duminică, 6 ianuarie 2013

Il contenuto dello "scambio ineguale", un quadro disegnato da Jaffe nel 1976



Qui sotto, il contenuto dello "scambio ineguale", un quadro disegnato da Jaffe nel 1976... E se dovessi afferrare il senso di questa ricerca, che mi affascina e mi intriga (e che penso meriti di essere condivisa), esso sta nell'aver osservato che viene evacuata da un certo discorso "anticapitalista" l'importanza del capitale imperialista occidentale in generale (quindi anche quello dei Paesi europei), convenendo sul mettere l'accento soltanto sul fatto che si deve realizzare una mobilizzazione contro l'egemonia statunitense. Analisi come quella di Jaffe mi fanno invece guardare con diffidenza all'"anticapitalismo" critico soltanto del capitalismo statunitense, perché esse mostrano la situazione internazionale ai tempi del "capitalismo relativo" dal secondo dopoguerra fino alla conclusione della "guerra fredda", e se ne deduce che la mala pianta dell'imperialismo si diffondeva e si stava affermando anche ai tempi del bel "capitalismo relativo" ("relativo" per chi viveva nel centro imperiale), e non soltanto quella dell'imperialismo statunitense. Ma a sentire oggi certi "anticapitalisti" che enfatizzano il ruolo imperiale degli Stati Uniti in politica estera e la mancanza di affinità tra il modello capitalistico anglo-americano e quello europeo negli ultimi vent'anni, il capitalismo sarebbe diventato terribile soltanto dopo il crollo dell'Urss...
Segue l'analisi di Jaffe, tratta dal libro "Marx e il colonialismo", del 1976:


L’intera formulazione dello “scambio ineguale” di Bettelheim e di Emmanuel, dei loro seguaci e di molti dei loro critici, ed anche di Mandel e di Amin (il quale ultimo assume una “mobilità del capitale” che implica saggi di profitto uguali per il saggio coloniale e per quello imperialista e, alla maniera di Sraffa, prescinde dal capitale costante 33), trascura quello che è il punto essenziale: il fatto cioè che lo scambio è globale, e non si svolge fra “nazioni”. Questo scambio globale non avviene fra “nazioni” bensì fra capitale imperialista e forza-lavoro coloniale. Si tratta di uno scambio fra classi, e non è semplicemente uno scambio sul mercato del lavoro (come dice Emmanuel, con un’argomentazione giustificata solo in parte). Si tratta di molto di più: cioè di uno “scambio” fra forza-lavoro e lavoro, cioè dell’”entrata (input) del valore della forza-lavoro e dell’”uscita”, erogazione (output) del lavoro speso nella produzione da parte di tale forza-lavoro; cioè si tratta del classico rapporto marxiano fra lavoro necessario e lavoro erogato complessivamente. Questo è un modo diverso V / P + V di parlare del rapporto fondamentale del capitalismo, cioè del saggio di plusvalore, o grado di sfruttamento P/V. Ma, in questo caso, il V si riferisce al basso salario della forza-lavoro coloniale, e il P (= PV) si riferisce al plusvalore “normale” più il super-plusvalore del capitale imperialista. Soltanto da questo fatto – una volta che sia stato compreso – può scaturire e può esser capito l’apparente “scambio ineguale” fra “nazioni” imperialiste e “nazioni” coloniali. Questa impostazione rappresenta già infatti un rovesciamento di quella che è l’”essenza” della questione, il fatto cioè che il capitale imperialista si trova ad entrambi i poli, in entrambi i termini della diseguaglianza (cioè ha il capitale collocato in entrambe le “nazioni”).
Se guardiamo allo “scambio” in modo globale, otteniamo in primo luogo:
Il PV coloniale = circa 500 miliardi di dollari ($), dei quali abbiamo un ammontare “nascosto” nelle esportazioni = a circa 200 miliardi $.
Ammontare esportato come profitti, turismo e “consumo interno” da parte degli investitori – circa 200 miliardi $, e ammontare reinvestito e consumato da parte dei monopoli e i loro possessori e dirigenti nelle colonie = circa 100 miliardi di $ 34.
V coloniale = circa 100 miliardi di $ (cioè 2/3 del valore aggiunto viene esportato).
Così le colonie sovvenzionano il reddito nazionale imperialista totale per 200 miliardi + 200 miliardi = 400 miliardi (cifra che si potrebbe detrarre dai redditi nazionali globali che ammontano a circa 2.000 miliardi di $, e che può benissimo costituire l’ammontare totale di P “dei” paesi imperialisti sul piano “interno”).
Lo scambio fra le classi di P/V è = a 500/1000 = 400 (esportati) + 100 (restanti) / 100 (V)
Ora questo rapporto determina lo “scambio” fra paesi imperialisti presi come un insieme e le colonie prese come un insieme: essendo A il valore aggiunto, abbiamo:
Aimperialista = 2.000 meno questo 400 = 1.600 (= VI) (con PV = a zero).
Acoloniale = 600 = 100 per Vcoloniale + 500 per PVcoloniale
(tutte le cifre sono in miliardi di dollari).
Ora, di questi 600 miliardi di $, il prezzo di vendita delle esportazioni è approssimativamente = 200 miliardi $ 35.
Esportazioni dai paesi imperialisti alle colonie = 200 miliardi.
Esportazioni dalle colonie ai paesi imperialisti = 200 miliardi.
Ma le esportazioni dei paesi imperialisti si basano su di un saggio medio del profitto [PV / (C + V)] caratterizzato dal fatto, in tali paesi, che il prezzo di produzione è > del valore. E poiché non c’è il problema di aver bisogno di abbassare il prezzo di vendita al di sotto del prezzo di produzione (per sfuggire al fisco, per nascondere il “plusvalore nascosto”), c’è un interesse, al contrario, ad ottenere il massimo del prezzo di mercato allo scopo della realizzazione dell’intero PV, per quanto riguarda l’insieme dei paesi imperialisti.
Prezzo di vendita = prezzo di produzione = valore (= 200).
Ma, per quanto riguarda le colonie, con il saggio di profitto = PV/C + V, il PV, più i 100 miliardi di dollari restanti nelle colonie, è lo stesso PV usato nel calcolo “interno” dei paesi imperialisti, cioè è approssimativamente uguale al PV “imperialista” più i 100 restanti nelle colonie. Così gli imperialisti trasferiscono, anche per il calcolo del loro saggio di profitto interno, una parte del surplus coloniale al “reddito nazionale” imperialista. Il saggio del profitto “interno” di questi paesi è così un saggio gonfiato; non interamente un dato interno, ma soltanto parzialmente (Spagna, Portogallo, Grecia, Giappone, zone regionali in Italia) o probabilmente niente affatto interno (Gran Bretagna, Francia, Germania occidentale, Olanda, Danimarca, Svezia, USA, Svizzera, Sudafrica bianca, Israele, Australia, Canada ecc.).
Per le colonie, riferendosi al loro saggio di profitto PVc/ (capitale coloniale), abbiamo: prezzo di produzione = valore (e questo vale per il sistema mondiale, cioè: prezzo di produzione totale = valore, se il P imperialista non include una parte del PVcoloniale).
Ma lo scambio non avviene fra prezzi di produzione totali uguali e valori. Lo scambio avviene fra:
- prezzo di produzione imperialista (maggiore del valore);
- prezzo di vendita coloniale (minore del valore);
- prezzo di produzione coloniale (valore) meno il “super-plusvalore nascosto” di 200 miliardi
di $, o anche di più come dimostra il calcolo seguente, prendendo in considerazione il capitale costante logorato: abbiamo cioè un trasferimento di più di 200 miliardi verso i paesi imperialisti, che vengono perduti dall’Africa, dall’Asia e dalle semicolonie americane ecc. I 200 miliardi esportati dalle colonie rappresentano il prezzo di vendita, con un valore di 400 miliardi (2/3 della produzione coloniale). L’elemento V di questi 400 miliardi è dato da 66,6 miliardi (2/3 dei salari coloniali). L’elemento P è 2/3 di 500, cioè 333,3. Di questi circa 100 miliardi costituiscono il prezzo di vendita (e il resto è formato dai suddetti 66,6 V più il capitale costante logorato). Il plusvalore nascosto che viene trasferito è così di 233,3 miliardi, e questa cifra rappresenta l’ammontare dello scambio ineguale. Ad essa vanno aggiunti i profitti rimpatriati ecc. In tal modo, lo scambio ineguale non è un fatto interno bensì esterno ai prezzi di scambio. E ciò, anzi, riflette il fatto che tale scambio ineguale ha il proprio fondamento nella produzione, all’esterno cioè dello scambio vero e proprio.
Inoltre, deve essere chiaro che la vendita imperialista comprende il capitale costante logorato delle colonie, il quale esiste all’interno delle merci vendute, e così contiene i sovrapprofitti nascosti passati. I 200 miliardi venduti realizzano così i sovrapprofitti coloniali passati, e nello stesso tempo rastrellano i sovrapprofitti nascosti attuali e potenziali (non ancora realizzati). Il resto della realizzazione si verifica all’interno e fra i paesi imperialisti. Ma questa realizzazione non significa sfruttamento degli operai come consumatori, dal momento che le importazioni coloniali arrivano ad un prezzo non superiore, ma inferiore ai loro valori, e la realizzazione avviene ai loro valori (433,3 miliardi).
Per quanto riguarda i 200 miliardi venduti dai paesi imperialisti, essi rappresentano circa il 10 % della produzione annua, e in tal modo essi realizzano circa il 10 % del plusvalore complessivo trasferito, che è di oltre 400 miliardi; cioè in questo scambio abbiamo:
1) una realizzazione del sovrapprofitto totale passato per circa 40 miliardi;
2) un drenaggio di sovrapprofitto nascosto non ancora realizzato ma potenziale di circa 200
miliardi.
Questo è il contenuto dello “scambio ineguale”, e in questo è un quadro molto diverso da quello disegnato sia da Emmanuel che dai suoi critici.

