sâmbătă, 12 ianuarie 2013

L’Italia nella trappola dell’Unione Europea



Hosea Jaffe, Via dall'azienda mondo. Dove la destra e la sinistra stanno dalla stessa parte, 1995, Jaca Book 


   Domanda: Passiamo adesso al problema della posizione internazionale di un paese come l'Italia nei confronti della parte europea e delle altre parti del mondo.

   Finché l’Italia fa parte dell’Unione Europea si trova in trappola, è completamente intrappolata: non può far niente. Magari per cattive ragioni, ma oggi la Norvegia e la Svizzera sono più libere dell’Italia. Possono esportare, possono fare quello che vogliono e sono più libere di agire. Nei fatti la loro economia non subisce limitazioni. Io penso che un paese come l’Italia dovrebbe uscire dall’Unione Europea e discutere la sua posizione rivierasca nel Mediterraneo, perché i paesi meditarranei sono i suoi vicini. Ovviamente, ha anche altri confinanti; ma i vicini naturali dell’Italia sono nel Mediterraneo, mi sembra evidente. Dovrebbe discutere con tutti questi suoi vicini il problema dell’equità fra paesi e formare una comunità mediterranea, sforzandosi di creare nuove regole sui redditi su una base di eguaglianza. Sulle coste del Mediterraneo ci sono molte nazioni interessate; l’obiettivo di una tale comunità sarebbe giungere allo stesso reddito pro capite.

   Domanda: E tu pensi che sarebbe più facile in questo momento discutere con i paesi mediterranei che con quelli europei?

   Certamente. I paesi europei discuterebbero di una simile comunità come un mezzo di sfruttamento, come un metodo per sfruttare l’Africa e l’Oriente. Non avresti una discussione molto facile neppure con certi paesi arabi, perché sono collegati agli Stati Uniti. Occorrerebbe che avvenga un certo cambiamento, prima che l’Arabia Saudita e gli stati del Golfo decidano qualcosa di buono.

   Domanda: In questo senso per l’Italia c’è un problema di delinking dalla Germania e dall’Europa?

   Sì, e contemporaneamente c’è il problema di riannodarsi alla sua storia, che si è svolta nel Mediterraneo.

   Domanda: D'accordo, ma non ci sono solo ragioni legate alla storia, dato che in effetti l'Europa odierna è un progetto dell'imperialismo tedesco.

   Se si desiderano delle corrette relazioni egualitarie con i paesi che s’affacciano all’Adriatico, per esempio, non si può ottenerle partendo dall’Unione Europea. Se l’Italia uscisse dall’Unione Europea, si potrebbe avere un atteggiamento differente verso quei paesi ed essi vi guarderebbero con alti occhi, tutt’affatto differenti.
   Il suggerimento è di non puntare a una produzione sempre maggiore ma di cercare una produzione minore, ed efficientemente minore. Negli interessi dell’uomo e della natura, ovviamente.
   L’economia mondiale è controllata e spartita tra l’Unione Europea guidata dalla Germania, il Giappone e gli Stati Uniti. Queste sono le sole potenze mondiali al giorno d’oggi. La Russia non è mai stata una potenza, era un problema che gli stati occidentali hanno cercato di rimuovere e forse hanno rimosso. Ora quelle tre potenze, con i loro patti – per esempio oggi l’accordo del Pacifico per il Giappone – controllano l’economia mondiale, gli stati, i governi, gli apparati statali, assieme alle multinazionali che controllano la maggior parte del commercio mondiale.
   Sono questi tre motori  a far muovere il mondo e, per come la penso io, non è realistico aspettarsi che essi si fermino da soli, dall’interno, per mezzo delle lotte di classe e simili. Può forse essere che questo avvenga negli Stati Uniti: se la gente messicana e la gente “negra” si mettono d’accordo, potrebbero produrre qualche mutamento qualitativo negli Stati Uniti. Non ci sono ancora indizi di questo, ma penso che succederà, che prenderà forma un qualche fronte politico tra “negri” e messicani negli Stati Uniti. C’è già una forza di sessanta o settanta milioni di persone, è abbastanza grande. Ma altrove non è realistico aspettarsi cambiamenti all'interno dei motori storici, e ciò signicia che i cambiamenti devono arrivare da altre direzioni.
   Una prima direttrice proviene dal Terzo mondo. Qualche sviluppo, sul tipo del Kerala indiano, o un movimento all’incrontrario nell’ex Urss, in Russia, per tornare un po’ indietro. Mutamenti di questo tipo possono cambiare il sistema.
   L’altra possibile direttrice è che i partner meno ricchi e più deboli delle potenze possano produrre una spaccatura. Penso che il partner povero degli Stati Uniti sia solo il Canada, ma non cambierà; l’esperienza cubana non sarà importata. Il Giappone non ha partner poveri, è da solo. Il gruppo fragile è l’Unione Europea, ora costituita da quindici paesi uniti da un legame molto impari, dato che ha una coda molto lunga: Grecia, Portogallo, Spagna e Italia sono, in grado differente, quattro paesi deboli anche se l'Italia ha più di un punto di forza. Se avverrà qualche cambiamento che dislocherà l'Unione Europea, questo sarà prodotto non dalla testa ma dalla coda del treno europeo. Potrà venire dalla Grecia, che praticamente è in fondo, e dalla Spagna, che non è molto in forma, o dal Portogallo, che non è particolarmente importante (ma talvolta il tender può andare in fiamme e incendiare il treno), oppure dall'Italia, che è già lacerata dal conflitto di interessi tra quello che può guadagnare dal mercato europeo e quello che può guadagnare dall'America latina, dal Nordafrica e dal Medio Oriente. Un bel problema per il capitalismo italiano! Penso che non siano sicuri dove stia il guadagno. Secondo le ultime statistiche che ho letto, l'Italia sta andando molto bene fuori dall'Europa, ma non in Europa. E ciò può causare qualche dislocazione in Italia e nella coda del treno europeo. Questa è la seconda direttrice da cui il sistema mondiale può essere riorientato.

