joi, 2 mai 2013

Progresso attraverso la tecnologia? La legge del valore-lavoro di Ricardo e Marx



Secondo Marx, che riprende le tesi di Adam Smith e David Ricardo, la forza motrice del capitalismo è costituita dal saggio di profitto (p) definito come il plusvalore annuale (s) diviso per la somma del capitale variabile (v) e costante (c), ovvero: p=s/(v+c). Se dividiamo il numeratore e il denominatore per v otteniamo p=(s/v)/(l+c/v), ovvero: il saggio di profitto è uguale al saggio di plusvalore diviso per la composizione organica del capitale + 1. A parità del saggio di plusvalore (s/v), più grande è il capitale costante (ovvero l'insieme di tutti gli «strumenti materiali della produzione», i materiali fissi e grezzi) in rapporto al capitale variabile (che fornisce i salari, il sostentamento del «proletariato» marxista), più basso è il saggio di profitto. In tal senso e in tale misura la tecnologia, come elemento del capitale costante, tende a ridurre la forza motrice del capitale come definita da Marx, e di conseguenza a ridimensionare il modo di produzione capitalistico. Un’altra composizione organica del capitale – e dunque la tecnologia – agisce da freno sul capitale e sul capitalismo.
   L’affermazione, fondamentale in Marx, secondo cui il modo di produzione capitalistico crea le «basi materiali» per il socialismo e dunque per il progresso è quindi contraddetta dalle sue stesse tesi: (i) quella secondo cui il capitale e il capitalismo tendono ad aumentare la composizione organica del capitale, e (ii) quella secondo cui il saggio di profitto è la forza motrice del capitale e dunque del capitalismo.
   Un numero crescente di prove dimostra che l’elemento salariale della composizione organica del capitale ha periodicamente diminuito il saggio di profitto (il che è implicito nella formula p=s/(v+c)). A partire dalla seconda guerra mondiale, che segnò la fine della depressione ciclica intorno al 1929, i salari del «proletariato occidentale» (così definito da Marx) sono sempre cresciuti, attestandosi al 75% del prodotto interno lordo dei paesi del «primo mondo» (ovvero dei paesi imperialisti) dell'OECD. A partire dall'ultimo quarto del XX secolo fino al primo decennio del XXI il saggio di plusvalore, il rapporto tra profitti e salari di questo proletariato marxiano, è stato all'incirca di 1 a 3: mentre il «proletariato occidentale» lavora 6 ore per il suo salario e 2 ore per il capitalistico, nel «terzo mondo» delle semicolonie, con l'aggiunta della Cina, del Vietnam, della Corea del Nord e di Cuba, la classe lavoratrice sfruttata dal capitale imperialista subisce un saggio di plusvalore di 3 a 1. Questa differenza nel fondamentale saggio di plusvalore ha portato il capitalismo a espandere e accelerare le sue esportazioni di capitale dagli Stati Uniti, dall'Unione Europea e dal Giappone verso l'Asia, la cosiddetta (razzisticamente) «America Latina» e l'Africa. La differenza tra i due saggi di profitto - circa il 10% per il gruppo imperialista e il 30% per i paesi e i popoli oppressi - è dell'ordine di 3:1, o del 300%. Ma la differenza tra i saggi di plusvalore è 3/1 diviso 1/3, ovvero circa 9:1, o 900%. Il saggio di plusvalore, molto più del saggio di profitto, è la forza motrice del disastro dell’odierna «globalizzazione».
   Più importante della sua entità attuale è il ruolo centrale che il saggio di plusvalore assume nel modo di produzione capitalistico. Quando Karl Marx definì il saggio di profitto e la sua generalizzazione come la forza motrice del capitalismo, sottovalutò e contribuì a misconoscere l'importanza del saggio di plusvalore. Se avesse messo in luce come il saggio di plusvalore fosse generalizzato e via via più scisso tra un «primo» e un «secondo mondo» che già allora (prima della sua morte, avvenuta nel 1883, durante la gestazione di quello che Hobson e poi Lenin chiamarono «imperialismo») si stavano definendo sempre più nettamente, il Capitale avrebbe davvero aperto la strada - ardua e sanguinosa - alla grande opera di Lenin.   
