joi, 24 ianuarie 2013

Se le sovversioni che piacciono a Oreste Scalzone si guardassero ad uno specchio antimperialista...



Secondo Oreste Scalzone “tutta la grande narrazione dall’ottobre del 1917 è stata un maledetto equivoco”, “la rivoluzione bolscevica è stata infatti una contraffazione gigantesca”, e se deve parlare di “sovversione nel senso forte in cui un balenío di autonomia c’è stato” pensa “in modo riduttivo a certi momenti iniziali della rivoluzione inglese, prima che arrivasse Cromwell a fare il regicidio, c’erano re e anti re, a certi momenti poco conosciuti della Rivoluzione francese e a certi momenti della Comune di Parigi”, e alle insurrezioni pro-Occidente del 1953 a Berlino e del 1956 in Ungheria. Lo ha detto in un’intervista pubblicata nel 2007 su Il Giornale: http://www.ilgiornale.it/news/scalzone-torno-pi-sovversivo.html

“Ritengo che il mondo attuale si presenti come catastrofico. Non lo presentano così degli apocalittici ma ce lo dicono ogni giorno dalla regía. Dalla peste aviaria al buco dell’ozono: io non so se il mondo vada peggiorando davvero ma una catastrofe è sicura, quella mentale, psicologica, dei muri che ci costruiamo impedendoci la pensabilità delle cose. Il delirio aumenta tra lacerazioni e pessimismi. L’unico scampo è l’autonomia senza campioni, regimi o governo. Se vogliamo il governo degli umani non ci sono governi amici. Che cosa miserabile pensare che la salvezza venga dall’alto, un governo bolscevico o la democrazia elettronica. Né Prodi, né men che mai Chávez o Fidel Castro. Campioni di cosa?
Maximilian Rubelle indicava Marx come teorico dell’anarchia! Infatti, tutta la grande narrazione dall’ottobre del 1917 è stata un maledetto equivoco. Non ci sono rivoluzioni impartite dall’alto. Da uno Stato rivoluzionario. La rivoluzione bolscevica è stata infatti una contraffazione gigantesca. Se devo parlare di sovversione nel senso forte in cui un balenío di autonomia c’è stato, penso in modo riduttivo a certi momenti iniziali della rivoluzione inglese, prima che arrivasse Cromwell a fare il regicidio, c’erano re e anti re, a certi momenti poco conosciuti della Rivoluzione francese e a certi momenti della Comune di Parigi. Penso anche all’insurrezione ungherese del ’56 o degli operai di Berlino del ’53. Riconosco che sono state tutte violente, anche atroci ma la storia è un lago di sangue.”

Oreste Scalzone non ha esposto le conseguenze che le rivoluzioni inglese e francese hanno avuto sul destino delle colonie. Ha sottovalutato questo aspetto, ma ha scagliato accuse contro l’ottobre rosso del 1917. Il suo argomento, è vero, era che nel caso di quelle rivoluzioni si poteva parlare di “sovversione nel senso forte in cui un balenío di autonomia c’è stato”. Ma l'Inghilterra e la Francia disponevano di possedimenti d'oltremare da secoli, e la rivoluzione inglese, la rivoluzione francese, la Comune di Parigi non hanno intralciato l’autorità delle istituzioni imperiali, il dominio coloniale, le strutture amministrative coloniali. Questo lo ha ricordato invece Jaffe, e segnalo qui sotto i suoi giudizi sulle rivoluzioni inglese e francese, sulla Comune di Parigi, e anche sull'insurrezione pro-Occidente, anticomunista (e non solo antistalinista) degli operai di Berlino ovest e di altre città della DDR, nel 1953, sulla social-democratica “Rivoluzione Ungherese” del 1956 appoggiata dal Vaticano, e visto che in Jaffe vi sono riferimenti anche ai drammi popolar-politici filo occidentali della Cecoslovacchia nel 1968, ho segnalato anche quelli.
Jaffe aveva una diversa concezione della soversione nel senso forte. Secondo lui l’obiettivo di sovversione principale che una rivoluzione deve perseguire è l’abbandono dell’imperialismo oppure la non-collaborazione con l’imperialismo. E allora si avrà la sovversione nel senso forte di respingimento di ogni ambizione imperialistica, di  non-collaborazione con l’imperialismo, di abbandono dell’imperialismo.

Jaffe scrisse nel suo libro Abbandonare l'imperialismo, del 2008, che “soltanto nella non-collaborazione e nella resistenza irachene e nel concreto sprezzo che Cuba ha opposto all’embargo statunitense (ed europeo) si sono visti all’opera elementi importanti di una politica dell’Abbandono dell’imperialismo. Laddove, sotto altri nomi, si è tentato di metterla in atto, questa politica ha salvato almeno una nazione, Cuba, e le sue classi lavoratrici e professionali, ha scongiurato la loro distruzione totale in un’altra ancora, il Venezuela. In tutti e tre questi casi si stanno sperimentando concretamente gli effetti positivi della pratica di una politica che noi chiamiamo Abbandono dell’imperialismo.”
  



