joi, 16 mai 2013

Marx sul colonialismo come genesi originaria del modo di produzione capitalista



La posizione espressa da Marx in merito alla schiavitù era basata su una premessa storico-materialistica che si mostrò suscettibile di essere erroneamente interpretata come non etica. Il principio del materialismo storico non era deterministico perché Marx, già nella sua tesi universitaria su Democrito ed Epicuro, privilegiò la teoria che descrive il moto degli atomi come caratterizzato da deviazioni irregolari a quella di Democrito che lo descrive invece come predeterminato lungo una linea retta.
   Pensare che il materialismo storico implicasse un’unica sequenza di modi di produzione – “comunsimo primitivo”-schiavitù-feudalesimo-capitalismo-socialismo – significa fraintendere Marx e il marxismo. La lettera a Vera Zasulich in cui Marx definiva possibile e anzi probabile che la Russia non sarebbe passata attraverso una fase capitalista e avrebbe invece compiuto un salto diretto dal feudalesimo al socialismo dimostra che il suo principio del materialismo storico era più hegeliano che cartesiano. Inoltre Marx scrisse estesamente in merito al “dispotismo asiatico” e sul “modo di produzione asiatico” in India e nel resto dell’Asia. Dopo Marx questa forma sociale è stata ipotizzata anche per Africa e America1. La storiografia dimostra che la sequenza schiavitù-feudalesimo-capitalismo si è verificata esclusivamente nelle società europee. Marx lo sottintende nella lettera a Engels sul lavoro del medico francese François Bernier (1625-1688) alla corte Moghul, quando scrive:

Bernier trova a ragione la forma fondamentale di tutti i fenomeni dell’Oriente – parla della Turchia, della Persia, dell’Hindustan – nell’assenza della proprietà privata della terra. Questa è la vera chiave, anche del cielo orientale [...]2.

Il materialismo storico è parte integrante, inseparabile, di un principio che abbraccia tutto: il materialismo dialettico. La metodologia del materialismo storico è oggettiva. L’assenza di soggettività, comunque, non implica che non sia etico o che non esprima una posizione morale. Dobbiamo ricordarcene quando analizziamo gli scritti di Marx sulla “schiavitù nera”. Tra queste affermazioni  riportiamo la seguente lettera che Marx scrisse quando aveva ventisette anni:

Quanto alla schiavitu, non c’è bisogno che io parli dei suoi aspetti negativi. La sola cosa che merita spiegazione è il lato buono della schiavitù. Non mi riferisco alla schiavitù indiretta, la schiavitù del proletariato, ma alla schiavitù diretta, la schiavitù dei neri nel Suriname, in Brasile, nelle regioni meridionali del Nord America.
La schiavitù diretta è un perno essenziale su cui l’industrialismo moderno fa muovere le macchine, il capitale, ecc. Senza schiavitù non ci sarebbe cotone, senza cotone non ci sarebbe l’industria moderna. È la schiavitù che ha dato importanza alle colonie, sono le colonie che hanno creato il commercio globale [corsivo nostro] e il commercio globale è la condizione necessaria per l’industria su larga scala [...]. Senza schiavitù, il Nord America, la più progressista delle nazioni [corsivo nostro], si sarebbe trasformata in una nazione patriarcale. Eliminate semplicemente il Nord America dalla mappa e avrete l’anarchia e la rovina completa del commercio e della civiltà moderna. Ma togliere la schiavitù vorrebbe dire eliminare il Nord America dalla mappa3.

Marx, contrariamente ai moderni “rivoluzionari” e ai malfattori di “Black Consciousness/Coscienza nera”, fu un nemico dichiarato della schiavitù in America, del commercio europeo degli schiavi in Africa e dei possedimenti coloniali europei in Asia. Ne scrisse nel 1853:

Il nemico della schiavitù salariata inglese ha il diritto di condannare la schiavitù dei neri; una duchessa di Sunderland [sulla cui duplicità riguardo alla schiavitù Marx scrisse all’epoca], un duca di Atholl, un signore del cotone di Manchester non possono farlo4.

