joi, 14 martie 2013

La visione braudeliana “di lunga durata” sul traffico “africano” degli schiavi



Laddove Ibn Khaldun (nato a Tunisi nel 1332, morto al Cairo nel 1406), il cui scritto intitolato Muqaddimah (introduzione alla Storia del mondo, kitab al’Ibar) fu salutato da Arnold Toynbee (1889-1975) come “la più grande opera di questo genere che sia mai stata prodotta dall’ingegno umano”, aveva sviluppato una filosofia della storia fondata sulle “trasformazioni sociali che si susseguono in seno alla società”, Toynbee stesso considerava invece come motore primo della storia i conflitti tra “civiltà”, e Fernand Braudel (1902-1985) quelli tra diverse “culture”29.
   Braudel idenficava l’origine dell’Europa e della sua “cultura” capitalistica non con le “scoperte” colonialistiche dell’America, del Sudafrica e dell’India, ma con la schiavitù greco-romana30, e stimava la popolazione africana del 150031 in 25 milioni di persone, in contraddizione con il dato storico acclarato secondo cui il genocidio causato dal traffico europeo di schiavi in Africa nei tre secoli successivi fece circa 100 milioni di vittime (inclusi i decessi sulle navi schiaviste). Inoltre, in alcune sue pagine, scrisse di “manioca, patate dolci, arachidi e mais, alcuni dei benefici derivanti dalla navigazione e dal commercio portoghese” 32. Nel terzo volume del suo Civilization and Capitalism giustificò il traffico europeo degli schiavi in Africa e dall’Africa: “La schiavitù era endemica in Africa [...]. Vendendole su un mercato straniero, l’Africa avrebbe potuto venire a capo del problema di un eccesso di bocche da sfamare” 33.
   Braudel si ispirava esplicitamente all’opera di Johann Heinrich Von Thunen (1780-1851), il quale tra gli economisti del XIX secolo era considerato secondo soltanto a Marx34. Von Thunen era in realtà un comune agronomo, autore nel 1826 di un’opera dogmatica, Der Isolierte Staat (The Isolated State). Al centro dello stato cui fa riferimento il titolo sarebbe dovuta sorgere una città, ubicata in una pianura fertile confinante con territori selvaggi e circondata da molteplici zone concentriche destinate all’agricoltura, ciascuna delle quali avrebbe dovuto fruttare rendimenti proporzionali alla distanza dal “centro”, in ragione dei costi di trasporto. Questo schema divenne il modello delle “economie-mondo” di Braudel, con la loro dicotomia centro/periferia. Uno dei suoi più sfortunati sostenitori Philip Curtin, apologeta liberale del colonialismo e del traffico di schiavi africani inglese ed europeo, che nel 1969 e nel 1975 scrisse: “Il commercio degli schiavi fu un sottosistema non soltanto dell’economia atlantica, ma anche di un più ampio percorso della società africana occidentale”35. Braudel si ispirava a  Curtin quando scrisse: che “La parte di diritti e di responsabilità che l’Africa ha in questo contesto” (quello del traffico europeo di schiavi in Africa) “dovrebbe essere riconosciuta”36, e motivava lo spostamento razzista delle responsabilità del traffico degli schiavi dai suoi mandanti europei alle sue vittime africane con due “ipotesi”:
I)                   il cosiddetto “commercio arabo degli schiavi”, che in realtà fu un aspetto soltanto marginale del “modo asiatico” fondato sul commercio su lunga distanza. Nondimeno Braudel scrisse: “ancora una volta possiamo osservare una profonda identità d’azione tra l’imperialismo islamico e quello occidentale” 37;
II)                il suo vecchio ritornello secondo cui “La schiavitù in Africa era endemica, un aspetto organico alla vita quotidiana” 38. Braudel non arrivò mai a capire che l’Africa precoloniale fu parte di un modo di produzione comunitario e poi di un modo di produzione comunitario-dispotico, e non sistematicamente di un modo di produzione schiavista.
   Il più famoso discepolo e studioso di Braudel, Emmanuel Wallerstein, rinnegò soltanto la prima “ipotesi”, riconoscendola razzista. Prima di raggiungere la notorietà fu partecipe della regionalizzazione imperialista della Nigeria attuata dagli inglesi, e in seguito appoggiò a più riprese – da Parigi, dall’Università dello Stato di New York e in alcune delle sue opere più importanti – l’ossessione di Von Thunen per la visione concentrica e la “lunga durata”.
   Sia Curtin sia Braudel minimizzavano, nelle loro opere, il numero di schiavi imbarcati per l’America a Goree, a Dakar, in Senegal, sulle coste dell’odierno Gambia, su quelle della Guinea e dell’Angola, incluse le indie occidentali, stimandolo in “900.000 nel XVI secolo, 3.750.000 nel XVII, tra i 7 e gli 8 milioni nel XVIII e, nonostante l’abolizione del commercio degli schiavi del 1815, 4 milioni nel XIX secolo” 39. La somma totale, pari a meno di 16 milioni, è in difetto di 4 milioni rispetto al totale reale di circa 20 milioni di schiavi deportati. All’incirca 10 milioni furono scaricati e affogarono nell’Atlantico. 80-90 milioni morirono per causa dei raid che distrussero interi clan, villagi e città nell’Africa occidentale, centrale e orientale40.
  L’entità dell’olocausto capitalistico attuato in Africa ad opera del traffico europeo di schiavi fu pari a quella dell’olocausto che lo stesso modo di produzione e l’Europa attuarono in America41.
   Questo modo di produzione fu peggiore del dispotismo comunitario (erroneamente definito “dispotismo asiatico”)? Per quanto già scritto possiamo certamente dire che il modo di produzione capitalistico e la sua struttura sociale furono peggiori del modo di produzione comunitario, di quello schiavista e delle rispettive strutture sociali in termini di condizioni di vita, di sopravvivenza fisica, di condizioni lavorative, di possibilità di scelta personale, di libertà di culto, accesso ai prodotti di consumo, pace tra i popoli, rispetto degli altri. Sarebbe corretto sostenere inoltre che il capitalismo fu peggiore anche rispetto all’altro modo di produzione più diffuso, etnicamente inclusivo e universale, ovvero quello del dispotismo comunitario, che per oltre un millennio aveva determinato e permeato l’esistenza dei popoli non europei in Africa, Asia, Oceania, America e, invero, anche dell’Europa del nord, dell’est e di vaste aree della Russia? Il modo comunitario-dispotico includeva le strutture sociali “arretrate” in tutte queste regioni, come quelle dei celti, dei franchi, dei goti, di alcune tribu Khoi-Khoi, dei Bantu e delle tribù del Sudan, dell’Amazzonia, dei primi mongoli e dei giapponesi.