    Domanda: Questo possibile delinking dell'Italia può essere fatto in due modi: puoi sganciarti dall'Europa perché hai compreso di aver a disposizione una via imperialistica autonoma, oppure puoi farlo prendendo un'altra posizione.

    Sì, puoi sganciarti in associazione col Mediterraneo oppure autonomamente, cercando di diventare un'altra Svizzera. Ma penso che per ora ciò non sia per niente probabile, non sta maturando finora nessun delinking dall'Europa.

    Domanda: Quindi il delinking di Samir Amin o il tuo unchaining si applicano anche a paesi del Primo mondo come l'Italia?

    Sì, certo. Il delinking è un processo internazionale, il cui link, il cui legame principale è il nesso imperialistico tra nazioni ricche, come l'Italia, e nazioni povere. Lo sganciamento delle nazioni ricche sarebbe il complemento dello sganciamento delle nazioni africane, asiatiche, centro e sudamericane, dei Caraibi, e così via. Lo sganciamento di paesi come l'Italia farebbe parte di un processo mondiale che sostituisce all'obiettivo, allo scopo del "progresso nazionale" quello dell'uguaglianza internazionale. Lo sganciamento di ogni nazione del Primo mondo sarà speciale, perché sarà correlato alla specifica storia coloniale di tale nazione.
    Per l'Italia, concerne il pagamento delle indennità e dei compensi per i milioni di etiopici uccisi dagli italiani dal 1935 al 1941 e per le atrocità in Libia e la restituzione dell'obelisco di Axum, in segno di rispetto, analogamente a quanto fu imposto a tedeschi e giapponesi. L'Italia non ha ancora pagato il suo colossale debito alle sue ex colonie. Ma la storia coloniale dell'Italia non si è conclusa quando essa perse le sue colonie ufficiali, è continuata nella forma del neocolonialismo, basato su due pilastri. Il primo di questi è il gran numero di emigrati italiani e di origine italiana che sfruttano la popolazione dell'Argentina, del Brasile, dell'America centrale, degli stessi Stati Uniti, del Sudafrica, ad esempio, e che rinviano in patria i superprofitti realizzati. Come è stato recentemente riferito da un programma televiviso italiano, ci sono più italiani all'estero (sessantadue milioni) che in Italia (cinquantasette milioni). Il secondo pilastro consiste nei sostanziosi investimenti e nei superprofitti prodotti nell'Africa settentrionale e orientale, in Sudafrica, nell'America centrale e meridionale, nel Medio Oriente, in India, in Russia, nel Kazakistan e altrove.
    Delinking significa il crollo di entrambi questi pilastri, che alimentano una larga parte dell'economia "italiana" e dai quali l'Italia guadagna come minimo tanto quanto perde nella connessione "transalpina" con l'Unione Europea. Quest'ultima perdita è accompagnata dalla perdita dell'autocoscienza nazionale e dell'atuodeterminazione, sia politica che culturale.
    Naturalmente, il crollo di quei due pilastri provocherà una grossa perdita all'Italia. Ma la perdita immediata sarà compensata da un guadagno in indipendenza e in onore - se la moralità economica non è morta. Il lato positivo dell'apparente negatività del delinking sta nel principio che la rottura del nesso neocoloniale "dall'alto", per così dire, libera il liberatore tanto quanto il liberato. In egual modo, la liberazione "dal basso", da parte dei popoli che vengono sfruttati dall'Italia nel Terzo mondo (direttamente per mezzo dei propri investitori e indirettamente attraverso la sua appartenenza all'Unione Europea e alla Nato) libera sia l'oppresso che l'oppressore.
    Non occorre dire che l'alternativa all'autosganciamento dell'Italia potrebbe benissimo essere uno sganciamento forzato provocato da una diffusa o anche generale rivolta economica e politica del Terzo mondo contro le istituzioni (Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale inclusi) e gli stati del Primo mondo. Dopotutto, Lincoln ha salvato gli stati del sud da una rivolta generale degli schiavi nel 1862, con la liberazione unilaterale degli schiavi: non è una cattiva lezione per l'Italia e il resto dell'Unione Europea.
    Rendere più uguali le nazioni riduce certamente il reddito nazionale delle nazioni ricche. Tuttavia questo non comporta automaticamente disoccupazione massiccia e altre miserie se, e solo se, la potenza ex coloniale sostituisce le sue attività neocoloniali:
   - primo, con una genuina esportazione bilaterale ed egualitaria di esperti e di teconologia (soprattutto dei mezzi che producono quella tecnonolia) a prezzi mutuamente concordati basati sul costo del "lavoro universale", che oggi si aggira sui ventimila dollari all'anno per l'operaio specializzato;
    - secondo, con una rete nazionale di industrie e servizi per supplire alla riduzione al dieci per cento o meno dell'industria petrolchimica, automobilistica, degli autocari, della plastica, chimica, farmaceutica, della fissione nucleare e degli armamenti; con la creazione di industrie che producano treni, tram, tunnel, metropolitane, navi, comunicazioni internazionali ed energia alternativa, inclusa forse la fusione nucleare: tutti campi in cui l'Italia ha un alto profilo;
    - terzo, rimpiazzando il commercio e i movimenti di capitali, e anche gran parte di movimenti personali "transalpini", con un commercio egualitario "mediterraneo", con movimenti monetari bilaterali e anche insediamenti di persone. Da una parte, tutto ciò richiederebbe la cancellazione delle leggi razziste sull'immigrazione emanate dall'Italia e dagli altri paesi dell'Unione Europea, e lo scioglimento dell'Unione stessa. Dall'altra parte, occorrebbe sostituire la mentalità colonialista con un modo di vivere e di pensare non etnico.

