joi, 20 iunie 2013

L'euronazismo: un incubo dimenticato



"La reputazione è un bene al di sopra di tutto, e vale più della potenza."
Federico il Grande

"Il prestigio nazionale è un fattore altrettanto importante per lo sviluppo futuro quanto la potenza economica e militare."
Il grandammiraglio tedesco von Tirpitz a Guglielmo II, Berlino, 27 aprile 1916. (1)

Il colonialismo tedesco sviluppò un suo speciale senso dell'onore e una sua particolare forma di ipocrisia. Hitler lo perfezionò a suo modo, dicendo che la menzogna migliore e quella più spudorata. È quella cui il popolino crede più facilmente. Un’analisi, del novembre 1977, di 3042 risposte di studenti e di scolaretti alla domanda “Che hai sentito dire di Adolf Hitler?”, rivela quanto poco la tradizione germanica dell’onore e la tradizionale ipocrisia germanica siano cambiate dai tempi di Hitler. L’inchiesta riguardava bambini, ragazze e ragazzi dai dieci ai ventitré anni, i quali furono interrogati dall’ottobre del 1976 all’aprile del 1977. Quasi tutti i bambini sapevano, almeno, che era esistito qualcuno chiamato Adolf Hitler. In minor numero sapevano quando era vissuto e meno ancora chi era in realtà. Dieter Bossmann, commentando le risposte, ha affermato: “Non sapere; o piuttosto, non voler sapere”. I bambini sapevano che Hitler aveva costruito “meravigliose autostrade” (c’era anche in un libro di testo) e anche che uccideva ebrei; ma non sapevano quanti. Di solito la risposta era: “Forse qualche migliaio”. La gente doveva dire “Heil Hitler”, e i bambini ridevano di questo. Sapevano che non c’era disoccupazione, non c’erano terroristi né criminali. “Nelle scuole tedesche si può ridere di Auschwitz”, scrisse Bossmann. Il 48 per cento della gioventù bavarese non ha nulla contro un dittatore come tale. Opuscoli nazisti vengono acquistati alle edicole dai giovani anche oggi. La televisione, che “dimentica” di far vedere cosa ha fatto Heydrich a Lidice, è molto seguita. C’è un nuovo latente antisemitismo. Mentre sto scrivendo la radio francese riferisce che le tombe ebraiche di Norimberga sono state profanate. I soldati tedeschi che nel 1977 addobbarono le mense ufficiali con simboli nazisti non furono puniti. Bossmann chiama questa “ignoranza” tra i giovani di 10-23 anni, “uno scandalo politico e pedagogico”.
In effetti, molti ragazzi lasciano la scuola senza mai aver sentito parlare dei misfatti delle SS. Bossmann chiede: “Quando si dirà che non l’8 maggio 1945 ma il 30 gennaio 1933 è stato il giorno del Zusammenbruchs Deutschlands?” (2).
Io stesso ho insegnato in Lussemburgo, vicino alla Germania, per quasi cinque anni, e non una volta ho visto celebrare il giorno della liberazione della Germania dal nazismo, ad opera dei russi, nella Repubblica Federale Tedesca. Ho dovuto rammentare che fu l’Armata Rossa che liberò Berlino. Ho sempre sentito parlare dell’evento come di una sconfitta. Viene celebrato quale giorno dell’unità tedesca quello del 1953 in cui gli operai della Germania orientale si ribellarono ai “comunisti” e ai loro “padroni sovietici”: così è sfruttata una data in sé importante.
La costante è il nazionalismo. Ignoranza, interessi e ipocrisia sono la norma. Ma l’”ignoranza” della gioventù deriva anche dal silenzio dei genitori, degli insegnanti, dei sindacalisti e degli uomini politici di tutti i partiti. Ho ascoltato un programma televisivo del sabato sera (18 marzo 1978) che ammetteva che gli studenti ricevono solamente sette lezioni sul nazionalsocialismo su un totale di oltre diecimila lezioni per scolaro. Si parla di Napoleone, ai ragazzi tedeschi, dieci volte tanto di quanto si parli delle SS. Infine, la “fuga” di Kappler ha portato alla luce nel 1977 un altro aspetto dell’”ignoranza” della Germania contemporanea e della sua ipocrisia per quanto concerne il periodo nazista.
Heinrich Böll, di cui si ricorda la coraggiosa denuncia con “L’onore perduto di Katharina Blum”, e Siegfried Lenz hanno condannato la caccia alle streghe che attualmente colpisce gli intellettuali di sinistra in Germania Federale e il Berufsverbot (proibizione di lavoro nell’amministrazione pubblica per gli iscritti ai partiti di sinistra). Nel tentativo, certo non agevole, di salvare quello che di democratico ancora persiste nella Germania Federale, Böll e Lenz hanno cercato anche di distinguere tra la Germania di Hitler e quella di Schmidt: “il nuovo stato germanico non ha nulla a che fare con le atrocità di Auschwitz”, essendo uno stato giovane, di soltanto 28 anni d’età (3).
Ma lo stato germanico di oggi ha la stessa base economica e la stessa fondamentale struttura di potere “latente” di quando era una delle tre o quattro potenze imperialistiche assieme all’Inghilterra, agli Stati Uniti e alla Francia, nell’Ottocento e all’inizio di questo nostro secolo. Mantenne e sviluppò tale struttura dopo il trattato di Versailles. Questo è il pericolo, per la Germania e per l’Europa. Il pericolo viene dagli stessi immensi monopoli, dalle compagnie “miste”, dai cartelli e dalle fusioni multinazionali, che hanno gli stessi nomi d’un tempo, di quando, dopo Versailles, si diffusero in Sudamerica, in Africa, nel Vicino Oriente e in Asia. Crollato il nazismo con le modalità militari che sappiamo, il nuovo governo tedesco ha ritrovato i piani economici lasciati dal “genio” della finanza Schacht. I piani di Schacht consistevano fondamentalmente in prestiti massicci di tipo colonialistico, in appalti, in contratti per cui prima della guerra egli aveva gettato le basi in Egitto, Iran, Turchia, Brasile, Argentina, Cile, India, Libia (con gli italiani), Marocco (con gli spagnoli) e in altri paesi. Erhard e Adenauer, in questo successori di Hitler, perfezionarono l’opera.
