joi, 3 ianuarie 2013

Modi di produzione, nazioni e classi



Nel Manifesto comunista del 1848 Marx scrisse: “La storia di tutte le società fino ad oggi esistite è storia di lotte di classe”. Alcune di queste lotte si svolsero all’interno di una stessa nazione, ma vi furono anche lotte di classe internazionali che si articolarono tra diverse nazioni. Tra queste ultime alcune videro affrontarsi tra loro gli oppressori (per esempio i poteri coloniali, come nel caso della Francia contro l’Inghilterra, o della Germania contro la Russia), ma le lotte di classe internazionali più significative furono quelle che videro fronteggiarsi da una parte i poteri colonialistici e le loro classi, e dall’altra i paesi colonizzati con le rispettive classi contadine, lavoratrici, tribali, dispotiche o borghesi (come nei casi dell’Inghilterra contro l’India, della Francia contro l’Algeria, della Spagna contro il Messico, dell’Olanda contro l’Indonesia). Vi furono anche lotte di classe internazionali interne a uno stesso paese (per esempio quella tra lo stato israeliano con le sue classi coloniali, e le classi palestinesi oppresse dallo stesso stato di Israele); e, viceversa, vi furono anche lotte di classe che si svolsero all’interno a una stessa nazione parallelamente a quelle internazionali, di solito in una dinamica di interdipendenza.
   Basandosi sull’economia politica di Marx e anche sulla sua filosofia del materialismo storico e dialettico, Vladimir Il’ič Lenin analizzò le lotte di classe e nazionali che si produssero dopo che il colonialismo capitalistico aveva raggiunto la sua “fase suprema”, l’imperialismo, e insieme ad altri bolscevichi, tra i quali Lenon Trockij, portò i propri studi alle loro estreme conseguenze logiche e pratiche guidando la rivoluzione socialista del 1917 che rovesciò, almeno per i successivi settant’anni, il dispotismo feudale e quanto di capitalistico era gia presente nella Russia zarista. Il leninismo era rivoluzionario: si basava sul concetto che lo sbocco naturale delle lotte di classe tra nazioni potessero essere le lotte intermodali per la distruzione di un modo di produzione ad opera di un altro, in particolare quella del capitalismo ad opera del socialismo.
   Quando Marx scrisse nel Manifesto comunista che “La storia di tutte le società fino ad oggi esistite è storia di lotte di classe” non guardava tanto o soltanto alle lotte di classe interne a una stessa nazione – per esempio quelle che si producevano in Francia, in Germania e in Inghilterra – ma anche o soprattutto alle lotte internazionali (per esempio quelle tra le classi dominanti in Francia e Germania nel 1870) o intermodali (per esempio quelle tra le classi indiane e quelle inglesi, oppure quelle fra le classi dinastiche, mercantili e cittadine del modo di produzione proprio del “dispotismo asiatico”, e l’insieme degli imperialisti del modo di produzione capitalistico, delle quali fu un esempio la rivolta dei Boxer nel 1900).
   Diversamente da Engels, socialista-colonialista (per il sostegno che diede alla conquista dell’Algeria ad opera della Francia, alla guerra statunitense contro il Messico nel XIX secolo e alla colonizzazione italiana dell’”Eritrea”1), Marx riconosceva il colonialismo come la vera genesi del modo di produzione capitalistico e della sua struttura sociale. Perciò, nel 1848, scrisse nel Manifesto comunista:

La scoperta dell’America, la circumnavigazione del Capo, aprirono nuovi territori alla borghesia in ascesa. I mercati dell’India orientale e della Cina, la colonizzazione dell’America, il commercio con le colonie, l’aumento dei mezzi di scambio e delle merci in generale, diedero al commercio, alla navigazione e all’industria uno slancio senza precedenti e produssero di conseguenza un rapido sviluppo dell’elemento rivoluzionario che risiedeva in seno alla vacillante società feudale [...]. Al lavoro artigianale si sostituì la grande industria moderna [...]. L’industria moderna ha fondato il mercato mondiale cui la scoperta dell’America aveva aperto la strada.