La liberazione permanente e la guerra dei mondi, 2000

“Il partito bolscevico era il partito più rivoluzionario dell'intera storia delle lotte di classe.
Se, come ha detto Trotzkij, il «partito bolscevico aveva fatto affidamento», a torto, su un aiuto rivoluzionario esterno (il pronto aiuto della rivoluzione internazionale), è lecito ritenere che ci fosse qualche lacuna nella loro teoria della natura della rivoluzione proletaria? Non vi è ragione di mettere in discussione il concetto di «rivoluzione proletaria» di gran parte dei leader bolscevichi. Essi seguivano la concezione marxista di rivoluzione proletaria, che mirava ad instaurare una società priva di classi, espropriando le classi capitaliste e feudali e a «smantellare lo stato» di queste classi, come si legge nelle opere politiche classiche di Marx sulle rivoluzioni del 1848 e sulla Comune di Parigi o nell'opera di Lenin «Stato e rivoluzione». Essi fecero comunque il possibile per realizzare entrambi gli obiettivi marxisti, sociali e politici, che una rivoluzione proletaria si prefigge.
Pertanto, se si esclude questo fallimento delle aspettative del partito bolscevico,
probabilmente non ci resta che ritenere che esista un possibile errore - e, per loro, un errore pressoché fatale - nella loro convinzione che il proletariato potesse fornire un «pronto aiuto».”
(e ad uno sforzo di analisi scientifica della società bolscevica e delle aspettative dei suoi leader, a Jaffe appariva necessario  leggere anche gli scritti di Marx e Engels relativi a ciò che essi definirono “proletariato borghese” e agli approfondimenti di Lenin durante la prima guerra mondiale; e si veda anche: http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2013/01/classi-e-paesi-sviluppati-e.html)


 La liberazione permanente e la guerra dei mondi, 2000

Alimentata dal colonialismo elisabettiano, la borghesia inglese si alleò con l’aristocrazia terriera per conquistare il potere politico in un Commonwealth cromwelliano, fondato sullo schiavismo; la “gloriosa rivoluzione” di Guglielmo d’Orange del 1688 fece sventolare l’”Union Jack”, sulle colonie delle Indie occidentali, del Nordamerica e dell’India.
La Rivoluzione francese del 1789-1973 fu guidata da una borghesia che era già divenuta una potenza mondiale in Louisiana, nel Canada, nelle Antille, nell’India orientale, nel Senegal e in un quadrilatero atlantico del commercio di schiavi in cui Bordeaux, Calais e Dieppe rivestivano un’importanza cruciale [Alexis Tocqueville, “The Old regime and the French Revolution”, New York 1955, I edizione nel 1856]. La Rivoluzione francese mantenne le colonie e lo schiavismo, come del resto la rivoluzione del 1848. Nemmeno la Comune di Parigi del 1871 osò sfidare l’imperialismo francese in Indocina e in Africa. L’impatto culturale della rivoluzione francese colonialista aveva connotati profondamente colonialisti, al punto che i comunardi, che più tardi furono massacrati dalla truppe tedesche a Parigi, non alzarono un dito per fermare le atrocità dell’armata coloniale di Napoleone III, e si guardarono bene dal proclamare la libertà per i popoli sotto il giogo francese in Algeria, in Indocina e nell’Africa occidentale.



Introduzione alla storia e alla logica dell'imperialismo, 2005

La tanto decantata "rivoluzione borghese" in Francia (1789-93) e in Inghilterra (capeggiata da Cromwell 1644-55) e la libertà dell'Olanda dalla Spagna nel 1548 furono finanziate dal commercio e dalla schiavitù di gigantesche compagnie mercantili oceaniche, come la Compagnia delle Indie Orientali Olandese. La borghesia francese era già da decenni in piena fiorente economia prima del 1789 grazie alla sua flotta mercantile coloniale. Il potere francese sui mari aveva svuotato il feudalesimo di gran parte della sua economia già durante le guerre coloniali e i carichi di schiavi attraverso l'Atlantico sotto re Luigi XIV, due regni prima che la rivoluzione decapitasse Luigi XVI. In breve, il colonialismo fu la balia del capitalismo francese.