La base produttiva, economica, finanziaria dello stato tedesco è assai più remota di quanto pensi Böll. Risale come minimo al 21 marzo 1871, quando Guglielmo I, imperatore di Germania, scrisse a Bismarck: “Oggi si apre il primo parlamento germanico, dopo la restaurazione dell’Impero Germanico” (4).
Non è privo di significato il fatto che Guglielmo I si esprimesse così in un’epoca in cui anche la socialdemocrazia ricevette la sua legittimazione e cominciò la sua rapida assimilazione nelle strutture statali. Sono strutture – sul piano economico – assai antiche, e per questo il tentativo di Böll (5) di “capire” Strauss e di fornire ai nuovi tedeschi la possibilità di non soffrire più complessi d’inferiorità democratica, sembra poggiare su fragili basi. Il nazismo stesso fu una fase ulteriore del processo di cui già Guglielmo parlava a Bismarck nel 1871.
Il giornalista Franz Wördemann afferma che il tipo di terrorista alla Baader-Meinhof – a differenza del guerrigliero – soffre di un distacco dalla realtà tipicamente tedesco (6). Questi terroristi hanno cioè qualcosa in comune con i loro avversari, un’insensibilità e un senso d’irrealtà che sono anche il prodotto di una certa società e di una certa concentrazione finanziaria. Ciò si accompagna anche a una marcata ristrettezza mentale, per cui i terroristi tedeschi si sono concentrati su obiettivi interni e mai di portata mondiale, e la loro occasionale collaborazione con i palestinesi è stata più tecnica che politica. (L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ha ufficialmente sconfessato molte azioni di questo gruppo.) Il professor Iring Fetscher, che mi intervistò per conto della televisione di Francoforte nel luglio del 1976 sul ruolo della Cee e della Germania nel Sudafrica, fece un utile accostamento tra la ristrettezza mentale dei terroristi tedeschi e quella dei socialdemocratici tedeschi (7). Hanno in comune il distacco dalla realtà, quella dell’imperialismo tedesco.
L’affare Stammheim, il carcere di Stoccarda dove Andreas Baader e i suoi amici Gudrun Ensslin e Jan Carl Raspe morirono il 18 ottobre 1977, ha oscurato un terrorismo più generale: quello contro i popoli coloniali. Ma lo stesso affare Stammheim fu rivelatore: il 18 ottobre un commando perfettamente addestrato di tiratori scelti tedeschi piombò sull’aeroporto Mogadiscio, mise in salvo gli ostaggi e uccise i terroristi. Si attendeva un’occasione simile, c’era chi voleva emulare la violazione israeliana dell’Uganda. Ma Schmidt in questo caso si fece dare la preventiva autorizzazione del presidente della Somalia, Barre. La Germania voleva mostrare i suoi muscoli, e non acconsentì che a sistemare la faccenda fosse delegata una squadra arabo-britannica, che avrebbe potuto intervenire quando l’aeroporto era in Arabia. I sequestratori dell’aereo avevano chiesto il rilascio di Baader e compagni, che vennero uccisi. Sopravvisse solamente una ragazza, Irmgard Moeller, che secondo la versione ufficiale avrebbe cercato di suicidarsi (come Baader, Ensslin e Raspe) ma senza riuscirvi. Stampa e televisione furono mobilitate per provare la tesi del suicidio. Rimane un mistero: come i suicidi abbiano avuto notizia del fallimento dell’impresa e come si siano procurate le armi per uccidersi. In Italia e in Francia lo scetticismo fu assai diffuso. Poi la polizia tedesca “scoprì” nelle celle di Stammheim bombe, radio a transistors e molte altre cose: la reputazione germanica doveva restare immacolata. Il resto non ha importanza (8).
La successiva uccisione del capo dell’associazione degli industriali tedeschi, Schleyer, lasciò anch’essa parecchi punti oscuri. C’è chi ritiene che egli sia stato sacrificato sull’altare dei superiori interessi della sua classe (9). Il leader assassinato fu glorificato alla televisione. Solo la stampa inglese ricordò che Schleyer era stato un fervente nazista ai tempi di Hitler, nell’Austria occupata e in Cecoslovacchia.
Non è questo il luogo di un esame dettagliato del periodo nazista e degli anni immediatamente precedenti la dittatura hitleriana, cioè del 1925-‘45. Esiste già, del resto, una monumentale letteratura in merito, anche in Germania, che dopo tutto ha avuto i suoi Mann e i suoi Brecht dopo i suoi Marx, Engels, Bebel, Liebknecht e Luxemburg e molti altri, come Goethe, Beethoven e Heinrich Heine, grandi conservatori e grandi rivoluzionari.
Si può tuttavia discutere se il nazismo sia stato una parentesi eccezionale o una fase nel segno della continuità. Ci fu indubbiamente una sorta di nazismo anche prima del nazionalsocialismo ufficiale, in Germania e nelle colonie, specialmente in quelle in cui la fusione di capitale e strutture statali fu intensa e possente e dove una base sociale bianca diede il suo appoggio a questa fusione.
La prima guerra mondiale, essendo stata combattuta per la ridivisione del mondo coloniale, terminò con la sconfitta della Germania e con il passaggio delle sue colonie nelle mani dei vincitori. Ma i coloni e i capitali tedeschi restarono dove si trovavano e si rafforzarono non solamente nelle ex colonie africane ma anche nelle ex semicolonie dell’Asia Minore e del Nord Africa, per esempio. Tra Guglielmo II e Hitler ci fu una continuita colonialista sotterranea. La Germania entrò nella Società delle nazioni, fondata a Ginevra nel dopoguerra, nel 1926. A quel tempo, la sua rivale Francia era molto preoccupata della ripresa germanica e dalle sue sistematiche violazioni delle clausole del trattato di Versailles (10). Mentre l’Inghilterra vittoriosa era legata agli Stati Uniti dai debiti contratti che strangolavano l’economia inglese, la Germania a poco a poco saldò i suoi. Con l’aiuto dei prestiti concessi dagli Usa, come nel piano Dawes-Young, il riarmo tedesco e la ripresa industriale tedesca furono accelerati, nonostante la Grande Crisi del 1929. Il patto di Locarno, che doveva garantire l’adempiamento del trattato di Versailles e la sicurezza della Francia, fu un malaccorto tentativo di riunire l’Europa, così come lo fu l’ammissione della Germania nella Società delle Nazioni (marzo 1926). La Germania cercò di usare l’articolo 8 sul disarmo per far sì che le sue rivali Francia e Inghilterra riducessero gli armamenti, mentre dal canto suo aumentava segretamente le forze militari. Nel dicembre del 1930, i tedeschi insistettero sulla “uguaglianza di diritti per tutte le nazioni, sia che durante la guerra fossero dalla parte dei vincitori sia che fossero dalla parte degli sconfitti” (11). Sotto la copertura del “disarmo” e servendosi dei prestiti americani e dei profitti derivanti dai suoi prestiti coloniali, la Germania fu così in grado di riarmarsi. La base industriale, la Saar, le fu assicurata sotto Hitler con mezzi pacifici: il referendum, in cui la popolazione votò per la Germania, dandole in tal modo il ferro e il carbone necessari per i preparativi bellici.