Oltre un decennio dopo scrisse, in un famoso capitolo del Capitale:

   La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria2.

Lenin sviluppò ulteriormente questa analisi identificando la forma definitiva assunta dal colonialismo, ovvero l’imperialismo, come il modus viventi proprio del modo di produzione capitalistico e della sua struttura sociale, e come la “fase suprema del capitalismo”.

   Scrisse infatti:

   Il capitalismo è cresciuto fino a diventare un sistema mondiale di oppressione coloniale e di strangolamento finanziario della grande maggioranza della popolazione ad opera di un pugno di paesi “avanzati”3.

La sua visione del capitalismo come inumano e colonialistico costituì un passo avanti fondamentale rispeto alla visione che Marx espresse nella prefazione del 1859 alla sua opera Per la critica dell’economia politica, secondo cui lo stesso capitalismo sarebbe stato parte di una successione “progressiva” di modi di produzione:

   A grandi linee i modi di produzione asiatico antico, feudale e borghese moderno possono essere visti come epoche che segnano il progresso dello sviluppo economico della società [corsivo nostro].

La serie di modi di produzione descritta nel brano qui sopra citato omette però i modi di produzione preclassisti, di cui Marx scrisse estesamente.
   Nel seguente brano, tratto dai suoi scritti precedenti alla stesura del Capitale, Marx metteva in luce certi elementi classisti e proprietari che le strutture sociali classiste ripresero dal “comunismo primitivo”:

   Dalle diverse forme della proprietà comunitaria primitiva derivarono forme diverse di proprietà. Per esempio, varie forme prototipali della proprietà privata romana e tedesca possono essere ricondotte a certe forme della proprietà comunitaria indiana4 [corsivo nostro].

Ciò poneva Marx in contrasto con l’idea di Ernest Mandel secondo cui il “modo asiatico” fu proprio esclusivamente dell’Asia5.
   Marx indicò specificamente come esempio di tale “modo” l’Egitto faraonico e Trockij lo riconobbe come un elemento importante nella Russia dei Romanov; i teorici e gli storici stalinisti liquidarono il “modo asiatico” e la sua particolare struttura sociale6. La successione di “stadi” fondamentali delineata dagli stalinisti – stato selvaggio-barbarie-schiavismo-feudalesimo-capitalismo – era impregnata di eurocentrismo.
   Il concetto di “dispotismo asiatico” fu sviluppato molto prima che Marx lo impiegasse, tra gli altri da colonialisti inglesi e olandesti come Stanford Raffles (governatore di Giava dal 1811 al 1816), François Bernier (un fisico francese alla corte del Gran Mogol7, nato nel 1625 e morto nel 1688), Charles de Montesquieu (1689-1755) e lo stesso Hegel (1770-1831), il quale nella sua Filosofia della storia scrisse:

   [...] non c’è alcuna aristocrazia ereditaria in Cina, nessuna organizzazione feudale [...]. In Cina abbiamo la realtà di un’eguaglianza assoluta, e tutte le differenze esistenti sono possibili soltanto in connesssione con l’amministrazione [...]. Dal momento che l’uguaglianza prevale in Cina, ma senza alcuna libertà, il dispotismo è necessariamente il modo di governo.