Le note:
33 S. Amin, "L'Échange inégal et la loi de la valeur", Éditions Anthropos, Parigi 1974; (trad. it. "Come funziona il capitalismo?", traduzione di Giuseppe Folloni, Jaca Book, Milano 1974); cfr. in particolare la prima parte, "La fine di un dibattito", pp. 25-96. Non intendiamo qui fare ad Amin delle critiche a posteriori. Io gliele ho fatte personalmente nel corso del nostro dibattito del gennaio del 1974, così come per quanto concerne il suo mutamento di posizione sull'URSS. Nella sua "Accumulazione su scala mondiale", Milano, Parigi, Dakar, 1970, 1971, egli considera l'URSS come facente parte del blocco "socialista", la cui economia egli presumeva essere disgiunta dall'economia capitalistica mondiale: interpretazione che, per scopi pratici, è ancora corrotta: a) a causa dei diversi rapporti di proprietà e della loro connessione con il plusvalore; b) perché il commercio estero fra le due "serie" di paesi è limitato (ma è in via di espansione, così come l'interesse, tanto da parte russa che da parte cinese, per accordi con l'imperialista Mercato Comune Europeo e l'imperialista Comunità Economica Europea nel 1974-75, in violazione della precedente politica anti-CEE tanto da parte dell'URSS, nel 1965, quanto da parte della Cina); c) a causa del livello trascurabile degli investimenti dell'una serie di paesi nell'altra.
34 H. Jaffe, "L'accumulazione capitalistica su scala mondiale", in Amin-Frank-Jaffe, "Quale 1984", op. cit., cfr. anche "Il colonialismo oggi", op. cit., ultimo capitolo.
35 Dai più recenti dati del F.M.I. (1974), risulta che le esportazioni mondiali, a prescindere dai paesi "socialisti", ammontano a circa 500 miliardi di dollari. Di questi circa 1/3, cioè più di 160 miliardi di dollari, rappresentano le esportazioni dalle regioni semicoloniali. Nell'esempio precedente, noi usiamo i livelli dei prezzi per il 1975, che rende così tale cifra equivalente a 200 miliardi di dollari.

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