marți, 26 martie 2013

La “Miseria della filosofia” (1846-47)



   In una lettera 83 Marx si era espresso sul tema della dialettica della divisione del lavoro, un anello fondamentale per la scienza economico-sociale di Marx. Nella sua risposta 84 alla Filosofia della miseria dell’anarchico Proudhon, Marx espose quelli che più tardi chiamerà “i punti decisivi della nostra [sua e di Engels - nda] concezione” 85.
   La fondamentale “scienza economica” del signor Proudhon consisteva in una ripetizione della vecchia “formula” utopistica e ricardiana secondo cui il salario del lavoro dovrà essere uguale al prodotto del lavoro 86 e che “la proprietà è un furto”, conclusione inevitabile a partire da tale “formula”. Ma Marx, anche se considerava l’accumulazione originaria coloniale come “furto”, non considerava il profitto come furto ma come forma di plusvalore, derivante dal fatto che i salari erano, in realtà, inferiori al “prodotto del lavoro”.
   Nella Miseria della filosofia Marx, in uno studio “accademico anche se polemico” dei rapporti di produzione come momento fondamentale cui i dati storici fanno riferimento, fece uno studio compiuto della manifattura come di “quell’industria che non è ancora l’industria moderna, con le sue macchine, ma che non è ormai più né l’industria degli artigiani del Medioevo, né l’industria domestica... Una delle condizioni più indispensabili per la formazione dell’industria manifatturiera era l’accumulazione dei capitali; e questa venne facilitata dalla scoperta dell’America e dall’immissione nel mercato dei suoi metalli preziosi (corsivo mio - nda)... Queste erano tutte condizioni storiche della formazione della manifattura...” 87. Questa spiegazione anticolonialista delle origini della manifattura era una risposta esplicita di Marx alla “spiegazione” di Proudhon secondo cui la manifattura – come la divisione del lavoro – nasceva da un patto, ed era sorta “nel seno delle antiche corporazioni” 88. Marx dava una spiegazione globale, non locale o nazionale, del sorgere della manifattura come stadio intermedio fra le gilde feudali, le botteghe artigiane e l’industria mecanizzata 89.
   Nella Miseria della filosofia Marx critica l’idea di Proudhon secondo cui “il valore del lavoro è un’espressione figurata”, e dimostra che il valore della (forza)-lavoro è un fattore fondamentale nella produzione stessa delle merci, cosa che Proudhon idealizzava e dalla quale Weitling 90, Cabet ed altri utopisti cercarono invano di sfuggire. Con i concetti di Proudhon di valore e plusvalore (egli disse: “ogni lavoro deve lasciare un eccedente”, come “diritto e dovere”, non come legge economica 91), è del tutto impossibile capire il sistema coloniale del capitalismo. La teoria di Marx del valore-lavoro ha aperto la strada, per la prima volta, per questa comprensione, e nella Miseria della filosofia Marx fece giganteschi passi in avanti verso l’elaborazione di questa teoria del valore destinata a far epoca e a cambiare il mondo.
   La teoria di Proudhon secondo cui il profitto proviene dalla vendita della merce al di sopra del suo “valore”92 fa apparire l’intero sistema coloniale di sovrapprofitti come un sistema artificiale e arbitrario regolato dai voleri e dai capricci dei monopoli, e non come la vera base del capitalismo, come Trockij la chiamò nella sua difesa dell’idea della Rivoluzione Permanente contro la concezione del “socialismo in un solo paese” di Vollmar-Stalin. Questa può essere una ragione teorica del fatto che in Africa e in Asia l’anarchismo non ha mai messo seriamente radici. Se questo è accaduto in una qualche misura nell’America