Davanti al colonialismo: Engels, Marx e il marxismo, 2007

Marx si spinse sino a scrivere che la Russia, ai suoi tempi la più grande nazione del mondo, avrebbe potuto “saltare” lo “stadio capitalistico”, come lo chiamano ancor oggi i “marxisti” legati alla teoria della successione necessaria dei modi di produzione, quasi centocinquan’anni dopo che Marx scrisse i Grundrisse, Per la critica dell’economia politica, e iniziò la stesura  dello stesso Capitale. Marx disse ai marxisti russi del suo tempo che la Russia sarebbe potuta passare direttamente dal feudalesimo al socialismo. Il suo pensiero era andato molto vicino alla verità, dato che alla “rivoluzione capitalistica” del febbraio del 1917 non rimasero più di sette mesi prima di essere sopraffata e cancellata dai bolscevichi, i quali nell’ottobre del 1917 guidarono i lavoratori russi e i contadini poveri verso l’inizio della prima rivoluzione socialista.
Ma, soprattutto, la concezione dialettica di Marx secondo cui la Russia poteva “saltare” dal feudalesimo al socialismo è confermata dalle rivoluzioni socialiste avvenute nella feudale/”dispotica” Cina nel 1949 e, pochi anni dopo, nella Corea del Nord, anch’essa caratterizzata dal “dispotismo asiatico”.
Le altre rivoluzioni sociali del XX secolo ebbero luogo in nazioni come Vietnam e Cuba, paesi non già imperialistico-capitalistici, bensì colonie di nazioni imperialistiche. Cuba era una vera colonia degli USA dopo che, nel 1898-1902, il potere imperialista aveva preso il posto del vecchio sistema coloniale spagnolo; Cuba divenne una semicolonia degli USA fino alla rivoluzione sociale del 1959 guidata da Fidel Castro, Che Guevara e da altri eterodossi e socio-politicamente eccezionali ex colonizzatori europei. Il modo di produzione della Cina, prima invasa e poi occupata lungo le proprie coste dall’Inghilterra, dagli Stati Uniti d’America e da altre potenze imperialistiche a metà del XIX secolo, non fu mai completamente convertito da una formazione sociale di dispotismo comunitario-feudale in un modo di produzione capitalista.
La combinazione in Cina di agricoltura e manifattura artigianale impediva una tale trasformazione modale, mentre le devastazioni coloniali della rivoluzione industriale inglese, e quelle che a essa seguirono, lasciarono l’India spoglia di fronte al capitale britannico. Marx sottolineò tale situazione in molti scritti successivi al 1850, a riguardo delle guerre dell’Oppio condotte dagli inglesi contro la Cina e della formazione socio-economica cinese [K. Marx, F. Engels, On Colonialism, International Publishers, New York 1972, pp. 19, 91, 101, 112, 221, 313].



La trappola coloniale oggi. Sudafrica, Israele, il mondo, 2003

Mentre la Francia si ricavava un impero coloniale in Asia, nelle Americhe e nei Caraibi per mezzo di abbondanti spargimenti di sangue, la Rivoluzione Francese nel 1789-93 urlava a squarciagola - affinchè l'intero genere umano e la storia sentissero per i secoli a venire - "Libertà, Fraternità ed Eguaglianza". Il grido di "Libertà" fu udito da venti milioni di africani deportati per mezzo delle navi negriere in Brasile, negli Stati Uniti, nei Caraibi e nello stesso Capo di Buona Speranza. Per loro "Libertà" significò schiavitù.
I cento milioni di africani, cento milioni di "nativi americani" e le innumerevoli decine di milioni di asiatici uccisi dal commercio degli schiavi e dalla conquista coloniale, morirono prima di sentir nominare la parola "Fraternità". Le prime società basate sulla fratellanza sarebbero nate appena nel XX secolo, dopo la rivoluzione comunista russa del 1917, per poi essere portate alla rovina e trasformate in formazioni sociali coloniali dalla Guerra Fredda condotta dagli Stati Uniti.
E l'"eguaglianza"? Che fine fece l'"eguaglianza"? È mai esistita da qualche parte? Ha mai significato di più del diritto al voto o della cittadinanza per quei colonizzatori che issarono la bandiera dell'Indipendenza Americana nel 1776, ma che negarono perfino questo privilegio puramente formale e legale agli ex-schiavi - figuriamoci agli schiavi - e agli "Indiani"? Ed entrò poi mai questa formalità nelle società "Utopistiche" fondate in America nel XVII secolo dai Padri Pellegrini di Plymouth, o dai Quaccheri, dagli Amish, dai Mennoniti oppure dai "Comunisti", che si portarono dietro il loro "Manifesto" per volare sulle ali delle loro "Utopie" negli Stati Uniti - "Utopie" che requisirono e poi difesero, spesso ricorrendo alle armi, da quelle stesse nazioni "amerinde" cui negarono l'appartenenza alle loro "comuni" dopo averne occupato le terre clandestinamente e con la violenza? A questi livelli base della colonizzazione, l'"eguaglianza" non esisteva nemmeno come formalità legale. Gli stessi "comunisti" utopisti del XIX secolo come Weitling non furono altro che elementi della colonizzazione capitalista.
L'eguaglianza legale degli operai del blocco dei paesi imperialisti, che malgrado la loro arretratezza culturale vengono chiamati "Primo Mondo", è uguale all'eguaglianza dei loro capitalisti, almeno nominalmente. Tuttavia, in realtà essi non sono affatto uguali. In effetti non esiste l'uguaglianza, ma vige l'ineguaglianza tra le classi. Eppure questa ineguaglianza, sulla quale furono fondate ben quattro Internazionali Comuniste o Socialiste - da Marx ed Engels a Lenin e Trotskij - è strettamente collegata ai comuni interessi che queste due classi hanno nella globalizzazione capitalista (si legga: imperialismo).