Si arriva così al marzo del 1935, quando Hitler può rimilitalizzare apertamente il Reno, sfidando i trattati di Versailles e di Locarno. Al tempo stesso il dittatore vuole un unico Reich per i “cento milioni di tedeschi disseminati nel mondo”. L’occupazione violenta dell’Austria, con la pretesa che era tedesca, e della Cecoslovacchia, col pretesto della presenza dei Sudeti tedeschi, furono compiute sfruttando le rivalità internazionali e la viltà degli altri paesi europei. Nella conferenza sul disarmo del 1933 Hitler si era offerto di “garantire la pace d’Europa per un quarto di secolo”, se gli fosse stato consentito di riarmarsi liberamente. Nel gennaio del 1934 aveva stipulato un trattato con la Polonia per assicurarsi il fianco orientale, ma aveva affermato di seguire una politica di Drang nach Osten per colonizzare la Russia. Sostenne i giapponesi nella loro invasione della Cina, e gli italiani che invasero l’Etiopia nel 1935. La Germania era ormai una grande sfida alla democrazia, una forza che da Berlino s’irradiava fino a Tangeri, a Madrid, contribuendo alla sconfitta dei repubblicani nella guerra civile spagnola. Diciotto anni dopo Versailles, la Germania si trovava di nuovo al centro della politica europea, grazie alle sue materie prime e alle complesse condizioni di dopoguerra.
L’Europa, tuttavia, non era una cosa separata, ma una parte del mondo. Ribadisco: la base della potenza europea era data dal sistema coloniale. Il fenomeno nazista non si manifesta in un punto solamente del sistema integrato madrepatria-colonie, esso è tutto un processo profondo e articolato. Per osmosi corrompe anche le democrazia, soprattutto le più deboli.
L’altro fattore “latente” fu quella che io considero la responsabilità di massa tedesca. So bene che su questo punto gli storici sono divisi, ma secondo me il fatto è semplice: la maggioranza dei tedeschi, anche il popolo lavoratore e non soltanto la borghesia, ma specialmente la piccola borghesia, votarono per Hitler, il quale andò al potere non grazie a un colpo di stato ma per mezzo di regolari elezioni. Socialdemocratici e comunisti votarono contro di lui, ma andarono alla battaglia separatamente e resero possibile la vittoria elettorale dei nazionalsocialisti, prima al parlamento poi al governo. Dopo la vittoria del gennaio 1935 i lavoratori si adattarono al nazismo senza opporre una resistenza particolarmente accanita. I loro partiti di massa, i loro sindacati non furono tanto sterminati dagli assassini delle SS, quanto resi inefficaci dalla loro compromissione nel sistema statale tedesco basato sullo sfruttamento coloniale.
A questo complesso fenomeno si possono dare nomi differenti. Io preferisco chiamarlo: corruzione operata dall’imperialismo. Essa investì una larga, se non allora dominante, componente ideologica: il nazionalismo tedesco. I grandi marxisti del nostro secolo, da Lenin a Trockij, avevano seguito con vivissima attenzione le vicende della Germania, perché sapevano che in quel paese si decidevano le sorti della rivoluzione in Europa. Ai tempi di Trockij si potevano ancora vedere quelle che egli chiamò “le forze effettive della rivoluzione tedesca. Il proletariato compone la schiacciante maggioranza della popolazione della Germania” (12). Purtroppo, come si è constatato più tardi, dopo l’epoca di Lenin e di Trockij, gli interessi materiali radicati nel sistema coloniale hanno avuto la possibilità di corrompere questa forza e di distorcene il potenziale rivoluzionario.



Semicolonialismo e nazismo

Il sistema del semicolonialismo era in se stesso un motivo di debolezza. I nazisti si sforzavano quindi di porvi rimedio con mezzi di vario tipo. Da una parte essi sostennero che la Germania aveva dei diritti sulle aree mondiali che per particolari motivi dovevano essere considerate future colonie germaniche. Dall’altra s’ingegnarono a sfruttare il mito ariano della superiorità razziale. Non c’è dubbio che, per quanto i lavoratori tedeschi abbiano sofferto di notevoli privazioni materiali e politiche in tempo di guerra e anche prima, essi non si organizzarono contro il nazismo, non solamente perché ciò era praticamente impossibile nel sistema totalitario nazista, ben più efficiente di quello italiano, ma anche perché non fu possibile trovare motivi di opposizione a livello di massa. Questa opposizione di massa esisteva tra i lavoratori e la borghesia in Olanda, Danimarca, Francia, Belgio, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia e successivamente in Grecia e in Italia. In Germania invece le masse appoggiavano o tolleravano il nazismo. Atti di eroismo antinazista compiuti da cittadini tedeschi ci furono, ma restarono isolati e non ebbero la solidarietà della popolazione, contrariamente a quanto accadde in Olanda per Anna Frank, per esempio, o a quanto fecero gli studenti seguaci di Niels Bohr, capo dell’Università di Copenhagen durante l’occupazione nazista e poi critico fermo dell’atteggiamento degli Alleati, atteggiamento che tendeva a far sì che russi e tedeschi si svenassero tra di loro sul fronte orientale.
Le cosiddette masse popolari non manifestarono solidarietà con gli antifranchisti spagnoli e il 7 marzo 1936 la militarizzazione della Renania avvenne col consenso popolare. Vienna socialista venne assalita nel febbraio del 1934 dalla reazione clerico-fascista appoggiata dalle masse contadine.
