sâmbătă, 20 iulie 2013

Lavoro a basso costo e superprofitti



   La differenza tra i profitti “in patria” e nelle semicolonie costituisce il superprofitto. La fonte principale dei superprofitti è la differenza tra i salari dei lavoratori nei paesi imperialisti e quelli delle colonie. I primi sono integrati da una parte dei superprofitti; i salari nelle colonie, d’altra parte, vengono tenuti ad un livello “di basso costo” tramite diversi metodi di coercizione, come il mantenimento artificale di una parvenza di tribalismo da tempo fuori moda in Africa o di feudalesimo (uno stadio già raggiunto da molte società in Africa prima o durante la “ressa coloniale”); l’introduzione di barriere di colore (un’invenzione del capitale europeo) e l’impoverimento culturale. Oltre a queste misure politiche, i metodi economici fondamentali che mantengono iper-bassi i salari, sono: la quasi eliminazione della manifattura, e la conseguente mancanza di strade aperte per l’addestramento e il lavoro di mano d’opera qualificata e quindi impossibilità di più alti salari, e il mantenimento dell’Africa nello stato di una gigantesca miniera e fattoria, cioè come un continente produttore di materie prime e niente più.
   Con questi mezzi l’imperialismo, aiutato dai loro compiacenti agenti tribali, feudali e borghesi (e le loro politiche tribalistiche, nazionalistiche, razziste che intontiscono e dividono) riesce a mantenere contadini ed operai nella condizione di mano d’opera a basso prezzo: la fonte principale di superprofitti.
   Questo lavoro a basso prezzo permette agli imperialisti di avere costi per i salari ultra bassi nelle semi-colonie, così pure per le scorte di materie prime semi-coloniali e di materiali grezzi usati per la produzione primaria (per es., alimenti e legname per il lavoro estrattivo); e possono avere spese ultra basse per le materie prime da consumare nelle manifatture “in patria”. Questo sistema fondamentale del lavoro a basso prezzo permane ad essere la fonte dei superprofitti per l’imperialismo in America L., Africa e nell’Asia non libera, anche attualmente, come lo era prima.
   La differenza in profitti, dovuta alla differenza nei salari, nei paesi imperialisti e semi-coloniali viene illustrata dai seguenti esempi:
   In Cile, paghe dei lavoratori di rame cileni (1950) = 275 doll.
   Negli USA, paghe dei lavoratori di rame USA (1950) = 1400 doll.
   Rapporto delle paghe = 1:5.
   Rendimento di ogni singolo lavoratore USA = 23 tonnellate metriche all’anno.
   Rendimento di ogni singolo lavoratore cileno = 23 tonnellate metriche all’anno.
   Cioè la produzione è nella stessa misura, ma le paghe sono cinque volte maggiori negli Stati Uniti che in Cile. Queste sono le cifre del super sfruttamento e perciò dei superprofitti.
   Il secondo esempio è del Sud Africa. Qui i minatori “bianchi” guadagnano 16 volte di più dei minatori “neri” (che formano il grosso del lavoro specializzato* per una paga di 3 dollari alla settimana, mentre i lavoratori “bianchi” fanno in gran parte un “lavoro” di caposquadra non specializzato). Nelle miniere il rendimento in valore monetario per lavoratore è di circa 1.000 dollari all’anno cioè più che sei volte la paga annuale di un lavoratore “bianco”, cioè, il lavoratore “bianco”, non solo non produce plusvalore, ma è una perdita per il capitalista. Il plusvalore proviene esclusivamente dal lavoro del minatore africano. Lo stesso avviene per la manifattura in Sud Africa, il rapporto nei salari è di 5:167. Il valore medio della produzione annuale per lavoratore è di 2.000 dollari; il salario medio di un “non europeo” è di 500 dollari, e di un europeo è di 2.500 dollari68.
   Così anche qui il plusvalore proviene solo dal lavoratore coloniale che crea 1500 dollari annui di profitto. Il lavoratore “bianco”, d’altra parte, è una perdita finanziaria di 500 dollari all’anno per il padrone. Quest’ultimo quindi deve sovvenzionare il lavoratore “bianco” e, in più, trarre il profitto che questo lavoratore dovrebbe aver creato. Egli riesce a fare ciò con i superprofitti creati dai lavoratori “non bianchi”. Questo modello sudafricano di salari e profitti è tipico nella natura del sistema imperialista. Questo modello sudafricano salari-profitti è anche tipico in una certa misura di quelle economie imperialiste in cui i salari “in patria” si avvicinano ai salari dei lavoratori “bianchi” in Sud Africa. (È uno studio interessante confrontare i bilanci (a) delle miniere di carbone in Inghilterra** e delle miniere di carbone nel Transvaaal, in cui i lavoratori africani, che costituiscono quasi tutta la mano d’opera, guadagnagno 1/10 dei salari dei loro fratelli inglesi, e producono la stessa quantità di tonnellate al giorno; (b) di una raffineria di zucchero in Europa Occidentale e la raffineria Wonji nel bacino di Awash, in Etiopia; e (c) e quelli di una raffineria di petrolio negli Stati Uniti e di una in Medio Oriente).
   Il terzo esempio è dato dalla costruzione della gigantesca diga di Kariba e della centrale idroelettrica sullo Zambesi eseguita dalla impresa italiana Impresit. I lavoratori italiani erano pagati 50 dollari più indennità marginali alla settimana, i lavoratori africani guadagnavano 2 dollari alla settimana: un rapporto di 20:1. Quando i lavoratori africani chiesero 6 sciellini all’ora invece che 4, arrivarono i soldati e il sangue dei veri lavoratori fluì nello Zambesi, per salvare i superprofitti (e i salari) italiani.