Progresso e nazione: economia ed ecologia, Jaca Book, 1990

    




   Senza il colonialismo, i capitalisti e i lavoratori occidentali non potrebbero avere i metalli preziosi e il denaro, le materie prime, il capitale necessario e i mercati per i loro prodotti, né fabbriche, né porti, neanche cibo, abbigliamento e alloggi sufficienti, né, soprattutto, la spinta al sovraprofitto che anima le loro economie nazionali. Ecco perché il proletariato occidentale, con le poche eccezioni della Comune di Parigi del 1871, della rivolta spartachista guidata da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, dei pochissimi episodi anticolonialistici (tra i quali i brevi scioperi operai contro l’invasione della Libia nel 1911) e di certe fasi dei movimenti partigiani antinazisti, è stato di molto accomodante e sistemico, non rivoluzionario e antisistemico. Anche la Comune di Parigi è troppo esaltata dall’eurosinistra: essa non compì alcuno sforzo o non fece alcuna dichiarazione per liberare le colonie francesi di Algeria, Africa occidentale e Indocina, e mostrò un certo sciovinismo antitedesco. Così, per lungo tempo, il “proletariato avanzato occidentale” è stato un mito politico, oggetto di culto cieco da parte di ampi settori della sinistra, una divnizzazione che ha favorito la reificazione del proletariato stesso ad opera dei capitalisti. Persino le efficaci dimostrazioni in Occidente a favore di Cuba e Vietnam erano più piccolo-borghesi che proletarie nella loro composizione sociale. Prima che riesca ad assumere il suo ruolo di protagonista della storia, il proletariato occidentale deve sbarazzarsi – da solo o ad opera di altri – dei suoi pregiudizi neocolonialistici e del suo diffuso razzismo. Quest’opera di rieducazione necessariamente si accompagna al progressivo sfaldarsi o alla distruzione sistematica della base oggettiva su cui poggiano questi pregiudizi e questo razzismo: vale a dire il sistema coloniale stesso. Ecco perché sono indispensabili un’azione e una rieducazione ai fini del progresso politico del proletariato.
   La natura sistemica conservatrice o addirittura reazionaria prolungata sino ad oggi e il ruolo svolto dal proletariato occidentale non comportano affatto che il proletariato del Sud del mondo sia “santo”. Esiste una forte tendenza, per esempio, a trarre conclusioni politiche eccessivamente ottimistiche dal fatto che c’è un ampio proletariato “nero” in Sudafrica. In realtà, il nucleo di questo proletariato è costituito dalla forte concentrazione di minatori. Ma la gran parte di questi minatori provengono dagli stati indipendenti limitrofi, dai bantustan e dagli homeland e la maggior parte di questi, a loro volta, sono contadini emigrati.



Davanti al colonialismo: Engels, Marx e il marxismo, 2007

Dalla vittoria prussiana non risultò quel rafforzamento della classe operaia dell’Europa occidentale sperato da Marx, ma fu spazzata via la classe operaia francese. La Germania fece cadere soltanto la Comune di Parigi, ma consentì alla nuova Repubblica, guidata dal reazionario primo ministro Thiers, di trascinare gli sconfitti e demoralizzati lavoratori francesi nelle sue guerre in Indocina e in Africa.
  Infatti anche l’avanguardia di questa classe operaia, coloro i quali presero Parigi in nome della Comune socialista, non fece nulla per rendere inoffensive le armate coloniali francesi in Indocina, né tanto meno per richiamarle. Quando gli indocinesi, guidati dai comunisti vietnamiti e non da quelli francesi, sconfissero la Francia a Dien Bien Phu e poi la massiccia e genocida invasione degli USA, gli “arretrati” vietnamiti portarono a termine una missione più grande e di maggiore portata storica di tutte quelle che attuarono o tentarono i lavoratori della Comune di Parigi. E da allora la natura fondamentale della classe capitalista della Francia è rimasta coloniale e poi imperialista.