Il bacino danubiano era un’importante base industriale per la Germania. L’imperialismo non consisteva nell’annessione per mezzo delle armi o nella penetrazione economica di aree agricole, ma anche nella conquista di basi minerarie e industriali per l’espansione imperialista. Tali basi s’allargarono, indirettamente, quando la Germania stipulò un accordo segreto con Ciano, genero di Mussolini, il 20 ottobre 1936, e con Tokyo il 6 novembre dello stesso anno. L’Asse Berlino-Roma-Tokyo per la seconda guerra mondiale fu modellato tre anni prima dello scoppio delle ostilità. Il regime di Hitler vide anche in Spagna un’importante base indiretta per l’industria bellica, come avevano chiesto Herre, Sell, Rohde e il generale Wilhelm Faupel tra gli altri caporioni e pensatori nazisti. La Germania rifornì abbondantemente di armi i rivoltosi franchisti. Quando, il 17 luglio 1936, la sedizione fascista scoppiò in Spagna, Hitler poteva già contare su venticinque organizzazionei distinte, operanti in quel paese sotto la guida della sezione esteri del partito nazionalsocialista, diretta dal console di Cartagena, Carlos Henrique Fricke, capo della filocolonialista Fichtebund che chiedeva il ritorno alla Germania delle colonie tedesche di prima della guerra.
L’industria bellica italiana e quella germanica consegnarono, secondo il generale Faupel, armi per un miliardo e mezzo ai ribelli franchisti: 1500 aeroplani, 50.000 mitragliatrici e 2000 cannoni, oltre a un milione di fucili. Il primo ottobre 1937, Franco doveva a Hitler ancora 400 milioni di marchi tedeschi. All’operazione finanziaria presero parte un gruppo olandese e un gruppo di banche nordamericane che erano in rapporti d’affari con il finanziere Juan March. Il nazista tedesco Sell precisò chiaramente che l’interesse fondamentale della Germania non era costituito soltanto da un regime fascista in Spagna o da un governo filotedesco in Austria e Romania. Non si trattava di una faccenda esclusivamente “europea”. Come scrisse Sell nel numero 51 della “Libreria nazionalsocialista” (1937): “La rivale coloniale della Germania è la Gran Bretagna. È inutile fare proposte agli inglesi. Ogni volta che la Germania pone sul tappeto la questione coloniale è la Gran Bretagna che sbarra la strada. Le richieste coloniali tedesche sulla Grecia, il Portogallo e il Belgio sono di minore importanza se messe a confronto con quanto si deve richiedere alla Gran Bretagna” (13).
Sell si riferiva alle pretese tedesche sugli imperi belga, portoghese e britannico, in particolare per ciò che concerneva l’Africa. In merito alle colonie con stanziamenti “bianchi”, Sell disse: “Quelle nostre richieste che investono i Dominions del Sudafrica, della Nuova Zelanda e dell’Australia dovranno essere gestite in maniera differente. Ci si potrà servire di esse per volgere questi Dominions contro la madrepatria” (come i nazisti cercarono di fare servendosi degli “Ossewabrandwag” e delle “Camicie grigie” e di settori del Partito Nazionalista, attualmente al potere in Sudafrica, durante la seconda guerra mondiale).
Hitler nel suo “Mein Kampf” aveva chiarito che l’obiettivo finale della Germania era l’India stessa (14).
La Germania era interessata in modo particolare all’Asse con l’Italia e il Giappone perché considerava importante il quadro coloniale di queste due potenze. L’alto comando tedesco aveva compreso fin dalla metà degli anni Trenta l’importanza di usare l’Italia per eliminare l’Inghilterra dall’Egitto e dal Sudan e la Francia dal Ciad. La posizione germanica era ben espressa da queste parole: “Il valore della Libia consiste soprattutto nella possibilità di espansione ivi esistente in varie direzioni. Le più importanti strade carovaniere portano da una parte da Tripoli attraverso il Sahara verso Timbuctù, dall’altra verso il Sudan anglo-egiziano. (...) La Tunisia con Biserta diventa sempre più attraente per l’Italia: così vicina alla Sicilia tanto da costituirne una sorta di appendice, è sempre stata considerata dall’Italia come facente parte della sfera d’interessi italiani. Il più grande errore di Roma è stato quello di non averla occupata” (15).
Queste inequivocabili dichiarazioni prebelliche sulle intenzioni e sulla linea di condotta germaniche hanno appena bisogno di essere integrate dalle ambizioni della Germania e di estendere la propria influenza economica nell’America del Sud e nei paesi asiatici.
Con speciale riferimento alla Spagna, Hitler inviò nel Mediterraneo il generale Faupel perché riferisse sui vantaggi che la guerra civile poteva arrecare alla Germania. Il rapporto Faupel, datato 13 gennaio 1937, indicava la necessità di inviare in aiuto a Franco altri ottantamila soldati tedeschi a condizione che Franco garantisse, tra le altre cose, “lo sviluppo sistematico del Marocco Spagnolo per mezzo di compagnie tedesco-spagnole con preponderanza di capitale germanico” (16).
Era questo l’aspetto economico di un accordo il cui corollario politico diceva: “Volontari tedeschi qualificati riorganizzeranno l’amministrazione del Marocco Spagnolo” (17). In breve, uno dei fini dell guerra civile spagnola del 1936-’38 fu la trasformazione del Marocco Spagnolo in una colonia tedesca. I tedeschi s’installarono anche nelle Isole Canarie, a Ceuta e Melilla, e appuntarono i loro occhi sul ferro della zona di Bilbao, sul mercurio e la pirite di Akmaden e sulle miniere di rame del Marocco.
Dietro il lavoro di Faupel in Spagna stavano i giganteschi complessi della Krupp, della Siemens Thyssen, dell’AEG, della Deutsche Bank e del capitale finanziario monopolistico tedesco. È risaputo che questi organismi furono la base di classe industrial-finanziaria dello stato nazista. Gli uomini di Hitler servivano più o meno direttamente questi complessi che accettavano, magari turandosi il naso, la vicinanza di certa gente. Il capitale monopolistico tedesco aveva comunque il suo uomo di fiducia nel meccanismo del partito nazista. Quest’uomo era il dottor Schacht.
