duminică, 20 ianuarie 2013

La tesi su Democrito ed Epicuro



   Nella sua tesi di laurea dell’aprile 1841 5, il “giovane Marx” preferisce il principio dialettico del materialismo di Epicuro al materialismo meccanicistico di Democrito. Questa scelta di Marx non era una questione di “scienza pura”, bensì una scelta politica di libertà contro la predestionazione, e contro quel determinismo meccanicistico di cui egli stesso è stato così spesso è così falsamente accusato; accusa che Bettelheim ed Althusser gli hanno entrambi attribuito, ma non certo ripreso da lui.
   Così nella sua tesi egli critica Hegel per la sua preferenza per Leucippo e Democrito rispetto ad Epicuro. Secondo Marx questa scelta era sbagliata perché negava l’affrancamento dell’umanità, che costituisce l’esigenza fondamentale della rivoluzione coloniale contro l’imperialismo francese e britannico in Africa e in Asia. Questa chiara esigenza politica di Marx era parte integrante di tutto un atteggiamento nei confronti della vita umana, che conduceva tale esigenza verso un materialismo non predeterminato, grazie alle sua aperta dichiarazione di guerra a tutti gli dei del cielo e della terra, il suo rifiuto del tentativo di Plutarco di giudicare la filosofia al tribunale della religione, il suo apprezzamento per lo scetticismo di Hume. Poteva così scrivere: “La filosofia, fintanto che una goccia di sangue ancora pulserà nel suo cuore assolutamente libero” (questa frase suona come un anatema per la “scienza” disumana di Bettelheim) 6, “dominatore dell’universo, griderà sempre agli avversari...”. Marx elogia Prometeo per “la sentenza sua propria contro tutte le divinità celesti e terrestri” (fra queste ultime, ai nostri tempi, abbiamo avuto Hilter, Mussolini, Perón, Stalin, Mao, tutti per ragioni diverse, così come l’anti-marxista deificazione di Marx o l’anti-leninista deificazione di Lenin, ad opera di tutte le menti deboli della terra). Ma questa frase su Prometeo continua con l’idea successiva, politicamente basilare, su “tutte le divinità celesti e terrestri che non riconoscono come suprema divinità l’autocoscienza umana” (sottolineatura mia). Qui Marx vincola direttamente l’esigenza politica di affrancamento e di libertà all’autodeterminazione umana. Questo apparente “idealismo” non ha nulla di idealistico in sé dal punto di vista filosofico, ma ha pur qualcosa di idealistico nel “senso più elevato” di aspirazione alla compiutezza umana. L’errore dei dicotomisti di Marx consiste nel non distinguere fra queste due specie di idealismo, dato che esse possono, come lo sono in Marx, essere opposte. I “moderni” accademici vorrebbero dire che la tesi di Marx è una sintesi di politica, psicologia e filosofia, ma Marx parla molto meglio per se stesso.
   Marx critica Democrito perché egli riduce la realtà sensibile ad immaginazione soggettiva ed accetta la necessità come legge universale, assoluta. Epicuro, invece, parte dalla realtà sensibile, respinge il determinismo assoluto ed accetta l’accidente e la libertà. È qui, significativamente, che Marx si differenzia da Hegel, per il quale la libertà proviene “dall’alto”, mentre per Marx proviene dal “basso”. L’idea di Epicuro della deviazione degli atomi dalle linee rette (un’intuizione primitiva gravitazionale) dimostra secondo Marx che Epicuro concepisce essenzialmente il determinismo come qualcosa di diverso dalla “necessità cieca”. Questo materialismo antimeccanicistico, con la sua tensione di cambiamento come principio dialettico, richiama quel materialismo dialettico che Marx avrebbe successivamente sviluppato. La declinazione dell’atomo fa parte di una legge che percorre tutta la filosofia epicurea, “tanto che, come si comprende a prima vista, la determinatezza della sua manifestazione dipende dalla sfera nella quale si applica” (op. cit., p. 365). “L’astratta individualità appare nella sua suprema libertà ed autonomia, nella sua totalità” (ibid.). Per Marx l’autocoscienza, la deviazione atomica e l’autodeterminazione (chiamata significativamente autonomia) sono forme dell’automovimento. E l’automovimento è il vero cuore della dialettica marxista. L’”atomo” marxiano è un’antitesi ed un equivalente materialistico della “monade” di Leibniz 7, con la sua derivazione dalla filosofia e dalla scienza cinese non-statiche.
   Democrito, d’altra parte, conosce soltanto l’esistenza materiale dell’atomo ed il suo movimento, e non vede l’”aspetto ideale” della repulsione, la determinazione formale come autodeterminazione. Ma la repulsione è la prima forma di autodeterminazione, la prima condizione per la libertà di azione, nella realtà e nell’uomo. La scelta implica repulsione, allontanamento (la repulsione è l’”aspetto ideale” dell’antagonismo di classe ed è la “legge” della lotta di classe). “Così l’uomo cessa di essere un prodotto della natura solo quando l’altro, con cui egli è in rapporto, è non un’esistenza diversa ma anch’esso un’individualità umana, anche se non è ancora lo spirito” (ibid., p. 367). Vengono qui messi in relazione, da parte di Marx, la libertà e l’uomo, quest’ultimo come animale sociale. “È legge psicologica che lo spirito teoretico divenuto in sé libero si trasformi in energia pratica” (p. 412). Abbiamo qui il nocciolo della necessità dell’unità di teoria e pratica, dove la pratica è vista come la realizzazione della libertà. Il concetto di pratica, che Bettelheim trova in Marx come sviluppo successivo (dopo il 1844) 8, è già solidamente impiantato nella tesi del 1841 su Epicuro. Nella parte finale questa tesi (p. 413) sviluppa l’idea essenziale della dialettica marxiana, cioè il conflitto degli opposti come logica conseguenza del principio della repulsione secondo la concezione epicurea. Da tutti i punti di vista dunque, non ultimo quello dei lavoratori delle colonie, il “Marx ragazzo” della tesi era in realtà una fortunata “deviazione accidentale” presentatasi alla ribalta della storia.