   Il quarto esempio viene dall’interno degli Stati Uniti stessi. Nel periodo 1959-60 il reddito “negro” era di 7.2 miliardi di doll.69 (cioè 500 sterline pro capite, ovvero metà del reddito annuale dell’americano “bianco”). La segregazione americana – una conseguenza della schiavizzazione – ha mantenuto un tipo di sistema coloniale all’interno degli Stati Uniti stessi. Ciò è provato dalle seguenti cifre sui “bianchi” e “non bianchi” (termini razziali usati dagli almanachi ufficiali USA fino in tempi recenti) 70. (Vedi tabella sopra).
   Questa distribuzione mostra che la “classe superiore” fra i “non bianchi” è del 6,3% rispetto al 23,4% per i “bianchi”; i lavoratori del commercio, artigianato sono per un totale del 12,4% fra i “non-bianchi”, rispetto al 37,0% dei “bianchi”; ma la percentuale di proletari e di poveri è del 77,4 fra i “non-bianchi” e del 37,7% fra i “bianchi”. In generale perciò, la borghesizzazione (i primi due gruppi) è tre volte maggiore fra i “bianchi” di quanto lo è fra i “non-bianchi”; ma la proletarizzazione (l’ultimo gruppo) è circa la metà tanto fra i “bianchi” che fra i “non-bianchi”. (Questa struttura sociale spiega molto l’insuccesso e l’inganno di questa vetrina per l’Africa: la “desegregazione negli Stati Uniti”).
   La posizione finanziaria dei “negri” (questo stesso è un termine razziale portato in America dai conquistadores spagnoli e portoghesi) corrisponde da vicino alla posizione lavorativa. Poiché, dalle entrate annue relative a “bianchi” e “non-bianchi”, vediamo che vi è una differenza di 500 sterline pro capite annue, cioè su una popolazione “negra” di circa 20 milioni di persone, i superprofitti realizzati dall’imperialismo USA dalle sue “semi-colonie interne” di circa 10 miliardi di sterline o 25 miliardi di dollari, all’anno.
    Questi quattro esempi sono tipici del rapporto generale che intercorre fra il lavoro a basso costo semi-coloniale (cioè supersfruttamento) e i superprofitti.
   Questi superprofitti spiegano, fra l’altro, il “miracolo” del deficit commerciale britannico durato 180 anni. Nel primo quadrimestre del 1970 per esempio, i guadagni effettivi per i noli, assicurazioni e dividendi d’oltremare fecero entrare oltre 2.500 milioni di dollari, cioè un ritmo di 10 miliardi di dollari all’anno. Queste entrate salvarono il “bilancio commerciale” 71. In tal modo perfino l’equilibrio commerciale dei paesi imperialisti è mantenuto dai superprofitti d’oltremare. La differenza fra i profitti nei paesi imperialisti e i profitti nelle semi-colonie è vitale per l’economia capitalistica mondiale. L’esistenza di tale differenza spiega lo stesso termine “superprofitto”.
   La “concessione dell’indipendenza” da parte dell’Inghilterra non ha mutato questa situazione, nonostante, per esempio, l’aumento dei salari, in Zambia, dei lavoratori africani, grazie ad una azione di scioperi contro le compagnie impelrialiste. Così i salari degli africani in Zambia sono aumentati, fra il 1959 e il 1969 dal livello molto basso in cui erano, mentre i salari “bianchi” sono aumentati da un livello già molto alto.
   Il rapporto dei salari dei “bianchi” ai salari africani nelle miniere nel 1959 era di un minimo di 10 a 1, e nel 1967 di 6 a 1 72. I salari “bianchi” in Zambia, Rhodesia del Sud sono in media inferiori di quelli negli Stati Uniti (per es. 400 dollari al mese in Rhodesia e 500 dollari al mese negli USA) 73. Poiché è già stato dimostrato che il lavoro “bianco” in Sud Africa, Rhodesia del Sud e Zambia, tramite le statistiche ufficiali, partecipa ai superprofitti creati dal lavoro e quindi, benché anch’essi lavoratori e impiegati, si pongono in un rapporto di sfruttamento rispetto ai lavoratori africani, in quanto non producono plusvalore creato soltanto dai lavoratori africani, è legittimo porsi la domanda se i lavoratori “bianchi” negli USA producono plusvalore e se hanno un interesse economico nel supersfruttamento dei lavoratori semi-coloniali per la “sovvenzione” dei loro salari74.