Marx e il colonialismo, 1976

Il mondo capitalista si divide soltanto in due tipi di paesi, quelli imperialisti e quelli coloniali; la principale lotta di classe nel capitalismo consiste nella lotta “economica” fra lavoro e capitale all’interno dei paesi imperialisti, ma anche nelle lotte anticolonialiste e più recentemente antimperialiste degli operai e contadini poveri delle zone coloniali supersfruttate e super-oppresse; questa lotta di classe, in una forma potenziale, abbracciava anche le grandi, eroiche e niente affatto vane lotte di resistenza degli Amerindi contro la loro decimazione, dei Bantù e delle altre tribù africane contro la loro spoliazione, la lotta dell’Ammutinamento Indiano e degli Indiani contro la Gran Bretagna, la lotta della Cina contro il Giappone e poi contro Chiang Kai-shek, le molteplici lotte antimperialiste che condussero alla Rivoluzione Russa, le lotte partigiane, portate avanti con indipendenza di classe, contro il nazismo, la lotta dell’Etiopia e degli altri popoli oppressi massacrati dal capitalismo imperialista, la lotta dei Palestinesi contro lo stesso diritto di esistenza di Israele, le guerre di liberazione della Corea, di Cuba, del Vietnam e così via. È all’interno di questo contesto che trovano il loro posto la Comune di Parigi e la Rivolta di Spartaco ed i pochi altri esempi del genere dell’Europa occidentale. Al di fuori di questo contesto antimperialista né l’insurrezione blanquista né quella spartachista sono comprensibili. Per me, dopo molti anni di ricerche per scoprire il significato del marxismo in rapporto all’attuale panorama mondiale, la “lotta di classe” interna dei paesi come gli USA, l’Inghilterra, l’Europa occidentale, il Canada, l’Australasia, Israele, fra il “lavoro” ed il capitale, non significava altro, nella maggior parte dei casi, che lotta per la redistribuzione fra le classi del bottino coloniale. Non si trattava di una lotta di classe nel senso del Manifesto del Partito Comunista. Né a causa di questo mio punto di vista io devo essere giudicato più “terzomondista” di Lenin, Bucharin, Luxemburg ed Engels i quali espressero in sostanza la stessa visione del problema. Infatti, Lenin citava a questo proposito Engels, il quale il 7 ottobre 1858 scriveva già a Marx che l’Inghilterra stava sviluppando “un proletariato borghese accanto alla borghesia”, e il 12 settembre 1882 lo stesso Engels diceva a Kautsky che “gli operai usufruiscono tranquillamente con essi [i conservatori ed i liberal radicali - ndt] del monopolio coloniale dell’Inghilterra e del suo monopolio sul mercato mondiale”. Ed aggiungeva che questa situazione avrebbe avuto fine soltanto quando l’Inghilterra avesse perduto le sue colonie. Questi “marxisti” che protestano a gran voce contro la mia concezione hanno dimenticato Engels e Lenin. Secondo me, il colonialismo è il sistema circolatorio, comprendente anche il cuore, del capitalismo. È il suo fondamentale modo di esistere.


