vineri, 3 mai 2013

Non c’è stata «coesistenza pacifica» tra il campo «socialista» e il mondo «capitalista», ma un rapporto violento




   Il dominio capitalistico del mercato mondiale non è armoniso e omogeneo. L’unicità include una effettiva e reale divisione del mondo economico in due blocchi contendenti, frutto delle rivoluzioni.
   Mandel, Amin e Frank hanno dimenticato questa evidenza nella loro prospettiva non mondiale di un'« economia mondiale ». Il fatto è che la crisi monetaria degli anni ’60 e dell’inizio degli anni ’70, le recessioni periodiche e le sovrapproduzioni dopo la seconda guerra mondiale hanno avuto effetti solo marginali sul gruppo di stati cino-sovietico. Questo perché questi stati non hanno mercati dei titoli azionari. Non c'è stato nessun fallimento di Rolls Royce o di cantieri navali della Clyde o di altre compagnie giganti nel blocco di stati cino-so- vietico. La ragione fondamentale è la loro economia pianificata, in confronto alla distribuzione anarchica del capitalismo; l'esistenza di una produzione e di una distribuzione sociale, con la semi-eccezione delle cooperative e dei kolkhoz e coll'eccezione delle aree di artigiani e contadini tipo NEP (Jugoslavia, Romania, ecc.); e infine l’assenza di S1, il plusvalore consumato personalmente dai capitalisti 66.
   Non c'è stato e neppure c'è nulla di ideale o di idillico in tutto questo, come Bettelheim cercò invece di dimostrare quando ancora era un ardente stalinista dopo la seconda guerra mondiale 67.
   L'errore di Bettelheim nella sua giustificazione dello stalinismo nei primi anni del dopoguerra, prima della morte di Stalin, era lo stesso di Sidney e Beatrice Webb, i cui massicci volumi sulla Costituzione Sovietica non sono altro che vuote parole, vale a dire il contenuto non sovietico della costituzione stessa (che questi Fabiani glorificarono durante il periodo dei processi moscoviti) 68. Similmente, l’elogio di Bettelheim nel 1947 del Gosplan di Stalin, a parte ogni implicazione politica (giacché Stalin si opponeva alla crescente rivoluzione cinese, ecc.) implicava una totale separazione e un completo isolamento dell’economia sovietica dall’economia mondiale, che faceva parte dell’abortiva, antirivoluzionaria e autocontraddittoria teoria del « socialismo in un solo paese ». La capacità dell'economia sovietica di opporsi alle scosse produttive, finanziarie e commerciali che sconvolgono il « mondo capitalistico » non significa il suo isolamento o la sua separazione da questo mondo. In verità è il predominio di capitalistico che costituisce la causa di ciò che il capitalismo ha deciso di chiamare « i mali del socialismo », cioè la malattia del capitalismo nelle rivoluzioni e nei sistemi socialisti appena costituiti. Non c’è «coesistenza pacifica», né possibilità di relazioni armoniose tra il campo «socialista» e il mondo «capitalista». È un rapporto violento, antagonistico, disarmonico, un rapporto di guerra e di competizione e contemporaneame­nte di collaborazione imperialistico-burocratica (ad esempio contro le lotte dei popoli coloniali).
   Questo rapporto contraddittorio­ è parte essenziale dell’unicità del mondo. Gli «stati socialisti» non si allontanano dal mercato capitalistico mondiale, ma ne fanno parte. Gunder Frank porta questo argomento « iniziale » a conclusioni estreme 69 quando afferma che la lotta fra stati imperialisti e popoli coloniali è più importante del conflitto tra stati « socialisti » e stati imperialisti. Gli avvenimenti storici non sono sempre in accordo con questa prospettiva: 1) L’invasione nazista della Russia ad esempio fu una vera e propria lotta mondiale nella quale l’imperialismo tedesco tentò una restaurazione 70. 2) L'invasione da parte delle Nazioni Unite contro la Corea « socialista » fu un'invasione sia antisocialista sia imperialistica. 3) L'invasione USA del Nord Vietnam « socialista » è stata per dodici anni il nucleo mondiale centrale antimperialista. Le lotte antimperialiste e socialiste non sono così semplicemente separabili nella realtà come vorrebbe G. Frank 71.