meridionale e centrale, è a causa del ruolo dominante ivi esercitato dagli emigrati di origine europea di tutte le classi, di fronte agli “Indiani” e ai “Negri”, i quali, fino al giorno d’oggi, continuano ad essere sfruttati ed oppressi dai primi, a qualunque classe questi ultimi appartengano. Né l’altra idea di Proudhon, di “lasciar sussistere la produzione mercantile e sopprimere il denaro” (ibid., cap. 36. p. 706), può significare qualche cosa per l’ambiziosa piccola borghesia semicoloniale dell’Africa e dell’Asia, così come il suo concetto per cui il capitale monetario non è nient’altro che denaro come mezzo di scambio (ibid., cap. 21, p. 421). A maggior ragione sarebbe impossibile, sia per i lavoratori supersfruttati sia per la borghesia al servizio dell’imperialismo nelle semicolonie, dare un senso ai “poveri” disperati tentativi di Proudhon di spiegare come “l’ouvrier ne peut pas racheter son propre produit” (l’operaio non può ricomprare il proprio prodotto, ibid., cap. 49, p. 958); e risolvere questo enigma, che lo stesso Ricardo aveva in parte risolto e che Marx aveva completamente spiegato con la formula secondo cui il valore della merce è C + V + P, dove V è quindi inferiore al valore del “prodotto dell’operaio”. In Africa e in Asia la differenza, P + C, è colossale, e questo solo fatto pone fine al proudhonismo in questi due continenti.
   Le critiche fatte da Marx, nella Miseria della filosofia, alle concezioni di Proudhon sull’usura 93 e sulla rendita 94 dimostrano, in modo particolare in relazione a quest’ultima, che la “scienza economica” di Proudhon rende impossibile la spiegazione o la comprensione, e quindi la lotta contro l’imperialismo. Per cui, riguardo alla rendita fondiaria per esempio, Proudhon non può neanche avvicinare, né tantomeno spiegare, il problema del “sovrapprofitto” realizzato dal landlordismo monopolistico come risultato della sua non partecipazione al generale livellamento del saggio di profitto; e tale “sovrapprofitto” ricavato è uguale alla differenza fra il “prezzo di produzione” delle merci e il loro “valore” (in termini monetari). Questo “sovrapprofitto” deriva dal monopolio della proprietà della terra combinato con la più bassa composizione organica (C/V) del capitale agrario rispetto al capitale industriale.
   “Prezzo di produzione” = C + V + saggio di interesse x capitale investito. “Valore” = C + V + P. P (plusvalore) qui è maggiore del saggio di interesse per il capitale investito, perché viene prodotto soltanto dal lavoro rurale (espresso in V) e non è calcolato a partire dal saggio generale di profitto. A causa del basso rapporto C/V in agricoltura, il saggio di interesse sarebbe più alto se questo capitale prendesse parte alla sua determinazione. La differenza indicata dalla formula, il sovrapprofitto, o rendita assoluta, ha certe somiglianze limitate di forma con i sovrapprofitti coloniali. A parte il rapporto C/V (che può essere più alto nelle colonie che non nei “paesi avanzati” a causa della modernità dell’industria mineraria e dei bassi salari), esiste una differenza nel rapporto P/V (saggio di sfruttamento o del plusvalore), il quale è generalmente più alto nelle colonie (e in agricoltura). Se la scienza economica di Proudhon non può spiegare la rendita assoluta (o differenziale), non è possibile che possa spiegare il sovrapprofitto coloniale. Questa carenza di fondo è quella che ha segnato il destino dell’anarchia nella base coloniale del capitalismo. Da questo punto di vista negativo, la Miseria della filosofia di Marx ha avuto un ruolo positivo per la causa della lotta coloniale.