Nella sua monumentale opera Science and Civilization in China, Joseph Needham chiosò Hegel come segue: “Il capitolo sulla Cina nella sua Filosofia della storia era, ahimè, composto quasi per intero di errori e malintesi”, ma lo stesso Needham era fortissimamente influenzato dalla scuola storica stalinista, dalla sua “teoria degli stadi”, e la sua concezione di un “feudalesimo burocratico” come modo dominante in Cina e discordante rispetto a quanto Marx scrisse nei suoi articoli sulla Cina e l’India pubblicati dal “New York Daily Tribune” nel 1853 e tra il 1857 e il 1859.
   Varga sosteneva che il “modo di produzione asiatico” fosse esistito solo nelle “società idrauliche”, e in ciò concordava con Ernest Mandel8, Marx tuttavia annoverava non solo l’irrigazione ma anche il commercio su lunga distanza come “il portato dell’unità superiore di governo, quello dispotico, che sovrasta le comunità minori”9. E in effetti le opere stradali e fluviali erano di vitale importanza nelle Ande, in Messico, nel Nilo superiore, ad Axum, nel Sahara meridionale del Niger, come nel contesto dei modi di produzione comunitari-dispotici iraniani, himalayani e del deserto del Gobi. Samir Amin considerava cruciali per i regni sudanesi i commerci su lunga distanza attraverso la rotta trans-sahariana10.
   Laddove Marx non considerava il “modo di produzione asiatico” come uno “stadio” precedente o inferiore rispetto al modo di produzione feudale, Peter Struve11 e l’ex trockijsta italiano Amedeo Bordiga12 consideravano il feudalesimo come cronologicamente susseguente al “modo di produzione asiatico”. Ernest Mandel pensava che al “modo di produzione asiatico” avrebbe potuto seguire, sia teoricamente sia storicamente, il modo di produzione capitalistico, quando scrisse:

    La particolare strutturazione del modo di produzione asiatico – la subordinazione delle città all’agricoltura e all’autorità centrale – implicava l’impossibilità di un pieno sviluppo del capitale. Ciò non determinò però una stagnazione delle forze produttive (che non può essere provata in un caso come quello cinese), ma uno sviluppo ritardato che infine si dimostrò fatale per le nazioni basate su questo modo di produzione [...]. Ciò non significa, ovviamente, che le nazioni asiatiche sarebbero state in grado di realizzare autonomamente il capitalismo13.

E in effetti a “dimostrarsi infine fatale” non fu una “stagnazione delle forze di produzione” ma l’intervento genocida, materialmente e socialmente devastante, del modo di produzione capitalistico fondato sul colonialismo. In altre parole, per essere chiari e sinceri, il modo di produzione capitalistico non fu progressivo se con “progresso” intendiamo “migliorare le sorti delle grandi maggioranze”14 (“progresso” deriva dal latino progressus, sostantivo corrispondente al verbo progredi, ovvero “andare avanti”, da “pro” e “gradi”, ovvero “livelli” da “attraversare”). Storicamente e a tutti gli effetti il capitalismo determinò un regresso per le vaste maggioranze in America, Africa, Oceania e Asia. Inoltre tale regresso fu attuato da un modo di produzione, quello capitalistico, che Marx considerava parte della preistoria umana:

   Il modo di produzione borghese è l’ultima forma antagonista del processo di produzione [...] ma le forze produttive che si sviluppano nella società borghese creano inoltre le condizioni per la soluzione di questo antagonismo. La preistoria della società umana si chiude perciò con questqa forma sociale15.

Chiaramente in questo caso Marx fa coincidere “il modo di produzione” con la sua “struttura sociale”. Qui il modo di produzione non è soltanto la base “economica” della “società”. Samir Amin mette in relazione il modo di produzione e la struttura sociale come segue:

   Una struttura sociale non è riducibile a un modo di produzione. Il concetto di modo di produzione è un concetto astratto che non implica alcun tipo di successione storica. Le strutture sociali sono strutture concrete organizzate e caratterizzate da un modo di produzione dominante e dall’articolarsi intorno ad esso di una struttura complessa di modi di produzione subordinati16 [corsivi nostri].

Robinson17 fece una distinzione simile tra modo di produzione e struttura sociale, e Mandel accolse la visione di Hochfield nel 1963 come

   la corretta distinzione tra un “modo di produzione”, ovvero un modello economico “puro” e dunque astratto, e una struttura socio-economica, ovvero un tipo concreto di societa, nel cui ambito un certo modo di produzione detiene una posizione dominante18.