* Vedi “300 Anni”, vol. 3 sulle Barriere di Colore Industriali. La barriera di colore industriale fu domandata dal lavoro “bianco” europeo fin dall’inizio. Nel 1922 combatterono l’impiego di minatori africani nei lavori specializzati con lo slogan del partito “Comunista” e “Laburista”; “Per un Sud Africa Socialista Bianco”.  A causa della sua forte concentrazione nelle città fu scambiato da molti “socialisti” per l’”avanguardia” del lavoro sudafricano! Questo atteggiamento di disprezzo nei confronti dei proletari coloniali (semi-migranti, semi-contadini, confinati, segregati dalla vita urbana) era associato con l’idea pure razzista che il socialismo fosse qualcosa di europeo. Per questi socialisti la frase “Lavoratori di tutto il mondo unitevi”, voleva dire darsi la mano attraverso la Manica e l’Oceano Atlantico, ma non attraverso il Pacifico, il Mediterraneo e l’Equatore.
67 Bureau of Census and Statistical Bulletins, 1955-56 e segg.
68 Ibid. (Questo rapporto è cresciuto con il crescere delle barriere di colore – che sono state gli strumenti per una politica di lavoro a basso costo non meno per le miniere e l’agricoltura che per l’industria e il commercio).
** Che erano in perdita di 120 milioni di sterline nel 1969 (Telegraph, 2 luglio 1970).
69 “News Chronicle”, 18-3-1960.
70 Estratto Statistico degli Stati Uniti, 1959, pag. 219; le edizioni dal 1961 al 1969 mostrano l’aggravarsi di questa posizione e l’incremento dei superprofitti di oltre 33 miliardi di dollari.
71 British Board of Trade Journal, giugno 1970.
72 Organizzazione Internazionale del Lavoro, Ginevra, Annuario statistico del lavoro, 1969.
73 Ibidem, pag. 612; per quanto riguarda l’estrazione, i minatori africani hanno ricevuto 9,2 sterline rispetto alle 124,5 dei minatori bianchi, nel 1959; le corrispondenti cifre per il 1964 sono state di 12 sterline e 138,5 (salari mensili).
74 Un ulteriore studio su questa questione richiede un dettagliamento di cifre del prodotto nazionale. Le ultime cifre totali a portata di mano mostrano che nel maggio 1969 vi erano 78 milioni e 357 mila occupati negli USA, e 3 milioni e 334 mila disoccupati. Il reddito personale totale era di 793 miliardi di dollari, vale a dire 10 mila dollari per lavoratore (fonti: Ufficio delle Statistiche del Lavoro; Ufficio del Censo del Dipartimento del Commercio, giugno 1970, riportato dall’Herald Tribune, Parigi, 29 giugno 1970). Nel 1967, su un reddito nazionale di 653 miliardi di doll., 468 vennero pagati ai lavoratori, vale a dire il 72% (Statesman Year Book, pag. 567, 1969). In quell’anno il reddito dei proprietari era di 60,7 miliardi, le rendite di 20,3, gli interessi di 23,3 e i profitti delle società per azioni era l’80,4. Sulla base del rapporto nel ’67 tra i salari e il totale dei profitti, i salari medi erano di circa 7.000 dollari all’anno nel maggio del ’70, molto più alto che nel Sud Africa “bianco”. Il problema sulla fonte dei profitti deve naturalmente essere esaminato, cioè in che misura abbiano essi origine semi-coloniale (investimenti, contributi delle materie prime ai profitti netti, entrate dall’estero). Nell’aprile 1970, le esportazioni e le importazioni erano ad un livello di 40 miliardi l’anno (Herald Tribune, 29 giugno 1970), senza contare le “entrate invisibili” e le spese. Un altro aspetto di cui tener conto è il contributo della produzione al reddito nazionale USA. Nel 1965 essa era di 228 miliardi su 562,4; nel 1967 era di 256 miliardi su 653, cioè il 40% circa (The Europa Year Book, Londra 1969, pag. 1476).


Hosea Jaffe - Il colonialismo oggi: economia e ideologia, Jaca Book, 1970 


La trasformazione del colonialismo da diretto a indiretto ("indipendenza"): la spinta economica che ha generato la "terza rivoluzione industriale": http://nocturnalprivatecares.blogspot.ro/2012/09/la-trasformazione-del-colonialismo-da.html

Niciun comentariu:

Trimiteți un comentariu