Marx lodava la resistenza e le rivolte degli schiavi. Osservò che il loro sabotaggio degli strumenti di lavoro accelerava l’inefficienza del lavoro schiavista e, di conseguenza, rendeva completamente sorpassata la schiavitù; di qui

la pratica, universalmente applicata a questo modo di produzione, di impiegare solo attrezzi molto rudi e pesanti, difficili da danneggiare a causa della loro assoluta rozzezza5.

Il suo appoggio rivoluzionario alla resistenza e alle ribellioni degli schiavi lo portò a prevedere i movimenti del XX secolo negli USA contro il razzismo e per l’uguaglianza civile. Egli avvertì l’America “bianca”, compreso il suo proletariato:

Un’ingiustizia verso una parte del vostro popolo ha prodotto risultati così terribili. Fatela cessare! [Vale la pena notare che questo avvenne dopo il Proclama di Emancipazione.] Lasciate che i vostri concittadini possano essere dichiarati liveri e uguali, senza distinzioni [corsivo nostro]. Se voi non date loro i diritti che spettano ai normali cittadini e vi limitate e chieder loro gli obblighi di un cittadino, la lotta continuerà anche in futuro e potrà macchiare di nuovo la vostra nazione.

Non c’è niente qui del colonialismo o del razzismo che abbiamo osservato negli scritti di Engels, nella parte prima di questo libro. In tutto ciò che egli scrisse sulla schiavitù – e qui di seguito mostreremo come egli, analizzando la genesi del capitalismo, la legò al colonialismo -, Marx è un anticolonialista scientifico.
   Ciò significa che egli era oggettivo nell’applicazione della sua filosofia del materialismo storico e, allo stesso tempo, rivoluzionario nella critica anticolonialista di questa genesi.
   Le famose frasi di Marx contenute nel primo e nel terzo libro del Capitale sulla genesi coloniale del capitalismo riflettono i fondamenti metodologici del materialismo storico, inteso come branca socio-umana del suo principio generale del materialismo dialettico. A fini tanto teorici quanto pratici, possiamo chiamare materialismo storico-dialettico questa metodologia del marxismo. In base a esso riteniamo che l’economia, la sociologia e l’economia politica del genere umano dipendano in ultima istanza, ma molto spesso in modo immediato: 1) dalla storia evolutiva delle cose e delle entità reali e materiali; 2) dalle varie idee che le riflettono e le influenzano; e 3) dal principio dialettico della “emergenza della novita dal conflitto degli opposti”. Per Engels questi “opposti”, riguardo alla storia umana, erano principalmente le classi nazionali e la loro interazione costituiva per lui la lotta di classe. Per Marx – e per Lenin -, gli opposti principali erano globali: da un lato, l’insieme delle persone nel mondo oppresse e sfruttate dal capitale, e dall’altro l’insieme globale di questo capitale. Questo materialismo storico-dialettico appare nelle molte pagine del Capitale sul colonialismo capitalista. Questo lavoro storico, che Marx scrisse negli anni ’60 del XIX secolo, ebbe il proprio processo di gestazione e nascita nei Grundrisse, nella Introduzione del 1857 e nei Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica del 1857-18586.
   Questi lavori, a loro volta, furono preceduti dai suoi numerosi articoli per la “New York Daily Tribune” degli anni ’50, che trattavano del colonialismo inglese in Cina e in India. Gran parte del lavoro teorico di preparazione per queste pubblicazioni risale agli anni ’40 e la possiamo ritrovare nei Manoscritti economico-filosofici (1844), nelle Tesi su Fuerbach, ne La sacra famiglia (1844-1845), in Lavoro salariato e capitale (1847), negli articoli per la “Neue Rheinische Zeitung” (1848-1852) e nello stesso Manifesto del Partito comunista del 18487. I semi di questi scritti erano stati gettati nella sua tesi universitaria del 18418, dove Marx preferì il principio dialettico di Epicuro al materialismo meccanico di Democrito e di Leucippo. Qui, all’età di ventitré anni, dichiarò il suo credo di “assoluta libertà”9, che manifestò di nuovo, vent’anni dopo, condannando lo schiavismo coloniale.
   La deviazione epicurea degli atomi dal movimento su di una semplice linea retta dimostrava, secondo Marx, che il determinismo di Epicuro era diverso dalla “cieca necessità” e che il movimento degli atomi “dipendeva dalla sfera su cui esso agiva. L’individualità astratta appare nella sua suprema libertà e autonomia, nella sua totalità”10.
   Quindi Marx considerò sempre il tutto, la totalità, il sistema capitalista globale, come realtà causale, dialettica. Ne L’ideologia tedesca, cui partecipò anche Engels, Marx applicò questa teoria “olistica” per svolgere un’analisi del sistema capitalista-colonialista:

[...] a mano a mano che l’originario isolamento delle singole nazionalità viene annullato dal modo di produzione sviluppato, dalle relazioni e dalla conseguente divisione naturale del lavoro fra le diverse nazioni [la cui causa, per Marx, è il colonialismo capitalista], la storia diventa sempre più storia universale, cosicché, per esempio, se in Inghilterra viene inventata una macchina che riduce alla fame innumerevoli lavoratori in India e in Cina e sovverte tutta la forma di esistenza di questi Imperi, questa invenzione diventa un fatto storico universale11.

L’universalità del capitalismo costruisce anche la stessa classe capitalista, Nel 1847 egli scrisse della “classe capitalista, la borghesia, tanto quella presente nel commercio di una singola nazione, quanto quella dell’intero mercato mondiale”12.
   Come ho già avuto modo di scrivere,

   Il Manifesto stesso dimostra subito come il colonialismo fosse la sorgente storica a livello mondiale del capitalismo in Europa: “Dai servi della gleba del Medioevo uscirono i borghigiani delle prime città; da questi borghigiani ebbero sviluppo i primi elementi della borghesia”13. Ma questa borghesia esisteva solamente nei suoi “primi elementi” e non era ancora una classe formata. Ciò che dette a questi elementi i mezzi materiali per diventare una classe in Europa fu il processo coloniale che, di conseguenza, impedì lo sviluppo di elementi analoghi sulle coste asiatiche, arabe a africane, e ovunque lungo le rotte commerciali esistenti. Questo processo di fondazione viene descritto quasi all’inizio del Manifesto14:
“La scoperta dell’America e la circumnavigazione dell’Africa offrirono un nuovo terreno alla nascente borghesia. Il mercato delle Indie orientali e della Cina, la colonizzazione dell’America, lo scambio con le colonie, l’aumento dei mezzi di scambio e delle merci in generale, diedero un impulso prima d’allora sconosciuto al commercio, alla navigazione, all’industria, e in pari tempo favorirono il rapido sviluppo dell’elemento rivoluzionario in seno alla societa feudale che s’andava sfasciando15.

Così, la lotta di classe che si produsse in epoca feudale e che ne seguì diede origine ai “primi elementi della classe capitalista”, ma, contrariamente all’opinione della “sinistra” euroamericana pseudomarxista contemporanea, non fu la genesi del modo di produzione capitalista. Il “sistema capitalista”, così come è comunemente chiamato, vide le origini e, stando alle parole di Marx, le “sanguinose” doglie del parto, nel colonialismo “colombiano” descritto nei succitati brani di Marx. Egli continua a mostrare che l’effettiva formazione della borghesia – i cui “primi elementi”, certo, erano comparsi durante la caduta del feudalesimo – e la reale distruzione del feudalesimo furono prodotti dal colonialismo europeo. Il nuovo sistema coloniale (“colombiano”) determinò anche la sostituzione del sistema delle corporazioni da parte della manifattura e, più recentemente, dell’industria meccanizzata:

L’organizzazione feudale e corporativa dell’industria da quel momento non bastò più ai bisogni, che andavano crescendo col crescere dei nuovi mercati. Subentrò la manifattura [...]. Ma i mercati continuavano a crescere, e continuavano a crescere i bisogni. Anche la manifattura non bastava più. Ed ecco il vapore e le macchine rivoluzionare la produzione industriale. Dopo la manifattura seguirà l’industria moderna su larga scala [...]. Alla manifattura subentrò la grande industria moderna [...]. La grande industria ha creato quel mercato mondiale che la scoperta dell’America aveva preparato. Il mercato mondiale ha dato un immenso sviluppo al commercio, alla navigazione, alle comunicazioni via terra. Quello sviluppo, a sua volta, ha reagito sull’espansione dell’industria [...] anche la borghesia si è sviluppata [...] col costituirsi della grande industria e del mercato mondiale, la borghesia si è impadronita finalmente della potesta politica esclusiva del moderno Stato rappresentativo. Il potere politico dello Stato moderno non è un comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese16.

