’industria moderna. Fu la schiavitù a conferire la loro importanza alle colonie, le colonie dettero vita al commercio globale e il commercio globale è la condizione necessaria per l’industria su larga scala”24.
   Proprio il concetto marxiano di “condizione necessaria” rende rilevante la nostra domanda, “fu necessario il capitalismo?”, nella misura in cui per Marx lo schiavismo capitalistico coloniale fu “condizione necessaria” per quello che marxisti come Silvio Serino, James M. Blaut e altri definiscono come “capitalismo vero e proprio” nel contesto della rivoluzione industriale in Europa e a partire dalla stessa. La domanda resta: il modo di produzione capitalistico fu di per sé una “condizione necessaria” al progresso umano, compreso il socialismo? Per quanto riguarda le posizioni espresse da Engels sull’invasione del Messico ad opera degli Stati Uniti d’America, ci chiediamo se, nel prendere le parti del colonialismo statunitense ed europeo, egli stesse applicando il concetto generico della “necessità storica” all’evoluzione del modo di produzione capitalistico; la nostra risposta è la seguente:

Sebbene Engels fosse rimasto impressionato dal genocidio razzista dei seminole e di altre popolazioni “indiane” da parte delle truppe americane – e dei coloni -, egli credette tuttavia in tre principi fondamentali:
I) la teoria (ariana) della superiorità europea e, di qui, anche della sua supremazia (cfr., più avanti, il capitolo sesto riguardo al supporto dato, alla fine del 1891, a una vittoria tedesca in quelli che erano i primi passi di una guerra mondiale interimperialista);
II) la “necessità storica” dell’ascesa e dell’evoluzione trionfale del modo capitalistico di produzione al posto e al di sopra di tutti i precedenti modi di produzione basati sulla divisione di classe (schiavitù greco-romana, feudalesimo, “dispotismo asiatico”). In pratica egli appoggiò anche la vittoria del capitalismo sulle formazioni sociali preclassiste, come nel caso delle “tribù” dell’Algeria, che, con sua gioia, furono sconfitte crudelmente ed espropriate delle loro terre dal colonialismo francese.
III) la “necessità storica” dell’esistenza e della diffusione mondiale del capitalismo come precondizione essenziale per una successiva rivoluzione proletaria per il socialismo.