Schacht era alla testa di un team di esperti finanziari che si preoccupavano soprattutto di come espandere e approfondire la base coloniale estera del capitale finanziario tedesco da essi lealmente servito. Schacht compì numerose visite in Africa e nel Vicino Oriente, nel corso delle quali lui e i suoi collaboratori organizzarono una “reciproca cooperazione” con relativi accordi in Egitto, Turchia, Iran e nelle sfere d’influenza ex francesi nel Vicino Oriente.
Accordi paralleli furono stipulati col re di Romania dopo la caduta del governo Titulescu (novembre 1936), e il 24 gennaio 1937 lo jugoslavo Stoayadinovitch sostenuto dai tedeschi firmò un trattato con la Bulgaria. I tedeschi si servirono anche del granduca Cirillo e dell’ex re Ferdinando di Bulgaria, esule a Coburgo dopo la prima guerra mondiale.
Dove le cose non andarono come Hitler e il capitale monopolistico volevano fu in Polonia. Qui la Germania aveva cercato senza riuscirci di applicare la solita politica di subordinazione semicoloniale e semifeudale al capitale tedesco. I nazisti rimediarono all’insuccesso grazie a Stalin, col quale conclusero il tristemente noto patto Hitler-Stalin del 1939 (detto anche patto Molotov-Ribbentrop) che consentì ai nazisti di invadere la Polonia.
Gli accordi con le monarchie europee orientali e con i gruppi dirigenti borghesi e semifeudali del Medio Oriente e del Nord Africa conclusi da Schacht aprirono la strada alla ripresa germanica dalla Grande Crisi, a parte dall’industria bellica la quale provvedeva sì il “pieno impiego” ma non l’espansione economica in sé. Schacht divenne un modello, dopo la seconda guerra mondiale, per la ricostruzione della Germania sconfitta. Non era escluso il riarmo, a maggior gloria del “miracolo economico” e della sconfitta in trionfo dopo appena una generazione.
Da parte dei lavoratori tedeschi ci furono atti di rifiuto, nei momenti più duri del 1936 e 1937, a sostenere il Fronte del lavoro che aveva lanciato appelli per la unità tra tedeschi e franchisti. Molti raduni videro un calo di partecipazione da parte dei lavoratori che non se la sentivano di riempirsi la pancia con le chiacchiere dei politicanti nazisti. Sacerdoti cattolici e protestanti si opposero al nazismo; ricordiamo tra questi il pastore Niemöller, di Dahlem, e il centinaio di preti che nel 1938 furono come lui arrestati. Ma i comunisti e gli ebrei arrestati ricevevano sempre meno aiuti e solidarietà dalle masse popolari. Chi poté pagare, riuscì a fuggire all’estero (18).
L’atteggiamento dei rabbini si orientò verso una serie di accordi con le SS, mentre i non-ebrei fingevano di non vedere gli arresti, i pestaggi e le discriminazioni razziali per ciò che concerneva alloggi, scuole, librerie, ospedali e luoghi pubblici. Nei paesi occupati la Gestapo era onnipotente, ma la gente odiava gli occupanti e creava loro serie difficoltà. A livello di masse popolari non si ritrovano invece questo odio e questa resistenza in Germania, neppure tra la classe operaia. Ciò che rendeva la resistenza sempre più difficile fu l’esistenza stessa di operai che collaboravano col regime. Ma non bisogna dimenticare la forza stessa dello stato totalitario moderno, quel misto di attese e di paure che rendono infantili le masse. Paura della Gestapo di Himmler e attesa delle ricompense derivanti dall’appartenenza alla “Grande Germania”. Alla fine i tedeschi di tutte le classi rifiutarono di ammettere l’esistenza dei campi di concentramento, che erano sovente visibili senza difficoltà, e dei treni della morte, delle camere a gas, delle deportazioni. Neppure l’urlo del prigioniero veniva più udito. I nazisti erano riusciti, come gli stalinisti, a creare un popolo di amorfi, di ciechi e di sordi: di sudditi obbedienti. Anche i fenomeni della detsalinizzazione e della denazificazione hanno avuto in Russia e in Germania caratteri analoghi. Formalmente ripudiati, Hitler e Stalin hanno continuato per certi aspetti a costituire un modello per i gruppi dirigenti dei due paesi. La differenza sta nel fatto che a livello di masse popolari lo stalinismo è oggi, forse, più odiato in Unione Sovietica di quanto il nazismo sia odiato in Germania.




Motivi di un comportamento 

È mia convinzione che la base di questo comportamento tedesco razziale sia da ricercare nei precedenti coloniali. La persecuzione prebellica nella Germania nazista fu in effetti una versione attenuata del colonialismo germanico all’estero. Su scala più piccola, a causa della presenza ridotta di ebrei e comunisti militanti (mezzo milione di ebrei in Austria-Germania), che in Sudafrica. Ciò che dovettero patire gli ebrei in Germania prima della guerra fu una delizia rispetto all’apartheid nel Sudafrica creato da Boeri e inglesi e in Rhodesia e nell’Africa sudoccidentale creata dai tedeschi. Il regno del terrore scatenato contro gli ebrei e i russi, i polacchi e gli altri “non-ariani” divenne qualcosa di simile alle atrocità tedesche in Namibia, Tanganica, Camerun e Ruanda-Burundi solamente nelle fasi finali della seconda guerra mondiale. L’unica spiegazone possibile per la semi-assenza e il fallimento della resistenza popolare in Germania tra il 1933 e il 1939 non è da ricercare tanto nell’efficienza della Gestapo e delle SS, quanto nell’accettazione da parte di borghesi e proletari tedeschi della visione globale del nazismo, dell’arianesimo, del colonialistico Drang nach Osten e dei sogni imperialistici della nazione germanica.