Elmar Altvater19 intendeva il modo di produzione come la “base” su cui, come scrisse Marx, poggia “un’immensa sovrastruttura”:

   L’insieme di tali relazioni di produzione costituisce la struttura economica della società, la base reale su cui sorge una sovrastruttura legale e politica e cui corrispondono forme specifiche di coscienza sociale. Il modo di produzione della vita meteriale condiziona il processo generale della vita sociale, politica e intellettuale20.

Occasionalmente Marx utilizzava l’espressione “modo di produzione” a indicare concreti e specifici metodi e organizzazioni del lavoro, per esempio quella “patriarcale”, “l’allevamento del bestiame” (riferito ai mongoli) o “l’agricoltura supportata dall’impiego di servitù” (il “modo di produzione tradizionale” dei “barbari germanici”21).
   Ogni modo di produzione ha in sé residui dei precedenti modi di produzione e nuclei di nuovi modi di produzione.
   Il modo dominante impedisce a ogni modo di produzione residuo o nascente di conservare o acquisire la sue caratteristiche originali. Tra un modo dominante e i suoi modi subordinati passati o futuri si dà poca o nessuna “coesistenza pacifica”. Perciò, storicamente e per la stessa natura della relazione di dominio, nessun modo di produzione è mai “autonomo”, “puro” o realmente “astratto”. Ma per comprendere qualsiasi modo di produzione storico è necessaria un’analisi che impieghi concetti astratti, come quelli da cui nacque la teoria del valore. Le società e le strutture sociali sono realtà concrete; le leggi che governano un modo di produzione sono generalizzazioni astratte dal mondo reale, scientifiche quanto lo erano le leggi del moto scoperte ed elaborate da Galileo, e in seguito raffinate e rielaborate da Einstein.
   Lo studio scientifico dei modi di produzione e delle strutture sociali differisce dagli studi scientifici della fisica o della chimica perché il suo oggetto è la storia umana, che non può essere studiata soltanto con il metodo del materialismo storico. Il materialismo storico è ad ogni buon conto un caso particolare del materialismo dialettico. Un principio cardinale del materialismo dialettico “marxista” è l’emergenza della novità da un conflitto di opposti. Tale “novità” si posiziona su una curva “a spirale”, per così dire “sopra” il “vecchio” oggetto di cui è o diviene la “nuova forma”. Il “conflitto di opposti” da cui nasce la “novità” è la lotta modale, ovvero la lotta tra modi di produzione reciprocamente antagonisti, come il “dispotismo comunitario” (per esempio il “dispotismo asiatico”) e il modo di produzione capitalistico, che distrusse il modo comunitario-dispotico in America, Asia e Africa (fallendo  invece miseramente nel caso della Russia zarista, che richiedeva un modo di produzione affatto diverso, quello socialista, per chiudere con il feudalesimo e il dispotismo zarista). Ogni lotta modale ha come proprio esito la vittoria del più forte tra i modi che si affrontano (per esempio il capitalismo), oppure la nascita di un modo del tutto nuovo (per esempio la nascita del modo “socialista” nel 1917 in Russia, che fu conseguenza del fallimento della lotta tra il capitalismo europeo e lo zarismo). In entrambi i casi, questa cosiddetta “novità dialettica” va sotto il nome di progresso.
   Il termine “progresso” ha molti significati, alcuni dei quali sono reciprocamente contraddittori. Una di queste contraddizioni è quella per cui “progresso” può significare “un miglioramento della condizione delle maggioranze” ma anche una “negazione di una negazione”, come fu quella che il modo di produzione capitalistico produsse a danno del modo di produzione comunitario dispotico, che a sua volta aveva negato il comunitarismo preclassista. Una delle domande che affrontiamo in questo nostro lavoro è se il secondo esempio abbia costituito un miglioramento concreto per quanti vivono sotto la seconda forza negante, ovvero il capitalismo, rispetto alle condizioni di vita di quanti vivevano sotto il modo di produzione originario e poi negato, ovvero il comunitarismo preclassista. Prendendo a parametro il “progresso” i marxisti eurocentrici tendono a sostenere, sul piano morale, che si trattò di una “buona” “negazione della negazione”. I marxisti veri e propri – ovvero i marxisti che hanno compiuto il passo avanti da Marx e Lenin – hanno molte difficoltà a considerare “buona” questa “negazione della negazione”. Per loro una “negazione della negazione” realmente “buona” è, sia nella teoria sia nella pratica, la negazione ad opera delle rivoluzioni socialiste del modo di produzione capitalistico, che a sua volta aveva negato modi di produzione come il feudalesimo o il “modo asiatico”. Questa transizione modale che passa con un andamento “a spirale” attraverso due tappe, da un modo di produzione “inferiore” a uno “superiore”, rappresenta una esemplificazione storica, concreta del “progresso” nel senso astratto, hegeliano del termine. È una evoluzione dialettica “progressiva” dei principali modi di produzione della storia.
   Secondo Mao Tse Tung i conflitti (che possono avere come proprio esito delle “negazioni”) lungo la curva del progresso sono “riconciliabili” oppure “irriconciliabili”. Sono “riconciliabili” quando nessuno dei “poli” contendenti distrugge l’altro (così fu per le lotte di classe tra plebei e patrizi in Grecia e a Roma e per le lotte di classe tra il “proletariato borghese” e la borghesia imperialista che lo corrompe); ma diventano “irriconciliabili” quando almeno uno dei poli sociali contendenti viene distrutto dall’altro: è quanto avvenne quando il capitalismo colonialistico distrusse il comunitrismo e il dispotismo comunitario americano, africano e asiatico.

