duminică, 19 mai 2013

L'internazionalismo antimperialista di Lenin-Guevara vs. il marxismo „realista” dei „possibilisti” social-democratici ed eurocomunisti

L’economia mondiale è unica, ancora indiscutibilmente dominata dal modo di produzione capitalista-imperialista. Questo dominio è interno al sistema stesso, e consiste in relazioni ineguali Ovest-Sud, è anche nei bordi consumati dalle rivoluzioni di questo sistema, nelle cosiddette relazioni Est-Ovest, che malgrado la speranza di Stalin-Varga, di “raggiungere gli USA”, continuano ad essere una relazione ineguale tra nazioni (ricche e povere), un secondo anello o toroide di nazioni periferiche, tenute in orbita dalla forza centripeta del trasferimento del super plusvalore verso il “centro”. Questo sistema dinamico di masse e forze sostiene l’economia mondiale dominata dal sistema capitalista ed è la forza trainante che sta dietro ai nostri saggi, così come è in tutte le discussioni economiche serie ed anche, speriamolo, nei progetti di far “scomparire” la disoccupazione ed altre caratteristiche di un modo di produzione che, per metà millennio, ha sottomesso il valore d’uso al valore di scambio, così come ha sottomesso le nazioni povere a quelle ricche.
Il capitalismo ha successo non a causa della pianificazione – è vero l’opposto, un sistema basato sulla concorrenza tra monopoli e nazioni ricche – ma a causa dell’imperialismo: le relazioni inter-nazionali di produzione Ovest-Sud e Ovest-Est, come possono essere chiamate dato che la classe dominante mondiale è quasi tutta all’Ovest (paesi OCSE), e le classi lavoratrici produttrici di plusvalore sopprattutto al Sud e ad Est.
Né può avere successo, qualunque sia il luogo, il socialismo in un solo paese, o in una determinata area della terra (Patto di Varsavia), grazie alla pianificazione. Può avere successo solo annullando le forze centrali del sistema e le loro relazioni di predominio-dipendenza. Ciò indica l’assoluta subordinazione della pianificazione alla rivoluzione sociale antimperialista. Ogni altra via è impraticabile, come hanno più volte dimostrato le negative esperienze di Asia, America Latina e Africa e come hanno dimostrato l’isolamento e l’inceppamento della Russia e di altre esperienze rivoluzionarie, anche qui più come fallimento che come esperienza positiva. La dimostrazione positiva di questo teorema attende ancora una sua verifica storica.
La pianificazione può condurre dalla indipendenza politica o dalla rivoluzione sociale al socialismo solo se è l’arma socio-economica di una lotta di classe sovranazionale antimperialista condotta dai popoli di questi paesi. Nel caso dell’Africa, questo implica l’estensione della rivoluzione anti-portoghese nel campo antiapartheid e contro il MEC piuttosto che cadere nella tenaglia MEC-Sud Africa entrando nella convenzione di Lomè, o portando acqua al mulino degli accordi di Lancaster.
L’aumento della disoccupazione in Cina e nell’Europa dell’Est ha dato torto agli economisti bulgari, ungheresi ed altri, che ritenevano che la “pianificazione socialista” potesse prevenire simili fenomeni persino durante la crisi mondiale. (J. Arroio, R. Poliakova, Economic Register, Milano 1978). La disoccupazione non c’è solo in periodo di crisi: dal 1969 al 1973, periodo di crescita della produzione e del commercio, la disoccupazione ufficiale crebbe da 2,8 milioni a 4,3 milioni in USA, da 380.000 a 520.000 in Canada, da 570.000 a 670.000 in Giappone; da 223.000 a 394.000 in Francia; da 179.000 a 273.000 in Germania Ovest (Raina Poliakova, ibidem, p. 108). Ma, ad esempio, durante questo periodo le multinazionali USA esportarono capitale fisso e variabile nelle loro semi-colonie. Sia con il bello che con il cattivo tempo c’è una massiccia disoccupazione strutturale nella base semi-coloniale o periferica del capitalismo. Ciò non ha nulla a che fare con la crescita della popolazione. “Giappone e Taiwan, entrambi ritenuti aver sviluppato l’agricoltura con successo, hanno più del doppio di lavoratori agricoli per acro delle Filippine e dell’India. Il valore della produzione per acro in Giappone è sette volte quello delle Filippine e dieci volte quello dell’India. La tendenza infatti sembra mostrare una positiva relazione tra il numero dei lavoratori per ogni unità di terra ed il livello di produzione agricola... Paesi che noi consideriamo come gravemente sovrappopolati... non necessariamente hanno un eccesso di addetti in agricoltura. Quando la Cina tentò di aumentare la produzione usando la sua potenziale forza lavoro, trovò che poteva vantaggiosamente triplicare e anche quadruplicare l’energia-uomo per acro. Secondo la Banca Mondiale, se paesi come l’India potessero raggiungere il livello del Giappone per intensità di occupazione – 2 lavoratori per ettaro (2,5 acri) – la loro agricoltura potrebbe assorbire tutta la forza lavoro entro il 1985”. (Frances Moore Lappe e Joseph Collins, Food First, New York 1978).