   Il mondo « uninazionale » che Marx dovette necessariamente assumere per analizzare la riproduzione capitalistica totale « nella sua purezza » è disarmonico, contraddittorio, eterogeneo, non solo all'interno di ogni stato capitalistico (operai, capitalisti, classi dipendenti); non solo tra il blocco capitalista e il blocco «socialista», non solo tra stati capitalistici imperialisti e gli stati semicoloniali col loro supersfruttamen­to, ma anche tra i vari imperi dei diversi imperialisti. Perciò lo schema riproduttivo è analizzabile globalmente, ma anche all’interno, ad esempio, dell’Impero nazionale Britannico, dell’Unione Francese, del MEC e del suo impero semicoloniale, del Giappone e delle sue colonie economiche, ognuno preso come un “mondo” all’interno del mondo globale. In senso formale il blocco sovietico funziona come un’altra «unità mondiale» all’interno dell’unità globale.
   Il mondo economico o «economia mondiale» ha in sé una disarmonia, una discontinuità e un’eterogeneità­ che si esprime nella cosiddetta «legge dello sviluppo ineguale». L’idea di un salario mondiale 72 ad esempio, non può storicamente e teoricamente avverarsi sotto il capitalismo o in un mondo a predominio capitalista. Non può avverarsi perché il fondamento storico ed economico del capitalismo è stato sin dall’inizio (la «rosea aurora») il colonialismo; e il colonialismo si basa su differenze e genera differenze in ogni campo, economico, educativo, di tradizioni, fra paesi parassiti e i loro ospiti coloniali 73. La caratteristica dei 2/3 capitalistici del mondo, più che un salario mondiale, è costituita da un divario che si accresce sempre più.
   E neppure potrebbe esserci un salario mondiale fra stati imperialisti «socialisti», per la stessa ragione: il colonialismo cioè dà la possibilità agli imperialisti di sussidiare i salari degli operai dei paesi imperialisti, talvolta fino all’intero ammontare o persino al di là dell’ammontare del plusvalore prodotto internamente. I paesi socialisti non hanno un sistema coloniale da cui estrarre sovrapprofitti e perciò i loro salari non possono raggiungere né avvicinarsi a quelli ottenibili nel blocco imperialistico di stati.
   La spesso abusata « legge dello sviluppo ineguale » è l'altra faccia della « legge di sviluppo combinato » che, ad esempio, tende a costituire prezzi mondiali per le più importanti materie prime (caucciù, rame, stagno, tè, caffè, cacao, sisal, juta, ecc.) e ad applicarli a tutti i paesi e a tutti i « blocchi ». Ugualmente, tramite il prezzo mondiale comune di queste merci, molte delle quali sono prodotte non in aree imperialiste, ma in paesi coloniali «o « socialisti ») ci si sforza in tutti i modi di spiegare il crescente gap dei salari e dei redditi nazionali pro-capite, in termini di produttività differenziali o del «più alto sviluppo » (sic!) degli USA o dell’Europa occidentale, cause non valevoli neppure nel loro principio 74. In questo caso la legge di sviluppo combinato (ad esempio il mercato mondiale comune dei prezzi) invalida a priori qualsiasi argomento basato sulla « legge dello sviluppo ineguale ». D'altra parte la prima legge, in questo caso, si basa sulla seconda, dato che le principali materie prime di cui si tratta sono estratte dalle regioni coloniali in base alla divisione colonialista del lavoro, grazie agli stati arretrati (coloniali) dell’industria 75 e conservano queste regioni coloniali nel ruolo di produttori primari.