83  Marx ad Annenkov, 28 dicembre 1946, in Karl Marx – Friedrich Engels, Opere, vol. XXXVIII, a cura di Mazzino Montinari, traduzione di M.A. Manacorda e M. Montinari, Editori Riuniti, Roma 1972, pp. 458-470.
84   Karl Marx, Misère de la philosophie. Réponse à la philosophie de la misère de M. Proudhon, Frank, Parigi-Vogler, Bruxelles 1847 (trad. it. Miseria della filosofia. Risposta alla Filosofia della Miseria del signor Proudhon, III ed., traduzione di Franco Rodano, Editori Riuniti, Roma 1969).
85  Karl Marx, Zur Kritik der Politischen Ökonomie, scritta fra l’agosto del 1858 e il gennaio del 1859, dalla “Prefazione” scritta a Londra nel gennaio 1859 (trad. it. Per la critica dell’economia politica, II ed., “Introduzione” di Maurice Dobb, traduzione di Emma Cantimori Mezzomonti, Editori Riuniti, Roma 1969, p. 6).
86  K. Marx, ibid., p. 43, e K. Marx, Miseria della filosofia, op. cit., pp. 40-46.
87  K. Marx, Miseria della filosofia, op. cit., p. 115.
88  K. Marx, ibid.
89 Nel Capitale (Libro I, cap. XXII) Marx ridicolizza il tentativo di Proudhon di sostituire il capitalismo con un ritorno alle “eterne leggi della proprietà della produzione delle merci” (cfr. Il Capitale, Libro I, op. cit., p. 643), al di fuori delle quali il capitalismo stesso ha avuto la sua evoluzione. Questo era l’aspetto politico della teoria di Proudhon sulla manifattura.
90  F. Engels in Per la storia della Lega dei Comunisti parla del tentativo operato da Weitling di “far risalire il comunismo al cristianesimo primitivo..., per quanto nel suo ‘vangelo dei poveri peccatori’ si trovino dei particolari geniali” – come di un esempio delle utopie del periodo 1846-47 (cfr. per la citazione: K. Marx e F. Engels, Manifesto del partito comunista, a cura di Emma Cantimori Mezzomonti, op. cit., p. 259).
91  K. Marx, Il capitale, Libro I, op. cit., cap. XIV, p. 562. [La citazione esatta e: “Ogni lavoro deve (sembra che la cosa faccia parte dei droits et devoirs du citoyen) lasciare un eccedente – ndt]. Marx satireggia l’”idealismo” di Proudhon: “Il Proudhon comincia con l’attingere il suo ideale di giustizia, la justice éternelle, dai rapporti giuridici corrispondenti alla produzione delle merci” (Il Capitale, Libro I, op. cit., cap. II, p. 117). Nel I capitolo del Libro I, egli osserva: “Nessuna scuola è stata mai prodiga della parola science più di quella proudhoniana, poiché scuola è stata mai prodiga della parola science più di quella proudhoniana, poiché
                    ‘là dove mancano i concetti,
                    s’insinua al momento giusto una parola’” (ibid.., p. 101);
un cappello questo che si adatta molto bene alle teste dei moderni pseudo-marxisti, come Lenin li chiamava al suo tempo. Proudhon voleva la “produzione di merci”, ma senza gli “inconvenienti connessi a questa forma, e in specie [la] non immediata scambiabilità delle merci. Il socialismo di Proudhon costituisce l’illustrazione di questa utopia filistea” (ibid., nel cap. I, “La merce”). Questa rimane un’analisi fondamentale per le concezioni bakuniane, di Kropotkin e per il populismo di ogni specie, il quale ha delle radici storiche: la dottrina borghese del libero arbitrio e l’anarchismo piccolo-borghese (dei contadini, artigiani, negozianti e intellettuali).
92  K. Marx, Il Capitale, Libro III, op. cit., cap. I, p. 66.
93  K. Marx, Storia delle teorie economiche. III. Da Ricardo all’economia volgare, op. cit., “Appendice”, p. 534: “Lutero è superiore a Proudhon” per quanto riguarda la comprensione dell’usura.
94  K. Marx, Miseria della filosofia, op. cit., cap. II, § 4, “La proprietà o la rendita”; cfr. anche il Libro IV del Capitale, Teorie sul plusvalore, vol. II, op. cit., cap. VIII, p. 13 e cap. IX, p. 166 per un ulteriore approfondimento degli errori di Proudhon.



Hosea Jaffe – “Marx e il colonialismo”, Jaca Book, 1976
 

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