   La conflittualità internazionale che contrappone le nazioni e le classi del “terzo mondo” oppresso a quelle del “primo mondo” imperialista che sfrutta, opprime e pressoché sistematicamente muove guerra alle stesse nazioni e classi è un “conflitto irriconciliabile”. Se il “primo mondo” sopravviverà a questa conflittualità, una moderna barbarie si dispiegherà nel mondo. Se il “terzo mondo” riuscirà ad abbattere l’imperialismo degli Stati Uniti d’America, dell’Unione Europea e del Giappone, allora ci sarà almeno una possibilità per il socialismo.
   A proposito dell’eredità dei residui degli sconfitti da un modo vincente Marx scrisse:

   [...] le strutture e le relazioni di produzione di tutte le formazioni sociali precedentemente esistenti, le rovine e gli elementi costitutivi delle quali furono utilizzati nella creazione della società borghese. Alcuni di questi residui non assimilati hanno tuttora una continuità nella società borghese, mentre altri, che precedentemente esistevano soltanto in forma embrionale, sono stati sviluppati e hanno raggiunto la propria piena significanza [...]. L’anatomia umana e una chiave dell’anatomia della scimmia [...]. Siccome per di più la società borghese è soltanto una forma di sviluppo contraddittoria, essa contiene le relazioni proprie delle società precedenti spesso meramente in forma compressa o anche parodistica, per esempio quella della proprietà comunitaria22.