66 Vedi Lev Trotsky, La rivoluzione tradita, scritta nel 1936 (ed. it. Samonà e Savelli, Roma 1968). In essa risponde ai primi « capitalisti di stato », Urbahs e Laurat, prima della teoria e del libro sulla « Managerial Revolution » di James Burnham, seguito a sua volta da Schachtman, Eastman e altri. Vedi anche L. Trotsky, La Russia appassisce, un'introduzione al suo secondo volume della Storia della rivoluzione russa, scritta nel 1938 (Mondadori, Milano 1970).
67 Ch. Bettelheim, Problemi teorici e pratici della pianificazione, Samonà e Savelli, Roma 1969). P. Naville, op cit, dice: « Il passata dell'urss, ecco l'avvenire dell'Europa e del mondo per Bettelheim » (p. 348, Risposte a Charles Bettelheim).
68 S. e B. Web, The Soviet Constitution, London 1930, (Webb venne anche fatto cavaliere col titolo di Lord Passfield; tale era il suo nome quando questo « socialista » ammiratore dello Stalinismo, divenne Viceré inglese dell'India sotto il governo Ramsay-McDonald, e in tale periodo represse violentemente nel sangue il movimento Satyagraha e altri movimenti antiimperialisti del Mahatma Ghandhi e di Jahawarlal Nehru. D’altronde, come anche Bettelheim, i Webb erano « in ricerca » di una « perfetta » società. Come Bettelheim, durante la vita di Stalin, essi videro tale società nello stalinismo. Il successivo voltafaccia di Bettelheim, durante la « Rivoluzione culturale » cinese, fa parte della stessa ricerca di perfezione? Ma anche il maoismo manteneva la glorificazione ufficiale (e anche la « rivoluzione culturale ») di quello Stalin che era il Dio di Bettelheim (e di Paul Sweezy) nel 1947 e per alcuni anni successivi. Anche per gli scrittori, come per gli Stati, c'è sempre in economia un'influenza ideologica.
69 A. G. Frank, Sul sottosviluppo capitalista, Milano 1970.
70  Il processo di Norimberga, vol. 6 e: A. Dallin, German Rule in Russia, 1941-43, scritto nel 1957. Krupps, le Banche tedesche, il Flick Konzern, l’A. G. Machines, l’I. G. Farben e altri monopoli imperialisti giganti della Germania, cominciarono a costruire impianti e una rete distributiva della Russia occupata, durante l’invasione del 1941-43.
71 A. G. Frank, op cit, p. 117: « La fondamentale contraddizione oggi è quella capitalista tra sviluppo e sottosviluppo, comprendente quella tra borghesia e proletariato e... la contraddizione tra capitalismo e socialismo è derivata e secondaria ». Frank, p. 117, cita i « 25 punti » di Mao in favore del suo argomento, ma la reale politica maoista su Formosa, Hong-Kong, Vietnam, Francia e infine la « coesistenza pacifica » Nixon-Mao del marzo 1972, ha poco a che vedere con questa tesi.
72 P. Naville, op cit, parte I.
73 H. Jaffe, Il colonialismo oggi, economia e ideologia, Londra 1962, Jaca Book, Milano 1971; vedi anche, per un’idea simile, G. Frank, op cit, Samir Amin, op cit, e il libro di Emmanuel sullo scambio ineguale. Contrarie sono invece le concezioni di Mandel, Trattato... cit, 1964 e il libro sul MEC del 1971 il quale, dopo aver adottato sia l’argomento liberal-keynesiano della « produttività », sia il punto di vista leninista (lavoro coloniale a basso prezzo) per spiegare la differenza di salari fra paesi imperialisti e colonie, nel suo ultimo lavoro segue le affermazioni di Bettelheim ( « maggior livello di cultura », inclusa la produttività come parte di esso, il che costituisce dopotutto, un'apologia di quell'antistorico narcisismo noto come « Civiltà dell'Europa Occidentale ». Palloix, Rey e altri hanno abbracciato la stessa causa. Il parallelo fra questo « neomarxismo » e il revisionismo di Kautsky successivo a quello di Bernstein, sarebbe un argomento interessante per uno studio.
74 B. Belassa, The Theory of Economic Integration, 1961 e lo scrittore liberale P. J. D. Wiles, The Political Economy of Communism, 1962, nel quale egli guarda la Russia con occhi keynesiani. Vedi anche: W. Galenson, Labour Productivity in Soviet and American Industry, 1955.
75 Ma E. Mandel, nelle due opere citate, avanza la tesi liberale che l’Imperialismo, dalla Seconda guerra mondiale, ha progressivamente industrializzato l’Asia, l’Africa, ecc. E questa è, per Mandel, una delle caratteristiche fondamentali del periodo postbellico. Questa affermazione è contraria a ogni tendenza generale effettiva (nonostante il Brasile e poche altre parziali eccezioni), alla teoria di Lenin sull’Imperialismo e a quella espressa nell’opera di Bucharin presentata da Lenin, sull'Economia Mondiale e anche alle tesi di Trotsky nella Rivoluzione permanente (1905, 1928).