La Germania, 1994


Il Muro di Berlino era stato eretto nel 1961 dagli stessi burocrati poststalinisti che avevano creato il Patto di Varsavia, e per le stesse ragioni. Entrambi, Muro di Berlino e Patto di Varsavia, erano stati creati per difendere il “socialismo reale”, in Europa orientale e in Unione Sovietica, dalla Comunità Economica Europea e dal revanscismo tedesco. Quei burocrati (e probabilmente la maggior parte dei loro connazionali) vedevano quel Muro dall’est e non dall’ovest, come una protezione. In occidente il Muro era invece visto come un rafforzamento della “cortina di ferro” russa, creata per impedire l’ingresso in Europa orientale e in Unione Sovietica delle tanto vantate libertà democratiche occidentali e per impedire agli amanti della libertà di fuggire dai loro gulag.
   Lo stesso stalinismo non ha mai insegnato o spiegato al suo mezzo miliardo di cittadini che l’Occidente è l’apice privilegiato, ricco e potente di una piramide di nazioni la maggior parte delle quali vive in condizioni economiche, sociali e anche politiche qualitativamente e quantitativamente peggiori di quelli vigenti sotto il “socialismo reale” stalinizzato. Questo errore dello stalinismo divenne un vacuum psicologico attraverso il quale i popoli del Patto di Varsavia hanno scavalcato volontariamente la cortina di ferro e il Muro di Berlino. Nel 1989, la Polonia ancora prima, la maggior parte di loro credeva di stare salendo dall’est all’ovest. Non sapevano di stare invece camminando giù, verso, e forse proprio dentro, il sud.
   Il Patto di Varsavia tra URSS, Repubblica Democratica Tedesca (DDR), Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria e Romania fu stipulato nel 1955, dopo che la Germania occidentale era stata accolta nella NATO, creata nel 1948, e dopo che il cancelliere Adenauer aveva condotto le sei nazioni della Comunità del Carbone e dell’Acciaio a costituire la CEE (Patto di Roma del 1957).
   Il Muro fu costruito dopo le rivolte filoccidentali del 1953 nella DDR e del 1956 in Ungheria. La sua caduta ha reso possibile la riunificazione tedesca e aperto la prospettiva di uno sviluppo del pangermanismo, il cui timore aveva contribuito alla creazione del Patto di Varsavia. Forzatamente, poco dopo il Muro, è caduto anche il Patto. Entrambi sono crollati verso occidente. La Germania orientale è stata assorbita nella Germania. Il Patto di Varsavia, malgrado le tattiche dilatorie di Gorbacev per mantenere più di trecentomila soldati dell’Armata Rossa nella Germania orientale e impedire la secessione di Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia dal Patto stesso e dal COMECON (il Mercato comune “socialista”), è anch’esso caduto verso occidente.
   Dopo il Natale del 1992 il Patto di Varsavia è diventato il fronte orientale della NATO, la sua vecchia nemica. In quell’inverno la NATO ha cominciato a utilizzare, sotto gli auspici dell’ONU, le truppe dell’ex Patto di Varsavia in Croazia e in Bosnia, e proprio il giorno di Natale ha proposto un’”operazione militare” congiunta in Jugoslavia.

Ci fu un aspetto della prima decade della “Guerra fredda” che costituì il vero problema per le potenze occidentali: il rovesciamento del vecchio sistema economico e sociale coloniale capitalista nei Balcani (dove c’era stata una vera rivoluzione sociale) e in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria e Germania orientale (dove lo stalinismo aveva imposto un cambiamento artitificiale della formazione sociale).
In effetti questo basilare cambiamento nel modo di produzione aveva strappato al vecchio sistema mondiale una vasta area per certi aspetti coloniale, dapprima dominata da Austria, Germania, Italia e per vie traverse dalla Francia, in precedenza anche dalla Russia zarista. La perdita di quest’area, molto importante e colonialmente ricca, e la sua soggezione militare e politica al Cremlino (Albania e Jugoslavia a parte) fu un vero colpo che turbava profondamente l’Occidente.
Gli alleati vittoriosi, con l’aiuto della macchina statale tedesca del primo dopoguerra, hanno invano tentato di opporsi al disfacimento delle loro ex colonie dell’Europa centrale e orientale appoggiando partiti pseudodemocratici filo-occidentali, come quello di Edvard Beneš, presidente della Cecoslovacchia dal 1935 al 1938 e poi ancora nel 1946-48, e del suo successore Jan Masaryk e a Budapest gli sfortunati discepoli dei patrioti del 1848, Sándor Petőfi e Lajos Kossuth.
La combinazione del fastidio popolare per vecchi patrioti e del rigore stalinista assicurò il fallimento di quei tentativi: dal 1948 tutta l’Europa orientale si è tinta di “rosso”. Non la paura dell’Armata Rossa ma una reale rivoluzione sociale assieme alla rinascita dell’espansionismo economico e alle corrispondenti ambizioni politico-territoriali, ha fatto nascere in Occidente nel dopoguerra il maccarthysmo e la “Guerra fredda”.
In quello stesso periodo ci furono altri scacchi: la rivolta anticomunista (e non solo antistalinista) degli operai di Berlino ovest e di altre città della DDR, nel 1953; la sollevazione degli hortysti (seguaci del partito fascista d’anteguerra), del cardinale Mindszenty e del partito socialdemocratico a Budapest nel 1956 (cominciò con un appello della “sinistra” per un sistema socialista più corretto ma, con l’intervento militare sovietico e la repressione, degenerò in una rivolta apertamente anticomunista, che fu schiacciata dall’Armata Rossa). L’intervento, molto più mite, di Breznev contro le riforme socialdemocratiche e la politica estera di Dubček mise fine a un altro tentativo populista filoccidentale a Praga nel 1968. Nel 1980 questa tendenza si è sviluppata in Polonia come combinazione di un sindacato, Solidarność, con la chiesa cattolica per rovesciare lo stesso sistema sociale. In quell’epoca la Germania orientale era ormai pienamente coinvolta nel tentativo di rovesciare quei cambiamenti dell’assetto politico, economico e sociale che parte del popolo e la burocrazia stalinista erano riusciti a estorcere in Europa orientale tra il 1945 e il 1948-49.
Quando nel 1988-89 ai polachi si sono aggiunti i cecoslovacchi e poi gli ungheresi e infine gli stessi tedeschi orientali, la Germania si è trovata di nuovo proprio al centro della sua vecchia “periferia” absburgica bismarckiana e hitleriana.
Il cambiamento di direzione nella corrente della Guerra fredda a favore dell’Occidente è cominciato solo dopo circa mezzo secolo da quando questa scoppiò, al momento stesso dell’ultimo colpo di cannone in Germania e dell’esplosione della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki.