Nel corso della guerra, i soldati tedeschi sul fronte russo si diedero da fare con gioia sulle terre strappate ai Soviet e assieme agli ucraini tedeschi e ai bielorussi che collaborarono in massa con gli occupanti, cominciarono a costruire un vero e proprio sistema coloniale nella Russia occidentale occupata. I capitalisti tedeschi con Krupp in testa cominciarono a capitalizzare le terre conquistate e le risorse naturali. Venne reintrodotta la proprietà privata, e l’invasione germanica si può considerare a ogni effetto una controrivoluzione, cui il soldato medio tedesco prese parte in modo colonialistico. (Ma questo d’altronde è il modo di partecipare dei soldati “irresponsabilizzati” dall’istituzione militare: neppure gli italiani fecero eccezione). Milioni di ebrei, di polacchi, di russi morirono. Milioni di tedeschi presero parte alla ridistribuzione delle ricchezze conquistate. Il popolo tedesco di ogni classe sostenne questa avventura coloniale, a dimostrazione, si potrebbe dire, di quanto sia fragile il concetto di “classe” e di quanto sia ancora forte quello di “nazione”.
I campi di concentramento del tempo di guerra moltiplicarono la capienza e il numero di quelli anteguerra. I sei più grandi Lager d’anteguerra, conosciuti come Moorlager furono affiancati da altri otto: in tutto potevano ospitare 180.000 persone. Il campo di Lachzenburg venne terminato nel luglio del 1937, doveva produrre proiettili e sfruttava il lavoro delle donne deportate, imprigionate anche nel campo di Lichtenberg. Non erano ancora campi della morte, ma campi di lavoro, collegati con l’industria bellica fin da questo periodo. L’ex premier francese Paul Reynaud scrisse il primo novembre 1937: “Una volta ancora ho visitato la Germania. Vi ho trovato una nazione forte di sessantasette milioni,  che con tutta l’anima mira a fare la Germania più potente di prima... Con la Renania è sicura di vincere la corsa al riarmo. Giorno e notte i lavoratori tedeschi mettono a punto la macchina di distruzione. Questo spettacolo potrebbe essere definito wagneriano tanto è impressionante” (19). Le stesse parole si potrebbero usare quaranta anni dopo, per quello che riguarda i fini e le alleanze sociali, anche se le forme politiche della Germania d’oggi sono molto differenti.
Gli imperi di Mussolini e di Hitler s’infransero contro la resistenza dei popoli aggrediti, dagli etiopi ai russi. Determinante fu l’apporto degli alleati, i quali si servirono della loro lotta contro il nazismo per impedire quanto era successo nell’Europa orientale. Mancando di un rilevante movimento di resistenza interno la Germania andò avanti la sua tragica fine, a differenza dell’Italia in cui i partigiani riuscirono a scindere le responsabilità del popolo italiano da quelle dei fascisti. L’esercito tedesco si batté fino alla morte. In Italia, in Spagna e in Portogallo alla morte dei tiranni, alla caduta delle dittature ci furono, sia pure in circostanze diverse, manifestazioni di giubilo. Niente di tutto ciò in Germania alla fine della guerra. La Germania, invece, conobbe la disfatta, l’umiliazione, la degradazione. Gli alleati occidentali vennero salutati come liberatori perché liberavano non dal nazismo ma dall’Armata rossa. Questo fu in effetti il ruolo oggettivo degli americani, degli inglesi e dei francesi. E se Churchill non fosse stato fermato da Truman, gli eserciti alleati avrebbero ripreso la loro avanzato contro i russi nel 1945-’46. La disfatta della Germania non generò la rivoluzione, come era successo nel 1918 e nel 1919 quando gli spartachisti avevano alzato la bandiera rossa. Nel ’45 non accadde nulla di nuovo.


Il neonazismo

Sono fermamente convinto che l’idea che il neonazismo sia una rinascita di piccoli gruppi di estrema destra non è che una mistificazione della realtà. Al momento il neonazismo è piccolo, ma può crescere o essere sostituito da altre formazioni che non l’Aktionsfront Nationaler Sozialisten guidata dall’ex ufficiale dell’esercito tedesco, il ventiduenne Michael Kunnen, e da altri leaders di squadre d’assalto. Il revival nazista è un culto crescente, ammesso dal ministero degli interni di Bonn nel 1977 quando vennero profanati i cimiteri ebraici di Francoforte e di altre località. I raduni nazisti al chiuso e all’aperto, tenuti passivamente d’occhio dalla polizia, l’adozione di una svastica modificata, le scritte naziste sui muri di Amburgo e di altre città e le dimostrazioni naziste anche all’interno dell’esercito germanico (20) sono state accompagnate dal lancio di bottiglie incendiarie contro gli uffici dei “comunisti” da membri in divisa della Npd e della Nsdap, teppisti che cantavano la canzone nazista di Horst-Wessel, nelle strade e nelle birrerie di Brema, Amburgo e Monaco. Il 10 settembre 1977 i nazisti della Nsdap si riunirono sotto la presidenza dei Gualeiter Priem e Rahl. Condannarono la banda Baader-Meinhof ma “ammirarono” i loro atti di terrorismo, come dichiararono gli oratori. Nello stesso mese, nostalgici tedeschi s’incontrarono col leader nazista americano Gary Gerhard Lauck, di Lincoln (Nebraska) e una “corte marziale” neonazista condannò a morte diciannove terroristi tedeschi. (All’inizio di febbraio del 1978 a Chicago fu autorizzata una marcia nazista con tanto di svastiche e uniformi con camicie brune). I nazisti con vecchi carri armati si sono riuniti, senza che la polizia intervenisse, nelle foreste bavaresi prima del Natale del 1977, per svolgere esercitazioni militari. Kunnen, il giovane leader nazista, invoca un Grosdeutsches Reich (una più grande Germania) che è il grido di battaglia del suo Aktionsfront Nationaler Sozialisten (Ans). Affermano che andranno al potere con le elezioni. Nonostante la polizia di Amburgo e la Spd abbiano messo al bando certe attività dell’Ans, questo continua a tenere riunioni e a svolgere militanza. I films di Hitler vengono proiettati dai gruppi della Nsdap ad Amburgo e Colonia.
Non manca l’aspetto cruento, gonfio di violenza, della presenza neonazista. Nel febbraio del 1976 a Berlino i nazi lanciarono bombe contro un ufficiale ebraico. Questi gruppi violenti hanno collegamenti con gli Stati Uniti, con l’Olanda, con la Svizzera e l’Italia. Interrogato dal “New York Times” sulle attività naziste, il questore di Hannover, Karl Hans Seim, ha dichiarato: “Non c’è niente da dire... i nazisti sono soltanto dei bambini”.