Hosea Jaffe - "Processo capitalista e teoria dell'accumulazi­one", Jaca Book, 1973



L’URSS e la Cina hanno avuto un ruolo potente nella lotta per la pace: l’una ha effettivamente sbarazzato il mondo dal nazismo nella seconda guerra mondiale, pagando personalmente con venti milioni di morti e danni e sofferenze inenarrabili; la seconda ha liberato l'Asia dal sole nascente del militarismo giapponese vecchio stile, e se stessa dalla povertà e dall'arretratezza provocate da un secolo di «diplomazia delle cannoniere» occidentale, dalla classe mercantile di un decrepito Kuomingtan e dalla tirannia dei proprietari terrieri. Più recentemente, nessuno ha potuto ignorare la potenza militare e politica della Cina e dell'URSS: il loro peso nel sistema mondiale era assai maggiore del loro peso nell'economia mondiale. Nel sistema mondiale controbilanciavano le alleanze occidentali, erano subordinate, tenute sotto pressione e sfruttate dalla troika capitalista (Europa- USA-Giappone). Per queste ragioni nella relazione tra ovest ed est c'è un certo quasi (ma effettivamente reale) neocolonialismo, cioè una limitata componente ovest-sud dentro all'asse o vettore ovest-est.
C'è un altro aspetto di questa relazione di neodipendenza: i tentativi dell'est di resistere e tirarsi fuori da quella trappola quasi-neocolonialista. Il tentativo di «slegarsi» è comune anche ai popoli (e, potenzialmente, anche alle nazioni) del sud e ha giustificato la riunione del sud e dell'est in un unico gruppo di nazioni fatta da Samir Amin (intervento al «Nono colloquio sull'economia mondiale», il Cairo, 12-13 febbraio 1988, in risposta allo scritto di H. Jaffe, «Le superpotenze e il Medio Oriente», Papers della Conferenza). Si tratta cioè del gruppo di nazioni che tenta di lottare per un suo spazio di autonomia e per slegarsi dal capitalismo. Il presente autore ha anche considerato l'est come avente un oggettivo carattere semicoloniale: le vicende a cui assistiamo non sono ciò che i popoli o gli stati dell'est vogliono o programmano o per cui si sforzano, ma è quello che accade quando smettono di lottare per «togliersi le catene» dell'economia e del sistema mondiale dominati dal capitalismo. Mentre il sud rimane la base dell'economia e del sistema capitalisti, l'est può essere visto come un «buco» nel sistema mondiale. Come nella teoria dello spazio topologico, tali buchi sono contenuti dentro e dallo spazio capitalista, ma non appartengono a quello spazio. La rivoluzione sociale russa del 1917, quella cinese del 1 948-49, quelle coreana, indocinese, cubana, jugoslava, e perfino il «socialismo» imposto dall'Armata Rossa e dalla burocrazia sovietica all'Europa orientale, per necessità e per autodifesa, hanno formato questi buchi potenzialmente socialisti nel tessuto e nella materia del sistema capitalista. Con il Patto di Varsavia alcuni buchi sono concresciuti in uno più grande, ma il nuovo buco è rimasto altrettanto ingabbiato nel sistema capitalista, che lo circondava al punto che parti di esso avevano una mentalità e una struttura di mercato più «all'occidentale» che «all'orientale». Nel caso più recente, quello di Solidarność, che aveva come modello l'Europa capitalista avanzata e gli USA, e nessun tipo di «socialismo reale», il buco allargato conteneva inclusioni capitaliste e aveva pezzi di se stesso inclusi al suo confine solido nel suo tegumento capitalista. I buchi «socialisti» erano sia parte del sistema capitalista mondiale, essendo buchi in quel sistema, sia non parte di quello stesso sistema mondiale, proprio per l’essere buchi al suo interno.
I «buchi» possono chiudersi oppure aprirsi e allargarsi. Nel 1989-92 si sono chiusi.

Hosea Jaffe – “Morfologia economica”, in “Economia politica”, Aa.vv., Jaca Book, 1998

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