   In base alle prove storiche in materia economica, sociale, politica e culturale, è indubitabile la superiorità, rispetto alla civiltà europea, delle civiltà comunitarie-dispotiche precolombiane degli Inca, degli Aztechi, dei Toltechi e dei Maya, dell’Egitto post-faraonico, del Mediterraneo arabo, della Spagna e del Portogallo moreschi prima della “riconquista” avvenuta dopo il 1200, della Granada moresca e araba, degli stati ottomani del vicino oriente, del nord Africa e dei Balcani, di Baghdad, di Damasco, degli stati moghul e indu in India, delle Filippine, dell’Indonesia, della Corea, del Giappone shogunita e soprattutto della Cina sotto le dinastie dei Tang (618-906), dei Song (960-1279), dei Yuan sotto Gengis Khan e Kublai Khan (dal 1279 fino al suo rovesciamento avvenuto ad opera della rivoluzione dei contadini comunitari e della burocrazia dispotica nel 1368), dei Ming (1368-1683) e dei Manciù (1683-1911). Tale superiorità riguardava tra l’altro la tecnologia, la matematica pura e altre scienze esatte, in particolare nel caso dei Moghul in India (che già nel XVII secolo avevano costruito un osservatorio astronomico), degli obelischi di ferro indiani e dell’industria di ferro cinese.
   Storicamente l’arretratezza modale europea fu superata e trasformata in una pur dubbia superiorità non in virtù dell’ingegno europeo né tantomeno dell’insulsa pretesa di una discendenza ariana degli europei, bensì attraverso l’”accumulazione primitiva” genocida praticata dal colonialismo capitalistico in America, Oceania, Africa e Asia a partire dal tardo XV secolo e fino al XVIII.
   Questo processo coloniale costituì al tempo stesso la genesi del modo di produzione capitalistico e la sua strutturazione di classe (la sua “struttura sociale”). Il nuovo modo di produzione capitalistico, che aveva guadagnato e manteneva la propria posizione dominante per mezzo del colonialismo e del suo acme, l’imperialismo, peggiorò sotto ogni aspetto le condizioni di vita rispetto a quelle date in precedenza nell’ambito delle grandi e anche delle piccole civiltà improntate al modo di produzione comunitario dispotico.
   Ovviamente c’erano capitalisti (inclusi commercianti e usurai) in tutti i modi di produzione comunitari dispotici, “ma solo in Europa si crearono le circostanze perché questi soggetti divenissero una classe significativa e, in seguito, dominante. Il colonialismo fornì loro le risorse per organizzarsi e trionfare come classe [...]. La ragione di questo singolare sviluppo risiedeva nel fatto che soltanto i capitalisti europei divennero colonialisti”42.
   Il colonialismo era intrinsecamente alieno ai modi di produzione comunitario e comunitario dispotico, tant’è che nessuno dei due più grandi paesi caratterizzati da questi modi di produzione, l’India e la Cina, furono colonialisti. L’enorme flotta cinese, con le sue gigantesche navi, si spingeva nei suoi commerci fino a Zanji, nell’Africa orientale, ma non aveva alcuna colonia né interessi coloniali in quei luoghi, e lasciò l’Africa quando i “barbari” portoghesi (com’erano chiamati dagli imperatori Ming), a partire dal 1492 e nell’arco di un decennio, devastarono le città costiere dell’Africa orientale.
   La mia opera sul colonialismo fu cominciata nel 1952, parallelamente a 300 Years, e durante la sua stesura scoprii il “plusvalore negativo” rilevando che i salari dei minatori europei in Sudafrica costano più tempo-lavoro del loro tempo di lavoro totale.
   La citazione continua: “Il loro saccheggio ai danni del resto del mondo cominciò con le Crociate, quando i capitalisti europei più pionieristici, i banchieri e gli armatori italiani, assaggiarono per la prima volta il sangue devastando il medio oriente e salassando i loro clienti, i Crociati. In seguito, impiegando le tre grandi invenzioni cinesi – la polvere da sparo, la bussola e la stampa su carta – i capitalisti europei, sostenuti dalla Chiesa e dalle monarchie feudali e sfruttando il loro appoggio, depredarono il resto del mondo” (che per la gran parte era caratterizzato dal modo di produzione comunitario dispotico).
   I conquistadores, i trafficanti di schiavi, gli schiavisti, i soldati, i missionari e i commercianti fornirono a questi capitalisti le terre, le materie prime, i metalli preziosi e la mandopera a basso costo di cui avevano bisogno per l’accumulazione originaria. Nessuna di queste risorse fondamentali era altrettanto disponibile e a buon mercato nel territorio europeo, che ne era costitutivamente povero. Il colonialismo guadagnò al capitale interi continenti a un costo inferiore di quello di uno stato nel continente d’origine [...]. Il colonialismo fornì al capitale non soltanto gran parte delle sue proprietà terriere ma anche gran parte dell sua manodopera. Fin da principio la manodopera coloniale (schiavi, servi, braccianti, contadini) è stata la parte di gran lunga più ampia della forza lavoro sotto il capitalismo. [...] Il colonialismo europeo in Africa, in Asia e nelle Americhe fece un numero di vittime maggiore di quello dell’intera popolazione europea del XVIII secolo. Dal XVI secolo in poi e per ogni secolo il novero delle vittime del colonialismo europeo tra i popoli colonizzati è quasi pari a quello della popolazione europea dello stesso secolo. Lo stesso colonialismo cancellò inoltre più edifici, opere d’arte, sistemi d’irrigazione, mestieri, scuole, saperi e città di tutti gli imperi precapitalisti nel loro insieme”43.
   La conclusione di questa citazione risponde affermativamente alla nostra domanda “Il capitalismo fu peggiore del dispotismo comunitario?”, e la stessa risposta vale ancor più se si prendono come secondo termine di confronto i modi di produzione comunitari (il “comunismo primitivo”).