La dichiarazione darwinista secondo cui “l’anatomia umana è una chiave dell’anatomia della scimmia” sottende la superiorità del modo di produzione capitalistico rispetto alle precedenti relazioni di produzione.
   Tale superiorità sarebbe tanto forte da assicurare che i “residui” non assimilati delle formazioni sociali precapitaliste siano stati “sviluppati ulteriormente” e abbiano “raggiunto la loro piena significanza”. Tuttavia, argomentava Marx, “Stante che la società borghese è per di più soltanto una forma di sviluppo contraddittoria”, questo ulteriore sviluppo non si applicò alla “proprietà comunitaria” (che era progressiva, almeno sotto il profilo etico) e perciò, secondo il corretto principio del “materialismo storico”, nemmeno al suo spirito comunitario. Il carattere anticomunitario connaturato al modo di produzione borghese inibì e spezzò la continuità dello spirito comunitario tra i modi di produzione comunitari e il modo di produzione capitalistico. Questo processo, lungi dall’essere progressivo, è in realtà reazionario come il suo opposto, l’individualismo, e infettò la maggioranza del “proletariato occidentale” dando vita infine a un individualismo anticomunitario acquisito – solo in apparenza congenito – che a sua volta paralizzò qualsiasi spinta latente potesse derivare dalle “condizioni materiali” verso un tentativo, e figuriamoci un’emergenza, di rivoluzioni sociali anticapitaliste.



Guerra, modi di produzione e nazioni


Affrontare l’argomento del progresso significa anche affrontare quello delle guerre civili tra classi, delle guerre tra nazioni e di quelle tra modi di produzione multiclassisti e multinazionali. In merito alle guerre tra forze e formazioni sociali appartenenti a un certo modo di produzione storicamente determinato, Marx scrisse nella sua Critica dell’economia politica quanto segue: “Una nazione conquistatrice potrebbe spartire la terra tra i conquistatori” – per esempio tra le nazioni e i colonizzatori europei cui Colombo fece strada – “e in questo modo imporre un determinato modo di produzione e una forma di proprietà della terra [...]. Oppure così la manodopera schiavizzata alla base della produzione”, come accadde ad esempio con l’importazione degli schiavi africani nelle colonie portoghesi del Brasile e nelle colonie inglesi delle Indie orientali, o quella degli schiavi malesi, ceylonesi e indonesiani nella colonia olandese del Capo.

   [...] Le conquiste possono sfociare in uno qualsiasi dei tre risultati. La nazioni conquistatrice può imporre il proprio modo di produzione ai popoli conquistati (ciò avvenne ad esempio in Irlanda, nel corso di questo secolo, ad opera degli inglesi, e in qualche misura in India); oppure può astenersi dall’interferire con il vecchio modo di produzione e accontentarsi dei tributi (tale fu per esempio il caso dei turchi e dei romani); oppure si può instaurare un’interazione tra il vecchio e il nuovo modo di produzione, che darà vita a un sistema inedito e dunque a una sintesi (come avvenne parzialmente nell’ambito delle conquiste germaniche). In tutti i casi è il modo di produzione – quello delle nazioni conquistatrici, quello delle nazioni conquistate, oppure il nuovo sistema nato dal connubio dei due – a determinare il nuovo modo di distribuzione in via di sviluppo [...]. La devastazione attuata dai Mongoli sul territorio russo, per esempio, era coerente con il loro modo di produzione, l’allevamento del bestiame, per il quale sono fondamentali vasti territori disabitati. [...]
I barbari germanici, che vivevano sparsi sul territorio e il cui tradizionale modo di produzione era l’agricoltura fondata sull’impiego della servitù, potevano adattare nel modo più semplice le province romane ai loro bisogni perché la concentrazione della proprietà terriera che vi si era sviluppata in precedenza aveva già sradicato le relazioni agricole più antiche [...]. I mezzi di produzione possono essere accaparrati direttamente tramite la schiavizzazione. Ma in questo caso è necessario che le strutture produttive del paese la cui popolazione viene ridotta in schiavitù siano compatibili con il lavoro schiavizzato, oppure (come in Sudamerica ecc.) dev’essere costituito un modo di produzione adatto alla schiavitù23.