Così Marx descrive come il sistema coloniale e il conseguente mercato globale determinarono la natura economica, sociale e politica del sistema capitalistico mondiale. Inoltre il sistema coloniale del capitalismo diverrà la sorgente dell’internazionalismo e del cosmopolitismo borghesi:

Il bisogno di sbocchi sempre più estesi per i suoi prodotti spinge la borghesia per tutto il globo terrestre [...]. Sfruttando il mercato mondiale [...] ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi [...]. In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra17.

Dal 1848 al 1849, dopo che fu costretto dalla reazione di Napoleone III, che coinvolse Francia a Germania in seguito alla sconfitta delle rivoluzioni borghesi del 1848, a lasciare l’Europa alla volta dell’Inghilterra, dove gli furono negate fino alla morte la nazionalità e la cittadinanza britannica, Marx scrisse per la “Neue Rheinische Zeitung” e coniò il concetto di Rivoluzione permanente, rielaborato mezzo secolo dopo da Lev Trockij. La teoria base della Rivoluzione permanente di Marx, nel suo Indirizzo del 1850, era che la borghesia non poteva mettere in atto da sé la propria rivoluzione democratico-borghese. Soltanto il proletariato poteva realizzare la rivoluzione democratico-borghese. Gli operai

debbono fare l’essenziale per la loro vittoria finale chiarendo a se stessi i loro propri interessi di classe, assumendo il più presto possibile una posizione indipendente di partito, e non lasciando che le frasi ipocrite dei piccoli borghesi democratici li sviino nemmeno per un istante dalla organizzazione indipendente del partito del proletariato. Il loro grido di battaglia deve essere: la Rivoluzione permanente18 [corsivo nostro].

Ne La Rivoluzione permanente Trockij riassunse la sua interpretazione della teoria di Marx:

Per i paesi a sviluppo ritardato e in particolare per i paesi coloniali e semicoloniali, la teoria della Rivoluzione permanente significa che la soluzione vera e compiuta dei loro problemi di democrazia e di liberazione nazionale non è concepibile se non per opera di una dittatura del proletariato, che assuma la guida della nazione oppressa e, prima di tutto, delle sue masse contadine [...].
Che cos’è dunque la Rivoluzione permanente? [...]. Non solo la questione agraria, ma anche la questione nazionale assegna ai contadini, che nei paesi arretrati costituiscono l’enorme maggioranza, una posizione essenziale nella rivoluzione democratica. Senza un’alleanza tra il proletariato e i contadini i compiti della rivoluzione democratica non possono essere assolti. Ma l’alleanza tra queste due classi non si realizzerà se non in una lotta implacabile contro l’influenza della borghesia nazionale liberale19.

Trockij seguiva quanto Marx scrisse nel 1856 in una lettera a Engels:

Tutta la facenda in Germania dipenderà dalla possibilità di sostenere la rivoluzione proletaria con una specie di seconda edizione della guerra dei contadini20.

La storia del XX secolo ha confermato la tesi marxista della Rivoluzione permanente. In nessuna “nazione progredita” c’è stata una rivoluzione socialista; essa si è verificata solo in “nazioni arretrate”: in Russia nel 1917, in Cina nel 1949, in Indocina (Vietnam, Laos, Cambogia) dopo la sconfitta dell’imperialismo francese a Dien Bien Phu e dopo  sconfitta dell’invasione americana tra il 1962 e il 1973, poi nella Corea del Nord nel 1950 e, infine, nella meravigliosa rivoluzione cubana del 1959-1962.
   In tutti questi paesi un proletariato “arretrato” si unì con i contadini per assolvere i compiti che la loro borghesia colonialista non aveva portato né avrebbe potuto portare a termine. Queste rivoluzioni, che coinvolsero più di un terzo dell’umanità, costituirono la prassi della tesi della Rivoluzione permanente, prima marxiana, poi trockista. Questa storia, a dispetto della sconfitta dello Stato dei Lavoratori a opera dell’imperialista nel 1990 e malgrado la mostruosità dello stalinismo, è, fino a oggi, la più grande e migliore conferma della teoria della Rivoluzione permanente. Queste rivoluzioni sociali in nazioni arretrate e non sviluppate hanno confermato l’economia politica e la metodologia storico-dialettica di Marx. Hanno confermato la sua grandezza.
   Gran parte di questa grandezza risiede nella sua olistica sintesi di materialismo dialettico e storico, e di quest’ultimo con l’economia politica. Dopo i suoi classici e fondativi scritti degli anni ’40 uscirono, nei tardi anni ’50, Per la critica dell’economia politica e i sette “quaderni di appunti” dei Grundrisse, che posero entrambi le basi del Capitale. In essi, Marx analizza a più riprese il nesso tra il capitalismo in Europa e il colonialismo capitalistico in America21. Nel Capitale, il cui primo libro fu pubblicato in tedesco, egli riassunse questa analisi. Nel 1867, in una prefazione (datata 25 luglio), scrisse:

In tutte le altre sfere [noi tedeschi] siamo tormentati, come tutto il resto dell’Europa occidentale continentale, non solo dallo sviluppo della produzione capitalistica, ma anche dalla mancanza di tale sviluppo. Oltre le miserie moderne, ci opprime tutta una serie di miserie ereditarie, che sorgono dal vegetare di modi di produzione antiquati e sorpassati, che ci sono stati trasmessi col loro corteggio di rapporti sociali e politici anacronistici.

Nella seconda metà del XIX secolo questa arretratezza interna sollecitò in Germania l’orientamento a unirsi al barbaro saccheggio coloniale, nella fattispecie dell’Africa. Estrarre plusvalore per mezzo della schiavitù era, dall’inizio, parte di questo saccheggio. Nel capitolo 8 del Capitale Marx descrisse questo barbaro sfruttamento del lavoro schiavistico:

[...] l’economia più efficace consiste nello spremere il maggior rendimento possibile nel più breve tempo possibile dal bestiame umano [human cattle]. Proprio nelle coltivazioni tropicali, dove spesso i profitti annuali eguagliano il capitale complessivo delle piantagioni, la vita dei negri viene sacrificata senza nessuno scrupolo. Proprio quell’agricoltura delle Indie Occidentali, che da secoli sono culla di fastosa ricchezza, ha inghiottito milioni di uomini di razza africana. E oggi, proprio a Cuba, dove i redditi si contano in milioni e dove i piantatori sono principi, vediamo che gran parte della classe degli schiavi, a parte il nutrimento estremamente rozzo e le vessazioni accanitissime e incessanti, è indirettamente distrutta di anno in anno dalla tortura lenta del sopralavoro e della mancanza di sonno e di riposo22.
“L’industria cotoniera conta novant’anni di vita [...]. Nel periodo di tre generazioni della razza essa ha divorato nove generazioni di operai cotonieri”23 [corsivo nostro]

Nella sua opera monumentale, Il Capitale, Marx combinò organicamente la sua critica alla schiavitù coloniale capitalistica, che fu frutto di lunghi studi, al suo principio del materialismo storico: egli espose non soltanto “l’aspetto negativo della schiavitù” e del colonialismo in generale, ma anche, in chiave storico-materialistica, il ruolo di genesi globale del capitalismo che lo schiavismo rivestirono nell’insieme.
   Nel capitolo 24 del libro primo del Capitale egli spiega dapprima la nascita dei “primi elementi” della classe capitalistica durante la sua lotta di classe contro il modo di produzione feudale:

Il capitale denaro formatosi mediante l’usura e il commercio veniva intralciato nella sua trasformazione in capitale industriale, nelle campagne dalla costituzione feudale, nelle città dalla costituzione corporativa [si noti che il sistema delle corporazioni non era una “causa” del capitalismo, ma, al contrario, era un ostacolo al passaggio in Europa dal feudalismo al capitalismo]. Questi limiti caddero con il discioglimento dei seguiti feudali, con l’espropriazione e parziale espulsione della popolazione rurale. La nuova manifattura venne impiantata nei porti marittimi d’esportazione o in punti della terraferma che erano al di fuori del controllo dell’antico sistema cittadino e della sua costituzione corporativa. Quindi in Inghilterra si ebbe una lotta accanita delle corporate towns contro questi nuovi vivai industriali.
La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica [corsivo nostro]. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria. Alle loro calcagna viene la guerra commerciale delle nazioni europee, con l’orbe terracqueo come teatro. La guerra commerciale si apre con la secessione dei Paesi Bassi dalla Spagna, assume proporzioni gigantesche nella guerra antigiacobina dell’Inghilterra [si noti che qui Marx parla del colonialismo come della principale causa di guerre tra le nazioni europee] e continua ancora nelle guerre dell’Oppio contro la Cina, ecc.