    Domanda: Quando i consiglieri di Kohl dicono: "Attenta Italia! Rischi di finire in seconda classe", stanno in effetti dicendo qualcosa di esatto: il problema è se si deve preferire non solo stare in seconda classe ma scendere addirittura dal treno.

    Sì, sarete in seconda classe all'interno dell'Europa, ma se uscite dall'Europa sarete in una classe differente, assieme ad altri popoli. È una scelta politica, e sarebbe un contributo alla disgregazione dei tre poli.

    Domanda: Ritieni che quei tre poli siano alleati al momento, oppure sono a rischio di combattersi l'un l'altro?

    Penso che il conflitto di uno contro l'altro sia completamente inevitabile, assolutamente inevitabile. Ci sono tutte le prove del riarmo tedesco e giapponese. Quanto al Giappone, vedremo nel giro di pochi anni cosa può fare, perché il controllo è molto dittatoriale e completamente monolitico, è imperiale. Non sarà una faccenda vecchio stile - del tipo rivendicare la Cina per fare la guerra - ma ci sarà un'espansione di mercato che invaderà gli Stati Uniti e porterà a frizioni e a problemi che potranno facilmente sfociare in un conflitto.

    Domanda: Possiamo parlare di tre differenti sistemi, o è lo stesso sistema?

    È lo stesso sistema.

    Domanda: Ma con differenti caratteri storici?

    Sì, differenti aree d'influenza.

    Domanda: Solo aree differenti, oppure queste differenze dimostrano anche qualche metodo che muta?

    No. L'area d'influenza del Giappone si estende ovviamente all'Estremo Oriente e al Pacifico, ma il Giappone è molto forte anche in certe zone dell'America latina, e certamente è molto forte in parti dell'Africa, per esempio in Sudafrica. Il Giappone è praticamrnte internazionale, come la Germania e gli Stati Uniti. Ma ognuno ha le proprie zone: quella del Giappone e il Pacifico, la zona degli Stati Uniti è costituita sia dal Pacifico che dall'Atlantico e la zona d'influenza tedesca dal Mediterraneo e dall'Asia occidentale.

    Domanda: Un conflitto potrebbe scopiare perché a un certo punto non vi sarà abbastanza spazio. Ci sarà qualcosa come uno scontro fisico?

    Sì, in certi periodi di difficoltà non ci sarà abbastanza spazio economico per tutti. Naturalmente, oggi non c'è neppur modo di pensare a conflitti interni al gruppo dei tre, ma credo del tutto probabile che sorgera un conflitto quando uno fara qualcosa che l'altro non gradisce e sarà diventato troppo forte. Penso che in quel caso la maggiore probabilità di conflitto sia ancora dal lato della Germania.

    Domanda: E tu pensi che l'unica possibilità di cambiamenti interni esista oggi negli Stati Uniti.

    Non vedo come possa succedere in Italia o in Europa. Ma forse in coda al treno dell'Unione Europea si potrà verificare qualche cambiamento.
  
   Domanda: O un delinking nell'Unione Europea, o un forte cambiamento negli Stati Uniti dovuto a questa specie di invasione culturale dal sud?

   La penso così.

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