Il “modo di produzione adatto alla schiavitù” era il “modo di produzione borghese”. Il fatto che la forma fondamentale del lavoro fosse la schiavitù non significava però che il modo di produzione così strutturato fosse quello europeo schiavista. Si trattava invece di una forma bruttalmente perversa di “lavoro salariato”, nel contesto della quale il “lavoro necessrio” era prossimo allo zero e i conseguenti livelli di plusvalore erano enormi.
   Per quanto strano possa apparire, gli schiavi erano inoltre un capitale enormemente proficuo per le nazioni colonialiste (Spagna, Portogallo, Inghlterra, ecc.) o per i proprietari terrieri razzisti che ne possedevano.
   Il riferimento di Marx a un “destino” dell’umanità sottendeva forse che la storia umana – o qualsiasi altra – è predeterminata e votata a qualche scopo o qualche esito ultimo? Già nella sua tesi di dottorato Marx si era affrancato da questa visione idealistica e religiosa, esprimendo la sua predilezione per la scuola filosofica greca epicurea, secondo cui il mondo si fonda sulla possibilità e sul caso, piuttosto che per la scuola di Democrito, per il quale il moto atomico è totalmente prevedibile e la materia atomica stessa ha un limite minimo definito. Laddove Democrito (c. 460-c. 370 a.C.) e il suo maestro Leucippo (V secolo a.C.) sostenevano che il mondo è costituito da atomi il cui moto risponde a precise leggi, la filosofia di Epicuro (341-270 a.C.) contemplava invece la possibilità di deviazioni imprevedibili nel moto atomico, e sosteneva essere il mondo “una serie di fortuite combinazioni di atomi”24.
   Sebbene riconosciuti soltanto 35 anni dopo la loro pubblicazione, avvenuta nel 1865, i risultati degli esperimenti di ibridazione di piselli verdi condotti da un contemporaneo di Marx, il monaco austriaco Gregor Johann Mendel (1822-1884), gettarono le basi per la fondazione della scienza genetica. Il caso, attraverso la radiazione, le reazioni chimiche, le forze fisiche e la stessa sperimentazione umana, gioca un ruolo primario nel determinare la genesi – “ambientale” e/o “genetica” – nonché il probabile comportamento della materia organica (embrioni ed esseri umani compresi). Il principio della “mutazione”, già centrale nella macrobiologia grazie al grande lavoro di Charles Darwin (1809-1882), entra così nel campo della microbiologia.
   I fisici tedeschi Werner Heisenberg (1901-1976) ed Erwin Schrödinger (1887-1961) svilupparono in seguito il principio d’indeterminazione, che definisce ta l’altro l’impossibilità di determinare simultaneamente la posizione e la velocità di una particella se non all’interno di un certo margine di probabilità. Per quanto riguarda gli esseri umani, ciò significa che non c’è alcuna certezza, qualora a una guerra nucleare sopravvivessero qualche uomo, qualche donna e qualche bambino, che la storia umana debba ripetersi seguendo gli stessi percorsi, e ciò vale anche per qualsiasi modo di produzione proposto o conosciuto, e per qualsiasi successione di modi di produzione – in particolare per la “successione progressiva dei modi di produzione” definita da Marx. L’aggettivo “progressivo” può essere usato e inteso qui in due sensi: (I) nel senso hegeliano, come una serie di “salti” attraverso un movimento a “spirale” di modi auto-contraddittori la cui successione si attua per conflitti intermodali che producono “nuovi” modi, ciascuno “superiore” al precedente; oppure (II) come un miglioramento delle condizioni della maggioranza, il miglioramento essendo “radicale” (“qualsiasi cosa ciò possa significare”, come diceva il mio compianto amico André Gunder Frank, e tanto spesso a ragion veduta).
   Tutte le rivoluzioni socialiste anti-imperialiste – come quelle che avvengono in Russia nell’Ottobre del 1917, in Jugoslavia tra il 1940 e il 1945, in Cina nel 1949, in Vietnam contro i giapponesi e poi contro la reiterata occupazione francese, a Cuba nel 1959 – furono rivoluzioni modali: rovesciarono il modo di produzione e le strutture sociali esistenti dell’imperialismo, inaugurando un nuovo modo di produzione e nuove strutture sociali. Avvennero in paesi socioeconomicamente “arretrati” (non tutti arretrati dal punto di vista culturale), e tutte – con l’unica eccezione di quella cubana – furono innescate dalla guerra, che Trockij definiva correttamente “la locomotiva della rivoluzione”.
   Queste rivoluzioni modali producono, nella loro dinamica complessiva, ciò che Marx definì “lo sviluppo storico d’insieme” del XX secolo. Le due guerre mondiali, le crisi economiche e, soprattutto, la piena maturazione del carattere imperialista del sistema capitalistico, furono le “condizioni storiche generali”, come le definiva Marx, per quelle rivoluzioni di stampo socialista che determinarono i cambiamenti modali del XX secolo.