Avendo così spiegato il processo che fece nascere la classe capitalistica, Marx prosegue nello svelare la vera origine dello stesso modo capitalistico di produzione. Nel fare questo, traccia la natura coloniale delle successive spedizioni e conquiste delle nazioni europee:

I vari momenti dell’accumulazione originaria si distribuiscono ora, più o meno in successione cronologica, specialmente fra Spagna, Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra. Alla fine del secolo XVII quei vari momenti vengono combinati sistematicamnete in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e protezionistico moderni. I metodi poggiano in parte sulla violenza più brutale, come p. es. il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per formentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciare i passaggi24.

Poi cita William Howitt:

“Gli atti di barbarie e le infami atrocità delle razze cosiddette cristiane in ogni regione del mondo e contro ogni popolo che sono riuscite a soggiogre, non trovano parallelo in nessun’altra epoca della storia della terra, in nessun’altra razza, per quanto selvaggia e incolta, spietata e spudorata”25.

Marx prosegue descrivendo la barbarie coloniale capitalistica dell’Olanda, in Indonesia, della Compagnia Inglese delle Indie Orientali, dei colonizzatori inglesi nelle Indie Occidentali e nel Massachusetts, dove “il Parlamento britannico dichiarò che i cani feroci e lo scalping erano ‘mezzi che Dio la natura avevano posto in sua mano’”26.
   Marx continua splendidamente:

Il sistema coloniale fece maturare come in una serra il commercio e la navigazione. Le “società monopolia” (Lutero) furono leve potenti della concentrazione del capitale. La colonia assicurava alle manifatture in boccio il mercato di sbocco di un’accumulazione potenziata dal monopolio del mercato. Il tesoro catturato fuori d’Europa direttamente con il saccheggio, l’asservimento, la rapina e l’assassinio rifluiva nella madre patria e quivi si trasformava in capitale [...]. Oggigiorno la supremazia industriale porta con sé la supremazia commerciale. Invece nel periodo della manifattura in senso proprio è la supremazia commerciale a dare il predominio industriale. Da ciò la funzione preponderante che ebbe allora il sistema coloniale. Esso fu “il dio straniero” che si mese sull’altare accanto ai vecchi idoli dell’Europa e che un bel giorno con una spinta improvvisa li fece ruzzolar via tutti insieme e proclamò che fare del plusvalore era il fine ultimo e unico dell’umanità27 [corsivo nostro].

Nel capitolo 20 del libro terzo del Capitale Marx torna alla sua immortale lotta al colonialismo capitalista. Nel capitolo 35, trattando della bilancia commerciale inglese, descrive la genesi colonialista dell’odierno imperialismo capitalista:

L’India da sola deve pagare 5 milioni in tributi per “buon governo”, interessi e dividendi di capitale inglese, ecc., nei quali 5 milioni non sono calcolate le somme che vengono spedite ogni anno in patria, o da impiegati come risparmio sul loro stipendio, o da commercianti inglesi come parte dei loro profitti, per essere investite in Inghilterra. Da ogni colonia inglese devono essere spedite continuamente, per gli stessi motivi, rimesse di grande entità. La maggior parte delle banche dell’Australia, delle Indie Occidentali, del Canada, sono state fondate con capitale britannico e i dividendi debbono essere pagati in Inghilterra. L’Inghilterra possiede inoltre molti titoli di Stati esteri europei, nordamericani e sudamericani, dei quali deve percepire gli interessi. A ciò si aggiunge ancora la sua partecipazione in ferrovie estere, canali, miniere, ecc., con i relativi dividendi. Le rimesse per tutte queste partite vengono fatte quasi esclusivamente in prodotti, in eccedenza sull’ammontare delle esportazioni inglesi. Ciò che d’altro lato va dall’Inghilterra all’estero, a coloro che posseggono titoli inglesi e come spese degli inglesi all’estero, è, invece, minimo28.