L’occupazione della Cecoslovacchia da parte dell’Armata Rossa nel 1968 non fu un’azione indipendente della burocrazia sovietica, ma una reazione immediata alla crescente penetrazione nel paese della CEE guidata dalla Germania. L’Occidente esaltava Dubček come il nuovo leader democratico, liberalizzatore. Il commercio tedesco toccò nuovi apici nel 1968. Dubček si accostò all’Occidente, ne accettò, come fece la Romania, alcune posizioni, per esempio nel caso del riconoscimento dell’esistenza di Israele. Il Patto di Varsavia e il Comecon venivano messi in discussione. C’era il pericolo che – come era successo in Ungheria – una genuina rivolta antistalinista diventasse un pronunciamento filoccidentale. Questo accadde non soltanto per interferenze germaniche ma anche per il brutale intervento dell’Armata Rossa. E se le cose non assunsero i toni estremi del 1956 ungherese, fu perché l’occupazione sovietica si rivelo alla fine piu mite di quanto si potesse temere.
Durante la “rivoluzione ungherese del 1956 scrissi secondo questa linea in dichiarazioni pubbliche a Cape Town. Questo punto di vista era diffuso nei circoli progressisti del Sudafrica. Vidi molti gruppi di “rifugiati” ungheresi che arrivavano a Cape Town in treno, nave o aereo, nel 1956 e 1957. Questi “combattenti della libertà” furono accolti con un saluto ufficiale del governo nazionalista. Tutti i partiti e le chiese e l’intera stampa anglo-boera sostennero la “rivoluzione” ungherese. Molti rifugiati si integrarono agevolmente nel regime dell’apartheid. Altri andarono nel Malawi (allora Nyassaland) ad aiutare gli inglesi a reprimere una rivolta africana contadina e operaia. La repressione avvenne nella massima brutalità, molti anni prima che il Malawi diventasse indipendente.