Nel 1994 scrissi: “Utilizziamo qui il concetto di modo di produzione e di distribuzione nel senso più generico con cui era utilizzato da Marx, ovvero nel senso di un sistema, una struttura sociale con la sua economia26. Non lo utilizziamo in senso stretto, ovvero non lo utilizziamo per riferirci a uno specifico modo di produzione, come ad esempio la caccia, l’allevamento o la lavorazione del metallo”.
   Inoltre riteniamo che la conflittualità storica determinante non sia tanto la lotta tra le classi quanto le lotte tra i modi di produzione (che ne includono la “struttura sociale” a prescindere dal suo essere organizzata in classi o meno, come nel caso del “comunitarismo primitivo”). Nell’ambito di tanti nostri scritti abbiamo cercato di delineare il più dettagliamente possibile le grandi lotte intermodali che modellarono e rimodellarono le economie politiche e le società di nazioni e civiltà.
   I) Le lotte intermodali in America, Africa e Asia tra il modo di produzione del comunitarismo “primitivo” (un termine che sarebbe meglio evitare piuttosto che abusarne) con la sua struttura sociale e il modo di produzione colonialistico e capialistico, che lo distrusse per mezzo di un genocidio (lotte di questo tipo si produssero anche in alcuni territori periferici dell’Europa, sebbene meno diffusamente e con minor intensità). Tra le civiltà non europee coinvolte vi furono gli ultimi residui della civiltà olmeca, i Toltechi, gli Aztechi, i Maya, gli Inca, i Persiani, gli Indiani, le culture originarie cinesi, i Mongoli, i primi Arabi, gli Egizi e gli Ottomani, le società prezariste dell’obscina, i Nok e altre società nigeriane, l’Etiopia precopta, la Zanji preportoghese, i San (razzisticamente chiamati “Bushmen”27), i Khoi-Khoi (razzisticamente chiamati “Ottentotti”), i Bantu e molti altri.
   II) Le lotte intermodali tra il modo di produzione “comunitario dispotico” (erroneamente definito “dispotismo asiatico” da Wittvogel, Suret-Canale e altri studiosi negli anni ’50 e ’60) con la sua struttura sociale, e il modo di produzione colonialistico-capitalistico europeo con la sua struttura sociale.
   III) Le grandi rivoluzioni socialiste dei modi di produzione e delle strutture sociali definibili come semicapitalisti o parzialmente improntati al “dispotismo comunitario” di civiltà non europee quali la Cina, l’Indocina e più tardi Cuba, contro i modi di produzione e le strutture sociali imperialisti-capitalisti – gli Stati Unidi d’America, il Giappone e la Comunità/Unione Europea – dopo la rivoluzione russa del 1917 (che avvenne in un altro grande paese “arretrato”).
   IV) Le lotte intermodali che in Europa videro fronteggiarsi da una parte il modo di produzione e la struttura sociale “comunitaria” di Celti, Goti, Franchi ecc. e dall’altra il modo di produzione e la struttura sociale schiavistici propri della civiltà greco-romana, quelle in cui si contrapposero il modo di produzione schiavista normanno e quello feudale tedesco, e quelle tra il feudalesimo e il capitalismo fondato sul colonialismo. Paragonate a quelle sopra citate, furono lotte meno ampie, di minor durata e con conseguenze più limitate28.
   È importante sottolineare nuovamente che l’impiego di schiavi e la presenza della schiavitù non definiscono di per sé un modo di produzione. In forme diverse la schiavitù fu una caratteristica di tutti i modi di produzione, anche di quello comunitario antico (il “comunismo primitivo”, così definito nell’arrogante ottica eurocentrica). Nell’Egitto dei faraoni c’erano gli schiavi, ma non un modo di produzione schiavista. Nell’Europa feudale e nelle società del modo di produzione comunitario dispotico in America, Africa e Asia, gli schiavi erano molti. Uno dei progenitori di Puškin per parte di madre entro nella Russia feudale come uno dei tanti schiavi africani del feudalesimo zarista. Alla stessa stregua l’enorme e duraturo commercio europeo di schiavi dall’Africa e in Africa, che si protrasse per quasi cinquecento anni, e l’imponente impiego di schiavi nelle piantagioni degli Stati Uniti d’America, del Brasile, del Suriname e del Venezuela, non facevano del modo di produzione americano, a partire dalle “scoperte” di Colombo fino alla presidenza di Lincoln, un modo di produzione schiavista – tutt’altro: si trattava di un modo di produzione capitalistico.
   Quest’ultimo giunse in Europa nel tardo XV secolo, dalle “scoperte” dell’America, dell’Africa e dell’India, e circa un millennio dopo la fine del modo di produzione schiavista vero e proprio in Europa, che avvenne ai primordi del medioevo feudale. Secondo il moderno marxismo anti-imperialista il modo di produzione schiavista fu una caratteristica peculiare dell’Europa, e proprio la schiavitù e il traffico europeo di schiavi africani furono il motore della genesi del modo di produzione capitalistico. Uno schiavismo di proporzioni abnormi fu la prima forma diffusa di lavoro sotto il modo di produzione capitalistico. In America, in Sudafrica (dal 1658 al 1834), nelle Indie orientali, in Brasile e nelle altre colonie europee gli schiavi erano, tra i lavoratori, la parte più ampia e più sfruttata dal capitale; e allo stesso tempo, per una sorta di crudele paradosso, erano il capitale principale dei loro proprietari capitalisti. Alcuni proprietari di schiavi statunitensi arrivarono a elaborare una formula matematica per calcolare il deprezzamento di questo capitale di manodopera schiavizzata valutandolo in base al tempo trascorso dall’imbarco dello schiavo in Africa. Le loro polizze assicurative su questo capitale, le loro navi negriere e i loro commerci schiavisti nell’oceano Atlantico e nell’oceano Indiano dettero un forte impulso allo sviluppo della scienza statistica, del calcolo delle probabilità e di altre discipline della “matematica pura” in Inghilterra e in Europa.
   Per quanto riguarda la densità di questo “capitale umano”, una piantagione in America, in Sudafrica e nell’Africa orientale aveva in media molti più lavoratori rispetto al suo corrispettivo in Inghilterra, in Olanda, nelle Fiandre ecc. Per tenersi stretta la propria manodopera a basso costo i piantatori portoghesi, spagnoli, olandesi e inglesi bandirono formalmente la schiavitù nelle proprie piantagioni e nelle proprie città asiatiche.


21 H. Jaffe, Stagnazione e sviluppo economico. Modi di produzione, nazioni, classi, Jaca Book, Milano 1985, capp. 1, 2, 9.
22 H. Jaffe, Dal tribalismo al socialismo, cit.: vedi i capitoli riguardanti la schiavitù.
23 S. Amin, A. Gunder Frank, H. Jaffe, Quale 1984?, Jaca Book, Milano 1974; Madrid, México 1975.
24 K. Marx a Pavel Vasilevič Annenkov, 1846 (citato in H. Jaffe, Davanti al colonialismo, cit., p. 69).
25 H. Jaffe, Davanti al colonialismo, cit., cap. 2, pp. 18-19; in riferimento al sostegno espresso da Engels alla guerra statunitense contro il Messico in “Neue rheinische Zeitung”, 15 febbraio 1849.
26 H. Jaffe, European Colonial Despotism. A History of Oppression and Resistance in South Africa, Karnak House, London 1994, p. 5; vedi anche K. Marx, Prefazione a Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1969.
27  Letteralmente “uomini-cespuglio”, ndt.
28 H. Jaffe, Il colonialismo oggi, Jaca Book, Milano 1970; H. Jaffe, The Pyramid of Nations, Lussemburgo/Milano 1980.



Hosea Jaffe - "Era necessario il capitalismo?" (Jaca Book, 2010)

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