Il colonialismo odierno (e il suo bambino prodigio, l’imperialismo) dona un superplusvalore ai paesi colonialisti (ora imperialisti). Il “Terzo Mondo” di oggi elargisce, infatti, un tributo di diverse centinaia di milioni di dollari all’anno al “Primo Mondo” (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo – l’OECD – più Israele e il Sudafrica “bianco”). Ancor prima di Lenin, Marx spiega il superprofitto generato dagli operai e dai contadini coloniali e semicoloniali ai giorni nostri. La sua economia politica rimane quindi moderna: è il fondamento teorico dell’antimperialismo stesso. Il marxismo è assolutamente moderno.


1 H. Jaffe, European Colonial Despotism. A history of oppression and resistance in South Africa, cap. 1, Kamak House, London 1994. Lavori di Suret-Canale, Walter Rodney, Richard Pankhurst e altri mostrano che gran parte dell’Africa, tra gli altri continenti, non seguì la sequenza schiavitù-feudalesimo-capitalismo anche per formazioni sociali suddivise in classi.
2 Marx a Engels, 2 giugno 1853, in K. Marx, F. Engels, On Colonialism, International Publishers, New York 1972, p. 313 (tr. it. in Marx, Engels, Lenin, Sulle societa precapitalistiche, Feltrinelli, Milano 1970).
3 Marx a Pavel Vasilevic Annenkov, 1846.
4 Marx, “The Peoples Paper”, 12 marzo 1853.
5 K. Marx, Il Capitale, libro primo.
6 H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Jaca Book, Milano 1977, pp. 120-212.
7 Cfr. ibid., pp. 35-82.
8 K. Marx, Democritus and Epicurus, Doctoral Dissertation, discussa a Jena il 15 aprile 1841 (tr. it. in A. Sabetti, Sulla fondazione del materialismo storico, La Nuova Italia, Firenze 1962, pp. 339-416).
9 Ibid., p. 365.
10 Ibidem. Cfr. anche H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Jaca Book, Milano 1977, pp. 22s.
11 K. Marx e F. Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1958, p. 42 (e H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Jaca Book, Milano 1977, p. 48).
12 K. Marx, Lavoro salariato e capitale, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 58.
13 Ibid., p. 56.
14 H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Jaca Book, Milano 1977, pp. 65s.
15 Marx-Engels, Lavoro salariato e capitale, Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 57s.
16 Ibidem.
17 Ibid., p. 61.
18 In K. Marx, F. Engels, Il partito e l’Internazionale, Edizioni Rinascita, Roma 1948, p. 98; cfr. anche Il Quarantotto. La Neue Rheinische Zeitung, La Nuova Italia, Firenze 1970, e Il 1848 in Germania e in Francia, Edizioni Rinascita, Roma 1948. E inoltre L. Trotsky, Results and Perspectives, 1905-6, in The Essential Trotsky, George Allen & Unwin, London 1963, p. 235. Per altri riferimenti ai libri di Trockij sulla Rivoluzione permanente, cfr. H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Jaca Book, Milano 1977, p. 75.
19 L. Trotsky, La Rivoluzione permanente, Einaudi, Torino 1967, pp. 125 e 215.
20 Marx a Engels, Londra, 16 aprile 1856 (in Carteggio Marx-Engels, vol. II, Edizioni Rinascita, Roma 1950, p. 423).
21 K. Marx, Zur Kritik del Politischen Ökonomie, prima pubblicazione nel 1859 (tr. it. Per una critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1969). L’Introduzione alla Critica dell’economia politica fu pubblicata postuma da Kautsky nel marzo del 1903 e in America nel 1904; reca la data di stesura: 25 agosto 1857. Per una discussione della Critica dell’economia politica di Marx e della sua Introduzione, e dei Grundrisse, cfr. H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Jaca Book, Milano 1977, pp. 110-212, dove si tratta dei commenti di Marx sul colonialismo e sulle sue correlazioni intrinseche con il capitalismo.


Hosea Jaffe - Davanti al colonialismo: Engels, Marx e il marxismo, Jaca Book, 2007

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