Le manifestazioni neonaziste sono comunque un aspetto abbastanza minore di quanto può esserci in comune tra la Germania d’oggi e la Germania nazista. La caratteristica comune più importante è da ricercare nella nazificazione potenziale delle masse popolari, non esclusi vasti settori di lavoratori, in periodi di profonda recessione e di aspra contrapposizione tra gli interessi Germania-Cee e quelli nordamericani e giapponesi, come pure delle divergenze in seno alla Cee. Alcune cose già affermate dai commentatori tedeschi sugli inglesi anti-Mec e anti-Nato, sui francesi e sugli eurocomunisti si avvicinano pericolosamente alla demagogia nazista. La rivalità interimperialista tra potenze mondiali sa sfruttare al momento debito anche il neonazismo. Ma, in tal caso, il grande capitale si cercherà dei gruppi in grado di comprendere che l’anticomunismo deve essere collegato col razzismo non anti-ebraico, ma rivolto contro i Gastarbeiter.
Esistono attualmente circa due milioni di Gastarbeiter, tutti non-tedeschi, stranieri e molti di essi non-ariani se si vuole usare una definizione razziale. In particolare, l’eurocomunismo potrebbe diventare un capro espiatorio del neonazismo, i lavoratori italiani, portoghesi e spagnoli potrebbero diventare i capri espiatori per il grande capitale tedesco. In tal caso il razzismo dimostrato dai lavoratori tedeschi negli scontri del dopoguerra con i lavoratori stranieri diventerà un grosso strumento politico nelle mani di chi conduce gli umori delle masse e ne orchestra al momento opportuno le reazioni più elementari. Ma è più probabile che l’obiettivo principale del nazismo tedesco sia l’attizzare l’odio contro i lavoratori turchi, nordafricani, arabi e asiatici. L’odio contro gli arabi è già molto sentito tra il popolino francese e anche tra i lavoratori italiani. I lavoratori turchi sono già stati nel 1973 oggetto di attacchi da parte di lavoratori tedeschi delle fabbriche automobilistiche di Colonia. Il 50 per cento dei bambini turchi immigrati non ha un posto a scuola, i piccoli crescono così senza educazioni. I pachistani immigrati illegalmente sono stati rimpatriati, e così altri “non bianchi”. La stessa legge sull’immigrazione è servita a far deportare un membro della Swapo nonostante le vigorose proteste di alcuni sacerdoti di grande fama. (La missione Vereinigten Evangelischen (Vem) protestò il 23 novembre 1977 contro la deportazione di una coppia Schivangulula priva di mezzi dalla Germania Occidentale). Quando la polizia olandese, nel 1977, caricò sui camion un gran numero di pachistani e altra gente di colore e li trasbordò oltre il confine tedesco, le autorità germaniche non seppero per alcune settimane trovare un tetto per accogliere questi poveracci. I residenti protestarono. In seguito una sistemazione si trovò, ma le autorità dichiararono che non si assumevano responsabilità. Dall’aeroporto di Berlino gli immigrati illegali pachistani e indiani sono non raramente rimandati a Karaci e a Bombay tra gli applausi del popolo e tra le proteste di minoranze meno ignoranti. Il pregiudizio contro le cosiddette razze non-bianche, lo stesso concetto di razza che secondo me è razzista, è assai diffuso a livello popolare, dove più facilmente persistono la diffidenza e l’ostilità verso i “diversi” di tutti i tipi. Secondo un’indagine pubblica condotta in alcuni paesi della CEE sui pregiudizi razziali nel 1975, i tre quarti della popolazione tedesco-occidentale avevano pregiudizi razziali contro i “neri”, gli “scuri”, i “gialli”; il 96 per cento era contro l’integrazione sociale tra bianchi e neri e contro i matrimoni misti. Nel Sudafrica, più o meno, si avrebbero le stesse risposte.
È quindi chiaro che in un ambiente mentalmente arretrato il nazismo, che di questo odio alla diversità si fa una bandiera truculenta, raccogliendo tutta la spazzatura dell’animo popolare, può prosperare. Bastano le circostanze favorevoli, una crisi di grande portata, e il pericolo può diventare di nuovo minaccioso. Sarà un nazismo diverso da quello di Hitler, assumerà forme “neocoloniali” a seconda dell’evoluzione economica del paese.
Quando Schleyer venne ucciso dalla Raf (gruppo Baader-Meinhof) in Inghilterra si disse che la vittima era stata in passata, durante la guerra, un nazista. In Germania, invece, di ciò si parlò poco. Ecco che cosa affermò Agostino Neto nel settembre del 1965 (Neto, oggi presidente dell’Angola, era allora esule in Europa): “L’offensiva del capitale tedesco in Portogallo e in Angola è stata guidata da Hermann J. Abs, direttore del più potente trust bancario della Repubblica Federale Tedesca, la Deutsche Bank A.G. (Abs era un consigliere di Hitler, Adenauer, Erhard), e da Berthold Beitz, rappresentante della Friedrich Krupp KG di Essen” (21).
Il Movimento per la Liberazione dell’Angola dimostrò quindi che il gruppo Krupp controllava il ferro angolano nel Lobito, a Kassinga, e le linee ferroviarie nella regione di Huambo; che i coloni tedeschi dominavano le piantagioni di canapa e le altre colture, e che Krupp, Deutsche Bank, Bermann, Zollner, Bermann-Opelana, Jenssen, Hoechst, Uhbe e altre grosse aziende tedesche traevano vasti benefici dalle colonie portoghesi e che quindi sostenevano la guerra dei portoghesi contro il popolo angolano. Certamente non mancano i consiglieri finanziari con un passato nazista, sarebbe da stupirsi del contrario; né mancano altri rapporti di parentela tra le due Germanie (grandi famiglie ecc.), sempre con lo sfondo coloniale a fare da quadro unificante.



(1) A. Lumbroso, “Carteggi imperiali e reali 1870-1918”, Milano 1931. Contiene tra
l’altro la corrispondenza tra Bismarck e Guglielmo I e Guglielmo II e tra le monarchie inglese, austriaca, italiana e germanica.
(2) D. Bossmann, “Wissensfriedhof Nationalsozialismus”, in “Erziehung und Wissenschaft”, novembre 1977, Francoforte sul Meno.