5 K. Marx, Democrito e Epicuro. Dissertazione dottorale discussa a Jena il 15 aprile 1841. Sta in Alfredo Sabetti, Sulla fondazione del materialismo storico, La Nuova Italia, Firenze 1962, pp. 339-416.
6 Ma C. Bettelheim, nel suo dibattito sulla Monthly Review con P. Sweezy, nel n. 7 del 1970, nel numero del novembre 1971 (quando trova l’esistenza in Russia di una “classe borghese”) e del marzo-aprile 1969 (in URSS c’è una “borghesia di stato”), adopera come argomento il “fattore umano” del controllo operaio sulla produzione e sullo stato. Condanna l’URSS per questa ragione “umanistica”, ma difende la validità di Stalin, il quale viene criticato chiaramente nelle sue opere precedenti, fra cui il Calcolo economico e forme di proprietà (Calcul économique et formes de propriété, traduzione di A. Chitarin, Jaca Book, Milano 1970) e La transizione all’economia socialista, op. cit., come vedremo ancora più oltre; uguali critiche erano state fatte, fra gli altri, da P. Naville.
7 G.W. Leibniz, Monadologie (trad. it. La monadologia, traduzione, nota introduttiva e aggiunte di Yoseph Colombo, La Nuova Italia, Firenze 1970). Mentre in Europa la controversia principale si svolgeva fra la “materia” e l’”idea”, in Cina essa era largamente superata dalla disputa fra i sostenitori di una concezione statica e di una concezione dinamica.
8 C. Bettelheim, La transizione ecc., op. cit., pp. 160-163.


Hosea Jaffe - Marx e il colonialismo (Jaca Book, 1976)



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