29  A. Toynbee, A Study of History [1946], Oxford 1979, vol. 1, pp. 204-249 (trad. it. Le civilta nella storia, Einaudi, Torino 1950); F. Braudel, The Mediterranean, London 1949, 1973, voll. 1 e 2 (trad. it. Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’eta di Filippo II, Einaudi, Torino 1953, 1986); F. Braudel, Civilization and Capitalism, Paris 1967, 1979; London 1973, 1981, 1988 (trad. it. Civiltà materiale, economia e capitalismo, Einaudi, Torino 1977).
30  F. Braudel, The Mediterannean, cit., vol. 2, pp 770-775.
31  F. Braudel, Civilization and Capitalism, cit., vol. 2, p. 43 dell’edizione New York/London 1988.
32  Ibid., p. 177.
33  Ibid., vol. 3, p. 435.
34  Ibid., p. 38 (The Britannica Micropaedia, vol. IX, 1981, data la nascita di Von Thunen al 1783 e la sua morte al 1850).
35  P. Curtin, Economic Change in Precolonial Africa, University of Wisconsin Press, Madison 1975, pp. 237-247.
36  F. Braudel, Civilization and Capitalism, cit., vol. III, p. 432.
37  Ibid., p. 434.
38  Ibid., p. 435.
39  Ibid., p. 440. È da notare che l’abolizione in Inghilterra fu sancita nel 1808, in Francia due decennia più tardi e in Brasile – una colonia – soltanto dopo il 1988.
40  H. Jaffe, European Colonial Despotism, cit.; A History of Africa, ZED, London 1986, 1988.
41  H. Jaffe, Modal Struggles and Structures, una prefazione inglese all’italiano Stagnazione e sviluppo economico. Modi di produzione, nazioni, classi, Jaca Book, Milano 1986, pubblicata come Introduzione a European Colonial Despotism, cit.
42  H. Jaffe, Colonialism Today, cit., part. I, Colonialism Cradle of Capitalism.
43  Ibid., part I, Colonialism: Cradle of Capitalism.


Hosea Jaffe – “Era necessario il capitalismo?” (Jaca Book, 2010)

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