(3) “German Tribune”, 18 dicembre 1977, pag. 5, e “Deutsches Allgemeines Sonntagsblatt”, 11 dicembre 1977.
(4) A. Lumbroso, cit. pag. 59: lettera di Guglielmo I al suo cancelliere Bismarck, per ringraziarlo dei servizi resi, particolarmente nel periodo 1864-1870, “quando il mio paese raggiunse, nel corso di sei anni, il grado di splendore in cui siamo oggi”.
(5) “Deutsches Allgemeines Sonntagsblatt”, 11 dicembre 1977. Articolo di Werner A. Perger.
(6) F. Wördermann, “Terrorismus, Motive-Täter-Strategien”, Monaco 1977. L’autore era il direttore della WDR-West Deutsche Rundfunk, una delle più grandi reti televisive tedesche.
(7) Iring Fetscher, “Terrorismus una Reaktion”, Europäische Verlagsanstalt, Colonia 1977.
(8) “Süddeutsche Zeitung”, 6 dicembre 1977.
(9) Karl Otto Saur, “Süddeutsche Zeitung”, 7 dicembre 1977.
(10) Geneviève Tabouis, “Blackmail or War”, Londra 1938, pag. 18. Vi si legge tra l’altro: “Nelle lamentele tedesche si udì sempre più spesso dire che il trattato di Versailles aveva ridotto il Reich al punto che non poteva pagare i debiti né mantenere l’ordine all’interno con i suoi 100.000 soldati” (pag. 20).
(11) Ibid., pag. 27.
(12) Leone Trockij, “Lezioni dell’Ottobre”, 1924. La critica di Trockij al partito comunista stalinizzato e alla politica di Mosca in Germania si può trovare anche in “Dove va la Germania?”. Il lettore italiano potrà trovare questa linea di pensiero marxista rivoluzionario nelle seguenti opere di Trockij: “La Terza Internazionale dopo Lenin”, Samonà e Savelli, Roma 1969, e “Trotskij. Scritti 1929-1936”, Einaudi, Torino 1962.
Trockij criticò aspramente la teoria staliniana del socialfascismo, secondo la quale socialisti e fascisti sarebbero due facce della stessa moneta. Asserviti a questa teoria, i partiti comunisti europei all’inizio degli anni Trenta combatterono duramente la socialdemocrazia alleandosi anche ai nazisti, come in Germania. Trockij mise in luce in diversi scritti il carattere suicida, per la classe operaia, di tale tattica. Il creatore dell’Armata Rossa invitò anche all’unità dei due grandi partiti operai – socialista e comunista – per sbarrare la strada a Hitler. Quando ormai era troppo tardi, Stalin cambiò politica seguendo la tesi di Trockij, dopo averlo a lungo ingiuriato. Trockij intuì anche che dietro le farneticanti accuse ai trockisti di essere “agenti fascisti” stava maturando il piano di Stalin di allearsi a Hitler, come effettivamente avvenne nel 1939 col patto Molotov-Ribbentrop. Stalin ignorò l’avvertimento di Trockij e di altri comunisti, secondo cui Hitler prima o poi avrebbe invaso la Russia. Il dittatore moscovita continuò a fidarsi di Hitler e fece fucilare come “provocatori trockisti” quegli ufficiali dell’Armata Rossa che gli avevano segnalato l’ammassamento di truppe tedesche al confine. Questi errori di Stalin furono poi pagati dal popolo russo con 22 milioni di morti. L’Armata Rossa fu infatti presa alla sprovvista dalla fulminea avanzata di Hitler, il quale, forte del patto con Stalin, si era organizzato per puntare su Mosca. I nazisti giunsero infatti alla periferia della capitale dell’Unione Sovietica, e solo l’eroica resistenza dei soldati e dei partigiani russi seppe ricacciare i nazisti che l’idiozia del dittatore moscovita aveva lasciato avanzare indisturbati. Oltre a Trockij, anche l’agente sovietico Sorge a Tokyo segnalò a Stalin, inutilmente, il piano d’invasione nazista dell’estate 1941.
(13) G. Tabouis, op. cit., pag. 170.
(14) Adolf Hitler, “Mein Kampf”, Bompiani, Milano 1934.
(15) Margaret Boberi, “Das Weltgeschen am Mittelmeer”, Berlino 1936. Hummel e Siewert, “Der Mittelmeerraum”, con una prefazione del generale Haushofer, Berlino, 1936.
(16) Rapporto del generale Faupel, 13 gennaio 1937, punto 5.
(17) Rapporto Faupel, cit., punto 4. Hitler fece sue le raccomandazioni del rapporto e dichiarò a Franco che il ritiro della Germania dal suolo spagnolo dipendeva da un’eventuale cessione di “colonie” da parte della Spagna alla Germania.
(18) Schmalhausen scrisse uno studio psicologico sull’argomento, negli anni Quaranta negli Stati Uniti.
(19) Paul Reynaud, 1 novembre 1937, citato da G. Tabouis, pag. 219.
(20) Rivista “Stern”, Amburgo, numero 5, 1978, pagg. 42.48, con fotografie di nazisti del 1978 che recano una bandiera col motto di Rudolf Hess: “Non rimpiango nulla” (pag. 47), e della profanazione compiuta dai nazisti con segni di svastiche sul cimitero ebraico di Francoforte (pag. 45), di un raduno nazista dell’Aktionsfront Nationaler Sozialisten ad Amburgo, capeggiato da un ex tenente della Bundeswehr, Michael Kunnen (pagg. 42, 43). Questi raduni hanno luogo senza che la polizia intervenga a scioglierli come invece fa contro i raduni antinucleari. Le fotografie col motto di Hess mostrano un comizio nazi che si svolge addirittura sotto il naso della polizia.
(21) Il documento del Mpla, col testo approvato dal rappresentante del movimento di liberazione angolano Manuel Jorge, si ritiene sia stato scritto da Agostino Neto nel settembre 1965 a Berlino. Il testo riguardante Abs e Krupp si trova in “MPLA, Testi e documenti sulla rivoluzione angolana”, a cura di M. Albano, Jaca Book, Milano 1972, pagg. 280, 281.



Hosea Jaffe - "Germania. Il caso dell'euro-imperialismo", Mondadori, 1979
 

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