Abbandonare l’imperialismo, 2008

La politica dell’Abbandono dell’imperialismo si trova ad affrontare il problema specifico di come i lavoratori delle classi degli Stati anti-imperialisti dei lavoratori (Cuba, Cina e Corea del Nord), degli Stati semicoloniali non più in mano ai lavoratori (Vietnam, Cambogia, l’ex Unione Sovietica e la Serbia), delle semicolonie in Asia, Africa, nelle Americhe e in Oceania, dei non europei razzisticamente sfruttati negli Stati dominati dall’imperialismo, degli “indios” e degli africani in “America Latina” e degli Stati neocoloniali corrotti dall’UE (Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia e i Balcani) possano rapportarsi alle costanti intrusioni della sinistra socialista del “primo mondo”. Prendiamo ad esempio il sostegno che quest’ultima dette alla “rivoluzione ungherese” del 1956. A fine giugno 2006 Bush, il presidente degli Stati Uniti d’America, visitò l’Ungheria allo scopo dichiarato di solidarizzare con la posizione antisovietica che questa aveva assunto in precedenza, e con la sua attuale posizione anticomunista, favorevole agli Stati Uniti, all’Unione Europea e alla NATO. La “sinistra” socialista non stalinista appoggiò quasi unanimamente la “rivoluzione ungherese”, al seguito dei socialdemocratici europei e del cardinal Mindszenty (l’uomo del Vaticano che via radio aveva chiamato alle armi contro gli “invasori” sovietici). In Sudafrica vidi coi miei occhi i “rivoluzionari” ungheresi salire a bordo dei treni dell’apartheid che da Città del Capo li portarono in Malawi per aiutare l’imperialismo britannico e i suoi coloni “bianchi” a soffocare nel sangue una rivolta di contadini africani contro il razzismo e lo sfruttamento fascista delle loro terre. Il Non-European Unity Movement (Movimento di Unità Non-Europea) e il settimanale sudafricano “The Torch”, insieme ai seguaci dell’African National Congress (Congresso Nazionale Africano) di Mandela, condannarono la “rivoluzione” ungherese. Io e Ben Kies, uno dei leader del NEUM, prendemmo le parti dell’Unione Sovietica contro quella che considerammo una insurrezione armata filoimperialista. Nella lotta di classe ungherese eravamo sul lato opposto a quello spalleggiato dalla “sinistra” e ora anche da Bush. Lo stesso antagonismo di fondo tra socialisti e imperialisti da un lato e il marxismo-leninismo anti-imperialista dall’altro si confermò in Cecoslovacchia nel corso degli anni ’80, poi per un decennio in Jugoslavia, e infine nel 1991, quando l’imperialismo e i socialisti (inclusi i “trockijsti”) abbatterono l’Unione Sovietica precipitandola nell’attuale condizione di paese semicoloniale del “terzo mondo”. Nel corso di quella lunga e tragica serie di eventi la politica dell’Abbandono dell’imperialismo significò non-collaborazione e resistenza armata contro i poteri occidentali e tutti i loro collaboratori, dalla destra fascista alla sinistra “trockijsta”, ecc.
Per quanto riguarda l’”autodeterminazione”, grido di battaglia della sinistra contro le repubbliche della Jugoslavia socialista costruita dai comunisti di Tito che abbatterono l’occupazione nazista tra il 1940 e il 1945, anche in questo caso la sinistra socialista fiancheggiò la guerra fredda e calda guidata dall’imperialismo di matrice statunitense e tedesca contro uno Stato del socialismo reale e i suoi popoli. Il defunto papa polacco, in un discorso tenuto a Zagabria, fece dell’”autodeterminazione” una chiamata alle armi. Nello stesso periodo, i “trockijsti” boicottarono a Torino una mia conferenza in sostegno alla Jugoslavia, nella quale avvertivo che l’”autodeterminazione” avrebbe innescato sanguinose guerre “etniche”, autodistruttive per tutte le parti in causa, che avrebbero devastato l’unità transnazionale della Jugoslavia – ciò che effettivamente accadde, come tutti ora sappiamo. La stessa sinistra appoggiò l’imperialismo capitanato dalla NATO nei Balcani durante gli anni ’90, “difese” gli albanesi razzisti nel Kosovo (che in precedenza era il cuore della Serbia) e appoggiò attivamente il rovesciamento del socialismo reale jugoslavo e lo smembramento imperialista della repubblica federale. Quando tutto ciò ebbe inizio, con la caduta del muro di Berlino nel 1990, Ernest Mandel, leader della sezione europea della “Quarta Internazionale”, agitava la sua bandierina rossa di sopra il muro.
   Durante tutto questo terribile periodo la sinistra collaborò con l’imperialismo invece di abbandonare tutte le fazioni che stavano dilaniando la Jugoslavia: gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la NATO, le Nazioni Unite, e anche quegli esponenti e quegli organi della Chiesa che obbedirono alla chiamata all’”autodeterminazione” venuta da Zagabria, e tutte le organizzazioni e la stampa di sinistra che in qualsivoglia modo avevano accondisceso allo smembramento della Jugoslavia.
   Se tale Abbandono dell’imperialismo fosse stato messo in atto nel decennio conclusivo del XX secolo, avrebbe avuto un effetto distruttivo sul settarismo etnico, il razzismo e la teologia dottrinaria della non-liberazione che pervadono il “primo mondo”, e avrebbe costituito un solido passo avanti per gli anti-imperialisti di tutto il mondo. Allo stesso tempo, ribadiamo che la politica dell’Abbandono dell’imperialismo significa creare e far crescere organizzazioni e strutture sociali anti-imperialiste, perché l’Abbandono dell’imperialismo e costruttivo nella sua apparente distruttivita, ed è perciò positivo nel suo negarsi alla collaborazione. Se l’Abbandono dell’imperialismo fosse stato praticato a un qualche livello di massa nel corso dei recenti avvenimenti in Afghanistan, Iraq, Europa dell’Est, Cecoslovacchia, Jugoslavia e nella controrivoluzione finale, quella contro l’Unione Sovietica, il mondo sarebbe ora molto più sostenibile e vivibile rispetto a ciò che è diventato per mezzo di un terribile e tragico inganno. Purtroppo, soltanto nella non-collaborazione e nella resistenza irachene e nel concreto sprezzo che Cuba ha opposto all’embargo statunitense (ed europeo) si sono visti all’opera elementi importanti di una politica dell’Abbandono dell’imperialismo. Laddove, sotto altri nomi, si è tentato di metterla in atto, questa politica ha salvato almeno una nazione, Cuba, e le sue classi lavoratrici e professionali, ha scongiurato la loro distruzione totale in un’altra ancora, il Venezuela. In tutti e tre questi casi si stanno sperimentando concretamente gli effetti positivi della pratica di una politica che noi chiamiamo Abbandono dell’imperialismo.

 

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