   Inoltre Marx sarebbe stato allora in grado di rilevare e rivelare una grande differenza, se non la più importante, tra il modo di produzione capitalistico e tutti gli altri: sotto il modo di produzione capitalistico il progresso è ottenuto per tramite dello sfruttamento (s/v) - e non soltanto quello di una classe ad opera della classe capitalista, ma anche quello di intere nazioni ad opera del modo di produzione capitalistico, nato e sviluppatosi dall'Europa - mentre tutti gli altri modi di produzione hanno conosciuto e prodotto progresso attraverso grandi miglioramenti tecnologici. Laddove il cardine del modo di produzione capitalistico, che generò e diffuse la «civiltà europea», era il saggio di plusvalore (s/v) che esprime lo sfruttamento di classe e internazionale, e sebbene lo sfruttamento (il pluslavoro, o «tempo-lavoro eccedente» diviso per il «tempo-lavoro necessario») fosse un tratto comune a tutti modi di produzione e le loro civiltà, il cardine dei modi di produzione non capitalisti e delle loro culture e civilizzazioni risiede nel rapporto generale tra la tecnologia (c) e il lavoro (s+v), e tale rapporto è superiore sotto molti aspetti alla brutale «composizione organica» del capitalismo (c/v). Il modo di produzione capitalistico, a differenza del comunismo «primitivo» (nel senso di «originario») o del «modo di produzione asiatico» (la schiavitù era una pratica marginale nelle civiltà non-europee, la cui forza-lavoro principale erano i contadini), si regge totalmente sullo sfruttamento (s/v) e solo incidentalmente e casualmente sulla tecnologia. Il capitalismo rovesciò tutta la storia - e le civiltà - precedenti.
   I modi di produzione non europei, comunitari e non comunitari, dal «comunismo primitivo» a quello che Marx chiamava erroneamente «dispotismo asiatico», ovvero il «modo di produzione asiatico» che esisteva anche nell'America precolombiana (sia maledetta questa denominazione razzista!) e in Africa, erano tutti basati sulla redistribuzione del surplus creato comunitariamente e sulla tecnologia, impiegata e sviluppata dal lavoro che produceva il surplus stesso. Surplus e lavoro sono il contrario del profitto prodotto dal lavoro sfruttato nel modo di produzione capitalistico. Sotto il capitalismo il pluslavoro è la base e l'obiettivo dello sfruttamento del lavoro. Nelle civiltà e sotto i modi di produzione non europei e non capitalisti il surplus è la base del progresso.
   Sotto il capitalismo la tecnologia non è altro che un elemento del capitale costante (c) e dunque, siccome (c) soggiace nel denominatore del saggio di profitto capitalistico, a una maggiore diffusione della tecnologia e a tecnologie migliori corrisponde un declino del saggio di profitto, ciò che rende la tecnologia uno dei principali nemici del capitalismo e viceversa. L'altro nemico principale del capitalismo è l'abbassamento del saggio di plusvalore (s/v) ad opera delle lotte nazionali e di classe messe in atto dalla manodopera coloniale e semicoloniale ipersfruttata dal capitale imperialista. Nelle nazioni imperialiste la lotta di classe è diventata collaborazione di classe ormai da molto tempo: dal tardo XIX secolo, quando il proletariato statunitense, allora «bianco» al novantanove per cento, vinse la lotta di classe per l'orario di lavoro di otto ore. Nel corso dei seguenti centoventi anni, in Europa, Stati Uniti e Giappone, il pluslavoro declino declinò da sei ore su una giornata lavorativa di otto alle attuali due ore. Per i lavoratori non europei il tempo di pluslavoro, oggi, è mediamente pari a circa sei ore al giorno ed è dunque rimasto agli stessi livelli che aveva tra gli schiavi degli Stati Uniti e del resto dell'America prima dell'abolizione della schiavitù, avvenuta negli Stati Uniti nel 1865 e in Brasile nel 1888.

Hosea Jaffe, Era necessario il capitalismo?, Jaca Book, 2010

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