La disoccupazione stagionale – o “sottoccupazione”, rilevata in un anno – è causata dal sistema imperialista che tiene a sua disposizione un esercito di disoccupati sempre più numeroso sia per tenere bassi i salari che per garantire forza lavoro stagionale. Così nella Repubblica Dominicana il 75% dei contadini lavora meno di sei mesi l’anno, mentre i lavoratori haitiani di canna da zucchero sono ingaggiati solo per il periodo della raccolta e nei periodi prosperi, per “dividere e dominare” i lavoratori intrappolati tra due regimi dispotivi asserviti alle multinazionali americane (ed europee), ed al gusto del pubblico. Mentre la disoccupazione, nei paesi imperialisti dell’OCSE, sale o scende a seconda dei flussi, recessione e ripresa, nel “Sud” sale sempre. Questo aumento è, naturalmente, più vistoso nei periodi di crisi mondiale, quando l’insuccesso delle speculazioni delle multinazionali o la caduta della domanda di petrolio o del potere d’acquisto nell’Ovest o altri simili fattori fa sì che la disoccupazione raggiunga tali proporzioni da rendere inoperanti i vari sistemi del “divide et impera” arrivando a situazioni tipo quelle anti-Ghana, agli scontri tra “Musulmani e cristiani” in Nigeria e nel Benin del 1983-’84. Tali situazioni, create dalla natura imperialista del sistema mondiale, sono risfruttate dai missionari, dagli “aiuti” degli imperialisti italiani (che hanno grandi investimenti in Nigeria e guardano con troppo interesse al Ghana). Il Pakistan – questo stato artificioso creato dagli inglesi nel 1948 – aveva una sufficiente disoccupazione da essere sfruttata politicamente: la creazione dell’altrettanto antistorico stato del “Bangladesh” da parte di Whitehall e del Pentagono, con l’aiuto di tutte le “internazionali” della “sinistra”, onde erigere una base contro la flotta russa nell’oceano Indiano e naturalmente per violare ancora una volta, con l’aiuto di Indira Gandhi, la storica unità della Penisola Indiana. Una conseguenza del “Bangladesh” è stata una massiccia disoccupazione strutturale in questa area dell’India, una nuova dittatura, altri scontri religiosi – in breve, tutte le condizioni che fecero sì che il “Pakistan orientale” divenisse il “Bangladesh”, secondo la propaganda occidentale, compresa quella di Tariq Alì e altri laburisti di sinistra dell’epoca.
Questi pochi esempi mostrano che la disoccupazione, specialmente nel “Sud”, non è solo una questione economica ma è anche una questione politica. Sia il lato economico che quello politico della disoccupazione, per non citare il quotidiano stato di frustrazione e di morte che essa aggiunge al “tenore di vita” nel “Sud”, permarrà con il sistema imperialista fino alla sua sconfitta attraverso la guerra di rivoluzione, specie tra i paesi poveri e quelli ricchi.
Il rovesciamento del governo social-riformista di Allende realizzato dalla CIA con l’aiuto della Germania dell’Ovest e della Svizzera al momento dell’attuale ciclo discendente di questa oscillazione di Kurchezieff, il precedente e simile rovesciamento del governo social-riformista di Jacobo Arbenz nel 1954 in Guatemala, di quello di Mossadeq in Iran, di Nkrumah nel Ghana; l’assassinio di Lumumba con l’aiuto dell’ONU nello Zaire, di Pierre Mulele, e l’imprigionamento a morte di Modibo Keita nel Mali, sono solo alcuni degli esempi dell’intervento imperialista contro leaders e governi filosocialisti. Lo sbarco nella Baia dei Porci, la guerra in Vietnam appartengono tutti alla medesima categoria. Coloro che per decenni hanno detto che l’”aiuto” in investimenti occidentali, prestiti, impianti industriali erano parte “dello sviluppo del sottosviluppo” hanno rischiato negli anni di crisi di cadere sulle proprie baionette. Solo pochi mantengono l’internazionalismo antimperialista di Lenin-Guevara, che sembra esser morto con il “Che” in Bolivia nell’ottobre del 1967. Tutti gli altri tipi di “marxismo” pretendono di essere “realisti”. Lo stesso “possibilismo” – o riforma o, più esattamente, “transizione”, come si dice oggi con disinvoltura – all’interno del sistema capitalista significa collaborazione con lo status quo imperialista: poiché l’imperialismo è la forza trainante del capitalismo. Mentre i “possibilisti” social-democratici ed eurocomunisti hanno avuto successo in tante nazioni ricche nel realizzare delle riforme, queste sono state finanziate dal surplus ricavato nel “Sud” grazie agli eserciti occidentali, agli investimenti, ai missionari e ai partiti sia di destra che di sinistra. Qui le riforme erano parte dell’imperialismo. Ma dove esse ostacolavano l’imperialismo, come generalmente avviene nel Sud, furono ferocemente eliminate dallo stesso imperialismo. Il “realismo” dei “possibilisti” qua si dimostra una illusione, distrutta a forza di colpi di stato, invasioni e assassinii. Dove ciò non è (ancora) accaduto, i programmi di miglioramento del tenore di vita sono stati annullati dalla FMI, dalla EIB, dalla Banca Mondiale, dai Trattati di Organizzazione Regionale dominati dagli USA, dalla CEE, dal Sud Africa e dal Giappone. Il “possibilismo” delle nazioni ricche divenne non “realismo” ma “impossibilismo” per le nazioni povere del mondo capitalista, e le nazioni “socialiste” stanno per essere attirate nello stesso vortice se continueranno a seguire il burocratismo di Stalin “del socialismo in un solo paese” e non la rivoluzione mondiale permanente di Trotsky o Guevara, che a Cuba ha provato come sia possibile e insieme realista la rivoluzione antimperialista.


-- Hosea Jaffe - La disoccupazione su scala mondiale, 1984

Niciun comentariu:

Trimiteți un comentariu