1        H. Jaffe, Davanti al colonialismo, cit.
2        K. Marx, Il Capitale, libro primo, editori Riuniti, Roma 1970, cap. XXIV.
3        V.I. Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, numerose edizioni italiane e nel vol. 22 delle Opere Complete, Editori Riuniti, Roma 1966.
4        K. Marx, Per la critica dell’economia politica, cit., cap. I.
5        E. Mandel, The Formation of the Economic Thoughts of Karl Marx, NLB, London 1971, cap. 8, pp. 125-126, 128.
6        Per esempio I.A. Godes, che lesse uno scritto antitrockijsta alla conferenza di Leningrado dell’Istituto Orientale che si tenne nel 1931. Tra i “trockijsti” c’erano A.D. Bogdanov, Lominadze, Ter-Akopian, Kovalev, il grande Ryazanov e, fino a quando divenne l’economista prediletto di Stalin, Eugene Varga.
7        F. Bernier, Voyages Contenant la Description des états du Grand Mogol. In una lettera a Engels da Londra datata 2 giugno 1853, Marx scrisse: “Bernier identificava correttamente come base di tutti fenomeni nell’Oriente – riferendosi alla Turchia, alla Persia, all’Hindustan – l’assenza della proprietà privata della terra. Questa è la vera chiave, anche per il paradiso orientale” [corsivo di Marx].
8        E. Mandel, The Formation of the Economic Thought of Karl Marx, cit., p. 135.
9        K. Marx, Precapitalist Economic Formation, a cura di E. Hobsbawm, London 1964, pp. 70-71.
10    S. Amin, On Transition.
11    P. Struve, in “Soviet Anthropology and Archaeology”, 1965, vol. 4, n. 2, pp. 38-46.
12    A. Bordiga, Programma Comunista, Milano, 5-29 settembre 1960.
13    E. Mandel, The Formation of the Economic Thought of Karl Marx, cit., cap. 8, p. 123.
14    Collins English Dictionary, London and Glasgow 1985, p. 1223.
15    K. Marx, Per la critica dell’economia politica, cit.
16    S. Amin, On Transition, cit., pp. 15-16.
17    M. Robinson, What Happened in History, “New Left Review”, gennaio-febbraio 1966, pp. 97-99.
18    E. Mandel, The Formation of the Economic Thought of Karl Marx, cit., p. 132.
19    E. Altvater, Overproduction, Underconsumption, Depression, Jurgen Hoffmann (edizione tedesca), Hamburg 1983.
20    K. Marx, Prefazione a Per la critica dell’economia politica, cit.
21    Ibid., Appendici.
22    K. Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica, Edizioni Rinascita, Roma 1954. Scritto nel 1857, il testo non fu ripreso da Marx nell’opera Per la critica dell’economia politica pubblicata nel 1859 e fu pubblicato per la prima volta da Kautsky nel 1903, in tedesco, e nel 1904 a Chicago in inglese. Qui è chiaro secondo l’edizione inglese del 1971, Introduction to the Critique of Political Economy, che compare in appendice alla Critique of Political Economy, p. 211.
23    K. Marx, Introduzione alla critica dell’economia politica, cit.



Hosea Jaffe - “Era necessario il capitalismo?”, 2010

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